Elisabeth Siddal, la musa maledetta dei Preraffaelliti


In occasione della mostra dei Preraffaelliti a Palazzo Reale di Milano, vogliamo presentarvi Elisabeth Siddal, poetessa, pittrice e soprattutto musa prediletta dei pittori appartenenti alla corrente artistica che sta celebrando il capoluogo lombardo.

Correva l’anno 1848, epoca di grandi tumulti e rivoluzioni che influenzarono anche l’arte, quando in Gran Bretagna venne fondata la Confraternita dei Preraffaelliti, ascrivibile al simbolismo e che può essere considerata l’equivalente del decadentismo letterario. I tre fondatori furono Millais, soprannominato il Bambino per essere entrato in Accademia a soli dodici anni, Rossetti e Hunt, a cui si unirono in seguito, Brown, Trost RIchrds, Morris, Brune-Jones e Waterhouse. Il loro nome deriva dal fatto che prediligono l’arte medievale e antecedente a Raffaello.

I Preraffaelliti sono dei ribelli: si oppongono infatti ai valori vittoriani e alla pittura accademica, ricreando sulla tela un fiabesco, idealizzato e nostalgico mondo medievale, in contrasto con l’industrializzazione Ottocentesca. Prediligono i temi sociali come per esempio l’immigrazione, argomenti biblici, che trovano ampio spazio alla mostra di Milano, i temi nazionalisti, scene tratte da Shakespeare o da Dante e i paesaggi. Anche l’amore era un tema fondamentale, soprattutto la passione ostacolata dalla diversa condizione sociale dei due amanti, in quanto i Preraffaelliti erano dei bohemien controcorrente, che non necessariamente frequentavano fanciulle della loro stessa estrazione sociale. Solitamente si ispirano ad una scena immaginata, che poi realizzano osservando attentamente il reale.

Elisabeth Siddal non era conforme ai canoni estetici vittoriani, ma era perfetta come modella preraffaellita: magrissima al punto da essere sospettata di anoressia, splendida nelle vesti medievali così diverse dai corsetti vittoriani, incarnava lo stereotipo della donna bisognosa di cure in quanto cagionevole di salute e rossa di capelli, una caratteristica che all’epoca veniva associata al diavolo e alla stregoneria. Il suo aspetto angelico nascondeva un carattere determinato e fiero e un’indole artistica di grande talento.

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Elisabeth Siddal, Lizzie o Sid per parenti e amici, è nota a tutti per aver posato come modella per il più celebre dipinto preraffaellita, l’Ofelia di Millais, in cui la donna vestita di bianco e circondata da fiori viene trascinata morente dalle acque di un fiume. Il poeta realizzò innanzi tutto la vegetazione che circonda il pallido corpo della protagonista, morta suicida per la follia che le causò l’amato Amleto; il paesaggio venne ispirato dipingendo en plein air il fiume Hogsmill, nel Surrey. Successivamente ritrasse Lizzie immersa in una vasca da bagno indossando un abito bianco d’epoca. La modella resistette stoicamente in posa anche quando una delle lampade che dovevano riscaldare l’acqua si spense, ciò le provocò una bronchite (o una polmonite? Le fonti online sono in disaccordo) cronica, che indusse suo padre a chiedere al pittore un risarcimento per le cure mediche. La malattia, che secondo molti era psicosomatica, la indusse ad assumere del laudano, da cui divenne dipendente.

La Siddal apparteneva ad una famiglia benestante di Sheffield nel Middlesex che, quando migrò a Londrà, precipitò alla base della scala sociale. Suo padre Charles era un coltellinaio, ma nonostante ciò ricevette un’istruzione tipica del ceto elevato perché la madre Elisabeth Eleonor Evans era una donna molto orgogliosa e ambiziosa. Elisabeth Siddal nacque, terza di otto figli, un anno dopo la migrazione della famiglia, che abitava a Hatton Garden, un quartiere abitato da persone di diversa estrazione sociale, ma più tardi si trasferì nel distretto di Southwark, a sud di Londra, poiché le condizioni economiche dei Siddal erano peggiorate.

Prima di diventare un’artista e una modella, Lizzie fece la commessa in un negozio di cappelli a Leicester Square, a Cranbourne Street 3, presso la boutique di Mrs Tozer. Fu proprio in tale boutique che il destino di Elisabeth cambiò drasticamente: un giorno entrò in qualità di cliente il giovane pittore Walter Howell Deverell, che fu presentato alla ragazza da un amico che usciva con l’altra commessa del negozio. Elisabeth fu scelta da Deverell come modella per La dodicesima notte, un dipinto a tema Shakespeariano. Il pittore dovette chiedere alla madre di intercedere per lui, in quanto fare la modella era un mestiere malvisto. Fu così che Sid entrò nella cerchia dei Preraffaelliti. Elisabeth Siddal veniva considerata dai Preraffaelliti una stunner, termine utilizzato dalla cerchia per indicare una donna dalla bellezza conforme ai canoni estetici del gruppo, perfetta per diventare la loro musa. Fu modella non solo di Deverell, ma anche di Hunt, Brown e Millais, almeno sino a quando il suo amante e futuro marito Rossetti lo permise.

Ben presto Elisabeth si innamorò si uno dei fondatori della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti, un pittore di origini italiane che apparteneva ad un ceto più elevato rispetto a lei. Il vero nome di battesimo del pittore era Charles Gabriel Dante, ma l’artista invertì l’ordine dei nomi in onore di Dante Alighieri, suo soggetto prediletto in molte opere che ritraevano il suo ideale di amore, una passione tormentata e non corrisposta come quella che il poeta fiorentino provava per Beatrice. Rossetti era anche un giornalista ed un poeta, devoto alla corrente del romanticismo.

Per amore Sid lasciò la famiglia e si trasferì in un appartamento in affitto al centro di Londra. Rossetti non fu mai fedele a Elisabeth: la tradì con molte donne, tra cui modelle e alcune compagne di colleghi preraffaelliti, come Annie Miller, l’amante di Hunt, e Jane Burden, che sarebbe diventata la moglie di Morris e con cui Rossetti strinse una relazione stabile alla morte della Siddal, un rapporto che durò molto anni nell’indifferenza o nella negazione del marito della donna.

Lizzie sfruttava la malattia per attirare l’amante, costruendo un rapporto tra malata-bisognosa e galante soccorritore. Come abbiamo già accennato, i malori di Elisabeth erano probabilmente psicosomatici, ma si è ipotizzato che soffrisse anche di depressione, inoltre mangiava molto poco al punto da essere sospettata di anoressia ed era affetta da dipendenza da laudano

La Siddal era l’unica tra le donne dei preraffaelliti ad essere dotata di buone maniere, di un’educazione elevata e a dedicarsi alla poesia e alla pittura, infatti realizzò alcuni splendidi autoritratti. Le altre amanti e modelle provenivano per lo più dai bassifondi e venivano perciò educate dai loro amanti ribelli ma di ceto più elevato. Alcuni dipinti di Sid vennero esposti presso le mostre dei colleghi preraffaelliti e il celebre critico John Ruskin divenne il suo mecenate, fornendole una somma mensile; tale condizione di artista indipendente era molto rara per una donna all’epoca. Con le sue entrate, Lizzie si pagò diversi viaggi: visitò infatti la Francia e, per riprendersi dalla malattia cronica, fece lunghi soggiorni ad Hastings e Bath, note località termali. Quando le sue condizioni di salute si aggravarono, Rossetti la sposò contro il volere della famiglia, che la giudicava una donna dai modi bizzarri e di ceto sociale inferiore; era il maggio 1860, le nozze si celebrarono nella chiesa di S. Clement.

Lizzie si riprese dalla malattia e, quando rimase incinta, e si trasferì nella Red House dei Morris, un’abitazione in perfetto stile preraffaellita, mentre il marito era impegnato a lavorare. Sid purtroppo nel 1861 diede alla luce una bambina morta e la depressione post-partum accrebbe i sintomi della malattia.

L’anno seguente Lizzie e Rossetti andarono a cena con il poeta Swinburne al ristorante La Sablonière. Quando la coppia rincasò ci fu una discussione, così Dante lasciò la moglie a casa per recarsi al Working Men’s College. Quando l’artista ritornò, trovò la Siddal agonizzante poiché aveva ingerito mezza bottiglietta di laudano. Al fianco della donna trovò una lettera d’addio, in cui la modella chiedeva al marito di prendersi cura del fratello Henry, affetto da problemi psichici. La missiva fu bruciata dall’amico Ford Madox per non lasciare prove del suicidio, che all’epoca non solo non consentiva di essere sepolti in terra consacrata, ma gettava disonore sulla famiglia ed era considerato un reato. Lizzie aveva trentadue anni ed era incinta, il suo ultimo atto fu un suicidio proprio come l’eroina shakespeariana Ofelia, a cui prestò il volto nel dipinto di Millais. La polizia aprì un indagine e la morte fu catalogata come accidentale, tuttavia per Londra si sparse il pettegolezzo che Sid si era tolta la vita volontariamente o che addirittura Rossetti l’avesse uccisa.

Nella bara, tra i capelli di Lizzie, venne deposta l’unica copia manoscritta delle poesie che Rossetti aveva composto ispirandosi a lei. L’artista si sentiva perseguitato dal fantasma della moglie: raccontò ad alcuni intimi che la donna gli faceva visita in sogno ogni notte e cercava di mettersi in contatto con lei attraverso sedute spiritiche e medium. Nel 1869 decise di riesumare Elisabeth per recuperare il libro di poesia, che fu dissotterrato di notte per non destare pettegolezzi. Si diffuse la diceria che la salma fosse integra e bellissima, i capelli erano cresciuti a dismisura riempiendo la bara. Rossetti trascorse gli ultimi anni della sua vita tormentato dai propri fantasmi, in preda di depressione e squilibri mentali e affetto da dipendenza dal clorario.

In Beata Beatrix, ritrasse Elisabeth come una bellezza angelicata nei panni di Beatrice, la fanciulla che, con la sua morte, lasciò solo Dante Alighieri. Beatrice, in una scena della Vita Nova, è ritratta in estasi mistica, con gli occhi socchiusi e il volto rilassato. L’incarnato pallido è simbolo della morte precoce, mentre le mani giunte si protendono verso un papavero di oppio, necessario per produrre il laudano. Il fiore è stretto nel becco di una colomba aureolata rossa, il colore della passione e della morte; l’uccello è simbolo dello Spirito Santo. Lizzie era soprannominata anche “the Dove”, colomba, perciò non è casuale la presenza dell’animale, la cui lettura allegorica è confermata da un lettera che Rossetti scrisse all’amico Robertson. Le vesti di Beatrice sono verdi, il colore della speranza e della vita, ma anche grigie, emblema del dolore sepolcrale e della morte.  La meridiana alle spalle di Beatrice indica le nove, ora in cui muore il personaggio dantesco, e età che aveva la ragazza quando Dante la incontrò per la prima volta; il numero nove è anche ricorrente nella struttura della Divina Commedia. Dietro un muretto sono visibili Cupido e Dante che osservano Beatrice lasciare la vita terrena; sullo sfondo spicca la sagoma del Ponte Vecchio di Firenze.

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FONTI:

 

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