La Peste nera: uno sguardo alla popolazione ma non solo


Abbiamo letto della Peste nera nel Decameron di Boccaccio, ne abbiamo ammirato le macabre rappresentazioni affrescate o miniate o semplicemente abbiamo studiato il più oscuro periodo del Medioevo tra i banchi di scuola. Vediamo ora cosa è accaduto all’epoca, ponendo particolare attenzione all’aspetto demografico.

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Per parlare del crollo demografico del 1348, è necessario fare un passo indietro, all’Annus Domini 1000, quando iniziò una fase di crescita della popolazione che durò trecento anni. Nonostante le testimonianze al riguardo siano scarse, possiamo ugualmente osservare il fenomeno: si moltiplicarono gli insediamenti umani, vennero fondate nuove città, quelle preesistenti si ripopolarono e vennero coltivate nuove terre, comprese quelle meno fertili.

Verso la fine del XIII secolo e i primi decenni del XIV, era evidente che tale crescita vertiginosa si stava esaurendo: le crisi erano più frequenti, l’espansione di città e villaggi si arrestò, la popolazione ristagnava. Le cause erano indubbiamente l’esaurimento delle terre migliori e l’arresto del progresso tecnico, che comportò una decrescita dell’economia agricola, oltre a carestie più frequenti dovute a un clima sfavorevole. Si sarebbe potuto trattare solo di un periodo transitorio prima di una nuova crescita demografica, se non fosse che si verificò un evento catastrofico che ridusse la popolazione di un terzo tra il 1340 e il 1400, con un’ulteriore diminuzione prima della metà del secolo successivo: la Peste nera. La popolazione sarebbe tornata ai livelli antecedenti solo verso la metà del XVI secolo.

Non era la prima volta che la peste colpiva l’Europa: si era infatti scatenata un’epidemia anche all’epoca di Giustiniano. Nel settembre 1347 sbarcarono a Messina alcune navi genovesi provenienti dal mar Nero, ove infuriava la peste, interrompendo secoli di pace batteriologica. Nell’arco di quattro o cinque anni, il morbo si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa e fu solo la prima ondata di epidemie cicliche, sebbene queste si presentarono con un’intensità inferiore.

Il bacillo responsabile della peste si chiama Yersinia pestis e si trasmette mediante la pulce parassita dei topi; l’insetto è immune al bacillo, ma infetta il topo (e l’uomo) mediante il suo morso. Quando l’ospite muore, la pulce si trasferisce su un altro topo o su un’altra persona, diffondendo il morbo. La trasmissione nel Medioevo avveniva soprattutto mediante il trasporto di merci contenti pulci e topi infetti come vestiario, oggetti personali o derrate alimentari.

La trasmissione avviene per via cutanea e ha un’incubazione di 1-6 giorni, il morso della pulce provoca la formazione di bubboni, che sarebbero il rigonfiamento delle ghiandole linfatiche del collo, delle ascelle, dell’inguine. I sintomi sono febbre alta, stato comatoso, insufficienza cardiaca, infiammazione degli organi interni.

Coloro che contraggono il morbo e guariscono acquisiscono un’immunità solo temporanea perciò il morbo avrebbe potuto provocare lo sterminio della popolazione, ma fortunatamente ciò non si verificò. E’ possibile che il susseguirsi delle ondate di peste abbia provocato però la nascita di individui per qualche ragione più resistenti.

L’epidemia cambiò radicalmente la struttura demografica dell’Europa: le città furono svuotate, molti villaggi furono abbandonati e le campagne divennero deserte. La scarsità di mano d’opera dovuta ai numerosi decessi fece alzare i salari e l’abbondanza di terre abbandonate disponibili fece scendere i prezzi delle derrate, pertanto ci furono delle conseguenze positive per i pochi rimasti.

La peste colpì con uguale violenza in città e in campagna. Furono poche le terre talmente isolate da non essere colpite, in quanto il morbo si diffondeva con il commercio e dunque ha colpito quasi ogni territorio d’Europa. Le precauzioni prese dalla popolazione erano poche ed elementari: l’isolamento degli infetti e dei sospetti e la chiusura delle loro case; non si conosceva una cura, pertanto il destino per la maggior parte dei malati era la morte, dai 2/3 ai 4/5 dei contagiati perivano…

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Nel breve periodo, l’epidemia comportò una diminuzione dei concepimenti, delle nascite e dei matrimoni per scelta, per necessità e per motivi psico-biologici; ciò accentuò l’azione negativa dell’epidemia. L’alta mortalità inoltre disgregò i nuclei famigliari. Al termine della crisi, si celebrarono i matrimoni rinviati, i vedovi si risposarono, riprese la fecondità delle coppie con un conseguente aumento della natalità. Il saldo tra nascite e morti migliorò e i vuoti vennero parzialmente riempiti.

La Peste nera è sicuramente stata una tragedia, però è anche la prova di quanto può essere resistente la razza umana nei confronti di un’epidemia: il morbo ci ha decimato, ma non ha provocato la nostra estinzione. Per provocare l’estinzione di un popolo non è dunque sufficiente una malattia incurabile, è necessaria la presenza di più fattori. Di questo parleremo nel prossimo articolo…

 

FONTI:

Storia minima della popolazione del mondo, Massimo Livi Bacci, il Mulino, 2016

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