La Traviata sul divano (7 dicembre 2013, La Scala di Milano)


Quest’anno la Prima della Scala me la sono goduta sul divano e nemmeno in diretta (a vent’anni il sabato sera è consacrato alle uscite in compagnia), confondendomi in quel milione di spettatori di tutto il mondo che si sono sintonizzati sui canali televisivi, satellitari, radiofonici o cibernetici che hanno trasmesso La Traviata, la prima opera della stagione scaligera 2013-2014.

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Follie… Follie…, Immagine tratta da unionesarda.it

Per quanto riguarda la comodità la mia scelta non ha prezzo, infatti non ho perso tempo e fatica  per accaparrarmi i biglietti dell’anteprima riservata agli Under30. Ogni anno infatti la biglietteria della Scala nella metropolitana di Piazza Duomo viene affollata sin dalle prime ore del mattino da una fiumana di giovani desiderosi di vivere l’ineguagliabile magia di uno spettaccolo allestito nello storico teatro milanese, le linee telefoniche vengono intasate da telefonate provenienti da tutta Italia e il sito Internet diventa inagibile per l’incredibile quantità di visualizzazioni. Quest’anno mi sono alzata senza fretta e mi sono recata in università in tutta tranquillità, lasciando ad altri questo incredibile stress.

Niente Scala significa però rinunciare al vestito da sera nuovo ed ai tacchi coordinati, alle colonne marmree del foyer, ai scintillanti lampadari di cristallo e allo sfarzo dell’antica sala scarlatta, elementi frivoli ma non secondari quando si parla di una vera e propria istituzione in ambito di gossip e sciccheria made in Italy. Quando però incroci gli sguardi sprezzanti delle signorinelle con colletti di pelliccia (vera!) e i gioielli della nonna, ti rendi conto che forse c’è qualcosa di falso e discriminatorio in tutta questa ostentazione, che lo scintillio della ricchezza non è altro che una barriera invisibile istituita per tagliare fuori gli “altri” che, pur non potendo sfoggiare “brillocchi”, non hanno problemi economici nè si fanno mancare gli agi e i divertimenti dei primi del secolo XXII.

Vorresti gridare qualche slogan come “fanculo il sistema!”, ma scopri che qualcosa ti trattiene. Come dimenticare infatti che, un paio di secoli fa, l’opera lirica non era soltanto la musica dei sciuri (come si scriverà in dialetto milanese???), la gente canticchiava le arie per le strade e i “teatri dei poveri” erano affolati di intenditori, che spesso se ne intendevano di musica quanto se non più dei signori. La Scala era tutt’altro che l’opera dei pezzenti, ma non si tratta di un teatro qualsiasi: come testimonia il Museo della Scala, il suo palco è stato calcato dai migliori della storia dell’opera italiana perciò le sue pietre sono intrise della migliore tradizione e cultura italiana.

Ma è preferibile l’opera lirica in loggione o sul divano? Beh, il loggione è un’esperienza unica, infatti il suono limpido e puro di una nota sprigionata direttamente dalla cassa armonica dello strumento che l’ha messa al mondo è indiscutibilmente più emozionante di quella mediata dalle casse del vostro televisore, per non parlare del piacere della condivisione dello spettacolo con gli altri spettatori: è bello sbirciare le espressioni assorte degli omini in frac che si affacciano dai palchi, oppure il conversare elegante e pacato delle signore, così come può essere interessante commentare lo spettacolo con i vostri vicini.

La trasmissione dello spettacolo in televisione presenta tuttavia un sacco di vantaggi. Per quanto riguarda la messa in scena, citerò quanto è stato detto nel corso di una delle interviste proposte  durante la diretta di Rai5: il video è privo della tridimensionalità dello spettacolo dal vivo, ma permette di gustare al meglio i particolari della mimica facciale dei cantanti e delle scenografie. In teatro inoltre l’unico modo per apprendere informazioni di carattere tecnico sullo spettacolo è isolarsi nella lettura di libretto, opuscoli e voltantini vari, in televisione invece vengono trasmessi in diretta le interviste degli artisti principali, i commenti degli esperti e degli spettatori più illustri, i video delle prove e di tutto ciò che accade dietro le quinte e dei brevi cortometraggi-documentari di carattere storico e artistico. Insomma, l’occhio della telecamera indirizza i meno esperti verso tutto ciò che di più importante c’è da sapere sull’opera, la messa in scena e l’evento mondano, il pubblico pagante deve invece arrangiarsi da solo, documentandosi con il materiale disponibile nel foyer, le conferenze organizzate in teatro, i vari articoli di giornale e i video disponibili online.

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La Scala di Milano, immagine tratta da Wikipedia 

Non mi azzardo ad esprimere un parere sull’esecuzione musicale dell’opera, ma ho la presunzione di commentare la criticatissima regia di Tcherniakov, che il loggione ha bocciato con un coro di fischi. Interpretare un opera in chiave moderna non è un affronto nei confronti dell’autore come è stato affermato da molti loggionisti e critici, poichè è impensabile che un pubblico moderno fruisca uno spettacolo con lo stesso spirito dell’epoca in cui l’opera è stata scritta. Purtroppo l’opera lirica è un genere ancora ancorato al passato, in quanto non si è ancora verificato un considerevole ricambio generazionale degli appassionati (il loggione viene riepito per lo più da vecchietti), inoltre i biglietti sono molti costosi e vengono acquistati per lo più a ceti conservatori, che si aspettano di vedere il lusso dei propri vestiti e delle poltroncine di velluto riflesso in costumi d’epoca, interpretazione tradizionale e scenografie raffinate. Personalmente i fighetti non mi sono mai piaciuti e l’arte deve essere al servizio delle emozioni e della ragione anzichè del portafoglio.

A teatro la rivoluzione è stata metabolizzata anche dai più tradiionalisti, infatti oggi giorno nessuno si stupisce se Sogno di una notte di mezza estate è interpretata da fatine punkettone o se Antonio e Bassanio de Il mercante di Venezia flirtano sul palcoscenico, se Edipo indossa una giacca dai colori psichedelici o se le maschere di Goldoni hanno abbandonato improvvisazione, maschere e costumi variopinti per uno stile più realistico e contemporaneo. La stessa sorte tocca da decenni alla sceneggiatura, alla scenografia (l’odierna tecnologia ha permesso ad artisti come Ronconi di portare in scena macchine mobili ultrasilenziose, fuoco, pioggia, ruscelli e ogni altra sorta di effetti speciali) e ad ogni altro elemento di dello spettacolo teatrale. E’ naturale che l’arte rispecchi la sua epoca e il suo pubblico ma, se l’opera lirica continuerà ad essere percepita dai più come un’arte elitaria riservata i più ricchi, lo stile degli artisti tenderà  mantenere uno spirito conservatore. In questo modo però stiamo soffocando sul nascere il naturale rinnovamento generazionale dell’arte, con il rischio di condannare a morte l’opera lirica stessa.

Cari melomani, non fischiate i giovani registi rivoluzionari e concedete loro di portare in scena la propria personale percezione dell’opera. Dieci e lode dunque alla povertà, alle tagliatelle, ai costumi trash e ai mollettoni nei capelli, alle bambole e agli ecessi di alcool e droghe che hanno ucciso Violetta nella personale interpretazione di Tcherniakov, oltre che a tutte le piccole rivoluzioni dei registi che verranno.

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8 thoughts on “La Traviata sul divano (7 dicembre 2013, La Scala di Milano)

  1. Parole sante! Ad un corso di storia del teatro, qualche anno fa, ho raccolto un’essenziale informazione sul rapporto testo/tradizione-regia/allestimento: non si può appiattire la fantasia e l’estro artistico ad una sterile ripetizione degli stessi moduli. Per quanto io ami le rappresentazioni tradizionali, un arricchimento moderno non mi dispiace (la “Traviata” areniana aveva, a suo modo, un impianto canonico, ma una scenografia molto originale e gradevole) e ritengo che, comunque, lo sperimentalismo sia prerogativa del regista e che stia allo spettatore la scelta di assistere o meno ad uno spettacolo di un certo tipo, anziché andare a sfoggiare un rituale ormai imbarazzante come quello dei fischi.
    Non conosco questa versione del melodramma di Verdi, ma l’ “Aida” messa in scena da La Fura dels Baus la scorsa estate in Arena ha avuto pesanti critiche, come se la reinterpretazione fosse stata un sacrilegio: il pubblico era avvisato, ma i bacchettoni conservatori che assistono quasi per inerzia a questi rituali (spesso senza una minima passione) hanno preferito essere presenti alla prima del centenario per saziare la loro voglia di esibizionismo anziché interrogarsi sulle motivazioni dell’adattamento e sulla possibilità di non gradirlo e di rimanersene a casa. Dalla situazione che hai descritto, mi pare di capire che si tratti di un comportamento molto diffuso.

    • Mi ricordo di aver letto sul tuo blog alcuni post dedicati all’Arena e, in particolare, alla Traviata.
      Personalmente non credo che i loggionisti possano fare a meno dei fischi, non in questo secolo almeno. Mi rendo conto che è umiliante per gli artisti costretti a imbattersi nella “ferocia” del pubblico (il povero regista della Traviata scaligera era sul punto di sprofondare, poveretto!), ma i melomani adorano questo genere di cose. Si tratta per lo più di persone abituati ad andare all’opera sin da bambini, che adorano perdersi in animate discussioni recitando intere arie a memoria e citando messe in scena cui hanno assistito decenni prima… Fischiare un’artista in quel modo è sicuramente un gesto spietato, ma per il momento non credo sia possibile cambiare.

      Purtroppo i più celebri teatri d’Italia non sono soltanto un luogo in cui assistere ad uno spettacolo. Il tuo ragionamento calza a pennello per tutti quei teatri in cui si va effettivamente per starsene seduti ed apprezzare l’opera lirica… Purtroppo La Scala è percepita dai più come un “circolo” di gente danarosa e ben vestita, in cui sfoggiare i brillocchi della nonna e darsi alle pubbliche relazioni. Il gusto conservatore in cui si cerca di ingabbiare l’arte riflette questo genere essenzialmente il punto di vista snob di chi paga il biglietto, anziché permettere all’arte di rinnovarsi e di rispecchiare la società cui si rivolge.

  2. Personalmente ho assistito allo spettacolo in un cinema della provincia perugina ( platea di melomani esperti) ; questa sala fa parte del circuito RAI creato per diffondere in diretta opere liriche, balletti, musical…). Ma veniamo alla cronaca: che questa Traviata rischiasse lo si sapeva da settimane. A Milano intorno alla Scala c’era un clima strano e sulla regia di Tcherniakov giravano le voci più folli, tipo Violetta che muore sulla lavatrice. Credo che il regista russo abbia tutte le credenziali a posto essendo uno dei maggiori registi d’opera del mondo. La mia opinione è che la infelice storia d’amore di Violetta Valery ed Alfredo Germont esiste ancora oggi nella mente di tutti, in tutto il mondo, perché Giuseppe Verdi ha creato per loro una musica magica ed immortale, coinvolgente, che tocca i sentimenti profondi, estrania dalla realtà immediata ed apre le porte del sogno. Eccezionale l’orchestra diretta da Daniele Gatti, applauditissimi i cantanti, la protagonista tedesca Diana Dumrau, il tenore polacco Piotr Beczala ed il baritono serbo Zeljco Lucic. Parecchie contestazioni per il regista, insieme agli applausi durati a lungo.
    Secondo me i buu per la regia hanno riguardato l’eccessivo realismo della regia. Francamente un Alfredo Germont con la giacca con gli spacchetti laterali e senza cravatta è piaciuto poco, ancora meno Violetta, nella seconda parte una casalinga con un vestitino marrone col colletto di pizzo. Inoltre mi è apparso strano vederli in una grossa cucina tradizionale piena di pentole, Alfredo chino su un tavolo a stendere pasta oer una pizza?? e affettare zucchine e tagliare un bel mazzo di sedano mentre canta un’aria piena di pathos.
    Stessa perplessità per quella cantante del coro mascherata con piume da Sioux, fuori luogo.
    Forse non ho capito bene di che cosa si trattava, forse ancora, tutto questo è di secondaria rilevanza. Scontata la musica di Giuseppe Verdi. Eterna, un immortale patrimonio dell’umanità

    • Ciao Simoeffe, grazie mille per il tuo intervento. :)))

      Pur interessandomi all’opera lirica sin da piccolina ho poche conoscenze specifiche, perciò ho volutamente evitato di esprimere un parere sull’esecuzione musicale. Certo, avrei potuto menzionare i nome degli interpreti come hai fatto tu, ma ormai l’articolo è fatto. Dai, magari stasera aggiungo dei complimenti alla fine!

      Per quanto riguarda la regia ho espresso un parere perché qualche conoscenza in campo teatrale ce l’ho eccome, visto che ho fatto teatro per due anni (ma ho smesso perché ero una pessima attrice, povera me!) e continuo a seguire con passione gli spettacoli del Piccolo.
      L’opera di Verdi è bellissima ed eterna, certo, ma lo sono anche un sacco di dialoghi e monologhi dei più grandi autori teatrali di tutti i tempi, eppure se ne vedono di cotte e di crude… Le scelte di un regista rispecchiano la percezione di un’epoca, se Violetta è stata travestita da casalinga forse una ragione c’è…
      Comunque non sapevo che la regia di questa Violetta avesse scatenato polemiche addirittura settimane prima del sette dicembre, si vede che sei una vera melomane! A questo punto tocca a te scrivere un articolo sulla Traviata. Se l’hai già scritto e me lo sono persa, ti prego di linkarmelo qui sotto.

      Un abbraccio, tanti auguri di buone feste! :)

  3. Pingback: Faccia di limone awards II: i commentatori più simpatici | Acqua e limone

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