“La bisbetica domata”, misoginia cinquecentesca al teatro Carcano


Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Al Teatro Carcano è in scena dal 7 al 18 febbraio 2018 La bisbetica domata, una delle prime commedie e certamente la più rappresentata di William Shakespeare, regia di Andrea Chiodi.

La trama, condita con le gag più comiche e irriverenti che una mente cinquecentesca possa concepire, è tutta da ridere. Un ricco gentiluomo di Padova ha due figlie: Caterina, la maggiore, è celebre in tutta la città per il suo caratteraccio indomabile pertanto non ha alcun corteggiatore, Bianca, la più giovane, è celebrata per la propria grazia ed è dunque contesa da diversi galantuomini. L’uomo decide che Bianca potrà sposarsi solamente dopo che Caterina avrà trovato marito, in modo tale da garantire un matrimonio anche alla figlia più grande. Solo Petruccio, un giovane a caccia di dote più che di amore, decide di sfidare il caratteraccio di Caterina sposandola ed escogita uno stratagemma per domarla.

L’opera tratta il rapporto di coppia e l’amore nel cinquecento: padri che detengono il potere assoluto sulle figlie, donne desiderate solo per la dote, sottomissione della moglie al marito, violenza all’interno della coppia, in una parola misoginia. Sarebbe stato impossibile rappresentare un’opera simile ignorando la matrice cinquecentesca, così il regista ha deciso di lasciare l’impronta dell’epoca. Innanzi tutto il cast è composto da soli uomini, proprio come nelle compagnie teatrali all’epoca di Shakespeare; ciò non è affatto un limite per la riuscita dello spettacolo, perché a teatro l’attore non deve necessariamente assomigliare al personaggio. Ciò non accade invece nel cinema hollywoodiano, dove la protagonista è sempre impersonata da una bella ragazza, il belloccio di turno da Brad Pitt o Johnny Depp, il bambino da un ragazzino e via discorrendo. Scegliere degli uomini per i ruoli femminili ha reso tali figure più grottesche, offrendo così l’occasione per criticare implicitamente la misoginia dell’epoca. Altri elementi cinquecenteschi sono i costumi: non si tratta propriamente di riproduzioni di indumenti d’epoca, infatti solo alcuni elementi del vestiario richiamano il periodo storico. Ecco così che i personaggi maschili indossano per esempio una giubba e i jeans. Lo sfondo di una scena infine è un quadro d’epoca raffigurante una scena di caccia.

La misoginia è evidente non solo nel testo shakespeariano, ma anche nelle scelte del regista nella costruzione delle figure femminili, chiaramente con lo scopo di condannare tale concezione della donna. Bianca è bella e composta, ma muta. Solo una volta apre bocca, scatenando la sorpresa dei suoi interlocutori e, di conseguenza, le risa del pubblico. Si tratta di un personaggio piatto, privo di spessore psicologico, il cui unico scopo è rappresentare lo stereotipo dell’ideale di donna cinquecentesca. Caterina risulta più simpatica proprio perché è bisbetica, il pubblico tifa per lei quando Petruccio tenta di soggiogarla e resta deluso quando assiste al monologo finale, in cui la fanciulla afferma la propria sottomissione al marito. Anche Caterina tuttavia è un personaggio vuoto, infatti a Shakespeare non interessa indagare la sua psicologia e le cause del suo caratteraccio. Ci penserà l’attore, con la mimica, a dar voce ai sentimenti della bisbetica domata. Caterina è inizialmente una donna animalesca e spesso si esprime con versi scomposti e irriverenti; una volta domata argomenterà con eloquenza in favore della sottomissione della donna al marito, imparando l’arte della parola. Caterina dunque abbraccia la mentalità patriarcale, adotta la retorica maschile e si sottomette a Petruccio per ricavarne un solo misero vantaggio: essere la regina del focolare.

Nonostante Petruccio risulti vincitore e brilli per la propria astuzia, il pubblico non può che provare disprezzo per la sua brutalità. Al regista non serve trasformarlo in un personaggio caricaturale, sono sufficienti i fatti a renderlo odioso.

Ne La bisbetica domata troviamo, come in Amleto, un caso di metateatro, infatti la vicenda di Caterina è un’opera teatrale messa in scena all’interno di un’altra storia, che le fa da cornice. Un ubriacone addormentato per strada viene trasferito in una sontuosa reggia e, al suo risveglio, viene convinto di essere un signore che ha dormito per anni. A tale personaggio viene proposto di assistere alla commedia della bisbetica domata.

Le scenografie di Matteo Patrucco sono minimaliste, infatti sono composte semplicemente da un paio di impalcature di ferro che gli attori spostano sul palcoscenico mediante delle ruote. Compare inoltre un’altalena in alcune scene. Magistrale la scena di incontro-scontro in cui Petruccio tenta di sedurre Caterina: i due duellano con pallina e mazza da baseball.

Le musiche di Zeno Gabaglio sono straordinarie, spesso infatti la recitazione è interrotta da canzoni allegre, cantate dagli stessi attori. I due tempi in cui è stata divisa la commedia dall’intervallo sono introdotti dal suono di un violino, suonato da Bianca.

L’aspetto più curioso della rappresentazione riguarda i costumi di Ilaria Ariemme, infatti ogni personaggio aveva cucito sulla schiena il proprio nome e un numero, come se fosse uno sportivo. Naturalmente, Caterina era la numero uno.

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