“La tempesta” di Shakespeare in biblioteca al Teatro Sociale di Como


Questo articolo è stato pubblicato su Modulazioni Temporali.

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Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

E se la storia de “La Tempesta” di Shakespeare fosse un sogno di un Prospero misantropo, che vive rinchiuso nella propria biblioteca? È ciò che ha immaginato il regista Luca de Fusco, mettendo in scena la traduzione di Gianni Garrera. Secondo René Girard, “La natura immaginaria della vendetta di Prospero appare con evidenza alla fine dell’opera, nell’assenza stessa di una conclusione”.

La scenografia è infatti un’imponente biblioteca animata da sapienti giochi di proiezione che la deformano, la animano, la fanno scomparire, la trasformano in un cielo stellato o la arricchiscono con alcuni dei più celebri dipinti della storia dell’arte, talvolta animati. Una biblioteca in cui si aprono passaggi segreti dietro gli scaffali, provvista di finestre da cui si affacciano gli attori e con una pedana scorrevole che muove oggetti e personaggi. I libri sono i grandi protagonisti: pile di volumi si trasformano in sgabelli su cui sedersi o dietro i quali nascondersi e le pagine strappate sono oggetti di scena con cui Miranda e Ferdinando giocano a tennis, oppure la lettura scandisce la recitazione della corte del re di Napoli.

Eros Pagni è un Prospero burbero, petulante, atono e perennemente imbronciato, il suo stile recitativo è serio, pacato, misurato, estraneo alle manifestazioni di emozioni eccessive. Nel monologo in cui Prospero racconta a Miranda come sono giunti sull’isola c’è stata qualche incertezza, ma lo spettacolo è riuscito ugualmente perché Pagni ha subito preso in mano la situazione. Il regista rivela che il Prospero da lui immaginato è in realtà suo padre, Renato De Fusco, celebre storico dell’architettura, che nelle sue opere ha descritto palazzi che in realtà non ha mai visto.

Ariel e Calibano in questo spettacolo sono due personaggi speculari: entrambi indossano i costumi di un maggiordomo in quanto sono i servitori di Prospero, ma il primo è civilizzato, ordinato, impeccabile ed educato, il secondo è invece selvaggio, vestito di stracci, rude, istintivo. Entrambi sono interpretati da Gaia Aprea, che per l’occasione ha camuffato il proprio viso indossando la maschera di un vecchio e una parrucca canuta. Quando interpreta Ariel, la sua voce è acuta, femminea e gentile, mentre i suoi modi sono quelli di un impeccabile gentlemen; Calibano ha invece una voce bassa e rauca e cammina ricurvo su un bastone. Luca De Fusco paragona tali personaggi a Jekyll e Hyde proprio perché sono l’uno l’alter ego dell’altro. Miranda e Ferdinando sono due adolescenti vestiti con abiti chiari. Il loro amore è innocente: De Fusco non ha immaginato per loro slanci di passione o un erotico contatto fisico. Calibano tenta di prendere il potere mettendosi al servizio di due individui, uno dei quali parla in napoletano: la Campania è una terra molto importante per questa rappresentazione, che è una produzione del Teatro Stabile di Napoli; inoltre la Prima è andata in scena al Teatro Grande di Pompei dal 20 al 22 giugno 2019. È difficile comprendere le parole del Bardo tradotte in Napoletano, tuttavia la comica mimica degli attori aiuta a comprendere il testo. Un ruolo molto importante è svolto dalla musica, in quanto molti degli incantesimi di Ariel e Prospero vengono compiuti proprio attraverso il canto; alcuni monologhi sono stati cantati e musicati, creando dei piacevoli intermezzi musicali. Il personaggio di Giunone, interpretato da Alessandra Pacifico Griffini, è una Marilyn Monroe che attraversa la platea cantando e ancheggiando.

I costumi appartengono alle epoche più disparate della cultura occidentale: Miranda e Ferdinando sono due adolescenti dei nostri giorni, Prospero e Ariel sono due distinti signori di metà Novecento, il re di Napoli indossa un costume del XVIII secolo, alla sua corte troviamo personaggi sia in abiti moderni, sia medievali. Si tratta di citazioni della cultura Europea, l’unica esperienza che il Prospero misantropo e agorafobico – immaginato dal regista – abbia mai avuto nella sua vita, consumata nella sua biblioteca.

Valeria Vite

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