“La città vecchia”, tra De Andrè, Umberto Saba, Georges Brassens, Jacques Prévert


 

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Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “Micio bello e bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, e giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

Le opere d’arte si rincorrono in un susseguirsi di citazioni, allusioni ed omaggi agli autori più vari. E’ il caso di La città vecchia di Fabrizio De Andrè, uscita nei negozi non solo come 45 giri, ma anche in Tutto Fabrizio De Andrè, una raccolta del 1966. La canzone si ispira chiaramente a Città vecchia di Umberto Saba, di cui riportiamo il testo integrale:

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

La poesia appartiene alla sezione Trieste e una donna del primo volume del Canzoniere. La città di cui parla Saba è Trieste, una città di mare come la Genova di De Andrè e i cui quartieri poveri non sono dissimili da quelli del capoluogo ligure. L’opera è composta da versi liberi prevalentemente endecasillabi, in cui compaiono diverse rime che non seguono alcuno schema. La struttura è meno regolare rispetto alla canzone di De Andrè, che risulta più musicale grazie alle rime baciate e alla suddivisione in quartine.

Saba privilegia una poesia umile, caratterizzata da un linguaggio che sembra essere quotidiano e che punta all’asprezza. Si pensi alle parole, non certo poeticissime come quelle apprezzate da Leopardi, quali pozzanghera e friggitore, che costituisce una rima apparentemente semplice e persino banale con amore e dolore; la parola bega è addirittura colloquiale e appartiene ad un gergo regionale. De Andrè inserisce sia termini elevati come il nome della dea Giunone (sebbene si tratti di un’imprecazione), sia espressioni appartenenti al gergo delle prostitute, per esempio micio bello e bamboccione. Il lessico utilizzato originariamente dal cantautore genovese era più basso rispetto a quello di Saba in quanto i versi “Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia/ quella che di notte stabilisce il prezzo della tua gioia” sono stati censurati prima della pubblicazione del brano e il cantautore è stato costretto a correggerli.

Il tema della poesia è il medesimo della canzone: la città vecchia è un quartiere popolato dagli ultimi, che nonostante tutto sono comunque creature di Dio. Nei bassifondi di Trieste troviamo sia i clienti delle osterie e le prostitute di De Andrè, sia personaggi differenti, come i marinai, i vecchi che bestemmiano e le donne urlanti. A differenza della canzone tuttavia il poeta è un personaggio della sua poesia, che parla in prima persona, si aggira per i vicoli della città di mare e prova delle sensazioni di empatia e partecipazione nei confronti dei personaggi che incontra.

I versi iniziali della canzone di De Andrè sono una citazione di Jacques Prévert (“Le soleil du bon Dieu ne brill’pas de notr’ côté / Il a bien trop à faire dans les riches quartiers”). Ecco il testo integrale e la relativa traduzione, su cui non dovete fare eccessivo affidamento poiché il mio francese è pessimo. Il titolo Embrasse-moi (Baciami), ci annuncia che il tema è radicalmente differente: l’opera racconta una storia d’amore.

C’était dans un quartier de la ville lumière
Era in un quartiere della città leggera
Où il fait toujours noir où il n’y a jamais d’air
Dove è sempre buio e non c’è mai aria
Et l’hiver comme l’été là c’est toujours l’hiver
E d’inverno come d’estate è sempre inverno
Elle était dans l’escalier
Lei era sulle scale
Lui à côté d’elle elle à côté de lui
Lui accanto a lei e lei accanto a lui
C’était la nuit
C’era la notte
Ça sentait le souffre
Qui sentivi lo zolfo
Car on avait tué des punaises dans l’après-midi
Perché avevano ucciso le cimici nel pomeriggio
Et elle lui disait
E lei diceva a lui
Ici il fait noir
Qui è buio
Il n’y a pas d’air
Non c’è aria
L’hiver comme l’été c’est toujours l’hiver
D’inverno come d’estate è sempre inverno
Le soleil du bon dieu ne brill’ pas de notr’ côté
Il sole del buon dio non brilla al nostro fianco
Il a bien trop à faire dans les riches quartiers
Ha troppo da fare nei quartieri ricchi
Serre-moi dans tes bras
Stringimi tra le tue braccia
Embrasse-moi
Baciami
Embrasse-moi longtemps
Baciami a lungo
Embrasse-moi
Baciami
Plus tard il sera trop tard
Più tardi sarà troppo tardi
Notre vie c’est maintenant
La nostra vita è ora
Ici on crèv’ de tout
Qui si crepa di tutto
De chaud et de froid
Di caldo e di freddo
On gèle on étouffe
Si gela e si soffoca
On n’a pas d’air
Non c’è aria
Si tu cessais de m’embrasser
Se tu smetti di baciarmi
Il me semble que j’mourais étouffée
Mi sembra di morire soffocata
T’as quinze ans j’en ai quinze
Hai quindici anni io ho quindici anni
A nous deux on a trente
Insieme ne abbiamo trenta
A trente ans on n’est plus des enfants
A trent’anni non si è più dei bambini
On a bien l’âge de travailler
Abbiamo bene l’età di lavorare
On a bien celui de s’embrasser
Abbiamo bene quella [l’età] di abbracciarci
Plus tard il sera trop tard
Più tardi sarà troppo tardi
Notre vie c’est maintenant
La nostra vita è ora
Embrasse-moi !
Baciami!

Il testo non è suddiviso in strofe e i versi sono liberi, tuttavia compaiono delle rime baciate. Anche Embrasse-moi è una canzone musicata, ma non ha il ritmo cadenzato di una mazurca come l’opera di De Andrè e lo squallore dei quartieri del popolo non è evidente dalla misera vita delle persone: gli ambienti sono squallidi e malsani al punto da rendere la vita impossibile. L’unica possibilità di avere una vita dignitosa per i quindicenni protagonisti della canzone è amarsi, abbracciarsi e baciarsi per le vie del quartiere, una via di salvezza che Saba e De Andrè non hanno voluto immaginare per i protagonisti delle loro opere.

La melodia della canzone è ispirata a Le bistrot di Brassens, che parla di un’osteria dei quartieri bassi di Parigi: la capitale francese non è una città di mare, ma la povertà ha sempre lo stesso volto. Il testo ha poco in comune con La città vecchia perché in questo caso i bassifondi assumono una sorta di fascino in quanto sono abitati da una splendida donna, ci teniamo tuttavia a riportarlo qui sotto.

Dans un coin pourri

Du pauvre Paris,

Sur un’ place,

L’est un vieux bistrot

Tenu pas un gros

Dégueulasse.

 

Si t’as le bec fin,

S’il te faut du vin

D’ premièr’ classe,

Va boire à Passy,

Le nectar d’ici

Te dépasse.

 

Mais si t’as l’ gosier

Qu’une armur’ d’acier

Matelasse,

Goûte à ce velours,

Ce petit bleu lourd

De menaces.

 

Tu trouveras là

La fin’ fleur de la

Populace,

Tous les marmiteux,

Les calamiteux,

De la place.

 

Qui viennent en rang,

Comme les harengs,

Voir en face

La bell’ du bistrot,

La femme à ce gros

Dégueulasse.

 

Que je boive à fond

L’eau de tout’s les fon-

tain’s Wallace,

Si, dès aujourd’hui,

Tu n’es pas séduit

Par la grâce.

 

De cett’ joli’ fé’

Qui, d’un bouge, a fait

Un palace.

Avec ses appas,

Du haut jusqu’en bas,

Bien en place.

 

Ces trésors exquis,

Qui les embrass’, qui

Les enlace ?

Vraiment, c’en est trop !

Tout ça pour ce gros

Dégueulasse !

 

C’est injuste et fou,

Mais que voulez-vous

Qu’on y fasse ?

L’amour se fait vieux,

Il a plus les yeux

Bien en face.

 

Si tu fais ta cour,

Tâch’ que tes discours

Ne l’agacent.

Sois poli, mon gars,

Pas de geste ou ga-

re à la casse.

 

Car sa main qui claqu’,

Punit d’un flic-flac

Les audaces.

Certes, il n’est pas né

Qui mettra le nez

Dans sa tasse.

 

Pas né, le chanceux

Qui dégèl’ra ce

Bloc de glace.

Qui fera dans l’ dos

Les corne’ à ce gros

Dégueulasse.

 

Dans un coin pourri

Du pauvre Paris,

Sur un’ place,

Une espèc’ de fé’,

D’un vieux bouge, a fait

Un palace.

 

Ho trovato molto difficile tradurre questa canzone poiché il lessico è più ricercato, pertanto ho letto la traduzione qui. La canzone è composta da sestine con schema ritmico AABCCB. Vi prego, non chiedetemi di fare la divisione in sillabe di un testo poetico in francese perché non ne ho le capacità, tuttavia ascoltando la canzone mi pare di percepire uno schema ritmico ricorrente. Il verso Tu trouveras là è identico al verso della canzone di De Andrè Li troverai là col tempo che fa estate e inverno. Nella canzone francese compare il contrasto tra i quartieri poveri e i quartieri ricchi, dove si beve un vino migliore; De Andrè paragona i benestanti con i miserabili criticando l’ipocrita morale borghese attraverso il personaggio del professore e l’affermazione dell’ultima strofa, che rivela la morale della canzone.

 

FONTI:

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2 risposte a ““La città vecchia”, tra De Andrè, Umberto Saba, Georges Brassens, Jacques Prévert”

  1. che analisi! Complimenti Valivi…davvero interessante…

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