Appunti sulla scuola siciliana


Ecco il sequel del riassunto di ieri: oggi parleremo della scuola siciliana, che si è sviluppata sullo stampo della poesia provenzale. Spero che la mia idea di pubblicare i riassunti vi piaccia… Non condividerò con voi l’intero programma di studio perché perderei troppo tempo perciò non so di che cosa parlerò la prossima volta, ma state certi che avrete presto notizie sui progressi della preparazione dei miei esami. Buona lettura! La scuola siciliana nacque presso la corte di Federico II, una corte itinerante nel sud Italia che si spostava continuamente per controllare meglio il territorio che l’imperatore aveva ereditato dalla madre Costanza D’Altavilla.

econdo una teoria, quando Federico non aveva ancora consolidato il proprio potere, per garantirsi il transito Italia-Germania presso il Veneto, strinse un’alleanza con il crudele Ezzelino III Da Romano, il quale ottenne in cambio il controllo legale su Verona, che prima dominava illegalmente. Per suggellare il patto Ezzelino III sposò la figlia di Federico II, Selvaggia; in cambio Federico II ottenne in regalo dal monarca un dono spettacolare: un codice di poesie provenzali allestito appositamente per lui. Grazie al codice di Ezzelino, Federico poté apprezzare la poesia provenzale e realizzare presso la sua corte un progetto simile.

Federico era un ghibellino (ricordiamo che i ghibellini sono laici e appoggiano l’imperatore, mentre i guelfi parteggiano per il potere papista) e seppe trasformare la propria corte in uno dei più potenti centri culturali europei alternativi alla Chiesa. Federico era di padre tedesco e madre normanna perciò ricevette un’istruzione sia tedesca sia francese, ma accolse nella sua corte anche la cultura araba, greca, siciliana e il latino, la lingua degli affari di corte. Federico diede vita ad importanti istituzioni culturali come la Scuola di Capua, l’Università di Napoli e la Scuola di Medicina di Salerno, inoltre accolse nella propria corte meccanici, medici e scienziati.

In questo clima poliglotta di altissimo livello culturale giunse la poesia provenzale, da cui derivò la poesia siciliana (1230-1250), della quale si occupavano venticinque poeti che, essendo funzionari di corte, si dedicavano alla poesia per diletto. Federico II e i figli Enrico e Manfredi erano loro stessi poeti, l’imperatore scrisse tra l’altro anche un trattato di falconeria.

Della poesia provenzale sopravvive il vassallaggio d’amore ma, siccome non siamo più in ambiente feudale, le tematiche cambiano: si tende a scrivere più che altro dell’amore in quanto tale, lontano dalla concretezza provenzale, infatti la figura della donna è poco delineata e vengono effettuate molte riflessioni sulla natura e sugli effetti dell’amore e sull’interiorità del poeta. Trattandosi di un ambiente laico, vengono inoltre effettuate molte osservazioni di carattere scientifico.

Presso la corte di Federico II venivano scritte canzoni, canzonette e sonetti. La canzone deriva dalla canso provenzale ed è la forma più elevata ed illustre di poesia; viene composta in endecasillabi e talvolta compaiono anche dei settenari. La canzonetta è spesso in forma narrativa e dialogica ed è composta da versi brevi e vivaci come i settenari, gli ottonari e i novenari. Il sonetto venne usato per la rima volta da Giacomo da Lentini, è composto da quattordici versi in endecasillabi; essendo più breve, richiede meno impegno della canzone, ma proprio per questo era considerata da molti la forma di componimento perfetta, in quanto ricordava un quadrato e il pi greco.

Con la Battaglia di Benevento (1266), Manfredi viene sconfitto e fu la fine per la corte di Federico II. I testi originali andarono così perduti, salvo qualche eccezione come un sonetto di Stefano Protonotaro. Le poesie siciliane, scritte in una koinè di volgari del sud Italia, piacquero moltissimo ai toscani che li trasformarono involontariamente, di copiatura in copiatura, nel proprio volgare, dimenticandosi dei testi originali e credendo che le poesie fossero state scritte direttamente in toscano. Il vocalismo toscano però era diverso da quello siciliano perciò nacquero le rime imperfette, che venivano considerate dai toscani un preziosismo metrico creato dai siciliani anziché il frutto della loro opera di traduzione.

La poesia del ‘200 ci è stata trasmessa da tre grandi codici della poesia delle origini: il Codice Rediano, il Codice Palatino e il Codice Vaticano, che presenta gli autori in ordine cronologico e si apre con Madonna dir vi voglio  

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