Recensione di “Lettera a un bambino mai nato”, di Oriana Fallaci


“Povera cara: hai scoperto che pensare significa soffrire, che essere intelligenti significa essere infelici. Peccato che ti sia sfuggito un terzo punto fondamentale: il dolore è il sale della vita e senza di esso non saremmo umani.”

Siamo nel 1975, un periodo di manifestazioni e contestazioni, tre anni prima che, nel 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza diventasse legale in Italia. Il direttore dell’Europeo Tommaso Giglio incarica Oriana Fallaci di realizzare un’inchiesta sull’aborto in quattro mesi, carta bianca sui contenuti. Dopo sei mesi la Fallaci consegna al posto dell’inchiesta un libro, Lettera ad un bambino mai nato. Il direttore non le rivolge la parola per quindici giorni, ma l’opera fu un successo.

Si tratta di un romanzo piuttosto sottile, di appena un centinaio di pagine, costituito da un lungo monologo che una donna incinta dedica a suo figlio. La protagonista si rivolge al bambino essenzialmente per dargli dei consigli sulla vita con un linguaggio estremamente semplice, eppure le sue parole racchiudono perle di infinita saggezza sulla vita, la morte, la gravidanza, la famiglia, la condizione femminile, la religione e molto altro ancora. Uno dei temi principali è se è giusto mettere al mondo un figlio in un mondo così triste e ostile, ignorando la volontà del bambino. Pur apprendendo moltissimo sulla concezione del mondo e la morale della narratrice, non sappiamo nulla sul suo conto perché la Fallaci omette ogni indicazione spazio-temporale: non conosciamo il nome della donna, la sua età, l’anno in cui è ambientata la vicenda e i luoghi in cui vive e in cui si reca nel corso della storia; lo stesso vale per gli altri personaggi del romanzo. Tali informazioni vengono omesse perché, essendo già note alla protagonista, sono scontate in un dialogo interiore, oppure in quanto insignificanti per il narratario, un feto che ancora non conosce le caratteristiche delle persone che vivono nel mondo.

I rapporti con il padre del bambino, il datore di lavoro e i medici non sono semplici, ma la protagonista affronta le difficoltà con tenacia ed è decisa ad intraprendere un viaggio di lavoro nonostante la gravidanza abbia presentato delle complicazioni, in quanto convinta che una madre non debba rinunciare alla sua vita per il proprio figlio. Come preannunciato dal titolo, il bambino non nascerà mai, infatti un aborto spontaneo interromperà la gravidanza. La narratrice sognerà un processo in cui i vari personaggi del libro la giudicheranno colpevole dell’aborto o la assolveranno, il verdetto finale sarà che tutti i giudici, dal più severo ai difensori della donna, avranno ragione poiché ogni loro opinione ha un fondamento di verità. Il libro si conclude nella sofferenza della donna che, incapace di espellere naturalmente il feto morto, viene sottoposta ad un’operazione chirurgica.

La protagonista dell’opera ha molte caratteristiche in comune con Oriana Fallaci: sono entrambe donne nubili, lavoratrici spesso in viaggio per affari (la narratrice sembrerebbe proprio una giornalista che viaggia negli USA), ribelli e determinate, amano pensare con la propria testa, intrattengono relazioni extraconiugali con degli amanti. Ne consegue che il lettore sarà portato a domandarsi se Oriana Fallaci abbia mai avuto un aborto, e se il racconto sia autobiografico, o almeno questo è quanto è accaduto a noi di Acqua e limone e ad una nostra conoscente che ha letto il libro. Oriana Fallaci ebbe due aborti spontanei, il secondo dei quali fu fondamentale per la stesura di Lettera ad un bambino mai nato.

Il romanzo è impregnato di sano e genuino femminismo (Oriana Fallaci rivolgerà aspre critiche alle femministe in La rabbia e l’orgoglio, ma in quest’opera sono presenti delle affermazioni decisamente femministe), infatti sin dalle prime pagine troviamo degli splendidi passi dedicati alle donne:

“Se nascerai uomo, ad esempio, non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace.”

“Sarai un uomo o una donna? Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: «Ah, se fossi nata uomo!». Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicare l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba: mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare, su fino a quel Gesù che dichiarano figlio del Padre e dello Spirito Santo: quasi che donna da cui fu partorito fosse un’incubatrice o una balia. Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata. Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. E’ solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto ad urlarlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi è molto più bello che vincere, viaggiare è molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto. E per superare quel vuoto devi metterti in viaggio di nuovo, crearti nuovi scopi. Sì, spero che tu sia una donna: non badare se ti chiamo bambino. E spero che tu non dica mai ciò che dice mia madre. Io non l’ho mai detto… Il cuore e il cervello non hanno sesso. Nemmeno il comportamento. Se sarai una persona di cuore e  di cervello, ricordalo, io non starò certo tra quelli che ti ingiungeranno di comportarti in un modo o nell’altro in quanto maschio o femmina. Ti chiederò di sfruttare bene il miracolo d’essere nato…”

Il finale tuttavia lascia insoddisfatti i lettori che si aspettavano un trionfo del femminismo e della liberalizzazione dell’aborto perché nel processo immaginario la protagonista accetta il punto di vista di tutti gli accusatori, compreso il medico conservatore che lottò per la sopravvivenza del feto a scapito delle necessità della madre. Credo che il personaggio del medico rappresenti, più che l’opinione contraria all’aborto, la volontà di portare a compimento la gravidanza nonostante ogni complicazione, una vocazione che è presente in tutte le donne, comprese quelle che scelgono di rinunciare al bambino che portano in grembo. L’aborto dopotutto è una scelta difficile e combattuta, nessuno sospende la gravidanza con leggerezza e senza un certo rammarico. Non ci sono dubbi che Oriana Fallaci partecipò attivamente al dibattito sull’aborto prima del 1978 ed era favorevole all’emanazione della legge italiana sull’interruzione volontaria della gravidanza.

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15 thoughts on “Recensione di “Lettera a un bambino mai nato”, di Oriana Fallaci

  1. La Fallaci,una donna che ammiro.,una combattente come tutte le donne che si sono battute per avere un posto in un mondo maschilista.Negli anni del dopoguerra ( i miei) tutto era da cambiare mentalità da far paura non si poteva parlate dovevi solo dimostrare e confrantarti continuamente la mia e stata una sfida continua un ribellarsi contro tutti anche contro le stesse donne ormai convinte che valevano poco. E per questo ho lavorato sempre di più di un uomo tant’è che mio padre diceva sempre che se fossi stato un uomo avrei portato a casa un sacco di soldi ( dicendo cosi persava di farmi felice ) ma io ero consapevole che le battaglie per dare voce a tutte le donne era appena cominciata ) C’è tanto su cui riflettere leggendoti…anche se tanti non lo fanno per comodità..sono sempre stata felice di essere nata donna e ogni ostacolo superato di dava ragione sulle mie convinzioni che una donna se fà una cosa vale tanti di più di un uomo.Grazie Valivi e complimenti.
    Caterina

    • Grazie caterina per la tua testimonianza. Purtroppo ancora oggi le donne guadagnano meno degli uomini e la strada da fare per la parità è ancora lunga. Vorrei che tutte le donne ragionassero come te e che fossero consapevoli della necessità di affilare le unghie e lottare.
      Grazie mille per il tuo splendido commento. A presto

  2. La vita delle donne e un continuo ( processo ) interiore per noi …oltre per chi si avvale di poterlo fare e capire senza provare cosa significhi veramente ,un aborto, e sempre un dolore immenso che resta sempre dentro,una ferita sempre aperta,i peggior giudici sono le donne stesse che non si perdonano anche se un abborto e spontaneo perché una donna e sempre portatrice di vita.
    Una felice domenica cara Vali.

    • Che onore, addirittura un secondo commento!

      Fortunatamente io non ho mai subito un aborto, né spontaneo né volontario, e non oso immaginare cosa significhi. Si tratta di un tema delicato e doloroso, che una persona non vorrebbe mai trattare, eppure ci sarà sempre una donna costretta a rinunciare al suo bambino, oppure che lo perderà naturalmente. Proprio per questo i medici obiettori di coscienza compiono un crimine atroce impedendo alle donne incinte di essere padrone di loro stesse e di decidere se continuare la gravidanza.

  3. Ciao Vali! Come va? So che lì al Nord fa un caldo bestiale, eheh.
    Complimenti per questo articoletto; Oriana Fallaci è un soggetto davvero difficile da trattare, ma tu te la sei cavata bene, tutto sommato.
    Purtroppo non ho letto questo libro; ho altresì letto “Un Uomo”, librone di centinaia di pagine che, alla fine, vorresti fossero altre centinaia e centinaia. Io credo che in “Un Uomo” si rifletta gran parte della Fallaci: Il suo essere donna di azione; il suo lato romantico, la sua voglia di maternità, purtroppo sopita per colpa di Panagulis, che pur non volendo, le ha provocato uno dei suoi aborti. E poi il suo lato debole, quando in mezzo a intrighi quasi spionistici lei sbotta disperata dicendo che non vuole entrare in quei caos omicidi (la Grecia post Colonnelli non era un vero e proprio parco giochi…). E questo lato ci ricorda la Oriana in elmetto che andava al seguito dei marines americani e trovandosi in mezzo agli scontri a fuoco in Vietnam, ugualmente gridava che basta, non glie ne fregava nulla della loro guerra.
    Detto questo, anche io andrei cauto nel considerare la Fallaci icona di femminismo; per esserlo, bisognerebbe presumere che tutte le donne fossero come lei; ma nella realtà le donne hanno tanti aspetti come il prisma, e non mancano le donne che non rinuncerebbero mai ad avere figli e vivere “a casa” con la famiglia che amano. Così come ci sono donne che sacrificano tutto alla carriera o donne che proprio non fanno nulla di quanto sopra elencato. Il femminismo purtroppo è un movimento ideologico che pecca di presunzione in particolar modo oggi, epoca in cui le discriminazioni istituzionali tra uomo e donna sono state giustamente pressocché cancellate.
    A questo proposito, Vali, in base a che cosa sostieni che “le donne guadagnano meno degli uomini”? Premetto che questa affermazione l’ho letta, come se fosse uno slogan, su giornali e riviste; anche il Papa ha lanciato una frecciatina a riguardo; ma le argomentazioni a sostegno son particolarmente deboli, come ho avuto modo di verificare leggendo l’articolo di un giornalista di Repubblica (poteva essere altrimenti?) che si chiama Roberta Querzè.
    Se vorrai rispondermi, ti prego di considerare che di sicuro in Italia (e credo anche in tutti gli Stati del così detto Occidente) non ci sono leggi, contratti collettivi e normative che distinguono donne e uomini in materia di stipendio.

    Buona serata!

    • Ciao Stelio, io sto bene, tu? Sì, qui al Nord si muore dal caldo, ma per fortuna questa sera è scoppiato un bel temporale estivo. Com’è il tempo in Sardegna?

      Purtroppo non ho ancora letto “Un Uomo”, in quanto “Lettera a un bambino mai nato” è il primo libro della Fallaci che leggo, ma ho intenzione di rimediare.

      Il femminismo non ha nulla da obiettare contro le casalinghe, semplicemente sostiene che una donna deve avere il diritto di scegliere quale sia la strada giusta per lei. E i casalinghi dove sono? Per un uomo è ancora vergognoso badare ai figli e farsi mantenere dalla moglie, infatti non conosco nemmeno un casalingo, ma sono convita che molti uomini preferirebbero dedicarsi alla casa e ai figli, così come molte donne sono portate per la carriera. Il femminismo è utile anche perché cerca di avvicinare gli uomini alla famiglia.

      Non credo affatto che il femminismo pecchi di presunzione, e perché mai peccherebbe di presunzione???

      Le differenze “istituzionali” non esistono più, hai ragione, uomo e donna sono uguali di fronte alla legge, eppure esistono ancora dei grossi limiti culturali che impediscono alle donne di avere pari diritti. Finché l’uomo non smetterà di aver paura delle donne “forti” e accetterà il sesso femminile come suo pari ci saranno sempre delle discriminazioni.

      Per quanto riguarda le mie opinioni circa il femminismo, ti consiglio di leggere questo articolo: https://centauraumanista.wordpress.com/2014/11/10/abbiamo-ancora-bisogno-del-femminismo/ . L’articolo inizia parlando proprio della questione relativa al lavoro di cui hai parlato e risponde alle tue perplessità citando un articolo in cui vengono esposti dei dati statistici concreti circa i problemi delle donne al lavoro. Ti propongo inoltre un articolo di un giornale femminista gestito da ragazze poco più grandi di me: http://www.softrevolutionzine.org/2014/lavoro-discriminazione/

      La chiesa di Papa Francesco ha fatto qualche passo avanti, ha persino ammesso che è sbagliato considerare Eva colpevole di aver tentato Adamo nello stesso discorso che hai menzionato. Non posso tuttavia appoggiare un papa che discrimina ancora pesantemente gli omosessuali e ostacola i matrimoni gay, mi dispiace. Non sono riuscita a trovare su Internet l’articolo di Roberta Querzé, dovresti fornirmi altre indicazioni affinché io possa trovarlo.

      Attendo con curiosità una tua risposta. A presto.

      Valeria

      • Ciao! In effetti fa molto caldo anche qui, ma proprio per questo ho iniziato a trasformarmi in anfibio visto che la così detta “riviera del corallo” me lo permette, eheh.

        Ma prima di tutto faccio una rettifica; Querzè ha scritto sul Corriere della Sera e questo è il link al suo articolo:
        http://archiviostorico.corriere.it/2015/marzo/05/Uomini_donne_divisi_450_euro_co_0_20150305_772ff20e-c304-11e4-b620-2db78905501d.shtml

        A seguito della lettura del suddetto, mi sono permesso di scriverle; di solito, quando leggo articoli con cui mi trovo in disaccordo, scrivo direttamente all’autore, spesso ricevendo risposta; in questo caso la Querzè ha preferito non darmi riscontro. Ecco quello che ho scritto via mail:

        “Gentile Querzè.

        Secondo i dati Eurostat che lei ripete diligentemente, ci sarebbe un divario “retributivo di gerere” tra lavoratori maschi e femmine. In principio si parla di “entrate” (concetto differente da quello di retribuzone”); per cui poi lei specifica:

        “Parliamo di valori medi, calcolati su tutti i cittadini, quindi il dato tiene conto anche delle tantissime donne che in Italia non lavorano. Proprio la loro presenza allarga il fossato.”

        Potrà capire che l’artificio numerico non regge per senso logico: perché non vengono considerati i numerosi cittadini italiani maschi che non lavorano? Il baratro del 45% di differenza è ottenuto omettendo dei valori essenziali.

        Parlando invece di “differenza retributiva”, la differenza sarebbe solo del 6,7% tra lavoratori maschi e femmine. Certo, una cosa orribile. Tuttavia, non esiste nessuna norma di legge, in Italia, che discrimina i lavoratori in base al sesso; quando ho preparato l’esame di Diritto del lavoro e sindacale, ho letto di tutto, ma niente che evidenziasse diversi trattamenti retributivi fondati sul genere. E infatti ecco il nuovo “artificio contabile”:

        “Il pay gap pesa di più nelle grandi aziende dove i dipendenti possono contare su un superminimo. Spesso più alto per gli uomini che per le donne. E anche nei settori dove esiste un’ampia articolazione degli inquadramenti. Impiegati di fascia a, b, c, d… Le donne stanno spesso nelle fasce più basse”.

        Quindi pare che la “discriminazione” non sia sulla base di contratti specifici per donne, ma in base al fatto che le donne occupano più spesso degli uomini posizioni la cui retribuzione è stabilita in modo univoco per legge (contrattazione collettiva).

        Poi lei cita una certa Patricia Arquette; ma dimentica che negli Stati Uniti vice un regime normativo in tutto e per tutto diverso da quello europeo in primis e soprattutto da quello italiano. Ma tutto fa brodo, a quanto pare.

        **********

        Con osservanza.

        ***********

        PS. Credo che prendere per oro colato le ricerche espresse da Job Pricing, sia come chiedere ad una banca privata, fondata sul profitto, di stabilire cosa sia meglio per gli investitori privati, quelli che di solito subiscono gravi danni per “improvvisi” crolli di borsa.
        ____________

        Ho omesso delle piccole parti della mia mail, ma l’essenziale te l’ho copiato. Nella mia risposta ho cercato di mettere in evidenza la pretestuosità argomentativa che sta alla base del “le donne guadagnano di meno degli uomoni”. Ho visitato anche il tuo precedente intervento e i relativi link.

        Io sono sicuro che sai quale è l’obiettivo di una Azienda: il profitto. Il fatto che un dipendente venga a mancare, per malattia, per negligenza o per mille altri motivi, si traduce in una perdita. Per questo motivo, vista la natura, direi, superiore, della maternità, l’Italia, almeno, ha adottato una legislazione protettiva già prima della seconda guerra mondiale. Oggi ancora di più; l’Inps garantisce l’azienda per la mancanza sul posto di lavoro del dipendente in maternità. Tuttavia l’azienda, che su quel dipendente contava in termini pratici, dovrà coprire materialmente le mansioni laciate vacanti; per questo motivo, io credo, quando la maternità cessa, la dipendente potrebbe trovarsi demansionata. Ma questo accade anche ai lavoratori maschi che si assentano per lunghi periodi da posto di lavoro, ovviamente.

        Poi dici che: “eppure esistono ancora dei grossi limiti culturali che impediscono alle donne di avere pari diritti”. Questo non significa che esiste un pay-gap. La retribuzione è legata alle mansioni. Se una donna è inquadrata “C” e un uomo “D”, ovvio c’è un pay-gap da contratto, ma non da genere.

        Infine, penso che il femminismo sia presuntuoso, nei i termini in cui si pone oggi, almeno quanto il Cristianesimo che andava nelle nuove terre a portare il Verbo e di fatto devastando culture che del “Verbo” avrebbero fatto volentieri altrimenti. Poi, ovviamente tutti concordiamo che essere donna non deve significare essere bersagli di stupro o violenze varie. Per questo basterebbe uno Stato capace di far rispettare le leggi esistenti.

        Buon pomeriggio ;)

  4. Innanzi tutto tra le donne che non lavorano sono comprese le casalinghe, la cui attività viene equiparata a quella del marito. I maschi che non lavorano sono generalmente disoccupati. Inoltre è evidente che l’articolo pone in evidenza il fatto che il numero delle non lavoratrici è di gran lunga maggiore di quello dei non lavoratori. Le mie tuttavia sono solo supposizioni, sarebbe interessante conoscere il parere dell’autrice.

    E’ vero, la legge non discrimina le donne, eppure ci sono delle differenze evidenti nel concreto. Le leggi non risolvono sempre i problemi, anzi, spesso servono solo per nascondere i veri problemi. La legge non risolve tutti i problemi di uno stato e, in una nazione in cui l’uguaglianza sembra essere garantita sulla carta, si verificano di fatto delle disparità di genere.
    Usa e Italia hanno profonde differenze normative (common law e civil law in primis…), ma sono entrambi stati occidentali perciò non mi sembra fuori luogo equipararle.

    Caro Stelio, non ho capito se tu ritieni giusto che una donna dopo la gravidanza si ritrovi demansionata. Io credo che sia rischio che andrebbe combattuto con tutte le nostre forze perchè non è giusto difendere gli interessi delle imprese a scapito dei lavoratori. Le malattie gravi e le gravidanze, che impongono ai dipendenti di astenersi dal lavoro, purtroppo esisteranno sempre e non è giusto penalizzare delle persone innocenti. E’ giusto che l’interesse delle aziende venga ridimensionato in favore delle lavoratrici per garantire un mondo migliore per tutti. Ti dirò di più, sarebbe bello secondo me che anche gli uomini avessero l’opportunità di assentarsi dal lavoro quando nasce il loro figlio per restare vicino alla famiglia.

    Per quanto riguarda il pay gap, mi sono informata: http://www.ingenere.it/articoli/gender-pay-gap
    Questo articolo sembra chiarire tutto. Il pay gap ha dei limiti, ma tutti gli indicatori statistici ne hanno.

    Il femminismo, come ogni altra opinione, dottrina e corrente di pensiero, ritiene di aver ragione sugli altri, in questo non c’è niente di male perché è giusto avere delle opinioni. Però ti prego, non paragonare il femminismo al Cristianesimo!!!! I cristiani distruggevano villaggi, schiavizzavano le persone, convertivano con la forza e hanno messo in ginocchio il Nuovo Mondo. Il femminismo non ha oppresso nessuno, semplicemente sostiene le proprie idee dialogando e ascoltando gli altri! Ti ricordo che i Cristiani hanno bruciato sul rogo eretici, donne, scienziati e politici, nessuna femminista a mai fatto ciò! Queste tue ultime parole mi hanno indignato.

  5. Ciao Vali, mi spiace di averti fatto indignare, ma ti spiegherò bene in questa breve risposta che le mie affermazioni sono comunque ponderate da un ragionamento di base.
    Ma prima, vorrei rispondere con ordine al tuo intervento.
    L’opinione di Querzè non la sapremo mai, visto che ha l’abitudine di non rispondere; ma al di là di questo, ribadisco categoricamente che chi afferma che “c’è un pay-gap”, o non sa di cosa sta parlando o vuole fare bassa propaganda facendo leva sulla forza dell’espressione e sull’ignoranza di chi legge e/o ascolta. Dico questo perché, a parità di mansione, uomini e donne non hanno differenze di reddito; questo è il concetto. Poi, stare a tirare fuori statistiche su occuppati, disoccupati, mansioni eccetera, è solo un modo per imbrogliare e complicare il ragionamento. Mi dici che c’entra la disoccupazione col concetto di discriminazione retributiva? Preso atto che un disoccupato non ha reddito, pare assurdo utilizzarlo per sostenere le deliranti teorie sul “pay-gap”. Tu hai affermato che “le donne guadagnano meno degli uomini”, salvo poi rispondermi che:

    “Le differenze “istituzionali” non esistono più, hai ragione, uomo e donna sono uguali di fronte alla legge, eppure esistono ancora dei grossi limiti culturali che impediscono alle donne di avere pari diritti. Finché l’uomo non smetterà di aver paura delle donne “forti” e accetterà il sesso femminile come suo pari ci saranno sempre delle discriminazioni.”

    Mi pare che ci sia un abisso tra “guadagnare meno” e “grossi limiti culturali ecc. ecc.”.

    Ovviamente non sono favorevole al demansionamento nelle aziende pubbliche o private. Ho solo detto che le aziende non sono “opera caritatis” e che perseguono il profitto, pena il fallimento. Sta allo Stato garantire meccanismi adeguati a rendere felici imprensitori e dipendenti. Proprio ieri i giornali farfugliavano delle novità introdotte dal Governo in tema di demansionamento; qui l’articolo:
    http://www.leggioggi.it/2015/06/10/jobs-act-pronto-decreto-demansionamento-cambia/
    Ovviamente tra il dire e il fare, c’è sempre di mezzo una classe politica di incompetenti titali; traine tu le conclusioni.

    Il congedo parentale, poi, spetta anche agli uomini, per fortuna; leggi qui:
    http://www.dirittierisposte.it/Schede/Lavoro-e-pensione/Assenze-per-congedi/congedo_parentale_id1108965_art.aspx

    Certo, dieci mesi non sono tanti e ci sono dei limiti vari, si potrebbe fare di più, ma meglio di niente.

    Sul femminiscmo, credo che sia necessario riconoscerne i limiti oggettivi dettati dalla nostra epoca; ce c’è un femminismo buono e sano, quello è rintracciabile in tutte quelle lotte che realmente hanno difeso le donne contro i sopprusi sociali e da lavoro. Dopo la rivoluzione inustriale era necessario assolutamente tutelare le donne ed equipararle agli uomoni in materia di fruizione di diritti (e doveri).

    Il femminisco di oggi, pur essendo baluardo dei vecchi cavalli di battaglia, pecca di eccessi quali: il tentativo di introdurre una neolingua, discriminare i medici obiettori di coscienza, manifestare in modo insulso (Femen e Pussy Riot) la femminilità, degradandola a spettacolo grottesco.
    Certamente, la Chiesa (più che i cristiani in sé) ha fatto dei danni enormi di proporzioni incalcolabili e ancora ne fa quando continua a voler convertire alle sue dottrine popolazioni che nulla hanno a che fare con la nostra cultura; spesso la Chiesa si è fatta complice del potere temporale, devastando con guerre e crociate. Va bene. Ma non mi dire che il femminismo di oggi non ha lo stesso atteggiamento aggressivo verso la società. L’imposizione di “quote rosa” è una discriminazione, perché antepone le suddette quote al merito di raggiungere una posizione politica o no. I tentativi di Boldrini&co. di creare una nuova lingua in cui spiccano parole come “avvocata, magistrata, assessora, presidenta ecc.” dimostrano solo una cosa: abissale ignoranza della lingua. La suddetta presidente della camera ha scomodato persino una dipendente dell’Accademia della Crusca per giustificare questa operazione di rinnovamento della lingua; ebbene, io che ho fatto il classico e tu anche, Vali, sappiamo bene che oltre al genere maschile e femminile, esiste nella lingua anche un genere neutro. Ma non solo; incarichi come “magistrato, avvocato, politico, presidente, assessore, ecc.” non hanno connotazione di genere; sono incarichi che possono essere ricoperti da uomini o donne e per i quali si distingue il genere grazie all’anteposizione dell’articolo appropriato.

    Infine dici:
    “Usa e Italia hanno profonde differenze normative (common law e civil law in primis…), ma sono entrambi stati occidentali perciò non mi sembra fuori luogo equipararle.”

    Secondo te basta “essere occidentali” per avere una equiparazione culturale? Non solo il sistema giuridico, ma sopprattutto la cultura ci distingue dagli Stati Uniti, addirittura più che dall’Inghilterra. Gli stati Uniti hanno un substrato culturale che si evolve a mala pena da duecento anni e la loro fondazione risale ai fanatici religiosi (che mi pare tu non ami tanto) Pilgrim Fathers, imbarcati sul Mayflower. Successivamente, guerre di indipendenza, schiavismo, guerra di secessione, apartheid (che in qualche modo continua ancora oggi) e tutte quelle belle “missioni di pace” per esportare la (loro) democrazia. No, no, grazie, credo di non avere e non volere alcunché in comune con quella massa confusa di genti e di religioni.

    Buon fine settimana :)

    • Caro stelio, approvo il tuo commento perché ritengo doveroso permetterti di divulgare il tuo pensiero, ma ti rispondo tra due settimane perché sono sotto esame. Meriti una risposta articolata e esauriente, che non posso scrivere in un paio di minuti. Un abbraccio

      • In bocca al lupo per l’esame ;) Maledetti esami universitari, eheh, io ne so qualcosa. Ma non sto divulgando il mio pensiero, stavo solo dialogando con te. Ciao!

      • Lo so che stai dialogando con me, però questi messaggi li leggono tutti, quindi stiamo tenendo una specie di dibattito pubblico

      • Ciao Stelio,

        sosterrò l’esame venerdì prossimo perché sono una degli ultimi, così ho tempo per risponderti.

        Il tuo ragionamento sul pay-gap ha senso, resta comunque il problema che difficilmente le donne accedono alle cariche e agli impieghi di livello superiore, inoltre molte donne sono costrette ad accettare un part time per conciliare lavoro e famiglia, mentre gli uomini possono dedicarsi al lavoro a tempo pieno.

        Per quanto riguarda le differenze culturali, ti propongo questo articolo: http://www.softrevolutionzine.org/2015/tim-hunt-riflessioni/ , riguardo al quale ritengo che è vero che la convivenza di uomini e donne prevede degli innamoramenti e che le femmine sono più emotive dei maschi (ma piangere non è un difetto, può essere anzi molto utile per sfogarsi), però tutto ciò non deve essere un limite per la scienza: laboratori separati comporterebbero un limite nella diffusione del sapere, inoltre le donne tornerebbero ad essere considerate degli oggetti sessuali che devono essere allontanati dagli uomini per non stuzzicarli.

        Per quanto riguarda il problema del profitto, Calabrò (il professore che ho intervistato per L’Indro) sosteneva una tesi molto intelligente: il sistema capitalista (e il profitto) non piace a nessuno, eppure nessuno ha saputo proporre una valida alternativa (io aggiungerei che le alternative esistono, ma non su scala nazionale, continentale o globale). Non sono d’accordo con molte sue teorie, ma questo ragionamento non fa una piega.

        Non ero a conoscenza del congedo parentale, scusami. Mi chiedo però come reagisca un’azienda privata nei confronti di un padre che scelga tale opzione. Non potrebbe penalizzarlo (magari con mobbing), esattamente come vengono penalizzate le madri che lavorano? E’ solo una mia teoria, sono poco pratica di questi aspetti perché ho poca esperienza nel mondo del lavoro, cerca di capirmi…

        Il femminismo è suddiviso in molteplici branchie e al suo interno non tutti al pensano allo stesso modo, perciò bisogna fare attenzione a non fare “di tutta l’erba un fascio”:

        Ecco cosa penso riguardo alla neo lingua. Sappiamo entrambi che genere di sviluppo ha avuto l’italiano: alcuni vocaboli come “avvocato”, “giudice”, “medico”, ecc… sono solamente maschili perché in passato tali professioni erano praticate solo da uomini. Questo però genera una discriminazione per cui quando si parla di un generico medico, si pensa sempre ad un uomo e mai ad una donna. Per questo prediligo l’utilizzo di termini come dottoressa e avvocatessa. Siccome la lingua è una struttura in costante evoluzione (l’ho studiato a linguistica, non me lo sto inventando) e nel corso della storia molte sue trasformazioni sono state stabilite a tavolino (vedi Bembo, nella “Prosa della volgar lingua”), perché non dovremmo rendere l’italiano più democratico?
        Per quanto riguarda la regola per cui si usa il maschile per parlare di un gruppo composto da maschi e femmine, è stata proposta una soluzione intelligente, quella di scrivere per esempio “tutt* i bambin*” al posto di “tutti i bambini”; quando il gruppo di bimbi è composto da maschietti e femminucce. Non mi sembra sbagliata come opzione, anche se finora non l’ho mai attuata sul mio blog.
        E’ giusto discriminare (ma è poi una discriminazione?) gli obiettori di coscienza perché impediscono alle donne di essere padrone del loro corpo, assumendo anticoncezionali e praticando l’aborto. Su questo non discuto.
        Le pussy riot non manifestano genericamente la femminilità, ma promuovono determinate idee politiche. Se talvolta infrangono qualche legge (ma senza violare i diritti di nessuno), è solo perché è il solo modo che hanno per attirare l’attenzione della massa e dei media, che altrimenti non concederebbe loro attenzione.
        Le femen sfruttano la strumentalizzazione del corpo femminile per trasmettere opinioni politiche. Così come la televisione mostra donne in toples, loro si mostrano in toples. La differenza è che, anziché farlo per ottenere il profitto, lo fanno per promuovere idee politiche che sarebbero altrimenti ignorate. Le loro performances possono piacere o meno, ma sicuramente sono efficaci per attirare l’attenzione.

        Ripeto, non puoi paragonare le femministe alla chiesa perché non hanno mai ucciso, bruciato libri, falsificato la verità imposto la loro dottrina o peggio ancora. Quando le femministe lo faranno, ti darò ragione.
        Sulle quote rosa ti do ragione . Non so cosane ne pensano le femministe (dovrei informarmi), ma sicuramente non sono state proposte solo da loro, infatti sono state applicate per esempio in alcuni eserciti.

        Sono d’accordo sul fatto che la storia degli Usa sia oscura sotto vari punti e che tale nazione sia diversa dalla nostra, però stiamo parlando del più potente paese occidentale, non possiamo non paragonarci a loro in quanto occidentali. Inoltre gli stati Uniti hanno influenzato e continuano a influenzare la nostra società da un punto di vista economico, politico e culturale

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