Memento Mori ai tempi della peste: la Danza Macabra


Ammettiamolo, credevamo che l nostra tecnologia avesse vinto e che fossimo i più forti: la morte era solo un traguardo lontano, che ci avrebbe toccato dopo molti decenni, salvo in casi di qualche malattia incurabile o di un incidente d’auto. Anche in questo caso non riflettiamo mai sul fatto che tali eventualità possano capitare a noi, almeno sino a quando l’oncologo non ci mostra un referto medico positivo o la nostra vettura si capovolge in un testa coda.

Gli antichi invece avevano una considerazione diversa della morte. La mietitrice attendeva tutti, nessuno escluso, e poteva troncare una vita in qualsiasi momento dello sviluppo di un uomo, dalla nascita, alla giovinezza sino all’età matura.  La morte non riguardava solo i singoli individui, spesso coinvolgeva anche la collettività in caso di guerre o epidemie, che non erano fenomeni isolati ed eccezionali come il Coronavirus, ma ricorrevano ciclicamente.

Vorrei proporre alcune rappresentazioni della morte per ricordare che il nostro è un pianto antico: le epidemie sono storiche compagne dell’umanità e non verranno mai debellate definitivamente in quanto i virus mutano. Specchiandoci nella disperazione degli uomini medievali, potremo imparare a sopportare la nostra e ricordare che anche da una disgrazia possono nascere i fiori dell’arte.

Il primo fiore dell’epidemia di cui vi parleremo sono le Danze Macabre.

La Danza Macabra è un memento mori (“Ricordati che devi morire”): avverte l’osservatore che la morte è un elemento della quotidianità e che colpisce tutti i membri della società medievale, nessuno escluso. Solitamente rappresenta un girotondo degli esponenti principali della popolazione alternati ad alcuni scheletri.  In inglese è conosciuta come la Dance of Death, in francese come la Danse Macabre e in tedesco come la Totentanz.  Il tema si diffuse all’epoca della grande peste del 1348 in tutta Europa. Le danze macabre sono state anche oggetto di ballate e filastrocche in volgare.

I vivi che compongono il girotondo sono vestiti con indumenti che rendano immediatamente riconoscibile il ceto sociale e si distinguono re, il papa, religiosi, donne, anziani, mercanti, bambini, contadini, mendicanti, musicisti…  Gli scheletri sono invece una macabra rappresentazione della morte.  Quando le rappresentazioni sono particolareggiate, la processione del girotondo raffigura al primo posto i potenti (re e papi), poi ricchi e mercanti, di seguito contadini e poveri, infine bambini e ragazzi. Gli scheletri beffardi invitano a danzare i vivi impauriti in un girotondo che rappresenta l’agonia della morte. Nelle opere più elementari, i vivi sono tutti uguali e non sono contraddistinti da elementi che ne segnalano la classe sociale. In alcuni casi, ad ogni vivo è affiancato un morto dello stesso ceto.  Può capitare che vengano rappresentati anche la Morte Trionfante che veglia la danza dall’alto e dei degli scheletri che accompagnano i ballerini con degli strumenti musicali.

Rispetto alle contemporanee rappresentazioni del Giudizio Universale, le Danze Macabre rappresentano una visione più individualistica della morte e presentano una sorta di ironia nei confronti delle gerarchie sociali in quanto, essendo tutti gli uomini destinati a morire, le differenze economiche e di sangue non contano. Il senso di pietà per la propria sorte e l’ironia tragica sono stati fondamentali per liberare l’uomo dall’ideale cristiano di morte. Col trascorrere del tempo, tali soggetti iconografici diventano più laici: l’elemento divino scompare, restano soltanto i cadaveri.

Prima di essere soggetti iconografici di dipinti e affreschi e temi di componimenti poetici, le danze macabre erano delle sacre rappresentazioni misteriche medievali, vale a dire dei veri e propri balli rituali. Durante il Basso Medioevo si organizzavano le Danze dei Maccabei, che per vari mutamenti linguistici divennero le Danze Macabre. Tali eventi ricordavano il sacrificio di sette fratelli Maccabei che, nonostante le torture subite davanti alla loro madre, si rifiutarono di mangiare carne di maiale e restarono fedeli alla propria fede ebraica; per questo furono portati di fronte a re Antioco IV e giustiziati. Durante le rappresentazioni delle Danze dei Maccabei, i partecipanti che si tenevano per mano ad uno ad uno professavano la propria fede e lasciavano a turno il girotondo. Col tempo vennero aggiunte frasi spettacolari, un personaggio che impersonava la morte dialogava con gli altri partecipanti e individui avvolti in sudari rappresentavano gli scheletri.

Le prime raffigurazioni pittoriche risalgono ai primi decenni del Quattrocento e i più antichi affreschi sopravvissuti sino ai nostri giorni sono quelli del Cimitero degli Innocenti di Parigi e quelli nell’abazia di La Chaise-Dieu in Alvernia. Risalgono invece alla fine del Medioevo le opere di Basilea (1440), Lubecca (1463) e Beram (1471). Le prime filastrocche sono invece Les Vers de la Mort (“I versi della morte”), in cui vers indica anche i “vermi” che consumano i cadaveri, scritte dal monaco cistercense Helinand de Froidmont. L’opera risale al XII secolo e anticipa i temi delle Danze, pur non avendo toni macabri nel moderno senso del termine. Per quanto riguarda le opere moderne, ricordiamo Dance of Death degli Iron Maiden, Danse Macabre di Stephen King e Totentranz di Dylan Dog.

FONTI:

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