Recensione di “A ciascuno il suo” di Sciascia


“Proverbio, regola: il morto è morto diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi di salvare il ferito. Un siciliano invece vede il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è appunto l’assassino[…] Io non sono siciliano fino a questo punto: non ho mai avuto inclinazione per aiutare i vivi, cioè gli assassini, e ho sempre pensato che le carceri siano un più concreto purgatorio.”

Nel 1964 un distinto e rispettato farmacista riceve una lettera anonima in cui viene minacciato di morte in seguito ad una sua imprecisata colpa. Essendo benvoluto in paese e non avendo mai recato danno a nessuno, il farmacista non diede peso all’evento, purtroppo qualche giorno più tardi venne ucciso durante una battuta di caccia con un suo amico, il dottor Roscio. La polizia sospetta che i due uomini fossero stati uccisi per una relazione extraconiugale del farmacista con una sua cliente, tuttavia il professor Laurana sospetta che non sia così.

Leonardo Sciascia pubblicò presso Einaudi nel 1966 A ciascuno il suo, un giallo di 151 pagine il cui titolo è la traduzione di unicuique suum, un’espressione tipica della legislazione latina parzialmente riportata sul retro della lettera minatoria.

Il romanzo propone un affresco della società siciliana degli anni Sessanta, infatti il professor Laurana indagherà nel proprio paesino e nel capoluogo di provincia incontrando preti, politici, letterati, giuristi e membri della borghesia siciliana che svolgono le più svariate professioni. Si tratta di una società governata da soli uomini, infatti le due uniche donne che compaiono nel romanzo rivestono i ruoli di madre e di moglie.

Anche se non viene mai nominata direttamente nel romanzo, la società siciliana è affetta dal morbo della mafia e della sua assurda morale per cui “il morto è morto, diamo aiuto al vivo”. Laurana è il protagonista del romanzo e svolge la funzione di detective nelle dinamiche del genere giallo, ma dovrà scontrarsi con una assurda morale che prevede di proteggere gli assassini insabbiando le loro colpe.

Il profilo di Laurana non corrisponde affatto a quello di un paladino della giustizia. Innanzi tutto si tratta di un professore di lettere impacciato con le donne e succube della madre, acculturato senza distinguersi nella sua attività di letterato, inoltre è un pessimo detective: è poco attento a non lasciare tracce nel corso delle sue ricerche, si fida ciecamente delle persone, è ingenuo nelle motivazioni che lo portano a effettuare le indagini e nel non temere reazioni da parte dell’assassino.

Il libro si apre con la seguente nota: “Nel novembre del 1965 Italo Calvino scriveva a Sciascia a proposito di A ciascuno il suo: <HO letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano>. Non solo la morale a favore degli assassini ostacola l’indagine delle ricerche e il detective è un vero e proprio imbranato, ma ben presto il lettore scoprirà che l’identità dell’assassino e il movente erano noti sin dall’inizio. Il romanzo inoltre non segue lo svolgimento tipico dei gialli in quanto lo scioglimento della narrazione non corrisponde alla scoperta e alla punizione dei colpevoli con un conseguente al ritorno all’ordine, ma eviteremo di fornire ulteriori informazioni per non rovinarvi la lettura.

Il romanzo è breve e di scorrevole lettura, inoltre contiene dei pregevoli riferimenti letterari, soprattutto per quanto riguarda Voltaire. Nel 1967 fu realizzato un omonimo film diretto da Elio Petri.

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26 thoughts on “Recensione di “A ciascuno il suo” di Sciascia

  1. Dai l’impressione di averlo letto distrattamente :-) E’ un autentico capolavoro. Anche riguardo alla mafia, non mi pare che Sciascia ne parlasse in termini da luogo comune, anzi! Cita il crimine del Longarone – che ostinatamente alcuni chiamano disastro – per evidenziare che le mafie sono uguali in tutto il mondo. E’ pieno di frasi intelligenti, la maggior parte delle quali messe in bocca a un pazzo, Benito. E’ anche un giallo, sebbene, come dici tu, ne manchino gli ingredienti tipici e più trivi, ma è un romanzo perfetto.

    • Letto distrattamente??? L’ho divorato avidamente e con gusto, cercando di individuare ogni sua caratteristica. Non recensisco affatto i libri che non mi piacciono o che leggo distrattamente.

      Non ho menzionato il personaggio di Benito, è vero…

      • Perdonami, allora! E’ che a me è piaciuto talmente che la tua recensione mi è sembrata riduttiva :-) Uno dei libri che mi è piaciuto di più. La seconda volta lo lessi una decina d’anni fa …

      • Guarda, scrivere una recensione senza scopiazzare da altri siti internet può essere difficile, soprattutto per coloro che non sono professori di lettere. Tutto ciò che hai letto è farina del mio sacco, ho fatto quello che ho potuto.
        Ho fatto delle ricerche su internet per arricchire la mia recensione, ma ho trovato testi peggiori del mio.

      • Accidenti, non volevo dispiacerti, perdonami! :-(
        Sei solo capitata su un libro che adoro e quel commento mi è venuto spontaneo, avendone scritto una recensione – pessima ;-) – qualche anno fa.
        Hai ragione, comunque, è difficile trovare in rete qualcosa scritto col cuore e non col copia-incolla.
        Pace? :-*

      • Apprezzo i commenti sinceri anche quando criticano il mio lavoro perché mi consentono di migliorare, però dovresti misurare le parole e specificare cosa non ti è piaciuto.

        Inogni caso, scuse accettate.

      • Visto che me lo chiedi, ti dico cosa non mi è piaciuto, ma poi non ne parlo più :-)
        Mancano quelli che, secondo me, sono i punti di forza del romanzo, come ti ho accennato nel primo commento, fermo restando che la lettura è soggettiva. Gli scrittori intelligenti, infatti, si guardano bene dal commentare i propri libri, sapendo che, una volta pubblicati, appartengono ai loro lettori :-)

      • Non ho parlato di Benito perché non mi piace come personaggio. Come laurana non è soggetto alle regole della mafia, ma proprio per questo vive chiuso in casa anziché combattere, a costo di sembrare “cretino”.

        Il crimine che hai cotato purtroppo non lo conosco…

      • Ho cercato informazioni e mi sono resa conto di sapere ben poco sulla mafia. Purtroppo le mie conoscente non vanno oltre l’omicidio di Falcone e Borsellino. Ne consegue che, prima di scrivere la recensione, avrei dovuto cercarie informazioni sulla mafia negli anni Sessanta e sul ruolo di Sciascia nella letteratura e nella cultura in generale. Purtroppo conosco poco questo autore, infatti “A ciascuno il suo” è il primo libro di Sciascia che leggo.
        Nonostante ciò, non ritengo opportuno modificare la recensione. Certamente leggerò altri libri di Sciascia e dedicherò loro dei post, in modo tale da approfondire l’argomento.
        Grazie e buona serata.

      • Fai bene: ormai è andato così e va benissimo. Il mio consiglio è di lasciar perdere la mafia e studiare cose belle. Ché di mafia già ci riempiono la testa di bugie, luoghi comuni e terrori fin da piccoli.

      • Non sono d’accordo. Borsellino ha detto: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

      • A questo punto mi verrebbe spontaneo domandarti dove vivi, cosa sai della mafia, che opinioni hai al riguardo e perché dici ciò, ma forse non è il luogo adatto…

      • La tua domanda è molto intelligente. Infatti mi costringi ad ammettere che vivo in un luogo che con la tradizionale mafia ha poco a che fare, sebbene io sia convinto che la mafia sia il nome siciliano di un modo di fare affari americano. E che funziona alla grande in tutto il mondo: infatti le multinazionali, per la maggior parte svizzere, tedesche, inglesi e americane, sono quelle che meglio lo hanno messo a frutto. Ma forse sto allargando troppo il discorso :-)

      • In effetti, per argomentare le mie affermazioni, ci vorrebbe un discreto lavoro: trovare tutti i pezzi che ho letto, in giornali, libri e saggi ed elencarli. Episodi di Coca cola che costringe San Pellegrino a ritirare dal mercato la sua cola, facendo pressioni sui grossisti (è la Coca cola a essere americana e mafiosa); episodi di registi che, negli anni ’30, sono stati presi a fucilate da un trust che controllava il mercato della pellicola (hollywood, non Palermo); i vicini di casa svizzeri di Marchionne che “nenti sanno” quando si chiede loro chi abita in quella casa (solo questa era la domanda. In una vecchia puntata di Report. Ma l’omertà non era roba siciliana?). Il Vajont: imprenditori senza scrupoli – più mafiosi di così? – che costruiscono una diga dove tutti avevano sconsigliato di farlo, con cognizione di causa; Seveso … E tanti altri. Non sono prove, non sono sufficienti a smontare anni di luoghi comuni sedimentati nelle nostre coscienze, ma devono far venire dei dubbi.
        Come deve far venire dubbi il fatto che la mafia, fino a quando non ritorna dagli USA, era fenomeno poco più che folcloristico, legata a intermediari fra la gente e uno stato che non c’è mai stato (specialmente dopo l’Unità d’Italia).

      • Io penso che sia errato chiamarla mafia perché non è un’associazione a delinquere che uccide e semina il terrore. Però hai ragione, il capitalismo e la mala politica hanno un sacco di scheletri nell’armadio.

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