Medea di Euripide


Per scrivere della Medea (431 a.C.) di Euripide, avrei voluto iniziare condividendo il link del video dell’opera del regista Giancarlo Sepe, con la magistrale interpretazione di Mariangela Melato. Purtroppo su Youtube sono disponibili tre delle quattro sequenze relative allo spettacolo, oppure il solo file audio. Il filmato è andato in onda su Rai 5 in occasione della morte dell’attrice protagonista e, nonostante gli spettacoli teatrali perdano gran parte del loro fascino in televisione, è stato estremamente interessante. E’ inoltre disponibile il link dell’omonimo film di Pasolini (https://www.youtube.com/watch?v=DxcIex1WbIk), di cui non parleremo di in questa occasione in quanto Avventure da palcoscenico si occupa di teatro, non di cinema.

Buone notizie invece per chi desidera leggere il testo di Euripide: sono reperibili online sia il testo greco con traduzione (http://www.skuolasprint.it/opere-greche/tragediegreche/medea-euripide.html), sia la pregiata versione di Ettore Romagnoli (http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/speciali/medea_di_euripide.pdf ) che, sebbene sia di difficoltosa e poco scorrevole lettura, evoca la poesia della lingua greca.

Di Euripide si conoscono novantadue drammi, di cui almeno una ventina sono stati considerati non autentici dai filologi antichi; sono sopravvissute sino ai nostri giorni diciotto tragedie. Euripide, figlio di Mnesarco, nacque a Salamina intorno al 480 a.C. e, siccome ricevette un’educazione di alto livello, possiamo sospettare che sia di famiglia benestante nonostante i comici insinuassero che fosse figlio di una semplice verduraia.

Sappiamo poco della sua vita, infatti è sopravvissuta soltanto una biografia dell’erudito Satiro del 200 a.C., trasmessa da un papiro. Euripide incarnava il perfetto prototipo dell’intellettuale appartato che non si dedica alla politica, ma preferisce la lettura (possedeva una biblioteca, un fatto inedito per l’epoca), la poesia e l’attività di pensatore. Per questa sua caratteristica fu considerato un misantropo e si diffusero racconti vari al riguardo, come quello secondo cui avrebbe fatto attrezzare una grotta nella natia Salamina per ritirarsi a studiare lontano da ogni contatto umano. Fu amico di Alcibiade e Crizia.

Euripide iniziò la sua carriera di tragediografo nel 455 a.C., ma negli agoni teatrali ottenne scarso successo perché il carattere rivoluzionario della sua arte non era fato per rispondere ai gusti tradizionalisti della massa degli spettatori. Intorno al 408 a.C. Euripide si trasferì in Macedonia presso la corte del re Archelao, dove morì nel 406 a.C.

Medea è una principessa barbara, figlia di Eete, re della Colchide (Mar Nero) e di Idia, e di Ecate, dea dell’Oltretomba e delle notti di luna piena, inoltre è nipote di Elio e della maga Circe; il suo nome significa “astuzia, scaltrezza”, infatti la donna è una maga dotata di straordinari poteri magici e di un’acuta intelligenza.

La nostra storia inizia molto tempo prima dei fatti narrati nella tragedia di Euripide: Giasone è uno degli argonauti partito dalla Tessaglia alla ricerca per volere di suo zio Pelia del vello d’oro, simbolo di potere e ricchezza. Affrontate diverse avventure, gli argonauti giungono in Colchide dove è custodito il prezioso tesoro ma il sovrano locale, Eeta, è disposto a consegnarlo solo se Giasone supererà una difficilissima prova: l’eroe dovrà aggiogare due buoi che spirano fiamme, arare un campo seminando denti di drago e uccidere i guerrieri nati dalle singolari sementi (Boiardo riprenderà tale singolare prova di valore nell’Orlando innamorato qualche millennio più tardi).

Fortunatamente per Giasone, la principessa Medea si innamora a prima vista di lui e decide di aiutarlo anche a costo di tradire il proprio padre, così gli dona dei filtri magici che lo rendono invincibile. Eeta tuttavia non vuole cedere il vello d’oro a Giasone, così Medea decide di intervenire addormentando il drago che lo custodisce per impossessarsene. Accecata dall’amore, Medea decide di abbandonare la famiglia e fuggire in Grecia con Giasone per sposarlo.

Per i due sposi le disavventure non sono finite, infatti sono costretti ad uccidere Apsirto, fratello di Medea, inviato da Eeta per inseguirli; i due spargono le membra dell’ucciso lungo la strada così il padre, costretto a rallentare per raccoglierle, non riesce ad inseguirli. Per tentare di riconquistare il trono della Tessaglia, Medea convince inoltre le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre e bollirlo in un calderone magico per ringiovanirlo (per convincere la fanciulle a compiere l’atroce gesto, esegue prima la procedura su un caprone, ringiovanendolo mediante le proprie arti magiche), così facendo però Acasto, figlio del defunto tiranno, si convince a cacciare Giasone e Medea, che fuggono a Corinto in esilio.

Medea e Giasone hanno due figli e vivono serenamene a Corinto sino a quando, dieci anni dopo, l’eroe non decide di ripudiare la moglie e sposare la figlia di Creonte, re di Corinto. La tragedia inizia proprio con le parole della nutrice che descrivono la disperazione di Medea: la donna, abbandonata dal marito, si ritrova infatti sola e priva di protezione. Medea, travolta dalla disperazione, manifesta il proprio rancore al punto che i membri della corte temono che possa meditare vendetta; re Creonte, per tutelare la figlia, decide di esiliarla. Per avere il tempo di organizzare la vendetta, Medea scongiura il sovrano di concederle di trattenersi un giorno a Corinto per organizzare la partenza; essendo molto abile a mentire, Medea ottiene senza difficoltà il permesso. Giasone la rimprovera per non aver accettato di buon grado le nuove nozze e di aver costretto il re ad esiliarla; sostiene inoltre di aver sposato la principessa di Corinto per garantire dei vantaggi a Medea e ai suoi figli.

Medea incontra Egeo, che ha appena interpellato un oracolo perché non riesce ad avere figli. Medea gli racconta il tradimento del marito e gli promette asilo ad Atene, inoltre gli confida di volere uccidere i propri figli e la sposa di Giasone. Medea rivela a Egeo di poter generare per lui dei figli, questi le offre la propria ospitalità.

Medea finge di essersi pentita e chiede a Giasone di poter domandare alla sua sposa di ospitare a Corinto i propri figli, offrendogli in regalo un peplo e una corona d’oro cesellato; l’eroe non sa che i doni sono stregati. Giasone accetta, così Medea ordina ai propri figli di consegnare i doni alla principessa. Il pedagogo ritorna da Medea con i figli dopo che questi hanno consegnato i doni; successivamente giunge un nunzio, che consiglia a Medea di fuggire perché Creonte e la figlia sono morti avvelenati. Medea esulta e decide di uccidere i propri figli affinché non muoiano per mano nemica. Accorre Giasone per proteggere i propri figli, ma scopre che Medea li ha uccisi. Medea rivela di averli assassinati per farlo soffrire e decide di portare via con sé le spoglie per seppellirli presso il tempio di Era Acrea affinché i corpi non vengano profanati. Medea fugge su un carro alato e rivela che troverà rifugio presso Egeo.

Medea è un grande personaggio, che domina il dramma per l’intero corso del suo svolgimento, manifestando un’ampia gamma di stati d’animo: la donna prova infatti rabbia per il suo destino, ordisce razionalmente il proprio piano, analizza con introspezione la propria sofferenza dialogando con il coro, discute con lo sposo, mente per realizzare i propri progetti, medita gli omicidi, e infine assapora la propria vendetta dall’alto di un carro alato, selvaggia e libera come quando Giasone l’aveva conosciuta nella lontana terra dei Colchi.

E’ caratteristico della poetica di Euripide creare personaggi in bilico tra razionalità e ragione, diviso tra pulsioni opposte. Medea è infatti una e molteplice allo stesso tempo, ha una complessa e contraddittoria identità che si sottrae a un giudizio morale, nonostante sia un’eroina negativa. L’opera vive soprattutto della sua protagonista, una parte che da sempre, nella storia del teatro, richiede un’interprete di grande levatura.

Nella tragedia si distingue una critica al modello tradizionale della famiglia. Giasone, anche se viene di fatto presentato come un omuncolo opportunista, ragiona in termini di ordine famigliare, affermando che sia più importante dare figli legittimi alla città rispetto al suo primo matrimonio; è inoltre convinto che Medea dovesse essere soddisfatta di essere stata sottratta alla barbarie della Colchide per vivere nell’evoluta terra ellenica. In questo caso Giasone rappresenta il cittadino medio Ateniese che agisce rettamente da un punto di vista giuridico, in quanto le leggi ateniesi escludevano dalla cittadinanza i figli di un coniuge straniero ed era dovere degli Ateniesi dare figli legittimi alla città. Medea invece proviene da una società barbara, in cui sono in vigore leggi differenti. Tra i due coniugi sorge un conflitto tra culture e mentalità diverse, tra una barbara e un greco, tra la cultura patriarcale e la passionalità femminile, tra le leggi cittadine e quelle della natura passionale di Medea. La crudele maga Medea, con la sua passionale psicologia barbara così lontana dalla razionalità ateniese, era presente in altre due tragedie di Euripide: le Pleiadi e l’Egeo.

La tragedia termina con una strage e non si verifica alcun intervento, umano o divino, che ristabilisca l’equilibro e riveli il senso della storia. Nel corso della vicenda ciascun personaggio ha perduto qualcosa e in particolare hanno perso la vita gli innocenti: i figlioletti di Medea e la giovane principessa di Corinto. Medea trionfa dopo aver portato a termine la propria vendetta e tramonta ogni auspicio di riappacificazione tra le parti.

Articolo scritto per la mia rubrica “Avventure da palcoscenico”, pubblicata nella rivista online “Eclettica – La voce dei blogger” N. 10

FONTI

Annunci

4 thoughts on “Medea di Euripide

  1. Mi fa piacere che tu abbia evidenziato la diversità culturale fra Medea e Giasone come causa del conflitto: troppo spesso le tragedie vengono ridotte a delle spremute di sentimenti e morbosità, mentre questa è soprattutto una vicenda etica, dove si scontrano una potente maga straniera discedente di divinità (e, come tale, degna di onori e del tutto “legittimata” alla vendetta) e un uomo che a tratti rasenta l’inettitudine (lo si capisce non solo dalle Argonautiche, ma anche dal modo in cui Medea rinfaccia al compagno come lei sia stata determinante nella conquista del vello) e si riconosce soltanto nelle regole e negli interessi del cittadino. Che poi io ami particolarmente la figura di Medea è cosa nota! Grazie e alla prossima!

    • La tua spiegazione è più chiara della mia. Si vede che sei una studentessa di lettere classiche. Anche a me piace moltissimo la Medea, è la mia tragedia preferita, anche se non sono molto esperta nel settore.

  2. Mah…io proprio di tragedie e simila poco m’intendo….
    Mi pare solo di riconoscere nella foto il teatro grego di Siracusa dove ogni due anni si rappresentano le tragedie greche con un’acustica da far invidia al miglior teatro italiano….

    bel post, grazie
    ciao
    .marta

    • Anche io me ne intendo poco, ho solo vaghi ricordi risalenti al liceo. L’importante è apprezzare la cultura e cercare di apprendere il più possibile per la propria ricchezza interiore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...