THE DARK SIDE OF BARBIE: gravidanze, burqa, ventri deformi e ideologie naziste (versione corretta)


Fatta eccezione per qualche pacifista contrario ai videogiochi violenti, i giocattoli da maschio non hanno mai destato scandalo, invece è in corso da decenni un dibattito sui balocchi in cellulosa più amati dalle bambine, le bambole. Che siano troppo frivole, bionde e esteticamente ineguagliabili come la Barbie, volgari e sessualmente provocanti come le Bratz o caratterizzate da atteggiamenti adolescenziali che poco hanno a che fare con l’infanzia come le Winx, le fashion dolls sono costantemente analizzate e commentate dai genitori, preoccupati dall’influenza che possano avere sulle loro pargolette.

Siccome le vacanziere delizie del mese d’agosto mi hanno lasciato a secco di idee per il blog, ho deciso di accantonare le tematiche umanistiche in favore di un simpatico articolo da leggere sotto l’ombrellone: The dark side of Barbie, perché la biondina più famosa d’America nasconde non pochi scheletri nell’armadio.

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Le origini naziste di Barbie

La giovane Ruth Handler, nel corso di una vacanza in Svizzera con il marito Elliot e i figli, si imbatté in una bambolina di nome Bild Lilli, prodotta dal 1955 da un’industria tedesca che si era arricchita vendendo soldatini sotto il nazismo. Lilli era alta, bionda e aveva gli occhi azzurri… vi ricorda qualche altra bambolina? Non tutti sanno però che Lilli si ispirava al modello di bellezza tedesca (capelli biondi, occhi azzurri) che, nonostante la caduta di Hitler, era ancora largamente diffuso in Germania. Ruth tuttavia era origini ebree ed era certamente inconsapevole dell’ideologia dell’industria tedesca: la donna era semplicemente rimasta folgorata dall’esposizione in una vetrina di sei bamboline identiche che indossavano una tenuta da sci diversa dall’altra e decise di realizzare un prodotto simile in America seguendo il suo istinto di imprenditrice.

Ritornata in America, Ruth realizzò la prima Barbie. Nel 1959 venne venduta la prima bambolina, in versione bionda o mora, con un costumino zebrato; ben presto la bionda sconfisse la gemella dai capelli neri e diede inizio al mito della bambola che conquistò il cuore di miliardi di bambine occidentali.

[Informazioni tratte da questo articolo]

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Un corpo perfettamente deforme

Oltre all’assenza di genitali, all’impossibilità di piegare le ginocchia e alla condanna di camminare in punta di piedi per indossare le scarpe col tacco, una delle critiche più aspre rivolte alla bambolina è l’accusa di promuovere una bellezza ineguagliabile, creando delle bambine insoddisfatte del proprio corpo.

Dietro tale perfezione si nascondono tuttavia malattie e deformità, infatti Barbie è dotata di un collo troppo lungo per un essere umano, fianchi eccessivamente stretti (se fosse una donna reale, sarebbe priva di ovaie e irsuta) e un bacino così corto che, nel 1997, la Mattel è stata costretta ad adeguarlo alle normali proporzioni umane in quanto era un evidente richiamo all’anoressia.

Barbie_fianchi_anti-anoressia

Immagine tratta da arteesalute.blogsfere.it

Ken è stato concepito per essere il fidanzato perfetto di una donna perfetta: bello, palestrato, amante della moda e sensibile. Peccato che il biondo non sia meno deforme della propria dolce metà, in quanto per ragioni estetiche è stato dotato di collo taurino, gambe troppo corte e un torace così stretto da provocargli problemi respiratori.

Le demenziali misure promosse da Barbie fanno tuttavia gola a molte fanatiche dello stile: Valeria Lukyanova, la giovane russa che è ricorsa alla chirurgia estetica per assomigliare a Barbie, ha voluto un bacino di 42 cm nonostante i chirurghi temano che ben presto la ragazza sconterà le conseguenze della sua scelta, infatti per ottenere un bacino così sottile è stato necessario spostare la collocazione di alcuni organi all’interno del suo corpo e nel lungo periodo potrebbero manifestarsi dei gravi problemi di salute.

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ll flop commerciale della Barbie incinta

Finalmente, nel lontano 2002, la Mattel inventa un giocattolo educativo: la Barbie incinta, utile per spiegare più serenamente alle bimbe come nascono i bambini. A voler essere precisi non è la bionda ad essere in dolce attesa ma la sua amica castana Midge, che viene commercializzata con un pancione removibile nel quale è possibile inserire un bebè. Il pancione assomiglia molto ad un uovo cavo ed è stato omesso ogni particolare relativo a parto: vagina, sague, cordone ombelicale o placenta.

La piccola gestante, vestita con una camicia da notte lilla, apparteneva alla collezione The Happy Family insieme al proprio compagno Allan e il figlioletto di tre anni Ryan; nella custodia erano contenuti il feto, un fasciatoio e alcuni piccoli accessori di plastica necessari per la cura dei neonati. Alla Mattel sembrava un’idea geniale, ma i genitori delle bambine si sono opposti alla vendita del prodotto in quanto Midge, troppo giovane per avere un figlio, avrebbe potuto incentivare il fenomeno delle gravidanze giovanili.

A me non sembra un’idea pericolosa in quanto Barbie non rappresenta un’adolescente ma una giovane donna che potrebbe tranquillamente avere più di 25 anni, voi cosa ne pensate?

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Le bambole musulmane

C’era una volta una potentissima multinazionale di nome Mattel che fatturava miliardi e miliardi di dollari all’anno grazie alle vendite di una bambola chiamata Barbie. La geniale invenzione aveva tuttavia una pecca: era bionda, emancipata, sensuale, scollacciata e felicemente fidanzata con Ken, in una parola troppo occidentale per essere venduta nelle giocattolerie islamiche. Fu così che Barbie venne bandita dall’Arabia Saudita, il Comitato per la Diffusione della Virtù e la Prevenzione del Vizio dichiarò che le”Bambole ebree Barbie, con i loro vestiti e le loro pose da sgualdrine, sono un simbolo della decadenza del perverso Occidente“.

La Mattel, dal canto suo, si dimostrò più abile nella creazione di giocattoli che in mediazione culturale quando scatenò un gran baccano con l’uscita di Layla, la danzatrice del ventre schiava di un sultano turco che avrebbe dovuto rappresentare la cultura musulmana nella serie Ragazze del mondo. Ma il fallimento di Barbie nei territori musulmani non è solamente dovuto alle scelte razziste della Mattel poiché non sarebbe bastato un velo per adattare la bionda alle esigenze dei genitori non occidentali, era necessaria l’invenzione di un nuovo personaggio.

In Iran furono commercializzate nel 2002 Sara e Dara, delle bambole che indossano gli abiti tradizionali della nazione, ma il loro volto da bambina poco convince le ragazzine che, come le vicine europee negli anni cinquanta, preferiscono giocare con un pupazzo adulto.

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Razanne in arabo significa modestia ed è il nome della prima bambola musulmana, una dolce bambolina priva di parti anatomiche femminili (fianchi e seni compresi) che indossa un hijab dai colori poco appariscenti. “Pudore, reverenza, umiltà: queste le virtù che ogni donna musulmana, giovane e perbene, dovrebbe incarnare” afferma Ammar Saadeh, che insieme alla moglie Sherie ha creato la bambola, sfruttando la proibizione religiosa per far guadagnare cospicue somme alla propria azienda nel Michigan. Egli afferma che Razanne “E’ più che un giocattolo, è uno strumento che può insegnare alle ragazze musulmane valori come l’educazione alla religiosità, e dissuaderle dal concentrarsi sul proprio corpo e sugli aspetti meno significativi dell’esistenza”.

La bambola non favorisce alcuna delle diverse etnie umane, infatti è disponibile in versione bionda, mora, olivastra e nera, e viene venduta in differenti modelli: la scolara con cartella, libri e matite, la maestra, la devota con corano e tappetino per la preghiera, la vezzosa in abito da festa, la bella in abito occidentale e filo di trucco (concessi entro le mura domestiche), la fanciulla dotata di hijab per uscire di casa. Dopotutto la confezione parla chiaro, Razanne “Incoraggia un comportamento conforme ai precetti islamici“, “Aiuta a costruire l’identità musulmana e l’autostima” e “Rappresenta un esempio di rigore islamico“.

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Razanne è un modello perfetto per le bambine musulmane ma le manca ancora qualcosa per raggiungere il successo: una “pennellata fashion”. Nel 2003 il vuoto lasciato da Barbie nelle camerette arabe viene colmato da Fulla, la creatura della New Boy di Dubai.

Fulla, ideata nel 1999 e idolatrata dalle bambine musulmane dal 2003, è una sedicenne dai folti capelli neri, occhi nocciola, un visino pressoché identico a quello di Barbie e una smodata passione per lo shopping: la bambolina vanta infatti una collezione di vestitini colorati e raffinatissimi, ma tali indumenti “da casa” sono sempre venduti insieme ad un hijab per consentire alla fanciulla di uscire all’esterno senza mostrare il proprio corpo.

Fulla, che dovrebbe avere circa sedici anni, vive in una maestosa e vezzosissima casa delle bambole e viene costantemente rappresentata nell’atto di annusare fiori (il suo logo è infatti un fiorellino rosa, la stessa parola fulla in arabo è il nome di un fiore), inseguire farfalle o volteggiare estasiata su se stessa, i colori e i simboli con cui viene presentato il prodotto sono identici a quelli della collega europea.

Le professioni e gli interessi di Fulla, a differenza di Barbie, si contano sulla punta delle dita: la bambola si diletta a leggere, cucinare torte per le amiche, rifare i letti, giocare a tennis, aiutare i fratellini a confezionare dei regali per gli amichetti e giocare con loro, viaggiare (ma solo come passeggera), divertirsi con le amiche Yasmeen e Nada, pregare rivolta verso La Mecca e dedicarsi con devozione ad ogni altra attività religiosa musulmana. Presto verranno inoltre distribuite una Fulla dottoressa e una Fulla insegnante, due attività che l’azienda di produzione considera delle “rispettabili carriere per donne che le bambine andrebbero incoraggiate a seguire.” Non è inoltre prevista una controparte maschile, un Ken con cui Fulla possa fidanzarsi, perciò la bambola sarà destinata a restare single.

I creatori non amano definire Fulla un giocattolo mussulmano bensì la considerano una “bambola globale”, infatti esiste una versione di Fulla con il sari indiano e una con le vesti tradizionali della Malesia per tali nazioni. Fulla inoltre non può essere spogliata completamente: sul suo corpicino di cellulosa è stato disegnato una sorta di tutina intima stile ‘700, che nasconde il seno e le copre il corpo sino alle ginocchia.

barbie_fulla

A differenza delle altre bambole islamiche , il successo di Fulla è stato strepitoso e ha surclassato le vendite di Barbie nei paesi arabi. E’ inoltre stata ideata una linea di prodotti Fulla rigorosamente in rosa e decorati con il sorriso gentile della bambola in hijab, come per esempio zainetti, cereali, merendine, caramelle, un monopattino, vestiti per bambine e molto altro ancora.

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Personalmente trovo inevitabile che le bambine arabe abbiano una bambolina che rispecchi la loro cultura, tutto ciò non centra nulla con la condizione della donna nei paesi arabi. E’ tuttavia evidente la polemica che si nasconde dietro il prodotto: i giocattoli devono essere purgati dalla depravazione della cultura occidentale per crescere delle donne oneste, rispettose, umili e perbene, a scapito della loro piena realizzazione e della loro dignità. Non me la sento tuttavia di esporre un’opinione definitiva perché i siti italiani che ho potuto consultare sono apertamente filo-americani e sfruttano Fulla per fare gossip spazzatura o sostenere apertamente Israele.

Ritengo inoltre che siano di pessimo gusto i numerosi messaggi e commenti politici sulla pagina Facebook di Fulla, molti dei quali scritti in inglese o francese da musulmani conservatori di ogni parte del mondo: i bambini dovrebbero essere lasciati liberi di giocare lontano da ogni condizionamento culturale e politico.

Non ho apprezzato nemmeno i continui riferimenti religiosi presenti nei video pubblicati sulla pagina ufficiale di Youtube: sono infatti numerosissime le scene in cui vediamo Fulla pregare, effettuare pellegrinaggi o dedicarsi ad altre attività religiose che non ho saputo riconoscere. Spesso è utile unire il dovere al piacere ideando dei giocattoli educativi, ma gli adulti devono porsi un limite; anche la nostra Barbie propone un modello da seguire alle bambine, ma non la vedremo mai fare i compiti, aiutare ad apparecchiare la tavola, andare a messa… Le bambole dovrebbero consentire alle bambine di liberare la propria fantasia e l’educazione dovrebbe essere insegnata mediante altri espedienti.

Fulla è dunque un espediente per promuovere la sottomissione della donna musulmana senza rinunciare la “fascino rosa” Occidentale di Barbie (a scapito, tra l’altro, dei colori e della meravigliosa arte araba). Confido che le bambine sappiano coltivare quella libertà e quell’intraprendenza che tutto ciò che circonda i prodotti Fulla cerca di soffocare.

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Ci sarebbe molto altro da dire…

Le colpe di Barbie nei confronti della società non finiscono qui. Dietro il suo sorrisetto angelico si nasconde infatti la “dittatura del rosa”, un colorecon cui le bambine vengono marchiate sin dalla più tenera infanzia per indottrinarle alla frivolezza e alla remissività, trasmettendo loro un angosciante messaggio implicito: se non sei “rosa” non sarai perfetta come Barbie, non troverai il principe azzurro, non sarai una vera donna.

Dagli anni Ottanta, dopo un periodo di crisi dovuto all’impoverimento collettivo degli anni Settanta e alle critiche femministe, Barbie si è trasformata in una superdonna in carriera in grado di eguagliare i maschi in ogni campo, dal football ai viaggi sulla luna, dalla guida di auto da corsa alla paleontologia, dalla politica (è stata ambasciatrice per la pace) alla carriera da manager.

Tutte frottole, la parità tra sessi promossa da Barbie è solo ipocrita perbenismo: per una rara collezione di bambole con le magliette dell’NBA i negozi sono affollati di principesse e fatine, per una donna in carriera abbiamo schiere di baby sitter, per una tuta da astronauta migliaia di anonimi vestitini rosa. Si tratterebbe dunque di una truffa, al pari della Barbie in carrozzina, ritirata in imbarazzo dal commercio per non poter passare attraverso le porte della casa di Barbie, o della bambolina senza capelli, regalata ai reparti di oncologia infantile per “rallegrare” le bimbe ricoverate.

Esistono sei versioni di Barbie militare perché, è risaputo, le ragazzine devono apprendere sin da piccole a rispettare la divisa, mentre mancano ancora all’appello Barbie scienziata, scrittrice, archeologa, meccanico… Barbie è emancipata per quanto riguarda solo le professioni che richiedono di far passare in secondo piano il glamour ma non la mondanità e il prestigio, è disposta a indossare temporaneamente i panni del maschiaccio solo per incrementare la propria aura di superdonna (e senza scalfire minimamente l’aspetto vezzoso della sua immagine), ma non sarà mai disposta ad indossare la sporca tuta di un meccanico o a rintanarsi in un laboratorio di chimica. Non sia mai che la sua femminilità ne risulti scalfita!

Barbie è stata inoltre il primo giocattolo ad effettuare un bombardamento pubblicitario in televisione per ingraziarsi il pubblico dei consumatori più giovani, aprendo la strada a quella che sarebbe poi diventata una prassi nella promozione dei balocchi per bambini. E’ infine necessario ricordare che il fanatismo di Barbie per lo shopping è una dichiarata promozione non solo dell’idolatria del corpo, ma anche del consumismo. Insomma, forse è proprio vero che il diavolo veste Prada.

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Nulla di ciò che ho scritto vuole essere un’offesa nei confronti delle aziende produttrici di giocattoli citate nell’articolo o un tentativo di ledere l’immagine del loro marchio, ho semplicemente posto delle critiche costruttive ai loro prodotti. Lo stesso si può dire nei confronti della cultura musulmana, che rispetto e ammiro al pari di ogni altra.

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21 thoughts on “THE DARK SIDE OF BARBIE: gravidanze, burqa, ventri deformi e ideologie naziste (versione corretta)

  1. Trovo tutto ciò veramente inquietante. Come tutte le donne della mia età anche io ho avuto una barbie, completa di vestiti e accessori e addirittura un camper. Ci ho giocato per anni, del tutto inconsapevole del modello che ci era proposto. Per fortuna si cresce e si comprende. Infatti mia figlia non ne ha mai avuto una. Bello questo tuo post.

    • Anche io ho giocato con le Barbie. E’ anche vero però che adesso vanno di moda altre bambole, come le Bratz o le WInx… le conosco poco perché non ho fatto in tempo a giocarci, però si potrebbe scrivere un bel post anche su di loro. Grazie per essere passata

    • Hai proprio ragione! Ci sarebbero state un sacco di altre cose da dire: il fatto che Barbie è stato il primo giocattolo a sfruttare la televisione come primo canale pubblicitario, il maschilismo del colore rosa, un falso modello di parità dei sessi (Barbie ha lanciato qualche bambola giocatrice di footbal, ambasciatrice o altro per negare il fatto che sia un giocattolo sessista), l’assurda femminilità di Ken, la promozione del consumismo mediante una bambola fanatica dello shopping … purtroppo ho dovuto tagliare, altrimenti scrivevo una tesi di laurea.

      Un baciotto, torna presto

  2. Come sempre un articolo interessante, o Vali.

    Vorrei solo contribuire con alcuni di appunti che spero accetterai con la stessa serenità con cui te li propongo, da sotto il sole cocente della zona di mare in cui sono solito fare i miei allenamenti di nuoto.

    1) Dici che “Lilli si ispirava al modello di bellezza ariano che, nonostante la caduta di Hitler, era ancora largamente diffuso in Germania.” Penso che questa nota non faccia onore alla lucidità che notoriamente contraddistingue i tuoi articoli. Infatti, considerando che tutto il nord Europa (Svezia, Norvegia, Irlanda, Inghilterra, Danimarca, Belgio, Netherland, Lussenburgo, Normandia) presenta tratti somatici occhi azzurri-capelli biondi-pelle chiara, credo che Lilli rappresentasse solamente i tratti somatici più diffusi nella area in cui veniva prodotta; sarebbe stato curioso il contrario. A ragione di questo ti porto ad esempio le bambolette antiche della Sardegna e dell’Africa, che mostrano tratti immancabilmente mediterranei e africani, quindi né occhi azzurri né capelli biondi. La cosa appare logica. Inoltre, nel 1955, la Germania era scampata all’applicazione del “Piano Morgenthau”, vero e proprio progetto di distruzione e deindustrializzazione del Paese; nonostante lo scampato pericolo, i paesi vincitori imposero comunque un piano di “denazificazione” che mal si concilierebbe con la presenza nel ’55 del XX secolo di “bambole ariane”. Per questo io credo che le “Lilli” fossero solo bambole culturalmente nordiche come se ne trovavano (forse se ne trovano ancora) in tutti i Paesi che ti ho citato prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale.

    2) Ruth Handler era di origini ebreo-polacche. Quando “si innamorò” delle Lilli certamente non era immune – tanto più essendo ebrea – dalla propaganda post bellica degli “alleati” a proposito della Germania. Ritengo che abbia trovato belle quelle bambole e abbia deciso di investire sul modello che, all’epoca, poteva essere innovativo per il mercato. Un investimento che ha avuto successo.

    3) Ed ecco le “Barbie”. Deformi, orribili, ma… Hai mai visto tu una bambola – di pezza o di plastica – anatomicamente fedele ad una persona reale? Io mai. Sono solo bambole e il loro scopo è “baloccare” i bambini : )

    Un grande saluto!

    • Caro Stelio, bentornato! Sarai felice di sapere che sei uno dei follower più stimolanti che abbia mai incontrato in rete, perché i tuoi commenti mi permettono di mettermi in discussione e di approfondire ulteriormente degli argomenti a me cari.

      1.1) Nei miei articoli cerco sempre di specificare quali mie affermazioni sono dei dati di fatto e quali sono invece delle opinioni personali. Tutto ciò che ho scritto sulle origini ariane di Barbie deriva da questo articolo, pubblicato su La Stampa nel 2009: http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200903articoli/41718girata.asp .
      “In realtà, Barbie aveva una progenitrice «ariana», dal momento che era la rielaborazione statunitense di un modello di bambola – di nome Lilli – commercializzato in Germania nel 1955 da un’industria di giocattoli che aveva fatto fortuna vendendo soldatini sotto il nazismo. Lilli si rivolgeva a un pubblico adulto e impersonava il modello di bellezza promosso dal defunto regime hitleriano e ancora giudicato ideale dal tedesco medio di allora.”
      Solitamente non leggo La Stampa, ma ho ritenuto l’articolo abbastanza autorevole da fidarmi delle sue affermazioni. Dici che ho fatto bene?
      Nel corso della ricerca su Barbie che ho effettuato prima di iniziare a scrivere, ho inoltre scovato nel web un secondo articolo in cui una femminista afferma che Barbie promuove uno stile di vita conforme ai precetti nazisti. Non me la sento di condividere tale tesi perché la giudico un po’ azzardata e non ho trovato altre argomentazioni a favore in rete, tuttavia mi ha indotto a scrivere senza timore quello che ho scritto. Ecco il link: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/05/15/Berlino-apre-casa-Barbie-piazza-Occupy-Dream-House_8712427.html .
      Prima effettuare un’eventuale modifica del post, farò una rapida ricerca in rete e, naturalmente, ascolterò il parere dei miei lettori.

      1.2) Può anche darsi che Barbie sia bionda semplicemente perché nel Nord Europa prevalgono i capelli chiari … in rete non ho trovato nulla.

      2) Ho specificato che Ruth era al corrente delle origini ariane di Barbie e che, anzi, si trattava semplicemente di un’ottima imprenditrice che ha avuto l’idea giusta per fare miliardi.
      “Ruth tuttavia era origini ebree ed era inconsapevole dell’ideologia dell’industria tedesca: la donna era semplicemente rimasta folgorata dall’esposizione in una vetrina di sei bamboline identiche che indossavano una tenuta da sci diversa dall’altra e decise di realizzare un prodotto simile in America.”

      3) Il problema è che il balocco in questione promuove un’immagine di donna perfetta e ineguagliabile da un punto di vista fisico. Il rischio è non solo di indottrinare le bambine al culto del proprio corpo, illudendole che sia la sola arma in loro possesso per farsi strada nella vita, ma anche di indurle ad essere insoddisfatte del loro aspetto fisico, contribuendo a provocare in loro problemi di autostima (naturalmente non incolpo Barbie di essere la causa dell’anoressia giovanile, ma certamente la malefica biondina contribuisce).

      Guarda, io ho giocato un sacco con le Barbie e non mi pento di nulla, ma è giusto che il “lato oscuro” della bionda bambolina venga a galla e (ma forse qui chiedo troppo) che venga corretto.

      • Ciao, bella risposta. Le vacanze sono quasi finite, sole e umidità a parte; ti confesso che vorrei mollare tutto per andarmene un mese a Cuba o Santo Domingo, facendo l’immemore vagabondo. A parte questo, io non voglio intavolare una polemica con te, né dirti se quello che hai scritto è giusto o sbagliato. Mi devi perdonare per averti detto che “non ti fa onore ecc. ecc.”; ho capito che il tuo articolo si basa su impostazioni che non non posso condividere ma che tu, avendole abbracciate, meriti di portare avanti.

        Personalmente ritengo che l’articolo de La Stampa sia privo di riferimenti; fa una cronistoria facilmente verificabile, ma anche delle affermazioni che difficilmente non possono essere annoverate nelle classiche “prese di posizione ideologiche” del dopoguerra. Il prof. Miguel Gotor, autore del pezzo, è del PD e per le persone della sua area è facile vedere nazisti cattivi nascosti dappertutto. La mala fede del suo articolo emerge dalla contraddizione che, se la fabbrica di giocattoli produceva “soldatini” prima della guerra, come fa poi nel dopo guerra a sfruttare lo stesso brevetto di marketing producendo bambole bionde? E poi, quando è stata prodotta la prima bambola dalla pelle nera nel nord Europa? La risposta a questa domanda sarebbe interessante.

        L’articolo dell’ANSA si commenta da sé. Se da un lato è davvero becero fare la casa di Barbie, visitabile a prezzo di una certa somma, dall’altra è deprecabile l’isteria collettiva delle così dette femministe che scorgono attentati alla dignità femminile per ogni dove; perché nessuna di esse si scaglia contro il periodo di maternità che le donne prendono per la gravidanza? Eppure dal loro punto di vista potrebbe essere una concessione che sminuisce il ruolo della donna che non deve essere da meno dell’uomo.

        Non capisco la domanda sul fatto se sia sembrata o no nazista… Ti svelo un segreto di pulcinella; nelle Waffen – SS erano arruolati anche negri e mediorientali (ma anche spagnoli, asiatici e tutte le etnie i cui governi avevano aderito al “patto anticomintern”), tutt’altro quindi che biondi e con gli occhi azzurri. La guerra è finita da decenni ma la propaganda, quella funziona ancora alla grande e Orwell vedeva bene quando nel suo “1984” elencava i semplici metodi adatti a pilotare il pensiero collettivo.

        Concludo osservando che se da un lato hai detto che le bambole Barbie sono deformi, poi dici che però propongono un modello di silhouette perfetta (in realtà anche se modificate, rimangono deformi rispetto al normale corpo umano). Io sarei propenso a considerare le bambole come delle rappresentazioni stilizzate della forma umana. Diciamo che il vero invito all’anoressia e al protagonismo è reale nelle pubblicità e nelle trasmissioni tv che fanno oggetto del corpo femminile per scopi più o meno degradanti ma sicuramente bassamente commerciali? Forse su questo possiamo essere in sintonia ;)

        Buona serata!

      • Neanche io voglio fare polemica, Stelio, io adoro chiacchierare di questo genere di cose e rispetto le tue idee. Concordo pienamente sulla faccenda dell’immemore vagabondo: vorrei piantare in asso questo afoso paesello del cavolo per esplorare avventurosamente un territorio sconosciuto.

        Scrivere dei post dai toni così seri (che poi certe volte mi viene pure il tono spocchioso da professoressa :D ) basandosi su un articoletto pubblicato su La Stampa, senza nemmeno sapere nello specifico chi sia ‘sto Miguel, è piuttosto deludente, tuttavia non ho davvero tempo per dedicarmi a documenti più seri, bisogna fare delle scelte. Proprio per questo motivo sono solita evitare affermazioni più o meno collegate alla politica o a temi “critici”, per parlare di certe cose bisogna essere informati. Siccome qui sto parlando di Barbie, un argomento che conosco alla perfezione da quando avevo più o meno due anni, non mi faccio problemi a criticare la biondina.
        Per rispondere alla tua domanda, dovrei fare un approfondimento, anzi, a questo punto sono curiosa! Se trovo qualcosa su internet ti faccio sapere…

        Vedi, io non ho nulla contro lo stile rosa e patinato di Barbie, uno è libero di vestirsi come gli pare. Il problema è che Barbie “indottrina” le bambine a seguire uno stile che non necessariamente gli appartiene: casa mia non sarà mai rosa shocking, ma non per questo sono meno femminile. Vorrei solo che i giocattoli rivolti alle bimbe fossero un po’ più vari e le aiutassero a sviluppare la propria individualità, anziché creare dei cloni. Barbie è senza dubbio maschilista.

        Per quanto riguarda l’articolo dell’ansa, non me la sento di giudicare perché le argomentazioni della femminista sono riportate in modo un po’ troppo sintetico: il giornalista ha descritto una generica situazione in cui una donna dichiaratamente femminista ha sostenuto una tesi contro la Barbie, ma non ha riportato un eventuale argomentazioni. Siccome non posso sapere se il giornalista ha omesso (volutamente o per errore) i dettagli o se la colpa è della giornalista, che non ha saputo spiegarsi o che ha sparato critiche azzardate, non mi sono pronunciata al riguardo e mi sono basata solamente sull’articolo di Miguel.

        Ti risponderò quando avrò un figlio, ho solo 21 anni e non posso dirti cosa si prova a lavorare in gravidanza.

        Ok, lascia stare, certe volte mi faccio un sacco di paranoie inutili. Pensavo di non essermi spiegata bene… In effetti mi conviene modificare il commento.

        Ma quello è un ossimoro! Ho cercato di esprimere attraverso una figura retorica il controsenso. Dai, è risaputo che l’anoressia in molti casi prevede una distorsione della percezione del proprio corpo e del concetto di bellezza fisica…
        Ci sono più fattori, la televisione è sicuramente uno di questi. In questo articolo però sto analizzando l’immagine di un prodotto per bambine, non dei messaggi trasmessi da uno strumento di comunicazione di massa. Io non sono un medico e non mi interessa analizzare i fattori che provocano l’anoressia da un punto di vista clinico, non ho nemmeno fatto una ricerca sull’invito all’anoressia in generale. Sto soltanto dicendo che la Barbie riveste un ruolo fondamentale nelle vite di generazioni di bambine (e bambini, perché l’idea che voi maschietti avete della donna deriva anche dai giocattoli che vedete in mano alle vostre compagnette d’asilo) e certamente non insegna loro ad accettarsi per quello che sono.

      • Egregia :) Vedo che la mia visione della spiaggia e dell’immemore vagabondo ti ha fatto sorridere, eheh.

        Le polemiche sono il pane di politici e stupidi. Farò ben tesoro di quello che hai scritto perché si tratta sempre di buone informazioni da tenere presenti. Probabilmente io sono un po’ prevenuto verso media e giornalisti, soprattutto quando si professano per quello che non sono, cioè onesti e liberi.

        Un inchino rispettoso alle tue facoltà intellettuali, di giudizio e di critica ;)

      • Boh… sei riuscito ad insinuare il dubbio… questo tizio è un professore di storia della facoltà di scienze dell’informazione di Torino (Wikipedia docet), perciò sembrerebbe affidabile. Però bisogna fidarsi della persona e non dei titoli, perciò sto approfondendo l’argomento.

      • Beh, non volevo :) Solo che troppi “barbassori” pontificano e pontificano dall’alto delle loro cattedre. La verità, la verità… E’ solo quella che troviamo al costo di dure e approfondite ricerche.

      • Già.. non si deve mai smettere di cercare. Torna presto… io in questo periodo non sto leggendo i blog altrui perché sono in vacanza, ma appena torno recupero

      • Brava :) Goditi le vacanze, mi raccomando, eheh. Io nei prossimi giorni dovrei riuscire a fare una visita al Vittoriale degli italiani, sul Garda, pioggia permettendo. Un piccolo passo per un sardo, ma un grande passo per la propria passione per il Vate ;) Le mie vacanze più o meno continueranno ma in modo snervante, alternate da impegni vari. Grazie di essere passata nelle mie ultime poesie, ciao!

      • Non ci sono mai stata, ma mi auguro che tu possa divertirti. Chissà, magari scriverai anche un post sull’argomento, sono curiosa :)

  3. insomma… le donne indoarie o ariane che dir si voglia sono le donne indoeuropee ( fare ricerca ), e appartenenti all’ etnia caucasica indoaria ci sono tutte le europee ( anche noi italiche ) più le russe, le indiane e le persiane. Quindi quando si parla di ‘donne ariane’, non si parla di una boutade nazista: si parla di un concetto etnico ben preciso che è sempre esistito, ci sono libri in francese del 1800, uno è dell’ archeoloo François Lenormand che lo scrisse nella seconda metà del 1800, che parlaproprio di ‘peuples aryens’ o ‘ indoaryens’, con particolare riferimento alle etnie europidi.

    • Cara Lara, grazie mille per la correzione. Conosco piuttosto bene gli indoeuropei soprattutto da un punto di vista linguistico, invece ho sempre ritenuto che gli ariani fossero i biondi dagli occhi azzurri tanto apprezzati dai nazisti. Correggo immediatamente l’articolo. Spero che il mio blog ti sia piaciuto nonostante questa terribile svista. Torna a trovarmi.

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