“Africa, la terra degli spiriti” al Mudec di Milano


870x520xAFRICA-exhibition-MUDEC-Milan-Inexhibit-08_jpg_pagespeed_ic_U7r8CYYr15Dal 27 marzo al 30 agosto il Mudec di Milano ospita una straordinaria mostra dedicata all’Africa subsahariana. Dopo aver dedicato un post agli straordinari proverbi locali e ad una poesia di Francis Bebey (https://centauraumanista.wordpress.com/2015/07/16/frasi-dalla-mostra-africa-al-mudec/), vogliamo proporvi gli aspetti più interessanti della mostra.

La prima delle sei sale è dedicata alla statuaria, che la voce dell’audioguida gratuita paragona alle avanguardie europee del Novecento, fortemente influenzate dall’arte degli africani. Si tratta prevalentemente di statue non più alte di un metro in legno (materiale assai raro in Africa, pertanto le statue non sono di grandi dimensioni) o metallo, raffiguranti figure umane maschili o femminili, figure intere o maschere, soggetti singoli come le statue degli antenati e dei re o in coppia come le statue dei gemelli e le maternità, Le opere spesso sono decorate con stoffe, pellicce, perline, chiodi o specchietti; i soggetti possono essere  in piedi, seduti o a cavallo (i cavalli sono poco diffusi sul territorio perciò erano posseduti solamente dai re); alcuni sono delle cariatidi. Le sculture africane non sono realistiche: i genitali sono enormi, i lineamenti stilizzati e le membra sproporzionate, proprio per questo tuttavia si tratta di opere estremamente espressive. Molte statue sono antiche, alcune risalgono persino al XV secolo, e provengono soprattutto dal Congo, dal Mali e dalla Costa d’Avorio. E’ inoltre esposto un singolare strumento musicale antropomorfo costituito da stanghettine da pizzicare; alcune statue sono ricoperte da secoli di incrostazioni di offerte agli spiriti di natura non identificata (che si tratti di cibo? sangue? olii profumati?).

L’audioguida fornisce per lo più inutili descrizioni delle opere, ma ha anche proposto delle informazioni interessanti, come il fatto che molte statue, per esempio, sono dei reliquiari che venivano posti sopra le ceste contenenti le ossa degli antenati, oppure la storia di Cibinda Lunga (spero di averlo scritto correttamente), un cacciatore straniero che sposò Luei, dando inizio ad una nuova dinastia. Scopriamo inoltre che la danza secondo gli africani consentiva di mettersi in contatto con i feticci e che i balafon sono degli strumenti musicali simili a xilofoni che venivano suonati solo in occasione dei funerali degli Ogon, eremiti che vivevano in grotte isolate, raggiungibili solo mediante delle corde.

 

Il cucchiaio era simbolo di accudimento per le comunità, ne è esposto uno enorme in legno, dal manico antropomorfo, e molti altri in avorio dalle elaboratissime incisioni, rivenduti nelle corti europee. Il comune di Torino ha gentilmente offerto alla mostra un pregiato olifante d’avorio realizzato in Africa, un antico dono di nozze presso la corte del capoluogo piemontese. Secoli orsono gli europei compresero immediatamente le potenzialità dell’arte africana, anche se nutrirono dei crudeli pregiudizi nei confronti dei nativi, come è visibile nelle illustrazioni di alcuni libri antichi della seconda sala.

La terza sala è dedicata alla religione, che invade ogni aspetto della vita quotidiana e sociale. Gli africani pregano gli spiriti della natura e degli antenati affinché questi intercedano per loro nei confronti di un dio supremo. Tutte le cose esistenti, compresi gli uomini, sono permeati di un’energia vitale regolata dagli antenati. I personaggi più importanti di una comunità sono il sacerdote sacrificante e il membro più anziano. Gli anziani sono molto stimati dalla comunità perché, essendo in età avanzata e prossimi alla morte, sono più vicini agli antenati. Oltre alle statue rituali e ai proverbi appartenenti alla cultura orale, ci hanno colpito delle scatole di legno in cui vengono inseriti dei topi prima di farli cadere su alcune conchiglie sparse a terra; a seconda di come cadono e fuggono i topi, viene predetto il futuro.

Molti si domandano come mai la cultura scritta sia giunta tardi in Africa. La risposta è che, siccome tutto è in divenire (noi europei diremmo “Panta rei”), ogni cosa cambia continuamente forma, pertanto non avrebbe senso trascrivere la propria cultura orale.

La sala successiva è dedicata al sovrano, legittimato dagli spiriti che conferiscono l’ordine che desiderano alla terra. Non sempre la sovranità è ereditaria, in Camerun per esempio il re viene eletto tra gli aristocratici radunati in consiglio. Tra gli oggetti raccolti in questa sala troviamo armi cerimoniali (il metallo è molto raro in Africa, pertanto viene utilizzato per realizzare delle armi molto elaborate da indossare solo durante le cerimonie), sgabelli decorati con piccolissime perline dai colori sgargianti, due pilastri di legno intagliato del palazzo reale e una fotografia raffigurante un re in abiti tradizionali.

Nella sala successiva troviamo degli esemplari di design africano: coppe, statuaria di piccole dimensioni, elaborati poggiatesta utilizzati per dormire o come sgabello, pipe; si tratta per lo più di oggetti in legno di straordinaria fattura. Gli artisti africani lavoravano spesso in prossimità delle corti dei re ma il loro nome era sconosciuto, fortunatamente nella seconda metà del Novecento gli studiosi hanno ricostruito la loro storia e si sono recati in loco per studiare gli atelier e i metodi di lavorazione.

Una saletta più piccola è occupata da un gruppo di statue vudù e da un altarino su cui è possibile lasciare delle offerte per “nutrire” e intrattenere le statue. Le offerte non devono necessariamente essere oggetti di valore (ma sono presenti anche monetine, santini cristiani, elastici per capelli, …), sono sufficienti dei bigliettini da buttare, una scarpa vecchia, aggeggi inutili… Noi, per esempio, abbiamo offerto alle statue vudù i nostri biglietti della metro usati. Sarebbe possibile prelevare qualche oggetto dall’altare, ma non credo che qualcuno voglia inimicarsi gli spiriti vudù…

L’ultima sala è dedicata alle cerimonie religiose, che consistevano in allegre danze al ritmo di musica indossando delle maschere. Troviamo qui esposti alcuni strumenti musicali (tamburi, una specie di chitarra e una campana), maschere di ogni forma, dimensione e materiale, singolari copricapi di legno a forma di animali.

La cultura africana è uno straordinario patrimonio dell’umanità che andrebbe conservato e valorizzato, la mostra del Mudec di Milano offre un piccolo squarcio su questo vasto e misterioso universo.

Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Articolo pubblicato nella rivista online Are you art? N.6

Annunci

3 thoughts on ““Africa, la terra degli spiriti” al Mudec di Milano

  1. Vista questo fine settimana, molto bella. Per la stessa ragione espressa nella tua frase di chiusura, sono contento che anche Milano abbia il suo museo delle culture, anche se dovremo aspettare. Bella recensione!

  2. Pingback: Musei delle culture extra-europee | Il Pozzo e lo Straniero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...