L'”Amica Geniale”, come la racconto io


Dopo aver letto l’Amica Geniale, ho deciso di raccontarvi un esempio di amicizia femminile pura e perfetta, secondo le mie esperienze di vita. Si tratta di una storia inventata, solo le emozioni sono vere.

Avevo trovato l’aula della Facoltà di Lettere con fatica poiché l’edificio era molto differente dal moderno palazzone di Economia in vetro e acciaio: le colonne di marmo raccontavano la loro storia silenziosa, le volte di mattoni rossi erano nobili e antiche e le aiuole del chiostro erano ben potate e ordinate nonostante fossero continuamente profanate dai passi degli studenti. Anche i ragazzi di Lettere erano differenti, infatti gli economisti avevano fretta di lasciare l’università al termine delle lezioni per recarsi al lavoro o alle proprie abitazioni, a Lettere invece gli studenti amavano intrattenersi nel chiostro per ripassare e chiacchierare o affollavano le biblioteche e i convegni. Mi sedetti in un angolo in fondo all’aula, cercando di non dare nell’occhio e di mimetizzarmi tra gli umanisti, ma mi tradii estraendo dalla cartella un manuale di Economia Aziendale per ripassare, in attesa dell’inizio della conferenza. – Di quale materia si tratta? – mi domandò una voce incantevole, cristallina, seducente come quella di una cantante ma ridente come quella di una bambina. Alzai lo sguardo verso di Lei e i miei occhi castani occhialuti incontrarono i suoi azzurro verdi. Una studentessa di lettere mi aveva rivolto la parola, sembrava proprio interessata a me, ai miei anonimi schemi di economia e alla mia modesta esistenza di futuro contabile. Non saprei dire se era bella, sicuramente non ero affascinata dal suo aspetto fisico, ma non poteva certo essere definita brutta e aveva qualcosa di intrigante nel modo di vestire, così semplice, azzurro e poco alla moda, diverso dagli abiti all’ultimo grido degli economisti. Erano intriganti anche lo sguardo sicuro intelligente e fiero, il gesticolare moderato ma carismatico, l’allegria contagiosa e amichevole. Le spiegai che ero una studentessa di Economia, ma che ero appassionata di materie umanistiche e per questo mi ero “imbucata” ad una conferenza sui Promessi Sposi. Lei rise con quella sua risata affascinante e mi chiese come mai studiassi economia.

Mi fermai per un istate a riflettere. Avrei potuto raccontarle che ero stata obbligata dai miei ad abbracciare il dio denaro, che non mi importava nulla della mia facoltà pertanto faticavo a immagazzinare le informazioni studiate, così noiose e terribilmente tecniche; oppure potevo mentire spudoratamente e cercare di impressionare quella ragazza così affascinante recitando la parte dell’economista appassionata. Optai per la seconda opzione e la menzogna sbocciò sulle mie labbra credibile, ma spietata: – Preferisco le materie umanistiche, ma ho scelto Economia per trovarmi un lavoro. Un buon lavoro.

Lei socchiuse gli occhi e serrò le labbra: – Anche noi di Lettere sappiamo trovarci un buon lavoro. – L’Avevo offesa, ma ormai era troppo tardi per rimediare. Lei continuò: – Non sembri una di Economia – Indicò la mia cartella, da cui faceva capolino la copertina colorata di un’edizione economica di Madame Bovary. Avrei voluto dirle che non è sufficiente iscriversi ad economia per essere un’economista, che le passioni ti pulsano nel sangue e ti gonfiano i polmoni, ma rimasi in silenzio e cercai di cambiare discorso. Non mi venne in mente nulla di interessante da dire, perciò restai in silenzio e fu Lei a continuare: -Che scuole hai frequentato alle superiori? –

Sussurrai la parola “scientifico” ad occhi bassi e con un filo di voce, poi cercai di attirare la sua attenzione sul presentatore della conferenza che stava entrando in aula, ma Lei fu animata da un entusiasmo che non avevo previsto: proveniva da ragioneria, ma avrebbe voluto studiare il latino anche da adolescente, perciò mi invidiava tantissimo. Mi confidò inoltre che, ora che stava studiando lettere, avrebbe voluto fare ogni tanto qualche esercizio di matematica, infatti alla maturità aveva preso dei bei voti anche nelle materie scientifiche, ma l’opportunità di studiare ciò che amava la ripagava della perdita.

Guardai quella ragazza che, a mio parere, aveva ricevuto tutto ciò che si potesse desiderare dalla vita: un’esperienza felice alle superiori, a differenza delle cicatrici che mi aveva lasciato il liceo scientifico, era iscritta ad una facoltà che amava e stava superando gli esami con successo. Ciò che mi stupiva era che una ragazza come Lei provasse invidia nei miei confronti e mi trattasse con considerazione e rispetto, un rispetto che al liceo scientifico non avevo mai ottenuto dai miei compagni. Qualcosa nel mio cervello fece la ruota come il più variopinto dei pavoni: una ragazza più grande mi stava trattando con considerazione, mi ammirava e mi invidiava, e non una ragazza grande qualsiasi, ma una studentessa di lettere, dopo che il liceo mi aveva congedato con un disprezzo che valeva più di qualunque bocciatura. Ma la ragazza era molto di più: era anche simpatica, carismatica, vincente, grintosa. Decisi che l’avrei conquistata e che avrei fatto ogni cosa in mio potere per entrare nelle sue grazie, così nel corso della conferenza continuammo a confabulare: seguivamo il discorso del dottorando ma lo commentavamo tra noi, aggiungevamo note e incisi alle sue parole, relativi a ciò che avevamo studiato, oppure facevamo battutine divertenti, inserendo osservazioni spiritose nella più seria delle esposizioni. Quando ci salutammo, ci scambiammo i numeri di telefono e fu l’inizio della fine.

La mia amica scriveva racconti e volle mostrarmene uno con l’orgoglio con cui un artigiano esibisce il suo lavoro migliore, pur nella consapevolezza di essere soltanto uno dei tanti mastri che affollano le vie di un paese e senza presunzione alcuna. I miei quattr’occhi scorrevano quelle righe, i cui nomi inventati celavano chiaramente identità a Lei care, e ad ogni riga accresceva il mio stupore: i suoi scritti erano perfetti, colpivano nel profondo con una sintassi elegante e raffinata, un lessico forbito ma misurato e un’energia travolgente e carismatica come la sua risata e il tono della sua voce, che era anche quello del narratore che, nella mia testa, leggeva la sua storia. Presi una decisione spontanea e naturale, dimenticando in un anno gli anni dei fallimenti al liceo che mi avevano indotto a volgere le spalle ad ogni speranza di fare carriera nel mondo delle materie umanistiche: anche io avrei scritto come Lei, perché anche in me scorreva la vocazione della scrittrice. Non è forse vero che anche io, da bambina, volevo scrivere romanzi? Non è forse vero che non avevo mai smesso di scrivere il diario segreto per il semplice gusto di comporre frasi e periodi, sebbene fosse da tempo superata la necessità di confidare le prime pene amorose ad un’agenda? Il liceo aveva calpestato il mio amore per la scrittura facendomi sentire incapace di esprimere idee ed emozioni attraverso l’inchiostro, ma le parole di quella ragazza rendevano ai miei occhi la narrativa simile ad un gioco, ad una festa, ad uno scherzo da condividere con le altre persone. Niente voti, niente giudizi di mediocrità in fondo al tuo foglio protocollo, nessuna commiserazione da parte dei compagni di classe. Anche io volevo partecipare ad un’attività così divertente e poco aveva importanza se ero stata giudicata inferiore da una pagella: ciò che contava era non restare in silenzio e condividere con i propri cari emozioni autentiche o soltanto immaginate in quel contagioso gioco che è la scrittura. A vent’anni è un po’ tardi per intraprendere una passione, solitamente è una fase della vita in cui le persone maturano e scelgono una professione, ma ai miei occhi esisteva solo quell’opportunità di divertimento, quel diversivo al grigiore di Economia.

Agii d’impulso: aprii una pagina web su WordPress e creai un piccolo blog. Non mi sarei dedicata a racconti, ma a saggistica e articoli culturali poiché non ritenevo di avere la stessa creatività della mia amica. Cercavo informazioni su Internet, visitavo musei o leggevo libri, poi rielaboravo i concetti creando brevi articoli di giornale. Lavoravo con trasporto, con la cura di un ricercatore, nella speranza di diventare una brutta copia dello splendore emanato dalla mia amica e di avere qualcosa in comune con la meravigliosa facoltà di Lettere. Non mi importava la fama, non mi importava nemmeno diventare una giornalista del web per professione: scrivevo perché sapevo che era la cosa giusta da fare, perché era un’attività che mi faceva stare bene, perché avevo l’impressione di essere nata per dedicarmi a tale passatempo e di non avere alternativa, così come in quanto essere vivente ero costretta a respirare per vivere. Le ferite inferte dallo scientifico guarivano all’aumentare dei Follower e all’arrivo dei commenti entusiasti dei lettori: ad ogni nuovo scritto la sicurezza aumentava e l’entusiasmo cresceva. Nel frattempo il mio interesse per Economia diminuiva, la mia attenzione durante le lezioni calava e le ore dedicate allo studio erano nettamente inferiori rispetto a quelle dedicate al blog, ma nessuno se ne accorgeva ed io coltivavo la mia passione come il più dolce dei segreti.

La nostra amicizia si stava consolidando: messaggiavamo tutto il giorno, ci frequentavamo assiduamente e il nostro rapporto mi mostrava quanto il mondo fosse ricco di arte da scoprire e studiare. Lei mi raccontava le sue lezioni e io mi aggrappavo alla sua voce come una bambina ad una bambola. I suoi lineamenti, che prima mi erano parsi insignificanti, divennero ai miei occhi bellissimi ed era sufficiente sentire la sua voce al telefono per sorridere con una gioia che non avevo mai provato prima. Ogni sera Lei mi chiamava per raccontarmi le sue giornate, così avevo l’impressione di aver preso appunti al suo fianco in aula, ridacchiando come durante la conferenza sui Promessi Sposi, e di aver socializzato con le sue amiche, che immaginavo simpatiche ed intelligenti come Lei, tutte con quella stessa risata melodiosa e vestite con i medesimi abiti azzurri. Quando mi raccontava degli esami, mi immaginavo di articolare con la sua stessa dialettica eccezionale una risposta da trenta e lode, io che in ogni situazione difficile venivo colpita da attacchi d’ansia e rispondevo nei modi più assurdi e insensati.

Purtroppo nessun rapporto è per sempre e anche le relazioni più autentiche sono destinate a terminare. Certe volte vorrei che gli esseri umani non provassero emozioni e non si affezionassero alle altre persone, ma si usassero l’un l’altro, per poi congedarsi senza provare nulla, senza soffrire; ogni volta che un’amicizia finisce, verrebbe sostituita senza tanti complimenti, senza dolore, senza nostalgia, senza rimpianti e ci dedicheremmo ad un’altra persona con la stessa leggerezza con cui, consumato un paio di scarpe, ne acquistiamo uno nuovo. Anche la nostra amicizia finì come l’inverno segue l’autunno, per un semplice motivo: ciò che io volevo da Lei non era quello che Lei cercava in me. Cosa cercasse esattamente in un’altra persona non lo seppi mai poiché sparì con la stessa facilità con cui quel giorno, alla conferenza, mi chiese cosa stessi ripassando. Per me era una catastrofe, sembrava che non ci fosse più gioia sulla terra: le avevo dato tutto, mi ero aggrappata a Lei anima e corpo, mi ero specchiata nella sua luce trovando così la forza di rendere più bella la mia vita. C’era davvero così poco di interessante in me da non riuscire a piacere a l’unica persona che volessi veramente?

E’ doveroso specificare che Lei non era la mia sola amica: ero una ragazza socievole, solare, simpatica e in grado di sostenere una conversazione interessante, ma nessuno nella facoltà di Economia, nella piscina che frequentavo due volte a settimana o tra le amiche del mio paesino riusciva a trasmettermi il piacere di vivere che mi infondeva quella risata. Le altre erano solo persone con cui era piacevole andare a passeggiare in centro, con cui commentare le spalle possenti di qualche bel ragazzo, ma quando ero con lei non esistevano vetrine e non esistevano bei ragazzi, volevo solo ascoltare la sua voce e perdermi nei suoi racconti, io che di solito dominavo la conversazione.

Persi ogni contatto con la facoltà di lettere, le lezioni, le conferenze e gli studenti di quella meravigliosa facoltà, perciò mi rinchiusi nel mio blog, in quel mondo di parole e di arte in cui tutto era perfetto, ma che era opaco se non potevo commentare insieme a Lei ogni mia nuova conquista. In poche settimane persi il sorriso e mia madre mi chiese se fossi innamorata. Era questo l’amore? Si può amare una persona senza desiderarne il corpo? Lei per me non era Afrodite, la dea dell’Amore, ma Atena, la dea della Sapienza, una divinità casta e pura che mai avrei desiderato profanare, sarebbe stato sufficiente abbeverarmi alla fonte della sua saggezza, conversando con Lei e assimilando il suo sapere. Una notte la sognai, immaginai che Lei mi abbracciava come non aveva mai fatto e sentivo il suo corpo caldo, morbido e liscio contro il mio. Mi risvegliai di soprassalto perché avevo sentito qualcosa di bagnato sul cuscino, contro la guancia: mi accorsi che si trattava di lacrime. Il mondo mi sembrava insignificante senza di Lei, gli amici erano noiosi e la facoltà di Economia era diventata così pesante che non superavo un esame da mesi. Per farmi tornare il sorriso, mia madre accettò di iscrivermi nuovamente a danza, la mia passione di infanzia; mi aveva imposto di abbandonare il corso perché a suo dire ero troppo goffa, ma sapeva cosa avrei dato ricominciare a volteggiare.

Mi domandavo perché Lei mi aveva dato l’illusione di essere importante per alcuni mesi, se poi con tanta leggerezza era capace di sparire dalla mia vita come se non vi avesse mai preso parte. Avrei voluto non averla mai incontrata, me ne stavo così bene nella mia grigia facoltà di Economia e nella banalità del mio paesino, ora che Lei mi aveva mostrato l’arte e la bellezza non potevo più farne a meno: bere un sorso d’acqua non placa la sete, accresce solo la voglia di ingoiare un intero ruscello e sentire quella freschezza insapore scendere lentamente per la gola, con gusto. Non di rado mi capitava di scambiarla per una ragazza vestita di azzurro o con il suo stesso taglio di capelli, oppure una risata simile alla sua mi provocava una fitta al cuore. Sul mio blog iniziai a pubblicare poesie e racconti malinconici, tendenti al pessimismo cosmico, eppure bellissimi nella loro struggente disperazione. Il volto di quel semplice essere umano assunse nel mio cuore le fattezze di una santa e, mentre i ricordi svanivano, le fantasie che mi raccontavo su di Lei si trasformavano in nuove realtà, in menzogne non dissimili da sortilegi.

Il tempo passava, le stagioni si susseguivano lente ma inesorabili e il mio cuore guariva. Mi curavano soprattutto i baci dei ragazzi, le loro spalle forti e la voce cavernosa, ma con i quali non poteva scattare quella scintilla di complicità che si instaura tra due donne. I maschi sono sexy, sanno dare ad una donna una sensazione di protezione, ma non sono abili nella conversazione quanto una fanciulla. In ogni nuova amicizia femminile cercavo quel sorriso e quel carisma che erano riusciti a regalarmi la gioia e a portarmi via il sorriso, ma invano.  TI sto ancora cercando, amica mia, dove sei?

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