Malnutrizione nel Neolitico: il lato oscuro della rivoluzione agricola.

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Nel decimo millennio a. C. il pianeta terra fu teatro di una straordinaria rivoluzione: in seguito all’estinzione delle grandi prede, l’uomo smise di essere un cacciatore-raccoglitore e divenne un agricoltore, segnando così il passaggio dal Paleolitico al Neolitico. Imparando a produrre il cibo autonomamente, l’uomo iniziò ad avere il controllo della disponibilità di cibo ed assunse uno stile di vita sedentario. La transizione fu graduale e non avvenne per tutte le comunità umane: ancora oggi infatti esistono popoli che ignorano l’agricoltura e si dedicano alla caccia e alla raccolta vivendo in gruppi isolati in Vicino Oriente, Cina e in Mesoamerica.

Col diffondersi dell’agricoltura il popolamento accrebbe stabilmente di molti ordini di grandezza, e il tetto delle risorse imposto dall’ecosistema ai cacciatori e raccoglitori venne enormemente innalzato. Il Paleolitico era un’epoca in cui non si poteva parlare di popolazione mondiale o globale, in quanto gli uomini vivevano in piccole comunità autonome di poche centinaia di unità, in equilibrio precario con l’ambiente ed estremamente vulnerabili; grazie alle innovazioni del Neolitico, l’uomo acquisì maggiore stabilità e fu in grado di resistere maggiormente ai periodi di carenza di risorse alimentari.

Ma tale rivoluzione comportò effettivamente un miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo? Secondo una teoria classica, il Neolitico fu un’epoca di accelerazione della crescita e di un miglioramento del livello di nutrizione assicurato dal sistema agricolo, con una conseguente diminuzione della mortalità: la coltivazione di grano, orzo, miglio, mais e riso, cereali altamente nutrienti e facilmente conservabili, avrebbe accresciuto le disponibilità alimentari e aiutato a sopportare i periodi di penuria. Teorie più recenti invece sostengono il contrario: la dipendenza da colture poco varie avrebbe diminuito la qualità dell’alimentazione, inoltre sedentarietà e maggior densità avrebbero aumentato i rischi di trasmissione delle malattie infettive. A tale aumento della mortalità, corrispose però un incremento della fecondità, che comportò una rapida crescita; secondo altri studiosi, mortalità e fecondità sarebbero aumentate, ma la crescita sarebbe stata minima.

La saggezza popolare direbbe che “si stava meglio quando si stava peggio”: l’alimentazione di cacciatori e raccoglitori composta da radici, bacche, erbe, frutti e animali sarebbe stata più completa e nutriente, mentre gli agricoltori avrebbero avuto a disposizione un’alimentazione calorica sufficiente, ma povera e monotona per la grande prevalenza di cereali. Come rivelano gli studi sugli scheletri rinvenuti, gli effetti furono evidenti nella struttura ossea degli abitanti del Neolitico: in seguito alla malnutrizione, le dimensioni facciali si ridussero, mutò la morfologia del cranio, la popolazione soffriva di anemia da deficienza di ferro dimostrata da iperostosi porotica, la dentatura presentava dei difetti e le donne giovani e adulte erano affette da osteoporosi precoce.

Si diffusero inoltre malattie infettive e parassitarie sconosciute o comunque più rare in popolazioni nomadi e a bassa densità e aumentò la contaminazione del suolo e dell’acqua, facilitando la reinfezione, in quanto si diffusero gli alloggi permanenti e gli uomini vivono a stretto contatto con gli animali che allevano. Lo sviluppo dell’irrigazione e la creazione di depositi artificiali di acqua stagnante provocano la diffusione della malaria.

Cacciatori e raccoglitori allevavano una buona proporzione dei loro figli sino all’età adulta, una proporzione uguale o superiore a quella di popolazioni preistoriche più tardive, inoltre presso tali popolazioni l’età media alla morte era spesso più elevata. Nel Paleolitico i lunghi spostamenti delle popolazioni nomadi rendevano difficoltoso e pericoloso per una donna portare con sé un bambino non autonomo, per questa ragione l’intervallo tra i parti sarebbe stato assai lungo in modo tale che, alla nascita successiva, il figlio maggiore sarebbe stato in grado di badare a se stesso. Nelle società sedentarie la prole non doveva sopravvivere a viaggi perigliosi e poteva assistere i genitori nel lavoro nei campi e nell’allevamento degli animali, ne consegue che aumentano i figli per donna. Tale fenomeno è evidente anche nelle comunità di cacciatori e raccoglitori contemporanei, come i !Kung San nel Nord del Botswana, in Africa meridionale.

Non sappiamo se è valida la teoria classica o se sono più aggiornate le recenti ipotesi di malnutrizione e maggiore diffusione delle malattie: il Neolitico presenta ancora molte incognite irrisolte e domande cui gli studiosi devono dare una risposta.

FONTI:

  • Storia minima della popolazione del mondo, Massimo Livi Bacci.

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