Solitudine


woman wearing grey long sleeved top photography
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L’oroscopo dice che gli acquari privilegiano l’amicizia all’amore, sono i migliori amici dello zodiaco. Nel caso di Eveline, era vero: la ragazza non aveva mai versato una lacrima per un uomo, mentre era caduta in depressione per tre volte a causa di un’amica. Aveva portato il lutto per la fine dell’amicizia con Marta in terza media, aveva pianto per il litigio con Eva in quinta superiore e aveva sofferto per Maria solo qualche anno prima, ma fortunatamente avevano fatto pace; aveva scaricato invece Lorenzo senza un lamento, maledicendo soltanto le carenze affettive e sessuali che ciò aveva comportato.

Ora se ne restava seduta sul letto sfatto a gambe incrociate, fissando sul display del cellulare il simbolo della cornetta verde sotto il nome di Maria. Sollevò il dito per premere il pulsante, ma rapida lo allontanò dopo pochi istanti. Sospirò e guardò fuori dalla finestra; il cane del vicino stava sonnecchiando vicino al cancelletto, con un occhio socchiuso puntato sulla strada.

Eveline era una persona razionale, sapeva dare il giusto peso alle varie relazioni della sua vita, eppure aveva sempre trattato le sue amiche come se fossero parenti perché aveva bisogno di una donna vicino, una ragazza con cui condividere. Ma condividere cosa? Il sostantivo simpatia ha un’etimologia bellissima: deriva dl greco, da syn, che significa insieme, e pathos, vale a dire affezione e sentimento. Simpatia significa provare sentimenti insieme e lei voleva un’amica che fosse simpatica nel senso più arcaico del termine.

Maria era stata scelta con cura per provare questa simpatia: era intelligente, spiritosa, colta, determinata, adorabilmente testarda, saggia, divertente e persino carina, ma Eveline le avrebbe voluto bene anche se fosse stata uno scorfano. Maria era perfetta, ma non era interessata a salire sul piedistallo che Evelin aveva preparato per lei con tanto amore: Maria voleva avere tanti amici da riempirci uno stadio e uscire ogni sera con una persona diversa, perciò non poteva dedicare troppo tempo a poche persone selezionate, figuriamoci ad una sola amica.

Eveline aveva tanti bei ricordi di Maria. Una volta erano andate a fare shopping insieme e Maria sembrava una regina mentre camminava assorta e avvolta nel suo coloratissimo cappotto della Desigual, un capo elegante ma originale che Eveline invidiava. Mentre studiava i vestiti, Maria arricciava adorabilmente il labbro inferiore e la ragazza la osservava di nascosto incantata, ignorando la merce esposta per la prima volta in vita sua. Eveline le aveva consigliato di comprare un paio di jeans strappati e un paio di scarpe col tacco da sera, che slanciavano le lunghe gambe di Maria, poi erano andate insieme a mangiare un kebab dal pizzaiolo egiziano in fondo alla via principale. .

Una sera erano andate insieme al concerto di un gruppo sconosciuto di cui avevano dimenticato il nome e avevano saltato e ballato a tempo, tenendosi per mano e urlando a squarciagola. Maria aveva una manina piccola, sottile e affusolata, che si perdeva nella mano più robusta di Eveline come quella di una bambina; Eveline aveva stretto quella mano tutto il tempo, studiandone la consistenza come se non lo avesse mai fatto prima di allora. A fine serata si erano sedute in macchina e si erano confidate i segreti che riservavano alle amiche fidate, ma non tutti, perché da anni avevano imparato a celare i veri segreti, quelli che possono rovinare una reputazione.

Il momento più bello era stato quando Eveline aveva rivelato a Maria di essere dislessica, ricevendo in cambio un dolcissimo abbraccio. Eveline ricordava ancora il calore e la morbidezza del piumino grigio di Maria in quel gelido pomeriggio d’inverno, dopo che la sua amica aveva ascoltato senza capire come per lei le lettere si muovessero mentre leggeva. I loro volti si erano avvicinati e un ricciolo biondo di Maria le aveva sfiorato una guancia, facendola rabbrividire. Per Eveline si trattava di attimi indimenticabili, ma probabilmente per Maria si trattava soltanto di alcune delle tante distrazioni dal lavoro e dai problemi quotidiani.

Eveline era triste, ma non la avrebbe chiamata: avrebbe aspettato qualche giorno, l’avrebbe trattata come una delle tante, secondo la più spietata legge del taglione. Gettò il telefono con enfasi teatrale sul letto, cercando di provare rabbia, indignazione o chissà quale altro sentimento tragico, ma non sentiva nulla, soltanto solitudine e silenzio, fatta eccezione per il cane del vicino che aveva iniziato ad abbaiare per chissà quale ragione.

Eveline indossò la divisa della sua vecchia squadra di pallavolo, quella che a settembre avrebbe dovuto restituire, infilò delle vecchie scarpe da ginnastica e acconciò i serici capelli biondi in due treccine sbarazzine, poi inserì le cuffie nelle orecchie ed uscì di casa, in direzione dell’oratorio. Correre non le piaceva, ma doveva tenersi in esercizio per non perdere la tonicità muscolare, ora che aveva smesso di giocare a pallavolo. Non ascoltava la musica, non riusciva a smettere di pensare a Maria e al suo sorriso contagioso che le illuminava il viso e sapeva emozionare. Arrivò all’oratorio poco sudata e fu una fortuna, poiché quattro ragazzi stavano giocando a basket e non aveva intenzione di farsi sorprendere in disordine da degli esemplari dell’altro sesso.

man going to dunk on hoop
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Il più basso giocava in coppia con il più alto e palleggiava con maestria, eseguendo delle elaborate virate per superare l’avversario e dirigersi verso il canestro. Prima di far partire l’azione effettuava degli intricati virtuosismi al palleggio che Eveline osservava ammirata, pur senza capirci nulla, e quando difendeva balzava da un lato all’altro del campo contraendo i muscoli sudati che facevano capolino dalla divisa di Michael Jordan, di una taglia troppo larga forse perché ricevuta in regalo da un amico che non conosceva le sue misure. Il ragazzo faceva palestra, era evidente dal fisico scolpito, e Eveline se ne compiacque. Il suo compagno di squadra correva poco e faceva affidamento sull’alta statura per prendere i rimbalzi senza saltare, ma Eveline che non capiva nulla di pallacanestro ne ammirava colpita le schiacciate e credeva che lui fosse il più forte perché emetteva una specie di ruggito tutte le volte che compiva uno sforzo fisico. Non era un bel ragazzo poiché aveva il naso lungo e adunco e il corpo tozzo, perciò Eveline gli dedicò poca attenzione.

Nella squadra avversaria il più basso era mancino e conduceva il gioco solo a sinistra, ma i suoi nemici non tentavano affatto di sfruttare a loro vantaggio tale caratteristica, pur giocando con lui da molti anni e conoscendo questo suo difetto. Era il più bel ragazzo che avesse mai visto: mascella squadrata alla Brad Pitt, nasino dritto e regolare alla francese, riccioli neri un po’ troppo lunghi e occhi chiari, il tutto condito da un fisico palestrato. L’ultimo dei quattro, che ostentava orgoglioso i pantaloni della divisa di uno dei giocatori del Cantù, era piuttosto alto di statura, ma risultava mingherlino rispetto all’avversario che marcava, perciò non riusciva a prendere i rimbalzi o a mantenere la posizione, in quanto veniva spintonato via senza fatica. Eveline non coglieva tali particolari, pensava soltanto che il ragazzo era senza maglietta e che pertanto si vedeva il petto nudo. Non faceva palestra, ma le membra erano armoniche e ben proporzionate.

Fortunatamente la ragazza aveva una stringa slacciata, così ebbe una scusa per arrestare la corsa e osservare i coetanei intenti in quell’occupazione maschile incomprensibile, misteriosa, oscura, affascinante e impenetrabile. Allacciava la stringa lentamente, tirando accuratamente tutti i lacci, con meticolosa ed eccessiva precisione, senza smettere di osservare i quattro ragazzi. Sedersi di fianco al campetto per osservarli era eccessivo perché dopotutto non li conosceva, doveva trovare una scusa per restare in oratorio e parlare con loro. Il pretesto non tardò a presentarsi: il pallone da basket rimbalzò sino ai suoi piedi e i ragazzi le chiesero a gran voce di restituirglielo.

Eveline afferrò il pallone. Era duro, pesante, la superficie in gomma era ruvida. Stava percorrendo con un dito le linee nere che attraversavano il pallone quando la sua attenzione venne richiamata dai ragazzi, che la chiamavano. Restituì il pallone con un lancio maldestro e debole, perché lei era abituata all’assai più leggera palla di pallavolo. Si vergognò del suo tiro, ma i ragazzi non ci fecero caso e ripresero a giocare dopo qualche sbrigativo ringraziamento. Eveline li osservò per un minuto, incerta se avvicinarsi o proseguire la corsa.

Si chiese se dovesse dire loro qualcosa, se fosse il caso di fare una battuta per farsi notare. Immaginò che i ragazzi la invitassero a fare un tiro. Lei avrebbe preso il pallone con movimenti incerti, avrebbe abbozzato qualche maldestro palleggio e infine avrebbe tirato con due mani. Un tiro goffo, debole, che a stento avrebbe colpito il ferro. I ragazzi non avrebbero riso di lei, le avrebbero dato una pacca su una spalla e si sarebbero seduti sul muretto insieme per chiacchierare e flirtare. Ma i cestisti non la chiamarono: la ignoravano perché erano assorti nella partitella, per loro esistevano soltanto il pallone ed il canestro e Eveline non era stata giudicata così interessante da interrompere i loro giochi.

Eveline se ne andò lentamente, non aveva più voglia di correre così camminava con le spalle chine. Iniziò a prendere a calci un sassolino e se i ragazzi l’avessero vista probabilmente si sarebbero complimentati per il suo colpo di piatto, ma nessuno la stava osservando ed Eveline, che non aveva mai visto una partita di calcio, non seppe mai di aver fatto un bel movimento. Continuò a colpire il sassolino con forza, rischiando di far cadere il cellulare che continuava a pompare musica nelle orecchie attraverso le cuffie, sino a quando il sasso cadde in un tombino e la ragazza non ebbe più nulla da colpire.

Aveva voglia di fare qualcosa di fare qualcosa di stupido, ma non sapeva che cosa. Si guardò intorno. Era giunta nei pressi del tabacchino della piazza, presso il quale alcuni anziani stavano conversando. Infilò una mano nella tasca dei calzoncini e scoprì di avere con sé una banconota da dieci euro, il resto della spesa del giorno prima. Decise che avrebbe fumato una sigaretta. Non sapeva perché voleva farlo, non c’era una ragione precisa, sapeva solo che in quel pomeriggio triste e solitario sarebbe stato molto poetico fumare una sigaretta. Di solito la prima sigaretta si fuma alle medie o alle superiori, insieme ad adolescenti brufolosi eccitati all’idea di vederti tossire, ma Eveline non aveva mai fumato. Una volta, dieci anni prima, ad una festa aveva avvicinato alle labbra una sigaretta accesa, ma subito l’aveva allontanata perché l’odore la disturbava. Si ricordò di tale episodio proprio mentre stava per entrare nel tabacchino, così abbandonò il progetto di fumare disgustata e si diresse verso il centro della piazza.

Si sedette su una panchina e si strinse nelle braccia, vergognandosi della propria volubilità. Ripensò a quante persone aveva perso nella sua vita e a come puntualmente le era parso di precipitare in un posso senza fondo, ma poi puntualmente si era presentata una nuova amicizia che le aveva portato il buonumore. Era il principio dell’Eterno Ritorno, un concetto che le aveva spiegato la sua compagna di università e che l’aveva molto colpita: l’universo nasce e muore continuamente e tutto è destinato a ripetersi, così le amicizie fioriscono e si spengono incessantemente e le persone entreranno e usciranno dalla vita di Eveline lasciando spazio ad individui diversi, eppure sempre uguali.

Eveline si chiese se col tempo farà meno male. Guardò il cielo, dove due piccioni si stavano rincorrendo tubando, ma non ebbe risposta. Si accorse che il sole stava tramontando sulla sua piccola cittadina di montagna, così decise di tornare a casa.

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