“Nel paese delle donne” di Gioconda Belli


Cosa accadrebbe se un gruppo di amiche vincesse le elezioni in un piccolo paese dell’America Latina e riuscisse a sconfiggere la disuguaglianza tra uomo e donna? Gioconda Belli racconta in Nel paese delle donne l’utopica (ma non troppo) quanto esilarante avventura politica del PIE, il Partito della Sinistra Erotica, guidato dalla bella quanto determinata presidentessa Viviana Sansòn e dalle sue amiche.

Il successo delle protagoniste è determinato non solo da una campagna elettorale avvincente, in cui le loro idee rivoluzionarie sono proposte con frizzante ironia e travolgente femminilità, ma anche da un improbabile evento miracoloso: l’eruzione del vulcano locale Mitre, che abbassa il livello di testosterone negli uomini inibendo la loro energia. La simpatica trovata della Belli non potrebbe mai verificarsi nella realtà in quanto l’abbassamento del testosterone indebolirebbe non solo gli uomini ma anche le donne, nel cui organismo circolano ormoni maschili. Non abbiamo gradito tale soluzione in quanto nessuna donna eterosessuale vorrebbe svirilizzare i propri compagni di vita, bisogna tuttavia riconoscere che l’autrice accenna alle deludenti esperienze sessuali di alcune delle protagoniste in seguito alla castrazione chimica dei loro compagni. La ragione principale per cui la vicenda del vulcano Mitre non ci piace è che essa suggerisce l’impossibilità delle donne di battere gli uomini in una situazione di parità, senza alcun intervento esterno. Nonostante questa piccola pecca, che tuttavia conferisce una pennellata di colore alla vicenda, il romanzo è veramente straordinario.

Le riforme del PIE hanno lo scopo di migliorare la vita privata delle persone modificando la struttura stessa della società. Le protagoniste pongono particolare attenzione alla condizione di disparità che limita la libertà delle donne, segregandole in casa e privandole della possibilità di realizzarsi come individui. Oltre a offrire l’opportunità di affidare la prole a particolari strutture statali, il PIE promuove l’impiego femminile sospendendo per sei mesi gli impiegati statali uomini, naturalmente retribuendo tale singolare periodo di vacanza forzata. La segregazione degli uomini dalle attività lavorative è dettata dalla necessità di consentire alle donne di esprimersi liberamente in ambito lavorativo, senza subire la talvolta inconsapevole prepotenza degli uomini, abituati a comandare da secoli di patriarcato. La questione dei fondi necessari per pagare i dipendenti e finanziare gli asili nido viene risolta attraverso delle ingegnose attività imprenditoriali come la vendita dei fiori e di buoni ossigeno, con cui le imprese occidentali possono compensare l’inquinamento da loro prodotto difendendo le foreste.

Il PIE si impegna inoltre a insegnare agli uomini le difficoltose attività del/la casalingo/a, in modo tale da mostrare loro le difficoltà che le donne hanno affrontato per secoli e fondare le bassi per un’equa suddivisioni dei compiti all’interno della famiglia. Per garantire il dibattito sull’argomento tra la popolazione, viene organizzato un reality che illustra la vita di alcuni uomini casalinghi. Il ruolo della madre viene inoltre valorizzato: ragazzi e ragazze sono tenuti a frequentare le lezioni di Cure Materne per apprendere l’antica arte di fare la mamma e i membri del partito propongono di rassettare e accudire il paese come se fosse una casa o un bambino.

Un’iniziativa del PIE che non possiamo approvare è la pubblica esposizione e la marchiatura degli stupratori. Siamo consapevoli della necessità di rivoluzionare i valori della società diffamando gli stupratori e difendendo le vittime, che spesso si nascondono e si assumono la colpa dello stupro subito, tuttavia instaurare la “cultura della vergogna” non è certo il metodo più appropriato per tutelare le donne. La “cultura della vergogna”, diffusa per esempio nella società omerica, è un sistema di consuetudini sociali per cui coloro che si macchiano di un reato si considerano colpevoli solamente quando la società li giudica tali. Ciò implica che l’opinione di una comunità circa un suo membro vale più del valore effettivo della persona, che la tutela del proprio onore vale più della moralità: il criminale si pente del reato commesso solo se viene colto in fragrante e non perché ha compreso la gravità del proprio errore, il pentimento è dovuto solo al disprezzo dei compagni. Uno stupratore avrebbe certamente timore della tremenda punizione escogitata dal PIE e sarebbe dissuaso dal violare una persona, ma non comprenderebbe realmente la necessità di rispettare il corpo della donna se il sistema penitenziario umilia anziché educare. Un sistema alternativo alla “cultura della vergogna” è la “cultura della colpa”, secondo la quale i membri della comunità sono spronati a provare rimorso per gli atti commessi, per i quali vengono giudicati e puniti secondo giustizia.

Dai dialoghi del testo si deduce che, se l’autrice avesse voluto narrare un periodo più lungo, sarebbero stati approvati dal PIE molti altri provvedimenti, come una rivoluzione sessuale, che avrebbe modificato gli assurdi stereotipi promossi dal patriarcato, e una rivoluzione linguistica, per modificare gli aspetti maschilisti della lingua. E’ un vero peccato che l’autrice non abbia approfondito tali argomenti.

Per meglio comprendere i valori che hanno indotto il PIE a emanare tali leggi è necessario soffermarsi sulle riflessioni delle protagoniste e sulle relazioni di amicizia e fratellanza che le legano. Ai vertici del PIE troviamo donne molto diverse tra loro per attitudini e vissuto personale, ma la diversità non implica che si verifichino disparità all’interno del gruppo. Personaggi come Juana De Arco, vittima di prostituzione minorile, e l’omosessuale Martina danno voce alle minoranze di appartenenza, inoltre vengono presentati sullo stesso livello madri single e donne sposate, casalinghe e lavoratrici. Alcune donne si dedicano anche a professioni tipicamente considerate maschili come il Ministro della Difesa Eva, l’economista Rebeca e la poliziotta Azucena, ma ciò non compromette affatto la loro femminilità.

Viviana è solamente un primus inter pares e governa democraticamente, ascoltando e tutelando i diritti dell’opposizione e consentendo ai cittadini di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Le ragazze del PIE sono attente a non sacrificare i rapporti umani durante le ore di lavoro, infatti si comportano in modo molto caloroso e gentile sia reciprocamente sia nei confronti di altri personaggi, spesso approvando modalità di riunione e di organizzazione molto poco formali. E’ molto interessante la loro concezione di femminilità: tutto ciò che viene solitamente attribuito al gentil sesso come la maternità e l’accudimento, la sensualità e l’erotismo, l’aperta manifestazione delle proprie emozioni attraverso il pianto e i lavori domestici vengono rivalutati come dei valori imprescindibili all’interno della società e delle armi con cui rivoluzionare il paese.

Gioconda Belli, classe 1948, ha ambientato la vicenda a Faguas, un’immaginaria nazione dell’America Latina, proprio perché è figlia di questo affascinante continente, più precisamente del Nicaragua. Giornalista, poetessa, e scrittrice di fama internazionale, ha partecipato alla lotta del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza. Nel romanzo l’autrice menziona una delle sue poesie più celebri, uno straordinario inno alla femminilità che vogliamo condividere con voi:

E Dio mi fece donna,

con capelli lunghi,

occhi,

naso e bocca di donna.

Con curve

e pieghe

e dolci avvallamenti

e mi ha scavato dentro,

mi ha reso fabbrica di esseri umani.

Ha intessuto delicatamente i miei nervi

e bilanciato con cura

il numero dei miei ormoni.

Ha composto il mio sangue

e lo ha iniettato in me

perché irrigasse tutto il mio corpo;

nacquero così le idee,

i sogni,

l’istinto

Tutto quel che ha creato soavemente

a colpi di mantice

e di trapano d’amore,

le mille e una cosa che mi fanno donna

ogni giorno

per cui mi alzo orgogliosa

tutte le mattine

e benedico il mio sesso.

Al termine del romanzo, nella sezione dedicata ai ringraziamenti, il lettore scopre con straordinaria sorpresa che il PIE è esistito veramente e l’autrice ne ha fatto parte. Ecco cosa rivela l’autrice: “Negli anni Ottanta, in Nicaragua, durante la Rivoluzione Sandinista, ci furono davvero delle donne, delle amiche, che insieme a me formarono il PIE, il Partito della Sinistra Erotica. Ciascuna di noi occupava qualche posto di media importanza in strutture governative, di partito o di massa. Insieme decidemmo di studiare e attuare delle strategie per promuovere i diritti della donna attraverso il nostro singolo campo d’azione. Il gruppo fu attivo per diversi anni e rappresentò un esperimento di cameratismo e creatività che arricchì tutte quante. Con il passare del tempo ciascuna di noi ha preso la sua strada e persino assunto posizioni politiche contrarie, ma credo che nessuna si rammarichi o si penta di quello che “abbiamo cucinato” insieme nelle nostre riunioni”. Alcuni membri di un PIE precedente a quello delle protagoniste effettuano una breve comparsa all’interno del romanzo. Che l’autrice si sia riferita alle sue compagne di lotta?

Il romanzo è stato pubblicato nel 2010 e, nonostante l’autrice avesse all’epoca 72 anni, sono presenti nell’opera elementi di notevole modernità che avvicinano alla lettura anche un pubblico giovanile, è il caso di numerosi riferimenti all’eroina della triologia Millenium Lisbeth Salander e l’accenno ad un reality show. Non mancano tuttavia riferimenti culturali più elevati, come la menzione a Lisistrata di Aristofane, e ad alcune celebri grandi donne: Virginia Woolf, Jane Fonda, Berthe Morisot, Flora Tristàn, Emma Goldman, Gloria Steinem, Susan Sontag, Rosario Castellanos, Sor Juana.

Grazie Marta per avermi consigliato delle letture veramente interessanti.

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3 thoughts on ““Nel paese delle donne” di Gioconda Belli

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