Parolacce e sessismo, una triste storia della lingua italiana


Dedicato a Giulia Bossi, una compagna di passioni, un’amica sincera che mi corregge quando sbaglio.

Questo blog tratta della cultura sublime in cui mi imbatto nei miei studi, ma nella vita reale sono una semplice ragazza e negli attimi di goliardia dico anche le parolacce. Senza riflettere sul significato delle parole, volendo insultare una professoressa che obbliga gli studenti che prendono 25 a ritirarsi, ho usato l’espressione “Puttana”, un atto molto grave considerando che mi definisco femminista. Io non sono contraria alle parolacce perché sono un antichissimo riflesso della nostra cultura, tuttavia la maggior parte dei termini del turpiloquio italiano sono sessisti in quanto sessista è la società in cui viviamo, perciò faccio fatica a pronunciare parolacce eticamente correte.

woman wrapped in plastic
Photo by Anna Shvets on Pexels.com

La maggior parte degli insulti colpisce la sfera sessuale delle persone per una semplice ragione: si tratta di un’offesa particolarmente umiliante, che colpisce uno degli aspetti più intimi della persona; è inoltre molto più sbrigativo insultare sessualmente qualcuno che pensare ad un’ingiuria più articolata e altrettanto efficace. Tali offese riguardano nella maggior parte dei casi i comportamenti sessuali devianti rispetto a ciò che la società considera la normalità: per offendere un uomo si colpirà dunque la sua virilità o lo si accuserà di essere omosessualità; nel caso di una donna condannerò invece la sua libertà sessuale, accusandola di essere una “troia”. In questo modo però non stiamo semplicemente insultando una persona, stiamo definendo quali sono i comportamenti che un essere umano deve praticare per essere accettato in società: il maschio deve essere macho, virile e eterosessuale, la donna deve amare pochi uomini e avere una vita sessuale contenuta. Chi non rispetta le regole viene disprezzato e per il suo comportamento può ricevere gli insulti peggiori. Per semplificare, prenderemo in esame i casi in cui gli insulti sessisti che coinvolgono la sessualità della persona sono pertinenti o fondati, ma molto spesso un individuo riceve simili offese anche quando non viene criticata la sua vita sessuale, ma comportamenti che poco hanno a che fare con questo ambito.

Gli insulti relativi alla sfera misogina sono i più numerosi, sintomo che le donne sono maggiormente discriminate degli uomini: un’indagine di Vox, l’Osservatorio Italiano sui Diritti, ha rivelato quali sono gli insulti più popolari su Twitter, esaminando essenzialmente gli insulti misogini e omofobi (si noti dunque che la ricerca presenta una grave pecca, infatti sono assenti gli insulti misandrici). Le parolacce contro le donne risultano essere il 59% del totale, quelle omofobe sono il 6%. Le donne sono dunque le principali vittime della lingua italiana.

La misoginia non è solo una caratteristica della nostra lingua: ha una storia millenaria ed è presente in molti altri idiomi. Nel poema di Gilgamesh del 2000 a.C., Enkidu chiama Shamhat “baldracca”, ne consegue che la donna lo trasforma in un essere più civilizzato; il profeta Ezechiele nel suo libro della Bibbia (16,30) chiama la città di Gerusalemme “sguadrina” in quanto infedele; nell’antico Egitto erano molto diffusi gli insulti “femmine senza vulva”, “privi di madre” e altre ingiurie relative all’impotenza. Per quanto riguarda la lingua italiana, su un affresco della basilica di San Clemente troviamo il primo insulto della nostra lingua, risalente al XI secolo: “fili de pute”. Altri insulti medievali relativi al sesso sono “figlio di un traditore”, “figlio di prete”, “figlio di prevetessa”, che sarebbe l’amante del prete. Il kamasutra utilizza espressioni molto poetiche per riferirsi agli organi sessuali, come “stelo di giada” o “porta di giada”. Nella nostra società tali espressioni sono del tutto assenti in quanto la cultura è vittima di una repressione sessuale coltivata per secoli, che ha lasciato i segni nel nostro linguaggio.

Le donne vengono insultate prevalentemente per avere un atteggiamento sessuale libero o semplicemente dei comportamenti disinibiti, mentre gli uomini non vengono attaccati per la stessa ragione; ne consegue che molte espressioni in italiano hanno un significato positivo al maschile, mentre quando vengono associati ad una donna indicano una prostituta: il “cortigiano” è un uomo che vive a corte, mentre la “cortigiana” è una prostituta; lo stesso significato avrà “donna allegra”, mentre un “uomo allegro” è semplicemente un individuo di buon umore; se “l’accompagnatrice” è una excort, “l’accompagnatore” non svolge alcuna attività immorale e lo stesso si può dire per “l’intrattenitrice” e “l’intrattenitore”; le “massaggiatrici” spesso offrono servizi extra, mentre il “massaggiatore” non svolge attività indecorose; le “professioniste” sono prostitute, i “professionisti” sono semplicemente esperti nella loro professione. Una “donna di strada” è una prostituta perché il posto delle donne sarebbe l’interno delle abitazioni, viceversa un “uomo di strada” è un duro, un uomo temprato dalla vita, in quanto ai maschi è consentito esplorare il mondo; un “uomo senza morale” è genericamente una persona che commette atti contrari all’etica, mentre una “donna senza morale” sarà una prostituta perché il peccato femminile per antonomasia è essere lasciva; se un uomo è “disponibile” sarà semplicemente gentile, una donna invece… indovinate cos’è? Stesso discorso per “l’uomo pubblico” e la “donna pubblica”, “l’uomo facile” e la “donna facile”, il “passeggiatore” e la “passeggiatrice”, un “uomo con un passato” e la “donna con un passato”, “l’uomo di mondo” e la “donna di mondo”. Molti termini hanno assunto una connotazione negativa al femminile perché si tratta delle attività che compiono alcune donne mentre vendono il proprio corpo. Vorrei concludere questo elenco con il termine “libertino”: un uomo cui può essere attribuito tale aggettivo è un edonista che rientra in una corrente di pensiero che si è sviluppata nel XVII secolo con il Don Giovanni; nonostante il personaggio della Locandiera, la donna invece non poteva sposare tale filosofia di vita senza essere considerata una prostituta.

Una donna non deve soltanto evitare di essere considerata una prostituta: anche essere una zitella è una colpa: una ragazza non deve desiderare troppi uomini, ma deve essere piacente per un solo uomo e se non riesce a conquistarsi un marito sarà seconda a tutte le altre donne. Che una donna non voglia sposarsi per motivi personali, non viene nemmeno preso in considerazione. Se per una donna zitella è un insulto, un uomo non sarà mai accusato di essere scapolo come offesa: un uomo è libero di non sposarsi, in quanto può realizzarsi anche la di fuori del matrimonio e per lui avere avventure o relazioni irregolari non è un male.

La lingua italiana è sessista persino quando vuole fare un complimento ad una donna: per elogiare la bellezza di una fanciulla la chiameremo infatti “figa”, come se il suo essere bella fosse finalizzato all’atto sessuale e dunque al suo organo sessuale. Per la lingua italiana, la donna altro non è che una sua parte, una vagina da penetrare, una “figa”, attraverso la figura retorica della sineddoche. In un secondo momento, il termine è stato utilizzato anche per definire i maschi di bella presenza: un bell’uomo sarà infatti un “figo”. Il pene di un uomo invece non ha la funzione di essere oggetto di desiderio, ma sarà lo strumento con cui l’uomo soddisfa il desiderio.
Le donne vengono insultate anche quando si vuole insultare un uomo, con le espressioni “bastardo” e “figlio di puttana”: un uomo viene così disprezzato per essere nato da una donna impura. Lo psicoanalista argentino Ariel Arango sostiene che la prostituzione della madre è un tabù in quanto rivela un’immagine di donna priva di limiti sessuali, in contrasto con la castità e la purezza che ciascuno attribuisce alla propria madre e violando così il tabù dell’incesto.

man and woman wearing brown leather jackets
Photo by Vera Arsic on Pexels.com

Insultare una donna per la sua sessualità ha un nome: slut shaming. Si commette tale offesa quando si accusa una donna di essere lasciva o semplicemente si critica una ragazza per essere soggetto della propria attività sessuale anziché l’oggetto del piacere di qualcun altro. Una donna ha diritto di avere tanti uomini proprio come un maschio ha il diritto di avere tante amanti. Si è ugualmente colpevoli quando si attacca un uomo per la sua scarsa virilità o per la sua vera o presunta omosessualità, ma un uomo può sempre realizzarsi in altri settori come la carriera, mentre una donna che non segue le regole in ambito sessuale non è il male.

Qual è la soluzione, dunque? Smettere di dire le parolacce? Non vorrei affermare di essere una santa in quanto non lo sono, tuttavia è necessario riflettere sulla lingua italiana per cercare di migliorarla, per rispettare gli uomini e le donne nella loro sessualità. Il turpiloquio è irriverente e divertente, il sessismo opprime le persone.

FONTI:

https://www.ultimavoce.it/parolacce-contro-le-donne/

2 pensieri su “Parolacce e sessismo, una triste storia della lingua italiana

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