I segreti di “Via del Campo”

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Via del campo è un inno alla ricchezza e all’autenticità degli ultimi in contrapposizione con l’ipocrisia dell’alta società, infatti i versi conclusivi recitano “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Per esprimere tale concetto, De Andrè ha innalzato al grado di dama celebrata da un moderno amor cortese le donne che più si trovano in basso nella scala sociale, le prostitute. Le meretrici di Via del campo non sono raffigurate come donne oggetto, ma con figure retoriche di candore e purezza (“graziosa”,  “Bambina”, “rugiada”), inoltre possono condurre i clienti in paradiso proprio come una donna angelo. Tutto ciò che vi dirò in questo articolo è frutto di accurate ricerche, di cui vi riporterò il link in fondo al testo; mi sono solo concessa un paragone tra De Andrè e la poesia medievale che potrebbe essere errato, ma siccome nessuno dei miei professori leggerà questo articolo mi posso concedere un po’ di creatività.

L’elogio della donna avviene attraverso il topos degli occhi, che in questo caso sono “grandi color di foglia” e “grigi come la strada”; quest’ultima similitudine in riferimento al luogo frequentato dalle prostitute e non solo al colore. De Andrè celebra il rispetto per queste donne: per comprare i servigi di una prostituta non è necessario essere violenti e brutali come molti clienti, “basta prenderla per la mano”; dopotutto per il cantautore genovese la meretrice non è mai colpevole, sono invece da condannare i clienti che abusano del loro corpo.

Le sofferenze della vita di strada sono compensate dalla libertà, infatti una prostituta non vuole rinunciare alla sua professione per sposare “l’illusso” della canzone, che possiamo contrapporre al “vecchio professore” di Città vecchia, che disprezza pubblicamente le prostitute pur dipendendo da loro emotivamente e sperperando presso di loro i propri risparmi.

Sono molto numerose le metafore in questa canzone: la rosa nel quarto verso è l’offerta del proprio corpo che compie la prostituta, il paradiso al quindicesimo verso rappresenta le gioie dell’amore, mentre abbiamo già menzionato la metafora dei diamanti, del letame e del fiore; il titolo viene ripreso mediante un’anafora all’inizio di ogni strofa. La canzone è composta da sei quartine di novenari, i verso sono piani salvo l’ultimo che è tronco; le rime sono incrociate (ABBA), ma abbiamo una rima imperfetta puttana/mano al nono e dodicesimo verso, un’assonanza tonica maritare/scale ai versi diciottesimo e diciannovesimo ed è assente la rima tra il primo e il quarto verso dell’ultima strofa. Il ritmo è lento e cadenzato, tipico della ballata.

Oggi Via del campo è una delle vie più caratteristiche di Genova e un’immancabile meta per chi visita la città; potete trovarvi negozi di souvenir dedicati a De Andrè e scritte sui muri che inneggiano le sue canzoni. Negli anni Sessanta, quando De Andrè era giovane, l via genovese era teatro di traffici di contrabbando ed era un luogo frequentato da prostitute e soprattutto travestiti: si poteva trovare dalle lavoratrici meno costose alle case chiuse più ricercate. De Andrè era un ragazzo ribelle e, assieme ai suoi amici Paolo Villaggio e Giorgio Leone, frequentava prostitute e travestiti, con una certa Anna ebbe anche una relazione che durò circa un anno. In Via del campo si trovava anche il negozio di dischi di Gianni Tassio, un grande amico da cui De Andrè troverà i dischi dei suoi amati cantautori francesi, in particolare Brassens.

La musa ispiratrice della canzone sembra essere stata una certa Morena, all’anagrafe Mario, morta nel 2001, che di giorno vendeva frutta tra via Gramsci e via Prè, mentre di notte accoglieva i clienti sulla porta di casa. Morena era diventata amica di De Andrè, che si divertiva a domandarle alcune curiosità sui clienti, che poi sono state trasformate in canzoni dal cantautore. La donna approvava la rielaborazione artistica delle proprie storie, purché De Andrè non menzionasse il suo nome.

La canzone tuttavia non nacque a Genova, ma a Milano, nel 1965. Enzo Jannacci compose la canzone La mia morosa la va alla fonte con testo di Dario Fo, inserita in uno spettacolo teatrale e pubblicata nel 1968 nell’album Vengo anch’io. No, tu no. De Andrè assistette allo spettacolo e restò affascinato dalla melodia della canzone, per scherzo i due autori gli raccontarono che la musica era stata tratta da un’opera popolare del XVI secolo riarrangiata da Jannacci stesso. De Andrè su quella melodia scrisse il testo di Via del Campo, ma più tardi la melodia sarà attribuita a Jannacci.

Con l’arrangiamento di Reverberi, la canzone venne pubblicata nel 1967 come singolo e inserita nell’album Volume I.

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FONTI:

https://www.storiedicanzoni.it/2018/04/06/fabrizio-de-andre-via-del-campo/

http://www.giuseppecirigliano.it/FDA/Via_del_campo.htm

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. tramedipensieri ha detto:

    Interessante analisi…
    certo che quella di Faber è stata una vita intensa, davvero fissuta fino in fondo …

    grazie Valivi

    1. valivi ha detto:

      Faber è un esempio per tutti noi

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