Attacco di panico in cassa


Articolo proposto a Oltre il giardino.

Ho deciso di ampliare uno scritto che ho proposto qualche tempo fa. Ecco il risultato.

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Per una cassiera i clienti sono solo numeri, nessuna dipendente presta attenzione a ciò che accade alle persone in coda. Passavo meccanicamente i prodotti allo scanner china sul monitor, senza incontrare lo sguardo delle persone che sfilavano di fronte a me e ignorando i loro volti anonimi per concentrarmi sul tempo che mi separava dalla tanto agognata pausa di dieci minuti. Quanto mancava? Mezz’ora. Accidenti, dovevo attendere ancora mezz’ora ma avevo già bisogno di andare in bagno. Nel frattempo mi ero accorta che una signora stava sgridando un gruppo di adolescenti perché non le cedevano il turno ma, siccome non erano affari miei, continuavo a battere diligentemente i codici a barre. E’ risaputo inoltre che, in questi casi, i ragazzini hanno sempre torto, sono sempre loro i maleducati. La signora non aveva bisogno di me, sapeva difendersi da sola.

Le voci degli altri clienti si mescolarono a quelle della signora e dei ragazzini, ma non mi importava: continuavo a lavorare e a cercare di non pensare al mal di schiena. Dopo ore seduta a spostare i prodotti da un lato all’altro della cassa mi facevano sempre male i muscoli, avrei avuto bisogno di sgranchirmi le gambe. Che se la sbrigassero da soli, dopotutto erano tutti adulti.

Quando fu il turno della signora, i nostri occhi si incontrarono. La donna stava piangendo e aveva il volto imperlato di sudore, le tremavano le mani, i capelli erano spettinati e la voce era roca e cavernosa. Frugava nella borsa con evidente agitazione mentre il respiro affannoso le sollevava il petto.

– Signora, sta bene? Vuole sedersi un attimo? – chiesi preoccupata. Mi domandavo cosa avrei dovuto fare in una situazione del genere. Chiamare una guardia? Un medico? La cassa centrale?

– No, grazie, dico solo che quei ragazzi avrebbero potuto lasciarmi passare. Sto male… ho un attacco di panico… è morto mio marito da poco… – Gridò respirando affannosamente, mentre mi porgeva tremando il denaro per pagare la spesa.

Insistetti affinché si sedesse e mi consentisse di chiamare aiuto, ma la signora se ne andò, dandomi dell’incompetente per non averla aiutata. Inutile discutere con i pazzi, dicono le nonne, però personalmente ritenevo di avere cercato di aiutarla, ero stata la più gentile e professionale delle cassiere. Mi chiesi dove avessi sbagliato. Un pensiero maligno si insinuò nella mia mente: ma proprio in cassa da me doveva venire, non mi bastava la pipì e il mal di schiena? Subito mi pentii del mio egoismo e rivolsi un pensiero gentile alla signora.

La storia potrebbe concludersi tra le mie perplessità e l’irrequieta necessità di una pausa, ma i clienti successivi non avevano intenzione di dimenticare l’accaduto, così iniziarono a discutere sull’episodio.

– I ragazzi non erano tenuti a lasciarla passare. La signora è stata maleducata. – affermò una ragazza indignata

– Se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale. – rise una trentenne con il suo stesso sorriso, forse sua sorella.

– Se una persona sta male deve segnalarlo, non aggredire chi la circonda. – sentenziò un cliente incanutito.

Mi indignai. – Invece di creare problemi alla mia cassa, avrebbero dovuto lasciarla passare. Sarebbe stato anche un gesto di umanità, brutti stronzi!-

Non dissi queste parole perchè in cassa il cliente ha sempre ragione e, poiché la signora si era allontanata sulle proprie gambe senza aggravare la situazione, non c’era ragione di sprecare energie per difenderla. Optai per una risposta più diplomatica:

– Durante un attacco di panico si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. I ragazzi non hanno fatto nulla di male, ma la signora meritava comprensione. –

La trentenne rise sprezzante. – Ripeto, se soffri di attacchi di panico, non venire al centro commerciale.

Presto terminai di servire i clienti che avevano assistito alla scena, ne seguirono altri identici nei volti annoiati, ma più tranquilli in quanto nessun attacco di panico stava catturando la loro attenzione. Il mio lavoro era ritornato monotono, ma questa volta avevo pensieri più interessanti su cui riflettere rispetto alle mie necessità fisiologiche e al fatto che la pausa era ancora lontana. Mentre battevo meccanicamente i prodotti, mi chiedevo come mai a scuola non insegnassero come gestire chi soffre di attacchi di panico. Hollywood guadagna miliardi producendo film come Ragazze interrotte, ma nessuno spiega come approcciarsi ad una persona in preda ad una crisi. Coloro che lavorano a contatto con il pubblico come le cassiere dovrebbero sapere certe cose, eppure nessuno sembra porsi simili questioni.

L’atteggiamento ottuso dei clienti mi aveva lasciata allibita. Mi sembrava doveroso tollerare comportamenti fuori dall’ordinario, anche incivili o verbalmente aggressivi come quelli di una signora che pretende di saltare la fila e sgrida chi non la lascia passare, nel caso di un’emergenza. Non si tratta di maleducazione, la collettività dovrebbe imparare che una persona in crisi non riesce a preoccuparsi dell’etichetta e deve essere tollerata. Le risate della ragazza poi mi avevano indignata. Non tutti hanno la possibilità di chiedere a qualcuno di fare la spesa al proprio posto, come potrebbe una madre di famiglia evitare di recarsi in un centro commerciale? Inoltre chi ha un problema non dovrebbe segregarsi in casa come se non sapesse badare a se stesso, ma dovrebbe sforzarsi di uscire e affrontare ciò che lo tormenta. L’anziano saccente aveva trattato la signora come se in certe situazioni si sia in grado di agire razionalmente. Non sempre possiamo appellarci alla razionalità quando abbiamo un problema mentale, perciò raramente il primo pensiero di chi sta male è segnalare il proprio malore, anche se ciò sembrerebbe l’azione più logica da compiere. Nessuno di noi aveva capito cosa passasse nella testa della signora in quel momento, ma ciò non esonera dal rapportarci all’altro con empatia, umanità e comprensione.

La società non vuole approcciarsi serenamente alla malattia mentale, molte persone tendono ancora a scappare di fronte al diverso e ad abbandonare chi ha un problema psicologico o psichiatrico. Se una persona si accascia a terra svenuta verrà soccorsa perché la malattia fisica è compatita, ma se una persona ha un problema mentale verrà scansata perché “potrebbe essere pericolosa”.

Non ebbi molto tempo per simili riflessioni perché dovevo concentrarmi sul lavoro, perciò mi chinai sulla cassa e mi sforzai di accelerare il ritmo con cui battevo i prodotti.

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