Il segreto. Il mio primo racconto fantasy


brown wolf
Photo by Steve on Pexels.com

La Taverna del viandante è illuminata dallo scoppiettante fuoco del camino e dagli ultimi raggi del sole rosso fuoco che scompaiono dietro le colline, le luci delle candele illuminano debolmente i tavolacci scheggiati dai coltelli degli avventurieri, ma sono più che altro un ornamento. L’odore di cibo e di alcool è fastidioso per un olfatto sensibile come il mio, ma riesco fortunatamente a mantenere il controllo e a sorridere composta. Aspetto seduta presso il bancone, giocherellando con i lacci del corsetto del mio vestito migliore, quello che indosso sempre durante le feste del villaggio, e mi specchio nel vetro della finestra. Nel riflesso opaco sono ben evidenti i miei riccioli fissati col ferro caldo, nessuno può sospettare che una fanciulla così ben acconciata nasconda un pugnale negli stivali. Sto sorseggiando qualche sorso di sidro quando lui entra, facendo tintinnare i campanellini agganciati alla porta e facendo entrare un gelido alito di vento invernale. Le mie narici percepiscono odore di neve e di fango, ma cerco di dissimulare il mio interesse per gli odori della natura.

Si chiama Azawakh e mi sono perdutamente innamorata di lui: è alto e ha il fisico possente della razza umana, in contrasto con le orecchie a punta della stirpe dei mezzelfi. Porta i riccioli neri lunghi fino alle spalle e la barba scura non è mai rasata di fresco, ma se le sue guance fossero glabre assomiglierebbe troppo ad un elfo, una razza che non ho mai trovato attraente. Il naso è deviato verso destra, la voce baritonale è cavernosa e seducente, il petto villoso è attraversato da una ferita di guerra, un particolare che conosco solamente io in quanto abbiamo fatto l’amore più e più volte, dietro la Cascata delle delizie. Porta sempre una spada forgiata dai nani nel fodero e un arco elfico in spalla, ma io trovo molto più attraente il suo cervello e il suo cuore da poeta. Quando questa guerra finirà, potrà finalmente abbandonare la vita del soldato per dedicarsi alla carriera del bardo.

<Mia dolce Gabrielle, che la Dea vi protegga. Sono giunto appena ho potuto. > adoro il suo accento mezzelfico e i modi cavallereschi.

<Azawakh, mio amato!> gli corro incontro e lo abbraccio, indugiando sulle spalle forti e sulle braccia robuste. Affondo il naso nella barba incolta, lasciando che mi punga le guance e che l’odore del suo sudore stuzzichi le mie narici. < Vi prego di seguirmi. Scegliamo un tavolo appartato.>

Afferro la mia caraffa di sidro e la sua mancina callosa, la mano di un contadino, poi lo conduco attraverso la sala sino al tavolino più isolato, lontano da tutti, con un’incantevole vista sulle luci del villaggio che si stanno accendendo per contrastare il buio della notte. Mentre attraverso la sala urto non pochi clienti, soprattutto quelli che si agitano sul posto o sono seduti scompostamente, intenti in animate conversazioni o in una partita a dadi. Chiedo perdono a tutti, con un filo di voce. Finalmente ci sediamo, accavallo le gambe sotto l’ampia gonna del vestito della festa e giocherello con l’anello che mi ha regalato mio padre prima di morire. Lui mi guarda senza dire nulla, sembra preoccupato.

<Vedete, amore mio, devo confessarvi una cosa. Ve l’ho tenuta nascosta perché… bè… perché non sono informazioni che rivelo agli sconosciuti, ma ormai ci frequentiamo da un mese ed io non voglio avere segreti con voi.>

L’ostessa si avvicina trotterellando nel suo grembiule ricamato con grossi fiori gialli. < Messere, desiderate una birra? Vedo che la signorina ha già ordinato…>

<Oh, grazie, della birra nanica> sembra confuso mentre risponde all’ostessa: si guarda intorno e giocherella con il posacenere in ferro battuto, realizzato dai nani. Attende che la donna trascriva l’ordinazione con un certo nervosismo, senza dire nulla. Finalmente l’ostessa si allontana e noi possiamo riprendere la conversazione.

< Non capisco, amore, ma non temete: nulla può incrinare ciò che provo per voi> Mentre mi risponde, mi accarezza un ricciolo facendomi rabbrividire.

Lo guardo di nuovo mentre lui guarda me e tra noi cresce una certa tensione. Attendo in silenzio per alcuni istanti, poi mi schiarisco la voce. E’ arrivato il momento di sputare il rospo. < Sono malata > Lo disco con indifferenza, ostentando anche una certa sicurezza, eppure dentro di me si agita una certa inquietudine. Guardo fuori dalla finestra, dove uno di quei fuochi accesi in lontananza riscalda la mia abitazione: sono ancora in tempo per alzarmi e allontanarmi di corsa.

<Sembrate sana come un pesce… > mi afferra una mano e me la bacia. Come posso rivelargli il mio segreto se mi tratta così bene?

<No, non sono sana. Non avete notato qualcosa di strano in me? > ora il mio fastidio è evidente, il mio atteggiamento tradisce anche una certa inquietudine. Sento il sangue pulsare alle tempie, ma per ora so che è tutto sotto controllo: le mie emozioni sono ancora umane.

Inspiro profondamente e le mie delicate narici vengono colpite dall’odore del luppolo e del malto della birra dei nani. Subito dopo compare l’ostessa sorridente, con una caraffa in bilico sul vassoio. Azawakh estrae da un sacchetto di cuoio alcune monete e le porge all’ostessa, poi afferra la caraffa e la appoggia sul tavolo con un piccolo tonfo. Beve un lungo sorso energico, poi mi risponde:

<Qualcosa di strano? Ma voi siete tutta strana, io vi amo per questo… >

<Non trovate strano che io sia così sensibile agli odori? Che riesca a fiutare i funghi meglio di un cane da tartufo?>

Lui scoppia a ridere e mi afferra una mano. La sua dolcezza rende tutto molto più difficile. < Anche io sono sensibile agli odori, merito del sangue elfico! Sarete una mezzelfetta anche voi, da parte di qualche trisavolo. >

Scuoto la testa, facendo tremolare i riccioli. < E non avete notato che ho un carattere lunatico, irascibile, impetuoso e… sì… anche un po’ iroso?>

Lui annuisce continuando a ridere. < Certo, avete la furia di un troll, ma io vi adoro proprio per questo. Credo sia proprio la ragione per cui siete così focosa a letto. > Mi strizza un occhio con aria maliziosa, con quell’espressione che adoro.

<Davvero non vi turba il fatto di stare con una che deve praticare la meditazione per riuscire mantenere la calma? > lo chiedo con la voce tremante e stringendo i pugni sotto il tavolo.

<No, non mi ha mai dato fastidio. Anche i druidi meditano>

<E la tisana che bevo quotidianamente? Nemmeno quella vi ha turbato? >

<Insomma, Gabrielle, cosa ci posso fare se siete sempre assetata?>

E’ spazientito, ma le sue sopracciglia folte sono aggrottate e appare piuttosto agitato. Ho superato il punto di non ritorno, ormai posso solo avanzare. Un’avanzata verso la distruzione.

<La tisana serve per impedire che io mi trasformi quando mi arrabbio. Non è una tisana, è la pozione che una strega mi vende in cambio dei miei servigi. >

<Mai fare accordi con una strega! Ma trasformarvi in cosa, amore mio?>

Improvvisamente sento le tempie pulsare e il sangue affluire al cervello e agli occhi iniettati di sangue, mentre percepisco i peli ispidi crescere sotto la pelle. Mi si spezza il respiro in gola e inizio a singhiozzare, ma non mi faccio sopraffare da tale sgradevole sensazione e subito la mano corre alla scarsella, dove conservo una borraccia di “tisana”. La stappo e bevo un lungo sorso della sostanza, come la lingua entra a contatto con il liquido amaro la tachicardia cessa, i peli scompaiono e il respiro torna regolare. Nel corso della trasformazione, grazie all’esperienza, il mio volto è rimasto impassibile perciò nessuno intorno a noi si è accorto di qualcosa, ma Azawakh è troppo vicino.

<Cosa succede? > domanda allarmato.

<La tua cecità mi ha fatto arrabbiare e mi stavo… >

Non faccio in tempo a finire la frase che l’ostessa si avvicina e con tono risentito mi rimprovera: < Qui non si possono consumare bevande provenienti da fuori, cara. > Incrocia le braccia grassocce al petto e mi guarda severa.

Sospiro: < E’ una medicina, milady >

<In questo caso siete perdonata. Buona continuazione. Prendete un biscottino, offre la casa> Prima di allontanarsi, appoggia sul tavolaccio della taverna un biscotto di cioccolato dall’aria piuttosto secca, ma probabilmente ancora gustoso.

Azawakh è serio in viso: la mascella è contratta, le braccia sono incrociate al petto e si mantiene a distanza da me come se avessi il vaiolo. < Gabrielle… > farfuglia senza sapere cosa dire.

<Infine, amor mio, non avete trovato sospetto che una volta al mese sparisco per un’intera settimana? In corrispondenza con il plenilunio?>

Azawakh non risponde ma so che ha capito, perché ha iniziato a mordicchiarsi il labbro inferiore e strabuzza gli occhi con aria incredula mentre arretra sulla sedia. Continuo a parlare, non senza sospirare rassegnata. <Sono un licantropo, Azawakh, ma sono perfettamente in grado di controllarmi e non ho mai ucciso nessuno. La mia prima trasformazione, quando ero bambina, è stata pericolosa perché non sapevo gestire il problema. Mio padre è stato costretto a ferirmi per impedirmi di uccidere mio fratello. E’ stato in quella circostanza che mi ha inflitto la ferita che mi deturpa il braccio. Ma ora riesco a vivere una vita tranquilla e non faccio male a nessuno. I licantropi sono discriminati, ma sono certa che riusciremo a vivere una vita felice insieme, come abbiamo progettato. Non ho scelto io questa vita, è tutta colpa di un lupo che mi ha morso quando ero piccola. Vi prego, Azawakh, non lasciatemi!>

Ho parlato senza interruzioni e senza prender fiato, con calma e serietà. Bevo per sicurezza un sorso di tisana, ma so che non mi serve perché il battito cardiaco è regolare e il respiro leggero. Azawakh non dice nulla, si inumidisce le labbra e si torce nervosamente le mani, mentre un rivolo di sudore gli imperla la fronte. Si alza in piedi strascicando la sedia sul pavimento di pietra.

<Ho bisogno di prendere aria, mi faccio vivo io > si volta e si avvia verso l’uscita, mentre capisco che è l’ultima volta che parlo con lui in qualità di sua fidanzata.

Sento le lacrime inumidirmi le ciglia e il battito cardiaco accelerare, mentre riconosco quella situazione familiare bevo un sorso di tisana, ma l’intruglio non può nulla contro un’emozione così violenta. Esco dal locale correndo, sotto lo sguardo incredulo dell’ostessa e in un attimo sono in mezzo alla strada buia, illuminata solo dalle lanterne della sera. Sento le vertebre del coccige premere e deformarsi: mi sta spuntando la coda, ma per fortuna l’ampia gonna del vestito nasconde la mutazione. Vedo in lontananza gli alberi della foresta mentre il muso si allunga e i baffi mi pungono la punta del naso. I licantropi sono molto più veloci degli umani, perciò in un attimo sono presso il limitare del bosco,nascosta tra gli arbusti. Mi accovaccio dietro un cespuglio e trattenendo il respiro mi tolgo i vestiti. Penso al mio bellissimo abito buono abbandonato nella neve e sento la rabbia crescere dentro di me e accelerare la trasformazione, ormai il mio corpo è ricoperto di peli neri, non ho più i pollici opponibili e i canini hanno assunto una forma ferina. La mutazione è molto dolorosa poiché si sente ogni cellula del proprio corpo cambiare, tuttavia sono abituata a quella sensazione e la accolgo senza oppormi, liberando la rabbia e il risentimento che invece mi opprimono. Sono nuda nella neve e le mie zampe pelose premono contro il ghiaccio, ma non sento freddo: respiro i profumi del bosco inebriata e mi abbandono alla rabbia ululando il mio dolore alla luna appena sorta.

Non importa quanto i miei pensieri siano animaleschi e brutali, sono i pensieri di un lupo e sono bellissimi, mi fanno sentire libera. Inizio a correre verso il cuore della foresta, verso la libertà, dove nessuno ha paura di me e mi sento parte di qualcosa: gli animali sono il mio cibo ma anche i miei fratelli, le piante sono il mio riparo dalle intemperie e le stelle le mie compagne nella solitudine. Certe volte vorrei essere un lupo per sempre.

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