Said, mi racconti il Senegal?


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Said è un bel ragazzo di 22 anni ricoverato nel mio stesso reparto che, dopo aver letto la bozza degli articoli dedicati a Manuel (clicca qui e qui per leggerli), ha deciso di farsi intervistare sul suo paese d’origine, il Senegal.

– Grazie, Said! Allora, cosa mi vuoi raccontare? – domando con un ampio sorriso d’incoraggiamento.

Said resta in silenzio, il suo sguardo si abbassa, serra le labbra carnose e i suoi occhi grandi diventano pensierosi, poi mi risponde un timido e cavernoso: – Non lo so

– Dai, su, non essere timido, puoi raccontarmi quello che vuoi!- lo incito

Potrei raccontarti la storia di Kirikù

– Solo se è diversa dal cartone animato – rispondo con gentile fermezza.

Bè, Kirikù è uscito da solo dal ventre di sua madre e, appena nato, sapeva già correre. – Niente da fare, non ci siamo proprio, siamo anni luce da una storia interessante per il mio blog.

– Said, scusami ma questa storia la conosco già… – Rispondo, mentre il mio amico sospira deluso e, dopo qualche secondo, ricomincia a raccontare.

Vedi, il Senegal è un paese molto diverso dal vostro. Da noi le persone sono sempre allegre e cordiali, voi invece siete sempre seri e vi arrabbiate per niente. In Senegal la gente si aiuta a vicenda e le famiglie non vivono separate… Non so come spiegarmi… Una coppia vive vicino ai cognati e ai cugini, insieme si aiutano; non come fate voi. Poi noi abbiamo un grande rispetto per gli anziani, non li trattiamo come voi. Qui in Italia, non appena uno diventa troppo vecchio, lo sbattete in un ospizio. Noi no, noi lo rispettiamo, non ci verrebbe mai in mente di fare una cosa del genere.

Mi sento un po’ offesa dalle sue parole: mi rendo conto che tutto ciò che ha detto è vero, però sono troppo schifosamente “politically correct” per parlare così sfacciatamente dei paesi altrui e le sue critiche mi hanno un pochino offesa. Istintivamente cerco una giustificazione storica alle mancanze di cui l’Italia è stata appena accusata: – Anche da noi era così prima, ai tempi dei miei nonni, quando l’Italia era un paese contadino… – mi zittisco immediatamente, ricordandomi che lo scopo di un’intervistatrice mettere a proprio agio l’intervistato restando imparziale. C’era mancato poco che gli sbrodolassi in faccia una lezione sulla graduale mutazione della famiglia italiana dal dopoguerra ad oggi, le drammatiche conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in una società che rinnega la vecchiaia e la morte o le analogie tra le critiche che lui aveva appena rivolto all’Italia e ciò che i Meridionali rimproverano ai Settentrionali.

Vorrei non aver mai aperto bocca, ma ormai Said deve avere avvertito la mia irritazione perché ha bruscamente cambiato argomento: – In Senegal c’è un lago rosa. – Afferma solennemente.

– Ah sì? Ma che figata!!!

Sì, l’acqua è rosa. E tu puoi andare in barca, pescare e fare il bagno nel salatissimo Lago Rosa, il Lago Retba.

– Perché è rosa? –

In che senso?

Per quale motivo l’acqua è rosa? C’è qualche sostanza particolare nell’acqua? Oppure il fondale è costituito da materiale rosa? –

Non lo so… boh!

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Avevo appena ricevuto quel genere di risposta che avrebbe fatto venire il latte alle ginocchia di qualunque intervistatore. e si inizia a parlare di un argomento, poi devi trattarlo in maniera approfondita, non si può rispondere “Non lo so”! Questa volta però non dico nulla, cerco di mettere a mio agio l’intervistato con il più gentile dei sorrisi. Il sorrisone falso e ruffiano ha funzionato, infatti Said ricomincia a parlare!

Devi sapere che in Senegal non si può fare del male ai gatti perché ciascuno di loro è protetto da un angelo custode. Se si osa maltrattarne uno porta sfiga, un po’ come da voi per i gatti neri. Non so cosa siano questi esseri, puoi chiamarli angeli custodi o… spiriti. Anche gli uccelli sono protetti dagli spiriti, perciò fare loro del male porta sfortuna. In verità tutti gli animali hanno degli spiriti protettori, anche se non viene detto in modo esplicito.

Oh, finalmente del buon materiale su cui scrivere!

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– E poi? – domando incuriosita

E poi cosa?

– Come continua la storia?

Finisce così, è solo una credenza del Senegal. Cos’altro vuoi sapere?

– Raccontami quello che vuoi – chiedo spazientita, ormai ho perso ogni speranza di ottenere un racconto esauriente dal mio amico.

Per esempio?

– Raccontami una storia. Che ne so… Parlami di una festa popolare.

Beh, in Senegal non ci sono feste nazionali religiose perché nel mio paese convivono religioni differenti: oltre ai Musulmani ci sono i Cristiani Copti… Io sono Musulmano e una festa che mi piace molto è la grande preghiera collettiva che si svolge al termine del Ramadam.

– Chissà che festeggiamenti …

No, è una grande preghiera, preghiamo tutti insieme. E basta.

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Immagine tratta da http://www.atlantic.com

Mi rendo conto che Said è un uomo di poche parole: enuncia i fatti in maniera sintetica e precisa, senza perdere troppo tempo nelle descrizioni dettagliate e particolareggiate che invece servirebbero a me. E’ impossibile ottenere da lui i dati necessari per scrivere un articolo scorrevole e non soltanto perché Said non sa raccontare, ma anche perché mi ritiene troppo italiana per comprendere il suo paese E come si fa a raccontare il Senegal ad un’italianotta che non c’è mai stata? Come sradicarla dalla malinconica corsia d’ospedale in cui si trova e farle assaporare i suoni e i colori dell’Africa? Said non ha nulla di cui parlarmi, eppure sembra deciso a proseguire l’intervista, infatti mi rivela:

Quando eravamo piccoli giocavamo a far rotolare in avanti dei cerchi di ferro, sospingendoli con dei bastoni. Era un gioco molto divertente, ma anche molto difficile: per non far cadere il cerchio era necessario colpirlo solo dal basso e in maniera non troppo forte. Dovevamo inoltre cercare un terreno senza sassi e ben spianato, altrimenti le pietre ostacolano la sua corsa.

– Ma dai?! Ci giocavano anche i nostri nonni!

Già. Ci giocano un po’ dappertutto.

Serro le labbra per non iniziare uno dei miei soliti monologhi da sapputella su I giochi dei fanciulli di Brugel o sull’Antica Grecia e continuo ad ascoltare.

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E poi ci sono i Serign. I Serign sono degli eruditi studiosi di religione musulmana che sostengono di avere il dono della veggenza e mettono le loro capacità al servizio della popolazione. Il Serign ti offre una bottiglia d’acqua in cui ha pregato e che devi usare per lavarti, in modo tale da purificarti dal male; dopo aver pregato, devi bere tre sorsi d’acqua da una seconda bottiglia. Solitamente ci si rivolge ai Serign per purificarsi dal male, dal malocchio o dalle malattie, oppure per richiedere una pozione magica.
Ci sono un sacco di incantesimi per curare le malattie… Uno di questi, utilizzato da un popolo che non è il mio, prevede di strofinare alcune piante su un sasso per poi applicarle sulle ferite.
Infine ci sono gli Imam, che riescono a far rinvenire i matti pregando mentre pongono le mani sulla loro nuca. L’Imam è una sorta di sacerdote, ma a differenza dei vostri preti si può
sposare. In città l’Imam è più che altro uno studioso del Corano, perciò le sue preghiere sono più potenti di quelle delle persone comuni. Alcuni Imam studiano anche il francese.

– Ecco Said, questa si che è una storia!

Sì, è interessante. Adesso però sono stanco, vado a dormire, buonanotte!

Mi ritrovo così tutta sola nella corsia dell’ospedale semideserta con il quadernetto ancora aperto sulla pagina che avevo riservato a Said, con tante tracce interessanti e nessuna vera storia da raccontare.

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Immagini tratte da weheartit.it

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