Un’Antigone tribale al Teatro Carcano di Milano


Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali.

Può capitare che le leggi siano in contrasto tra loro e che un cittadino sia costretto a scegliere tra la politica di uno stato e le convenzioni religiose e familiari che regolano una comunità. Il dilemma dell’Antigone (442-441 a.C.) di Sofocle viene messo in scena al Tetro Carcano di Milano dalla regista Laura Sicignanodal 20 febbraio al 1° marzo 2020, traduzione e adattamento di Laura Sicignano Alessandra Vannucci, produzione del Teatro Stabile di Catania.

Il fratello di Antigone, Eteocle, è morto in battaglia tradendo la città di Tebe, pertanto re Creonte stabilisce che il suo corpo verrà dilaniato da cani e avvoltoi, senza ricevere una degna sepoltura. Antigone si ribella alla legge della polis e al patriarcato che la vorrebbe sottomessa, seppellendo il fratello non solo per amore, ma anche per onorare il consanguineo secondo l’usanza dell’epoca e per rispettare il volere degli dei, in quanto i defunti insepolti erano condannati a vagare come ombre. La punizione sarà terribile: Antigone verrà sepolta viva. La protagonista simboleggia l’essere umano che esprime una morale assoluta, a cui sacrificare la vita stessa, “non sono nata per odiare, ma per amare”, ma è anche una donna che si ribella allo zio, l’autorità patriarcale della famiglia, e dunque pecca di hybris, vale a dire di superbia. Antigone tuttavia pecca in nome della pietà religiosa e del culto familiare, perciò il suo crimine è meno grave di quelli commessi da altre donne ribelli della tragedia greca, come Clitemnestra e Medea.

Agli occhi degli antichi Creonte era il rappresentante di un valore altrettanto elevato: egli infatti sacrifica sua nipote e futura nuora Antigone per far prevalere il diritto pubblico sugli affetti personali; per non contaminare il suolo pubblico era inoltre consuetudine ad Atene espellere dalla città i traditori, pertanto le sue decisioni sarebbero giustificate. La messa in scena di Laura Sicignano però si rivolge a un pubblico moderno, il suo Creonte è dunque un despota maschilista e spietato e non è prevista l’interpretazione classica del personaggio. Per i Greci Creonte era un tiranno, “non è forse la città un possesso di chi la governa?”, ma pur sempre una figura politica riconosciuta nelle consuetudini sociali della polis, nella rappresentazione di Laura Sicignano invece l’ambientazione classica lascia spazio a una società caratterizzata da un monarca assoluto a capo di guerriglieri rudi, che vivono in capanne di legno; la musica tribale, sia registrata sia eseguita dal vivo mediante flauti e strumenti a percussione (Edmondo Romano), contribuisce ad allontanare l’Antigone dalla sofisticata e razionale civiltà greca in cui è stata concepita per inserirla in un contesto più selvaggio.

I costumi di Guido Fiorato sono moderni: Creonte e il futuro sposo di Antigone Emone indossano un completo di lino bianco, gli scagnozzi del re portano barbe incolte e indumenti da guerriglieri color cachi. Le donne indossano vestiti lunghi, sobri, che ricordano vagamente un peplo; la regina Euridice e la sorella di Antigone, Ismene, rispettose della legge dello stato e sottomesse all’autorità maschile, portano vesti beige, ma la protagonista veste in nero, il colore del lutto. Nelle situazioni ufficiali il re e la regina portano un copricapo e un mantello sontuoso, che evidenzia i loro privilegi. L’indovino Tiresia ha un aspetto molto diverso dai sacerdoti ellenici: la barba incolta, il bastone ricurvo e la veste rossa lo rendono più simile ad uno sciamano, inoltre tale personaggio è caratterizzato da un tocco di follia e stramberia: lo spettacolo non ci presenta una religione greca composta da un complesso e raffinato corpus di miti, ma una cultura di credenze, di idoli e superstizioni. Il palcoscenico è un accampamento costruito con pali di legno, quattro colonne portanti si incrociano al centro evocando la struttura di una capanna. Gli oggetti di scena sono ridotti al minimo: una sedia svolge la funzione del trono di un monarca e la testa di una statua maneggiata dai guerriglieri simboleggia una religione di idoli. Quando lo spettacolo volgerà al termine, l’intera scenografia di Guido Fiorato “crollerà” sugli attori, proprio come la situazione precipiterà in una tragica conclusione.

Il cast completo comprende: Sebastiano Lo MonacoLucia Cammalleri, Egle Doria, Luca Iacono, Silvio Laviano, Simone Luglio, Franco Mirabella, Barbara Moselli, Pietro Pace.

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