La maschera del medico della peste


Anche nel Medioevo e nell’Età Moderna i medici si proteggevano dalle epidemie indossando abiti caratteristici e funzionali, ma si trattava di indumenti pittoreschi, che colpirono l’immaginario collettivo diventando uno dei simboli del Carnevale Veneziano. La maschera è simile a quelle della Commedia dell’Arte ma ha una storia più triste perché non era nata per portare il sorriso agli spettatori, ma per difendere i medici dalla Morte Nera. Era dotata di un lungo becco adunco e veniva indossata con un lungo abito nero in tela cerata, un cappuccio, un mantello, guanti, occhiali e un bastone con cui toccare i malati. La maschera trasmetteva sia tristezza sia gioia conferendo a coloro che la indossavano le sembianze di un uccello, un volatile che avrebbe protetto sotto le sue ali la città afflitta dal morbo.

La maschera nacque durante le prime epidemie di peste bubbonica che colpirono l’Europa fra il 1347 e il 1353, che sterminarono circa un terzo degli abitanti del continente. Il costume divenne popolare fra Roma e Venezia, ma la versione definitiva risale al ‘600 e si diffuse in Francia con le migliorie del medico francese Charles de L’Orme, testimone della peste veneziana del 1630.

La maschera aveva lo scopo di proteggere i medici, ma nessuno era a conoscenza dell’effettivo veicolo di diffusione della peste, vale a dire la pulce dei ratti, o delle più elementari norme igieniche che oggi adottiamo quotidianamente. La scienza medica antica credeva nella dottrina miasmatico-umorale, teorizzata dai medici greci Ippocrate e Galeno, vissuti millenni prima degli eventi in questione e la cui parola nessuno osava mettere in discussione. Secondo tale disciplina, le malattie erano provocate dallo squilibrio degli umori del corpo, i quali sono sangue, flegma, bile gialla e bile nera. Le malattie si diffonderebbero a causa dei miasmi dell’aria come escrementi riversati in strada, acqua stagnante o scarti di produzione, combinati ad eventi nefasti come eruzioni, congiunzioni astrali sfortunate, inalazione di aria proveniente da corpi in putrefazione, acque paludose o altri fenomeni simili. Il becco della maschera aveva dunque la funzione di proteggere da tali miasmi: al suo interno venivano inserite sostanze profumate come fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio o spugne imbevute di aceto, che avrebbero dovuto ostacolare il contagio impedendo la respirazione dei miasmi. Anche gli altri componenti del travestimento, come i guanti, il cappello, gli occhiali e il bastone, erano finalizzati a ridurre i contatti con l’aria emessa dall’appestato.

Secondo gli antichi i medici erano invulnerabili proprio grazie alla maschera che indossavano, come ci testimonia un componimento del XVII secolo:

“Le loro maschere hanno lenti di vetro
i loro becchi sono imbottiti di antidoti.
L’aria malsana non può far loro alcun male,
né li mette in allarme.”

I medici lavoravano in proprio, ma venivano assunti dalle autorità dei villaggi e delle città quando scoppiava un’epidemia. Non avevano solo la funzione di assistere i malati, ma dovevano anche compilare il libro pubblico in cui venivano registrate le ultime volontà dei moribondi e i registri funebri per fornire una stima del numero dei morti; erano i soli a poter circolare liberamente per la città durante le epidemie, durante le quali era in vigore il coprifuoco con pena di morte. I medici avevano inoltre il compito di tramandare la memoria storica della popolazione, ricordando gli avvenimenti dell’epidemia. Ecco per esempio cosa scriveva il celebre Alvise Zen, medico a Venezia durante l’epidemia di peste del 1630, in una lettera a monsieur d’Audreville: “Eccellentissimo monsieur d’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune“.

All’epoca dell’epidemia di peste veneziana che vide in azione il medico Alvise Zen, i malati venivano trasferiti al Lazzaretto Vecchio e i loro parenti venivano segregati in casa in quarantena. Il medico prestato alla storia ci racconta uno scenario apocalittico: “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Per le strade cresceva l’erba. Nessuno passava“. E ancora: “Illustrissimi medici dell’università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l’esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calato su Venezia“.

La maschera del medico della peste oggi sopravvive nel Carnevale, fondendo l’ombra della morte alla gioia dionisiaca della festa che precede la quaresima in un binomio che ricorda quello di èros e thànatos. E’ uno scongiuro dalla morte, un modo per farsi beffe dell’ultimo atto della nostra vita senza dimenticare il tragico passato delle pestilenze.

FONTI:

3 pensieri su “La maschera del medico della peste

  1. Vali c’è un albo di Dylan Dog (la cui trama e storia è scopiazzata come da tradizione Bonelli… ) intitolato La morte rossa. Merita per i disegni e le atmosfere veneziane 😉 ti lascio il link sotto 🙂

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