Indios e schiavi africani: uno sguardo alla popolazione e non solo.


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L’estinzione degli indios e la tratta degli schiavi africani sono tragici eventi della storia dell’uomo, che analizzeremo dal punto di vista della geografia della popolazione.

«Tre volte felici sono coloro che, abitando qualche isola ancora ignota nel mezzo dell’oceano, non sono ancora stati posti in contatto contaminatore con l’uomo bianco» Melville, 1845

Quando Colombo sbarcò ad Hispaniola (Haiti) nel 1492, l’isola venne descritta come densamente popolata: le testimonianze riportate dall’esploratore e da Las Casa sono discordanti, ma si parla di diversi milioni di abitanti. Nel 1514 il Repartimiento, vale a dire la distribuzione degli indigeni ai conquistatori in qualità di domestici, manodopera nei campi, nei pascoli e nelle miniere, considerò solamente 26 000 indios di ogni genere e età; nel 1518-19, dopo l’epidemia di vaiolo, erano sopravvissute solo alcune migliaia destinate all’estinzione. Alla metà del secolo le comunità erano estinte, sebbene alcuni indigeni sopravvivessero al servizio degli spagnoli, mescolati con la con la comunità europea, con gli schiavi importati dall’Africa o da altre zone dell’America.

Cosa provocò una così repentina estinzione? Innanzi tutto, gli amerindi non erano immuni alle malattie che i conquistadores avevano portato dall’Europa, contro le quali gli europei avevano sviluppato una buona capacità di adattamento ma le popolazioni dell’America erano del tutto impreparate. Il morbillo, l’influenza e (per gli immunizzati) il vaiolo erano pressoché innocue in Europa, ma erano fatali per gli indigeni. Si tratta dell’effetto terreno vergine. Tale spiegazione tuttavia non convince gli studiosi, in quanto non ci sono prove della diffusione di epidemie prima di quella del vaiolo del 1518-19, quando gli indigeni erano ridotti già a poche migliaia. Le fonti infatti riportano le condizioni precarie di sopravvivenza, la debolezza della popolazione e l’alta mortalità, ma non gravi epidemie.

Altre cause potrebbero essere gli ostacoli alla riproduzione dovuti alla profonda dislocazione sociale dovuta alla Conquista. Las Casas, i dominicani e i gerosolimitani furono protagonisti del dibattito relativo all’estinzione della popolazione indigena e furono inviati nel Nuovo Mondo per porre rimedio alla situazione. La spietata ricerca dell’oro e il sistema dell’encomienda (la pratica di attribuire gli indigeni agli spagnoli in stato di servaggio) erano da tutti ritenute le principali cause della catastrofe. Per quanto riguarda l’avidità d’oro, un terzo degli indios validi veniva inviato nelle miniere per dieci mesi all’anno, con conseguente abbandono delle altre attività produttive, lavoro eccessivo, scarsità di cibo, clima e condizioni ambientali avverse nelle miniere, maltrattamenti, separazione dalle famiglie e sradicamento dalle comunità. Tutto ciò provocava alta mortalità e bassa fecondità. L’encomienda prevedeva che le persone venissero spostate da una parte all’altra dell’isola e vendute da un padrone all’altro: la vita comunitaria veniva stravolta, i carichi di lavoro erano eccesivi poiché gli europei temevano di perdere i propri schiavi, che venivano inoltre maltrattati. Le donne venivano costrette al concubinato e non potevano riprodursi con i loro connazionali. Gli indios tentavano la fuga nella selva, un ambiente ostile e sconosciuto: la loro sopravvivenza diventava così ancora più precaria, aumentavano i suicidi oppure si ribellavano, andando incontro alla morte per le violenze.

Più che le epidemie, è stato lo sradicamento economico e sociale a provocare l’alta mortalità e la ridotta fecondità: la distruzione dei modi tradizionali di produzione fu mortale per una società basata su un’economia id sussistenza e non abituata all’accumulazione. Sebbene prima del 1500 vivessero poche centinaia di spagnoli sull’isola, le loro esigenze per quanto riguarda il cibo, il lavoro e i servizi furono un peso schiacciante per la relativamente piccola comunità indigena. Il fenomeno della Peste nera di cui abbiamo parlato in questo articolo dimostra che gli esseri umani sono straordinariamente resistenti alle epidemie e hanno una notevole capacità di ripresa; se gli indios si sono estinti, la causa non può essere individuata solo nelle epidemie.

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Tra il 1500 e il 1870, data in cui la tratta degli schiavi fu abolita, 9,5 milioni di africani furono deportati in America. Coloro che raggiungevano il territorio americano erano i superstiti di un numero molto maggiore di schiavi razziati nei loro villaggi e morti durante i trasferimenti, nei depositi in attesa dell’imbarco o durante la traversata oceanica. Il traffico coinvolgeva soprattutto individui giovani, più uomini che donne, in età riproduttiva. Il fenomeno colpì soprattutto l’Africa occidentale e si combinò con la tratta diretta verso Nord e Oriente, lungo le vie tracciate dai mercanti arabi, i cui effetti sulle popolazioni indigene devono ancora essere studiati.

Il fenomeno non ha avuto conseguenze negative sulla popolazione africana in quanto la sottrazione forzosa di ingenti risorse umane avrebbe migliorato le prospettive di sopravvivenza delle popolazioni vittime della tratta e aumentato il livello di vita. Vi sono segnali tuttavia che le popolazioni tributarie di schiavi subissero un ristagno se non un declino nel XVIII secolo, quando fu più intenso il traffico.

E’ problematico studiare gli effetti sulle popolazioni di origine in quanto scarseggiano le fonti scritte, tuttavia possediamo una discreta documentazione per quanto riguarda il Nuovo Mondo. In Brasile e soprattutto nei Caraibi, che assorbirono la maggioranza del flusso di schiavi, il sistema demografico della schiavitù si manteneva solo grazie ad una sostenuta e continua importazione di nuove leve che compensavano la mortalità elevatissima e la bassa riproduttività. Negli Stati Uniti la riproduttività degli schiavi era molto alta e ammontava a circa 8 figli per donna, l’età media al primo concepimento era inferiore ai 20 anni e la durata dell’allattamento e gli intervalli tra le nascite erano più corti rispetto all’Africa. Il sistema non interferiva con le unioni e la loro stabilità sebbene non pochi fossero gli ostacoli, ma la mortalità era comunque più bassa rispetto al Sud America.

Le ragioni della tragedia africana nel Caraibi e in Brasile, ove erano destinate sei navi negriere su sette, sono dovute alla perdita della libertà, alla modalità della cattura e del trasporto, al lavoro massacrante nelle piantagioni di zucchero, al difficile adattamento climatico e alimentare per persone provenienti da un altro continente. Per alcune isole dei Caraibi la riproduttività era inferiore rispetto agli Stati Uniti perché le unioni erano meno frequenti, gli intervalli tra i parti più lunghi, la durata del periodo riproduttivo minore, la mortalità elevatissima.

La mortalità era dovuta non solo ai massacranti cicli di lavoro (i padroni volevano ricavare il massimo da ogni schiavo nel minor numero di anni), ma anche alla scarsità di igiene e all’inadeguatezza delle cure per i malati e gli inabili. Era inoltre scoraggiata la solidarietà familiare e comunitaria ed erano rari i contatti tra schiavi di piantagioni diverse. I padroni delle piantagioni, i viaggiatori e religiosi lamentavano la scarsità delle nascite. Le capacità di sopravvivenza e di riproduzione erano compromesse non solo dal regime di durissimo lavoro, ma anche dagli ostacoli posti alle unioni, infatti alcuni signori si opponevano ai matrimoni tra schiavi. Erano ammesse unioni libere e occasionali, ma non incoraggiavano o addirittura ostacolavano il matrimonio, anche perché le donne non avevano il tempo per allevare i propri figli e il latte era insufficiente. Era infine più conveniente acquistare a basso prezzo nuovi schiavi piuttosto che incoraggiarne la riproduzione. Molte donne inoltre erano trattate come concubine, per cui nascevano mulatti anziché africani e la formazione di coppie tra schiavi era limitata dall’assenza di contatti tra piantagioni diverse. La poligamia diffusa tra gli africani infine era un ulteriore ostacolo.

Dall’analisi di tali fenomeni si evince che l’azione dell’uomo su un altro uomo è più mortale di qualunque epidemia: possiamo resistere ai virus e ai microbi, ma non alla crudeltà dei nostri simili.

FONTI:

Storia minima della popolazione del mondo, Massimo Livi Bacci, il Mulino, 2016

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