Riassunto del ‘De vulgari eloquentia’ di Dante, (Libro I)


Per la gioia degli studenti di Lettere, ecco il riassunto completo del De vulgari eloquentia,  il primo trattato di linguistica della storia, stato scritto in latino nel 1302-1305.

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LIBRO I

I. Dante è consapevole di essere il primo a scrivere un trattato sul volgare, un’opera necessaria a tutti, anche alle donne e ai bambini. Innanzi tutto Dante definisce la lingua volgare come il linguaggio che i bambini apprendono da chi li circonda quando iniziano ad articolare i suoni, spesso imitando la nutrice. Esiste poi un’altra lingua chiamata grammatica che sarebbe il latino (ma anche il greco antico è una grammatica) che è stata costruita artificialmente dall’uomo. Non tutti riescono ad imparare la grammatica perché richiede tempo e studio. Il volgare è più nobile della grammatica perché fu la prima lingua usata dal genere umano ed è parlata in tutto il mondo.

II. L’uomo è l’unica creatura di Dio in grado di parlare. Gli angeli infatti non parlano, comunicano tra loro grazie ad una rapidissima ed ineffabile capacità dell’intelletto. Gli angeli dannati per manifestare la loro perfidia non hanno bisogno di conoscere l’uno i pensieri dell’altro poiché si conobbero tra loro prima della condanna. Gli animali invece non hanno bisogno di una lingua poiché le bestie appartenenti alla stessa specie hanno in comune atti e sensazione, mentre per quelli di specie differente l’apprendimento di un linguaggio sarebbe dannoso, poiché non avrebbero rapporti amichevoli. Alcuni animali, come le gazze, riescono ad imitare i suoni prodotti dall’uomo mentre parla, ma ciò non significa che sappiano parlare.

III. L”uomo non è mosso dall’istinto di natura come gli animali ma agisce secondo ragione, la quale è differente a seconda dell’individuo; ne consegue che è come se ogni uomo fosse una specie a sé. L’uomo non può comunicare attraverso un rispecchiamento spirituale come gli angeli, perché è vincolato dal corpo mortale. Per comunicare all’uomo serve un linguaggio razionale e sensibile: deve essere razionale affinché l’uomo possa esprimersi a suo arbitrio e sensibile in quanto deve passare necessariamente attraverso un mezzo sensibile, il suono.

IV. Leggendo la Genesi sembrerebbe che il primo essere vivente a parlare fosse Eva, che avrebbe risposto verbalmente alle tentazioni del diavolo. Secondo Dante sarebbe più ragionevole pensare che avesse parlato prima un uomo, coerentemente con il maschilismo imperante dell’epoca. L’argomento del primo discorso pronunciato dall’uomo riguarderebbe Dio, perché Dio è gioia. Probabilmente l’uomo avrebbe risposto ad una domanda di Dio ma ciò non significa che Dio avrebbe parlato in quella che per noi è una lingua.

V. Dio conosce il pensiero dell’uomo senza che questi si esprima verbalmente, ma gli avrebbe concesso la parola semplicemente per rendere gloria al Creatore. Se l’uomo è stato creato in Paradiso, ha parlato per la prima volta in Paradiso, se è stato creato fuori da esso, avrà parlato al di fuori del Paradiso.

VI. E’ sciocco pensare che il proprio idioma sia quello adottato dal primo uomo, infatti Dante è consapevole che esistono lingue migliori del volgare toscano così come esistono terre e città migliori della Toscana e di Firenze. La prima lingua parlata dall’uomo fu l’ebraico, che sopravvisse al crollo della torre di babele affinché Cristo potesse comunicare in tale idioma.

VII. Suggestionati dal gigante Nembrot, l’uomo iniziò a costruire la torre di Babele per raggiungere il cielo nel tentativo di superare Dio. Nel cantiere si comunicava in ebraico ma, quando la torre crollò, gli uomini iniziarono a parlare lingue differenti e, non riuscendo a coordinare i lavori, dovettero rinunciare all’impresa. Dopo la punizione divina, chi aveva svolto nel cantiere le attività più nobili, come gli architetti, parlava le lingue più rozze, chi invece aveva praticato le attività più umili, come gli spaccapietre, parlava le lingue più nobili. Gli ebrei, che si erano astenuti dal costruire la torre, continuarono a parlare la lingua sacra.

VIII-IX. Gli uomini si dispersero in tutti gli angoli del mondo sino all’Europa, ove si sviluppò un idioma triplice, suddiviso in uno parlato nelle regioni meridionali, uno parlato nelle regioni settentrionali e il greco. Da un unico idioma, a causa della punizione divina, si svilupparono diversi volgari. In tutta la zona che va dalle paludi della Meotide ai confini occidentali dell’Inghilterra si parla un unico volgare, che risponde a domanda affermativa con “iò”. Nella nostra zona si parla un idioma tripartito chiamato tripharium: gli spagnoli, che vivono nel sud della Francia (non è un mio errore, Dante ha chiamato così i francesi del sud), e per rispondere affermativamente dicono “oc”, i francesi del nord della Francia che dicono “oil” e gli italiani, che saremmo noi, i quali dicono “sì”. Queste tre lingue, che originariamente erano una sola, hanno molti termini in comune come “Dio”, “cielo”, “mare”, “terra”, “vive” e soprattutto “amore”.

Le tre lingue dell’idioma tripharium mutano al loro interno, perciò l’idioma parlato nella parte destra d’Italia (utilizzando come spartiacque l’Appennino) è diverso dalla parte sinistra, ma anche all’interno di uno stesso lato ci sono differenze. Persino all’interno di una stessa città ci sono differenze, come accade per i diversi quartieri della città di Bologna. Siccome l’uomo è un animale mutevole, la lingua cambia nel tempo e nello spazio così come variano costumi e usanze, anche se il cambiamento nel tempo non è immediatamente percepibile perché si verifica in un arco di tempo molto vasto. La grammatica non è soggetta a tale mutamento in quanto è stata regolata dal consenso tra le genti per permettere agli esseri umani di comprendersi a distanza nel tempo e spazio.

X. I fondatori della grammatica, prendendo “sic” come avverbio affermativo, sembrano avvantaggiare gli italiani, che dicono “sì”. La lingua d’oil è eccellente nel volgare, infatti è proprio in tale lingua che sono state scritte le avventure di re Artù. La lingua d’oc è invece ineguagliabile nella poesia, come per esempio nei componimenti di Peire d’Alvernia. La lingua italiana invece può vantarsi di essere stata utilizzata da Cino da Pistoia e da un suo “amico” (si ritiene che sia Dante stesso).

L’Italia è divisa in due parti, destra e sinistra, dallo spartiacque appenninico. A destra troviamo: una parte della Puglia, Roma, il Ducato di Toscana, la Marca Genovese, le isole. A sinistra invece troviamo: il Friuli, l’Istria, una parte della Puglia, la Marca Anconitana, la Romagna, la Lombardia, la Marca Trevigiana. Secondo Dante esistono quattordici volgari, tutti differenti tra loro, persino all’interno di una stessa città.

XI. Dante ora analizza tutti i volgari italiani alla ricerca della lingua più illustre d’Italia. I Romani sono esclusi perché il loro linguaggio sembra un turpiloquio ed è infatti la lingua più brutta d’Italia; gli abitanti della Marca Anconitana e gli Spoletini sono esclusi, perché il loro idioma è stato deriso da molte canzoni. Anche i Milanesi e i Bergamaschi sono derisi da molti componimenti, mentre gli Aquileiesi e gli Istriani hanno una pronuncia crudissima, con loro sono esclusi anche gli abitanti del Casentino e di Fratta. I Sardi sono gli unici che non paiono avere un volgare proprio e imitano la grammatica.

XII. Il Siciliano ha una fama superiore agli altri volgari grazie alla scuola siciliana ma, se consideriamo la parlata media, non può essere scelto perché la pronuncia è troppo lenta. Se analizziamo invece il volgare illustre, non può essere eletto migliore volgare italiano perché molti poeti siciliani si sono allontanati da tale idioma; lo stesso vale per gli abilissimi poeti Apuli (nord della Puglia) e la loro lingua.

XIII. I Toscani ritengono che il loro volgare sia il migliore, ma hanno torto anche se molti poeti toscani hanno raggiunto l’eccellenza nel volgare, come Giudo Cavalcanti, Lapo Gianni, “un altro” non specificato(probabilmente lo stesso Dante) e Cino Da Pistoia. Siccome molti poeti toscani si sono discostati dal loro idioma natale, neppure il volgare toscano può essere considerato il migliore linguaggio italiano.

Neppure i Genovesi meritano tale titolo, perché pronunciano troppo spesso la lettera z, che ha un suono molto duro.

XIV. In Romagna si parla invece sia un volgare dalla pronuncia effemminata, sia un volgare irsuto e ispido, aspro per parole e accenti; quest’ultimo volgare è parlato da tutti coloro che dicono “magara”, come i Bresciani, i Veronesi e i Vicentini. Non meritano di essere considerati i Padovani perché sincopano i participi in -tus e i nomi in -tas, come in “mercò” e “bontè”. I Trevigiani invece pronunciano  la “u” come una “f”. Sono esclusi anche i Veneziani: tra loro solo Aldobrandino Padovano ha tentato di abbandonare il linguaggio materno per parlare un volgare curiale.

XV. I Bolognesi parlano la lingua più bella, in quanto hanno preso dagli Imolesi la morbidezza e la mollezza, dai Modenesi l’asprezza tipica dei Lombardi (ereditata dai Longobardi), così come molti altri  dialetti  hanno ereditato qualcosa dai loro vicini. Sordello ha abbandonato il proprio dialetto mantovano. A causa dell’asprezza lombarda, non si trovano validi poeti a Ferrara, Modena e a Reggio Emilia. Il volgare bolognese è caratterizzato dalla mescolanza di caratteristiche opposte e dalla dolcezza, pertanto Dante lo considera il migliore dei volgari municipali d’Italia, ma non il migliore in assoluto, in quanto non è né regale né illustre e poiché alcuni poeti, come Guinizzelli,, Ghislieri, Fabruzzo e Onesto lo hanno abbandonato in favore di altre parlate. Trento, Torino e Alessandria non hanno una lingua pura perché sono troppo vicini ai  confini d’Italia e subiscono dunque l’influenza di dialetti stranieri.

XVI. Siccome ogni cosa misurabile, è necessario trovare un’unità di misura con cui giudicare i volgari. Un volgare, per essere perfetto, deve essere illustre, cardinale, regale e curiale; tutti i volgari italiani sono valutati secondo tali caratteristiche. E’ tuttavia evidente, dopo l’analisi effettuata nelle pagine precedenti, che in Italia non esiste un volgare perfetto.

XVII. Il volgare illustre “è eccellente per magistero e potere e innalza i suoi con onore e gloria”. Privando una parlata di tutte quelle imperfezioni tipiche dei volgari italiani, si ottiene una lingua nobile, perfetta e “urbana”, come quella utilizzata nelle loro canzoni da Cino Pistoiese e da un suo amico (Dante).

XVIII. Per essere cardinale un volgare deve essere influenzare tutti gli altri volgari, come il cardine sorregge la porta e consente di aprirla. Il volgare regale sarebbe quello parlato in un’ipotetica reggia d’Italia. Sarebbe invece curiale il volgare le cui norme sarebbero state prestabilite dagli italiani più prestigiosi. Sebbene l’Italia sia divisa e priva di una curia riconosciuta formalmente, Dante ritiene che esista una curia “dispersa” in tutta Italia.

XIX. Un volgare regale, curiale, illustre e cardinale sarebbe degno di essere chiamato volgare italiano. Hanno adottato un volgare italiano i più grandi maestri di poesia italiana.

Il secondo libro è riassunto qui.

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