Piero fornasetti, 100 anni di follia pratica in mostra alla Triennale di Milano


“Immaginazione, fantasia e creatività sono cibi insopprimibili per l’anima e per lo spirito: è un dovere per chi ne ha il darne agli altri, ed è così, che la fantasia chiama la fantasia e che la poesia invita alla poesia per tutti, a tempo pieno”

La Triennale di Milano ha ospitato fino al 9 febbraio una retrospettiva dedicata a Piero Fornasetti, uno dei più importanti designer italiani del XX secolo. I circa mille pezzi esposti offrono una vasta e coloratissima panoramica della produzione dell’artista e, in occasione del centenario della sua nascita, ci invitano ad immergerci in un universo surreale, onirico, ironico e metafisico, seguendo l’evoluzione della poetica di Fornasetti dagli esordi sino agli ultimi anni.

La straordinaria vitalità dell’arte di Fornasetti vale pienamente il prezzo del biglietto, che in questi duri tempi di crisi si è fatto un po’ troppo costoso: il prezzo della visita è infatti di 8,00 € e si riduce a 6,50 € per gli studenti universitari; inoltre è venuta meno la possibilità di rinnovare la tessera della Triennale. Nonostante un pizzico di disappunto, abbiamo pagato il pegno richiesto e ci siamo immersi nel design di Fornasetti.

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Tutto ebbe inizio nella bottega di uno stampatore che collezionava immagini

Piero Fornasetti fu un pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, designer, scenografo, costumista, organizzatore d’esposizioni e iniziative e molto altro ancora.

Fornasetti nasce il 10 novembre 1913 in una ricca famiglia borghese di milano e nel 1939 entra nell’Accademia di Belle Arti di Brera, ma due anni dopo viene espulso per insubordinazione. Rivela infatti l’artista in un’intervista: – Sono stato espulso dalla scuola. Da Brera. Non mi insegnavano quello che volevo imparare. Non insegnavano il disegno dal vero, disegnare il nudo. – Fornasetti riteneva infatti che “per imparare a essere un buon designer una persona deve andare a scuola di nudo. Quando uno sa disegnare il nudo sa anche disegnare un palazzo, o il motore di un’automobile. Qualsiasi cosa. Ma se non sa disegnare il nudo è un vero problema.”

Si iscrive dunque alla Scuola Superiore d’Arti Applicate all’Industria del Castello Sforzesco e divenne uno stampatore, ma Fornasetti ha sempre sostenuto di essere più che altro un autodidatta e di non dovere molto alle scuole che ha frequentato: – Sono nato pittore. Ho cominciato all’età di dieci anni. Nessuno nei laboratori dove mi sono presentato, mi ha potuto insegnare. Ho imparato dai libri. Ho imparato la litografia, l’incisione. Ho imparato tutto questo prima che nascessero le scuole per le varie tecniche. […] Guardavo le riviste che non sapevo leggere. Così ho imparato. Però disegnavo, sempre, dalla mattina alla sera, il corpo umano: lo schizzo, l’abbozzo, poi l’opera. Da un po’ di tempo ho la fortuna di avere mio figlio che si è messo a lavorare con me, facendosi le ossa nel restauro di vecchi edifici contadini toscani. Farsi le ossa è quello che ho sempre sostenuto: il laboratorio. Cioè lavorare in cantiere. Capire i problemi nel fare una casa è la più bella delle scuole, perché si imparano tutti i mestieri, dal carpentiere al muratore, dal marmista all’elettricista, al falegname. –

Fornasetti sin dagli esordi non ebbe timore di manifestare la propria eccentricità di artista: era infatti solito ritagliare e collezionare immagini e archiviarle nei possenti cataloghi di cartone marrone esposti alla mostra. Tali ritagli potevano provenire da qualsiasi fonte, anche la più insolita: libri economici, volumi pregiati, riviste d’epoca, quotidiani, manifesti, cataloghi, archivi storici, enciclopedie…  La triennale ha scelto di esporre tali cataloghi nella retrospettiva, affiancandoli ad un paio di vecchie forbici arruginite per ricordare il metodo grezzo e irriverente con cui Fornasetti componeva le sue collezioni di immagini.

Iniziò la sua carriera artistica come stampatore di litografie, ragion per cui il disegno, con il marcato contorno nero tipico delle stampe, sarà il fondamento della sua cultura artistica in ogni periodo della sua vita.

Ben presto Fornasetti ebbe modo di farsi conoscere, infatti molti grandi intellettuali dell’epoca si recarono nella sua bottega per chiedergli di stampare libri d’arte e litografie. Tra i suoi clienti più illustri ricordiamo De Chirico, Lucio Fontana, Manzù e Sassu. La Triennale si è premurata di esporre anche alcune di queste opere per raccontare al visitatore questa fase iniziale della carriera di Fornasetti.

Fornasetti eccelleva anche nella pittura, così si è deciso di esporre nella retrospettiva della Triennale una preziosa quadreria d’autore. che consente di ritrovare sulla tela alcuni dei soggetti che siamo soliti osservare stampati sugli oggetti di design. Piero Fornasetti era infatti destinato a diventare un designer ma nella sua vita non amò mai definirsi tale, infatti storpiava scherzosamente tale termine nel lombardo desinger. Fornasetti si considerava più che altro un artista, di stampo rinascimentale.

Immagine tratta da artslife.com

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Il rifiuto della Triennale e l’amicizia con Gio Ponti

Nel ’33 Fornasetti fece domanda per partecipare alla prima Triennale con alcuni foulard di sua realizzazione, ma gli fu negato il permesso in quanto le sue produzioni erano troppo diverse dal razionalismo imperante all’epoca, che bandiva come deviante ogni sorta di decorativismo in favore della celebrazione della pura forma. Come molti altri precursori dell’arte e del design, la carriera di Fornasetti iniziò così con un rifiuto, dettato semplicemente dal fatto che la sua epoca era ancora troppo immatura per comprenderlo.

Quella stessa sconfitta riservò per l’artista una piacevole ed inaspettata sorpresa: l’amicizia e la collaborazione artistica con Gio Ponti. Nacque così un duo inseparabile, che soltanto la morte riuscì a separare. Purtroppo anche negli anni successivi, più precisamente dal ’53 al ’73, mentre Piero Fornasetti e Gio Ponti progettavano alcuni degli oggetti più belli della storia del design italiano, la Triennale si ostinò a respingere ed emarginare Fornasetti dallo scenario artistico milanese (e la retrospettiva di questo inverno è stata un’ottima occasione per la Triennale di rimediare all’antico rifiuto).

Nonostante le delusioni e le difficoltà economiche, Fornasetti non aveva alcuna intenzione di adeguarsi ai gusti dell’epoca, infatti racconta in un’intervista: – Un artista che vuole avere successo non è più un artista. E’ una persona che vuole avere successo. Se si adegua alle mode arriva in ritardo perché ormai si sono adeguati tutti. Quindi forse l’idea è quella di non adeguarsi, di essere originale. Per esempio sto proponendo l’idea di creare delle cose per la moda che non passino di moda. –

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Design tra artigianato, industria e arte

Inizialmente Fornasetti chiedeva di realizzare i propri prototipi agli artigiani brianzoli, che realizzavano le singolari ordinazioni del maestro con una certa perplessità. E’ tuttavia normale reagire con un una certa diffidenza ai progetti di un precursore, ma gli artigliani dovettero ricredersi quando Fornasetti si ripresentò in bottega con centinaia, e in seguito migliaia, di ordinazioni.

Le produzioni di Fornasetti erano di alta qualità e rigorosamente realizzate a mano, ma nell’organizzazione dell’attività di lavorazione era già evidente il concetto di industrializzazione (che si stava tra l’altro sviluppando proprio in quegli anni), proprio perché Fornasetti voleva realizzare oggetti che, pur essendo di elevata qualità, fossero economicamente alla portata di tutti e si basassero sulla variazione di un tema. Lo scopo? Diffondere l’arte e portarla nelle case, attraverso oggetti di uso quotidiano. Nonostante il pensiero proiettato verso il mondo dell’industria, la produzione di Fornasetti avveniva comunque con tecniche artigianali nel tradizionale ambiente della bottega, ogni oggetto di sua creazione era un pezzo unico. Proprio per questo motivo Ponti lo definì “un vero italiano“, anche se l’artista preferiva rifiutare ogni sorda di nazionalismo e considerarsi quantomeno europeo, poiché amava approcciarsi a tematiche provenienti da ogni parte del mondo.

Naturalmente il marchio Fornasetti è estremamente costoso poiché solo agli oggetti di lusso viene riconosciuto il fattore qualità, ma l’intento originario di Fornasetti era produrre oggetti a basso prezzo. Disse infatti Piero Fornasetti in un’intervista: – Il design dovrebbe essere la produzione di oggetti di alta qualità a basso prezzo. La situazione si è invertita, è diventato sì il buon disegno, il più delle volte, ma ad alto prezzo. Per un élite. Allora è sbagliato. La sedia su cui Lei è seduta è un piccolo gioiello di esecuzione. Ma non è stata inventata da nessuno. Non l’ha disegnata nessun designer. Si è perfezionata attraverso il tempo. Le posso dire che all’origine costa meno di 10 dollari. Tutto nasce dal bisogno, dalle necessità. – Geniale, non trovate? Eppure la Triennale bocciò per decenni i suoi prototipi.

L’artista applicò i suoi disegni agli oggetti più svariati, anch’essi di sua progettazione: portaombrelli, posacenere, vasi, cravatte, gilet, soprammobili, teiere, piatti, armadietti, scrivanie, lampade, separé, tavolini, vassoi, vasche da bagno, lampade… Portare l’arte nelle case di tutti sotto forma di oggetto potrebbe dare l’impressione di dissacrarla così come spegnere una sigaretta sopra un dipinto è un sacrilegio, ma non è affatto così: l’arte, facendosi oggetto, diventava alla portata di tutti e ciascuno impara ad amare e collezionare il bello.

“Non c’è confine tra l’artigianato e l’opera d’arte. E’ tutto opera d’arte. Ma la creazione in molti casi la si fa per necessità.”

Nonostante il disegno e la decorazione siano i caratteri fondamentali della produzione di Fornasetti, il designer milanese era intenzionato a produrre soprattutto oggetti che fossero utili: una sedia non doveva essere soltanto bella, ma anche comoda, altrimenti perdeva la sua funzione primaria! Per questo motivo, nonostante il disprezzo riscontrato nei primi anni, Fornasetti era un designer fortemente razionalista, che riservava una cura maniacale alla forma e alla funzionalità degli oggetti. Raccontò infatti: – Non credo nelle epoche né nelle date. Non ci credo. Mi rifiuto di stabilire un valore di una cosa in base alla data. Non pongo limiti e niente è troppo esoterico per essere usato come ispirazione. Io voglio liberare la mia ispirazione dai confini del solito. Ma sono un razionalista. Contro la Scapigliatura. –

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Immagine tratta da prundercover.com

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La decorazione e le immagini

“Il pubblico mi ha spiegato che quello che facevo era qualcosa di più di una decorazione. Era un invito alla fantasia, a pensare, a evadere dalle cose che ci circondano, troppo meccanizzate ed inumane. Erano dei biglietti di viaggio per il regno dell’immaginazione”

“La decorazione nasce dalla necessità di illustrare ed abbellire le cose di tutti i giorni oltre che di esaltare le forme. Se si ama una donna si desidera che sia ben vestita, adorna di gioielli; è noto che la bellezza risalta se è incorniciata. Ciò vale anche per gli oggetti”

L’elemento caratterizzante della poetica di Fornsetti è la decorazione, infatti ogni opera è a tal punto ricoperta da disegni e motivi ornamentali da poter parlare di horror vacui, la tendenza artistica a non lasciare spazi vuoti. La decorazione, realizzata soprattutto mediante la tecnica della stampa e del disegno, per Fornasetti è tutto: essa infatti trasmette gioia di vivere e offre una marcia in più ad oggetti che altrimenti sarebbero anonimi. Barnaba Fornasetti, il figlio ed erede artistico di Piero, afferma in un’intervista a siamodonne.it che “La decorazione è come la musica: non è essenziale, ma rende tutto più bello“.

L’iconografia delle sue decorazioni è inconfondibile per il carattere ironico, surrealista, onirico e allegro, sebbene sia stata spudoratamente “copiata” dalle immagini rubate e archiviate nei suoi cataloghi. I soggetti più ricorrenti nelle decorazioni derivano dalla cultura classica, che Fornasetti rielabora con humour e ironia. Ricordiamo per esempio il piede romano, alcuni ritratti ispirati ad Arcimboldicostruzioni di architettura classica per armadietti, scrittoi e cassettoni e reperti archeologici come motivi ornamentali. Non mancano inoltre riferimenti a temi medioevali come spade e armature, e rinascimentali come gli strumenti musicali o le decorazioni dei mobili in perfetto stile “Studiolo di Federico da Montefeltro di Urbino“. Fornasetti rielabora anche fiori fiamminghi, volti in stile Arcimboldi e tematiche tipicamente postmoderne come città e castelli di carte che sembrerebbero usciti da un racconto di Calvino.

L’arte di Fornasetti è sempre portatrice di allegria attraverso un inesauribile sense of humour. Talvolta la sua ironia era implicita, come nel caso delle pareti della dimora del proibizionista americano contrario alle scene di nudo, che furono decorate da Fornasetti con delle fanciulle dal corpo completamente nascosto da armature medioevali;  altre volte invece la sua vulcanica allegria esplodeva con vivacità, come nel caso di divertentissimi disegni dai toni satirici su piccoli oggetti di uso quotidiano. Le sue decorazioni poi erano spesso insolite come l’enorme occhio azzurro al centro di un posacenere, proprio nel punto in cui si spengono le sigarette.

Fornasetti non esita a provocare la propria generazione creando degli oggetti decorati disinibitamente con attributi sessuali primari e secondari, maschili e femminili: Fornasetti realizzò infatti dei graziosissimi falli all’uncinetto, salvadanai-vagine, soprammobili e chitarre a forma di deretani maschili, piatti decorati con pubi femminili e molto altro ancora.

Non mancano inoltre motivi astrologici  e stagionali (soprattutto per i famosissimi calendari), mongolfiere, pesci, astri, fiori, frutti, gatti soprammobili, farfalle… Cercare di enumerare tutti i soggetti trattati da Fornasetti nelle sue opere risulterebbe soporifero per voi lettori, perciò affideremo tale compito ai simpatici video di Toni Meneguzzo, realizzati proprio in occasione della retrospettiva della triennale.

“Mi piace per esempio, in questi ultimi tempi, dipingere all’acquerello dei fiori delicati. E che sulla carta ci sia il meno possibile, avendo cercato di capire la lezione di Morandi. La teoria dello Zen. Guarda il bambù per dieci anni, poi dimenticalo, poi dipingi il bambù. Interiorizzare, creare, produrre. Non faccio i ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria. Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono! Sarebbero una copia. Io mangio mele perché mi piacciono, poi faccio disegni di mele: l’essenza della mela.”

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Temi & variazioni

Fornasetti ebbe l’idea geniale di scegliere un tema e riproporlo in una vasta serie di variazioni, ciascuna differente dall’altra. A differenza di Warhol, che realizzava le sue variazioni di un tema con una rapidissima tecnica che potremmo definire industriale, le opere di Fornasetti sono rigorosamente lavorate a mano e non ne esistono due uguali. Per il designer milanese ogni idea era un’ispirazione sufficiente per creare una miriade di variazioni e forse proprio per questo motivo gran parte del suo lavoro si fonda sull’evoluzione di temi specifici, tra l’altro facilmente identificabili e memorizzabili dagli acquirenti. Tra i soggetti più utilizzati nella realizzazione di variazioni troviamo gli astri, le carte da gioco, gli arlecchini e le mani.

La più celebre delle variazioni di Fornasetti, per il quale coniò proprio il titolo Tema e Variazioni,  riguarda i 350 piatti dedicati a Lina Cavaleri, un soprano ed attrice cinematografica che Fornasetti considerava “la donna più bella del mondo“. Il designer recuperò un’antica immagine d’epoca della fanciulla in una rivista francese del XIX secolo e ripropose il suo dolce volto in un’infinità di modi diversi, molti dei quali anche ironici, irriverenti e surreali.

L’inconfondibile viso acqua e sapone, con le gote morbide, i boccoli scuri e gli incantevoli occhioni da cerbiatto, è diventato così famoso da poter essere considerato una sorta di logo per Fornasetti che, terminata la serie di piatti, decise di riutilizzare il volto della musa per decorare altri oggetti. Dopo i piatti arrivarono così le teiere, i vasi, i vassoi, i soprammobili, i posacenere, i barattoli, i cofanetti, i portaombrelli e ogni sorta di articolo per la casa concepibile da un uomo del Novecento. Lina Cavalieri divenne per Piero un archetipo, la quintessenza di una bellezza classica come una statua greca, ma unica ed enigmatica come la Gioconda. L’artista rimase affascinato dalla Cavaleri più per la fisionomia del volto che per la carriera artistica e la trasformò nel suo motivo ultimo e duraturo.

Anche gli autoritratti furono per Fornasetti un tema su cui realizzare delle variazioni, così sono state esposte alla Triennale in sequenza, in un lungo corridoio, una serie di tele raffiguranti il volto dell’artista. Tali dipinti hanno un effetto surreale e ipnotico, soprattutto perché la testa dell’artista, trasformata in un contenitore, viene letteralmente scoperchiata e sezionata sotto gli occhi dell’osservatore. L’ossessione per i volti di Fornasetti è evidente anche nella notevole quantità di variazioni del tema del sole antropomorfo, i cui raggi sembrano quasi la criniera di un leone, e della mezza luna sorridente.

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Tema & Variazioni, immagine tratta da camacom.it

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L’oggettistica più richiesta

«Mi reputo anche l’inventore del vassoio, perché ad un certo momento della nostra civiltà non si sapeva più come porgere un bicchiere, un messaggio, una poesia. Sono nato in una famiglia di pessimo buon gusto e faccio del pessimo buon gusto la chiave di liberazione della fantasia». Il vassoio si trasforma per Fornasetti in una tela su cui stampare o dipingere ogni sua fantasia. La Triennale ha dedicato un’intera sala alla vastissima varietà di forme, immagini e colori dei vassoi dell’artista.

I paraventi, i cui due lati erano decorati con motivi differenti tra loro, sono invece dei meravigliosi palcoscenici di storie surreali, attraverso i quali tutto poteva accadere.

Celebre è anche il Trumeau vintage, decorato con disegni di architettura antica. La sobrietà razionalista della forma è in evidente contrasto con la fitta decorazione bianco e nero, che realizza delle vere e proprie costruzioni architettoniche in prospettiva, che creano l’illusione di nuove spazi laddove non si trova altro che una superficie di legno dipinta di bianco.

La Triennale ha realizzato due stanze interamente arredate con mobili e oggettistica di Fornasetti, che si presentano al visitatore come una scenografia surreale di vita quotidiana. Il singolare allestimento trasmette l’atmosfera vivace, eccentrica e raffinata dell’abitazione privata di Piero e Barnaba Fornasetti.

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La casa di Piero Fornasetti, ereditata dal figlio Barnaba

Piero Fornasetti aveva organizzato la propria attività professionale secondo l’antica tradizione della bottega: ogni opera era rigorosamente realizzata a mano e il laboratorio e il marchio Fornasetti venne ereditato dal figlio Barnaba, che seguì fedelmente le orme del padre.

Barnaba era veramente piccolo quanto si occupò della sua prima collaborazione con il padre: il bimbo raccolse un piccolo fiore appoggiato su una foglia d’ortensia e li donò al padre, che ne trasse l’ispirazione per un vassoio. Essere il figlio di Piero Fornasetti è stata per Barnaba un’esperienza meravigliosa, nonostante le difficili condizioni economiche in cui si trovò inizialmente la famiglia, ed è stata fondamentale nella sua formazione artistica.

Oggi Barnaba è infatti un talentuoso artista di mezza età che riedita i disegni del padre occupandosi del laboratorio di famiglia e delle esposizioni dedicate al padre; Barnaba stesso per esempio si è occupato della retrospettiva in Triennale. Barnaba ha anche ereditato la favolosa casa del padre, interamente arredata con i mobili creati da entrambi.

La loro abitazione è un palazzo di fine Ottocento situato nella Città Studi di Milano; negli anni l’edificio si è ampliato seguendo la logica dell’immediata funzionalità, proprio come se si trattasse di un’antica casa contadina. All’ultimo piano si trovano le stanze private di Barnaba (tra cui lo studio in cui progetta le nuove preziosissime opere del marchio Fornasetti), mentre nei piani inferiori è stata realizzata l’affascinante guest house, arredata con uno stile unico al mondo. Si riconosce ovunque l’impronta dei Fornasetti attraverso gli oggetti di loro creazione, ricordi di ogni sorta e gli antichi libri e cataloghi di Piero, che all’epoca aveva allestito all’interno dell’abitazione il proprio laboratorio.

Nonostante siano presenti nell’edificio opere dal valore incalcolabile, l’abitazione è realmente utilizzata e vissuta dal proprietario il cui padre, pur non essendo affatto contrario al collezionismo, voleva che i propri oggetti venissero adoperati per ciò che erano stati progettati in modo tale da essere apprezzati sino in fondo. Un simpatico gattone è il principe della casa e sono numerosissimi i soprammobili e le statuette a forma di gatto.

Tra le stanze più importanti ricordiamo la sala da pranzo gialla con la collezione di specchi, la camera degli ospiti matrimoniale verde, la cameretta rossa con una piccola libreria di libri rilegati di rosso e contenenti nel titolo proprio la parola “rosso”, il bagno nero con il volto di Lina Cavalieri su alcune piastrelle. Nell’ingresso il visitatore è accolto da una vetrina straripante di oggetti realizzati dai Fornasetti, fra cui il celebre vassoio con la foglia di ortensia e il piccolo fiore. Il disordine che regna in alcuni punti della casa è solo apparente, si tratta infatti dello stile un po’ sovrabbondante ma raffinatissimo ed inimitabile dei padroni di casa.

Alla casa appartiene anche un rigoglioso giardino con un piccolo orto (non dimentichiamoci che, non molti decenni fa, al posto della periferia di Milano di trovava la campagna), la sola ragione per cui Barnaba Fornasetti non ha lasciato la trafficatissima Milano dei nostri giorni.

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Non soltanto design

Pochi sanno che Fornasetti si occupava anche di teatro e di esposizioni.

“Io organizzo esposizioni. Ne ho fatte tante. Ho organizzato una mostra di automobili viste sotto il profilo della scultura, non come automobili. Ho scelto le più belle automobili di tutti i tempi. Era negli anni settanta. Si chiamava «Bolide Design». Ho fatto progetti di promozione all’estero. Ho avuto stupendi incontri, come quando feci una promozione italiana a Zurigo e Basilea. Il presidente di un grande magazzino è venuto da me e ha detto: «Fornasetti, Lei è l’Italia, ci dia delle idee, ci dica cosa possiamo fare». E’ stato uno sposalizio fra me e i loro vetrinisti, i loro designers, i loro interior decorators. Partì dall’idea che le persone, entrando, subito dovevano capire che c’era qualcosa di diverso. Feci una tavolozza di colori, otto o dieci colori, e tutto quello che hanno comprato, da quel giorno in poi, è stato tutto solo in quei colori. E le persone entravano in un bouquet di colori fatto di camicie, di stoffe, di mobili, di lampade, di oggetti. Ed è risultata una mostra meravigliosa, si chiamava «Globissimo» perché il negozio si chiamava Globus. E’ sempre una questione di immaginazione. E’ fondamentale in tutto. Adesso ci sarà il cambio della lira in Italia e io vorrei che si disegnassero delle belle banconote fatte dagli artisti.”

“Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno Non c’è orario. Giorno, anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia”

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Fonti:

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