Recensione de “Il mio corpo mi appartiene” di Amina Sboui


Amina Sboui, celebre in tutto il mondo per aver postato su Facebook delle foto a seno nudo per combattere contro la condizione della donna in Tunisia, ha deciso di raccontare la sua breve ma intensa vita in un libro. L’autobiografia è intitolata come lo slogan che la ragazza aveva scritto sul suo corpo nella seconda fotografia da lei pubblicata: “Il mio corpo mi appartiene”. Si tratta di un libro molto breve (154 pagine) e adatto anche ad un pubblico di cultura medio-bassa per la sua semplicità, che Amina ha scritto in francese con il supporto della scrittrice Caroline Glorion. In copertina spicca la fotografia con il quale tutto il mondo ha imparato a conoscerla, con il seno nudo coperto dalla scritta del titolo e un ribelle rossetto rosso che, come scopriremo leggendo l’autobiografia, in Tunisia le ragazze non possono usare pubblicamente senza essere additate come delle puttane. Amina racconta la sua storia con chiarezza, sintesi e semplicità, senza lasciare spazio a descrizioni o sentimentalismi inutili, e soffermandosi spesso per esprimere le proprie opinioni politiche e talvolta filosofiche.

Amina è giovanissima, è nata nel 1994 e nel febbraio 2013 aveva solo 19 anni quando rimase colpita dalle immagini di alcune donne indiane che protestavano nude contro le violenze subite dall’esercito nazionale. La scoperta la emozionò profondamente: “Ero soprattutto stupita di scoprire che quelle donne avevano avuto il coraggio di adottare una soluzione tanto coraggiosa: mostrare il proprio corpo nudo in risposta all’oppressione maschile”. Approfondendo l’argomento su Google Amina conobbe le Femen e, dopo averle contattate e aver discusso con Inna, la loro leader, decide di prendere parte al movimento e di postare alcune sue foto a seno nudo su Facebook.

Le performance delle Femen sono contestate da molti per i loro metodi estremisti, ma per comprendere a fondo questo fenomeno non dobbiamo dimenticarci che le ragazze sfruttano l’immagine del loro corpo nudo o parzialmente nudo per trasmettere un messaggio politico che, senza il supporto delle loro esibizioni fuori dagli schemi, verrebbe ignorato dai media. Ecco cosa sostiene, in un’intervista su MilanoX, Inna circa l’atto di “mettere a nudo il corpo delle donne e farne uno strumento di lotta e di libertà. Un messaggio forte, che rischia di essere frainteso e confuso in un sistema mediatico ad alto tasso di pornografia, come quello della televisione italiana. «Noi vogliamo dare una nuova interpretazione del corpo della donna, vogliamo distruggere la visione della donna come oggetto sessuale, una Barbie. Il nostro corpo non è più sotto il controllo di uomini come Berlusconi, che lo comprano, lo usano a proprio piacimento, facendo show alla tv. Noi vi offriamo è una nuova visione e interpretazione del corpo delle donne»”. Spogliarsi è dunque un modo per attirare l’attenzione dei media e lottare contro il sistema.

Oggi Amina non è più una Femen, infatti nel suo libro racconta: “alcune di loro avevano fatto pubblicità per una marca di intimo, e non capivo bene il perché. Non mi sentivo come loro. E mi sembrava anche che la fonte di finanziamento delle loro azioni non fosse del tutto chiara. […] ho trovato che gli ultimi interventi pubblici delle Femen fossero poco intelligenti, provocatori senza essere costruttivi: che senso aveva, per esempio, che venissero a simulare una preghiera musulmana a seni nudi davanti all’ambasciata tunisina a Parigi? Loro si trovavano in Francia, dove non rischiavano niente, mentre la mia famiglia era sempre più minacciata in Tunisia. Per me era un’azione sterile ed egoista. Si servivano del mio caso per fare più rumore possibile, senza essersi prima interrogate sull’efficacia reale del loro gesto. Stessa cosa per l’azione di Notre-Dame. Quel monumento oggi ha un valore più storico e turistico, che religioso; la Francia poi è un paese laico, a differenza della Tunisia, dove lo Stato finanzia le moschee. Anche in quel caso, non capivo cosa stessero cercando di dimostrare. […] I posti non sono tutti uguali. […] ogni paese deve agire in base ai suoi problemi. […] Ma non ho mai tradito nessuno, sono sempre stata indipendente: anche per quanto riguarda le Femen, non ho mai chiesto il parere di nessuno prima di realizzare le mie azioni.

Ma torniamo alle foto a seno nudo di Amina. Inizialmente le fotografie vennero visualizzate da una ristretta cerchia di persone, amici di Facebook e amici di amici, ma quando la giovane pubblicò una foto scattata da un professionista si scatenò quello che lei nell’autobiografia definisce “un uragano”: la Tunisia e il mondo intero conobbero la sua storia e il suo messaggio così la ragazza fu costretta a scappare di casa. La sua famiglia riuscì a rapirla e a segregarla in casa, sottoponendola ad esorcismi e drogandola con antidepressivi per convincere l’opinione pubblica che Amina avesse agito in seguito a problemi psicologici, con lo scopo di salvaguardarla dalla violenza dei sefarditi o di altre forze religiose o politiche. Fortunatamente Amina riuscì a scappare e a continuare la sua lotta.

Nel romanzo Amina racconta la sua infanzia in un’agiata famiglia di Tunisi. Figlia di un medico e di una maestra che non divorziarono mai per non scontrarsi con l’opinione pubblica, Amina era una bambina ribelle: giocava con i maschi, non rispettava le regole a casa e a scuola e si batteva nelle risse con maschi e femmine; i suoi gusti anticonformisti facevano disperare la famiglia. Durante una permanenza in Arabia Saudita scoprì una condizione femminile assai più dura di quella tunisina, ma anche in questo caso riuscì a ribellarsi. L’infanzia di questo simpatico diavoletto fu purtroppo segnata da abusi sessuali in famiglia sin dall’età di quattro anni; quando Amina fu abbastanza grande per comprendere la gravità della situazione e trovò il coraggio di denunciare le violenze alla madre, venne accusata di aver mentito e non fu sporta denuncia contro i violentatori. Il padre di Amina, in quanto uomo, non venne nemmeno informato dell’accaduto.

Crescendo Amina conobbe alcune persone che contribuirono alla formazione della sua coscienza politica e riuscì a liberarsi definitivamente dai condizionamenti subiti dalla società oppressiva in cui aveva sempre vissuto. Dalle sue parole scopriamo che in Tunisia non vivono soltanto estremisti religiosi e persone favorevoli alla dittatura come spesso siamo abituati a pensare, molti amici e conoscenti di Amina hanno infatti opinioni democratiche (più o meno dichiarate apertamente) e sono favorevoli all’emancipazione femminile. Prima di sviluppare delle opinioni politiche radicali e femministe Amina si avvicinò al Cristianesimo, ma abbandonò tale religione poiché non approvava diversi precetti e storie scritti nella Bibbia, e ricevette dei violenti schiaffi dai poliziotti dopo aver ingenuamente chiesto alla polizia di Ben Ali “l’autorizzazione a manifestare per la fine della guerra a Gaza e contro i crimini verso la popolazione civile.” In seguito amina iniziò a frequentare attivisti e ribelli come lei e a provvedere alla propria cultura personale leggendo soprattutto libri di filosofia.

Amina aveva sedici anni quando scoppiò la Primavera Araba, cui partecipò organizzando scioperi a scuola e aderendo alle manifestazioni di cui non vi racconterò le amare conseguenze per non guastarvi la lettura del romanzo. Le pagine dedicate all’argomento sono una preziosa testimonianza di una persona che ha vissuto questo periodo storico “dal basso”, prendendo parte attivamente alle azioni politiche e seguendo gli sviluppi sui media (soprattutto su Internet): la macrostoria si fonde alla microstoria e la biografia alla cronaca di una nazione, mentre la giovane Amina cresce e diventa un’attivista politica a tutti gli effetti.

Avere opinioni diverse dalla massa non è facile per nessuno, soprattutto se si vive in un paese sotto dittatura, in cui sono malviste le persone non musulmane come Amina, che si professa atea. Amina è diversa per le sue opinioni politiche, filosofiche e religiose, per i suoi vestiti (viene menzionata una maglietta dei Nirvana), per il vizio del fumo (era vietato fumare in collegio), per essere diventata l’amante di un professore della scuola e per il suo caratteraccio indomabile, ma la ragazza sa trasformare la sua anarchica personalità in un punto di forza.

Dopo aver imbrattato le mura di un cimitero nel corso di una manifestazione sefardita (estremisti religiosi musulmani), Amina venne arrestata e incarcerata per due mesi e mezzo. La ragazza si scontrò così con le quotidiane ingiustizie che le detenute tunisine sono costrette a subire e i soprusi di una giustizia che voleva a tutti costi privarla della sua libertà, ma Amina si batté coraggiosamente sotto lo sguardo dei giornalisti di tutto il mondo. Nonostante la giovane età  riuscì a trasformare la prigionia in un’esperienza di arricchimento e crescita personale.

Siccome Amina è un personaggio pubblico, non ho timore di spoilerarvi il finale del romanzo: la storia si conclude con la nostra eroina felicemente al sicuro in Francia, dove può studiare e dedicarsi alla politica senza correre alcun pericolo. Leggendo la pagina a lei dedicata su Wikipedia scopro tuttavia dei fatti assai spiacevoli: nel luglio 2014, qualche mese prima della pubblicazione del libro, Amina denunciò su un social network di essere stata aggredita nel Metro di Parigi da cinque sefarditi. Il gruppo l’avrebbe trascinata fuori dalla metropolitana a forza per minacciarla di stupro, costringerla a leggere alcuni passi del Corano e rasarle capelli e sopracciglia. La gendarmerie indagò e scoprì grazie alle telecamere di sicurezza che si trattava di una menzogna, per rimediare Amina confessò sul Liberation di essersi inventata tutto e fu avviato un procedimento penale per “denuncia di reati immaginari”. Il 20 agosto 2014 Amina e il suo compagno furono sottoposti ad una misura restrittiva della libertà con sorveglianza a vista in quanto accusati di aver aggredito una donna che indossava il velo islamico.

Non sappiamo le ragioni che hanno spinto amina a compiere tali gesti, che imbrattano l’immagine positiva trasmessa dalla biografia. Ci auguriamo che Amina sia una persona equilibrata e razionale e che i suoi recenti misfatti siano solo degli incidenti di percorso.

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4 thoughts on “Recensione de “Il mio corpo mi appartiene” di Amina Sboui

  1. Ho sentito parlare di questo libro qualche mese fa, nel corso del tirocinio: una studentessa lo ha scelto come testo da consigliare alla classe e ne ha fatto un’ottima presentazione. Grazie alla tua recensione ho ricostruito meglio il contesto, soprattutto quello delle vicende di Amina dopo l’abbandono delle Femen. Mi sembra una lettura importante, spero davvero che la deriva successiva non ne intacchi il messaggio. Buone letture e a presto!

    • Ritengo sia un testo importante perché consente sia di conoscere un fenomeno di attualità come quello delle femen e la storia di amina, sia perché offre un interessante spaccato della società tunisina, che noi italiani conosciamo poco e male, visto che abbiamo molti pregiudizi.

      Grazie per essere intervenuta, ho notato che pochi hanno apprezzato questo articolo.

  2. Magari non si tratta di aver apprezzato o meno, ma della delicatezza del tema, in merito al quale molti – io per prima – non sono informati… la tua analisi è molto interessante e suppongo che lo sia anche il libro, sebbene non legga praticamente mai testimonianze contemporanee.

    • Questo libro fornisce informazioni su una realtà poco conosciuta come quella della Tunisia, dove non ci sono solo fanatici religiosi e la condizione della donna non è grave come in altri paesi. Come hai detto tu, si tratta di una buona lettura per informarsi su un paese lontano. La sua brevità e semplicità lo rendono accessibile anche a persone di cultura medio-bassa.
      Ti consiglio calfamente di leggerlo, è uscito da poco e puoi trovarlo facilmente in libreria.
      Un abbraccio

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