Andy Warhol’s Sturdust, la Pop Art approda a Milano


2013-06-12 19.03.20 (2)Dal 4 aprile all’8 settembre il Museo del Novecento di Milano ha dedicato una mostra ad una star: Andy Warhol’s Sturdust, dedicata al celebre artista americano che è diventato un simbolo degli anni ’60, ’70 e ’80 del secolo scorso.

Il titolo della mostra è attraentemente kitsch, proprio come l’inconfondibile stile dell’artista: sturdust, che significa polvere di diamanti, è un riferimento non soltanto ai brillantini che conferiscono un’aura patinata ad alcune delle opere esposte, ma anche alla sua capacità di trasformare una celebrità in un’icona e di confermare la popolarità dei vip già affermati.

Un particolare curioso ed estremamente pop sula realizzazione dell’esposizione è la scelta di appiccicare sulle pareti del museo dei fumetti gialli e rosa (vedi per esempio l’immagine sottostante), riguardanti alcune citazioni dell’artista o curiosità sulle opere esposte. Per i visitatori più intellettuali sono invece disponibili presso il Bookshop dei simpatici libricini, ricchi di illustrazioni a colori e di articoli che riassumono la vita, l’arte e la filosofia di Warhol in poche pagine.

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Un esempio dei fumetti realizzati appositamente per l’esposizione.

UNA CARRELLATA DELLE OPERE IN MOSTRA

[Clicca sul titolo delle opere per visualizzare le immagini!]

La mostra si apre con Flowers del 1970. Avete visto quei quattro fiorellini raffigurati ovunque ed ora sono finalmente davanti ai vostri occhi, in tutte le varianti cromatiche possibili; il risultato è un’orgia di colori che acceca e riempie di allegria. Warhol trasforma uno dei temi più comuni nella storia dell’arte, i fiori, nella meccanica riproduzione di un’immagine a scolo decorativo.. Si noti inoltre come il variare della specie dei fiori sia suggerito dalla scelta cromatica, mentre la fotografia di base del disegno è la stessa per tutte le varianti dell’opera: per l’autore la natura non è diversa dal mondo artificiale dell’essere umano e non esita a rielaborarla in chiave industriale.

Esattamente di fronte si trova invece un assortimento di zuppa Campbell’s del 1969, Andy Warhol ha ritratto un barattolo per ogni gusto in vendita sul mercato. L’artista sceglie come soggetto emblema della società industrializzata un prodotto delle sue fabbriche, un alimento comunemente presente sulle tavole degli americani degli anni Settanta. Per Warhol ogni oggetto può trasformarsi in un capolavoro grazie al magico intervento di un’artista.

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E’ poi il turno di Sunset del 1972, una citazione d’autore: un’enorme sfera colorata su sfondo neutro è infatti un richiamo a Impressioni al tramonto di Monet. Così come il pittore francese dipinse la cattedrale di Rouen in tutte le combinazioni di luce concesse dalla natura, Warhol evoca le diverse ore della giornata modificando i colori dell’opera in ogni variante cromatica possibile. Monet ha faticato dal 1892 al 1894 per realizzare i trentun dipinti della serie della cattedrale, Wharol e i suoi collaboratori della Factory hanno “sfornato” invece i tramonti in catena di montaggio, realizzando una vera e propria industria dell’arte.

La realizzazione di Grapes  del 1979, un evidente reinterpretazione del genere della natura morta, è invece un po’ più sofisticata: le immagini di base dei grappoli d’uva sono infatti differenti tra loro, le sezioni di colori e le scelte cromatiche sono state realizzate con ricercatezza. Le opere sono state inoltre costellate di polvere di diamante per assumere l’aura di un capolavoro prezioso e luccicante.

L’artista vanta la capacità di trasformare in opera d’arte ed in icona della società a lui contemporanea qualsiasi soggetto: nella serie Space Fruits del 1979 delle banali immagini di frutta riscuotono il successo presso il grande pubblico mediante l’intervento di Warhol e dei suoi collaboratori della Factory. Si tratta di una natura morta meno ricercata di Grapes, in cui viene ricreata un’atmosfera più aperta e sospesa.

Secondo Andy Warhol, l’artista nell’età contemporanea ha semplicemente il compito di selezionare le immagini che rappresentano gli idoli della società e confermarli nel loro ruolo di icona, senza necessariamente intervenire sull’opera di propria mano. Per questo motivo Warhol seleziona diverse fotografie di cronaca, indipendentemente dal loro significato per la società, e le ripropone ingigantite nel ruolo di opere d’arte, senza fornire alcun commento della vicenda. Si tratta di un’implicita critica ai media, che spesso trattano gli eventi di cronaca senza fornire al pubblico un commento adeguato. Il Museo del Novecento ospita una gigantografia in bianco e nero di un ignobile evento verificatosi nel corso di una marcia per i diritti degli afroamericani: i poliziotti hanno aizzato i cani contro i manifestanti.

Warhol era noto per la sua straordinaria capacità di individuare le icone della propria società. E’ il caso di Muhammad Ali, un ex pugile statunitense cui venne ritirata la licenza di combattimento per essersi rifiutato di combattere in Vietnam e di aver sostenuto i diritti dei corani con la celebre frase: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. A Milano è possibile ammirare quattro serigrafie del 1978 che Warhol ha dedicato allo sportivo.

Nel 1969 Andy Warhol fonda con gli artisti John Wilcock e Gerard Malanga Interview, una rivista di genere alternativo che si occupa principalmente di celebrità. Alla mostra è possibile ammirare alcune delle copertine più note della rivista.

Andy Warhol ha inoltre realizzato almeno 60 copertine di dischi musicali dal 1949 al 1987. Alla mostra milanese avrete l’occasione di ammirare una riproduzione della leggendaria copertina di The Velvet Underground del 1967, in cui l’adesivo della banana gialla su sfondo bianco poteva essere “sbucciato” rivelando al di sotto una banana color carne; Mick Jagger che addenta una mano sul disco di Love You Live del ’77, un’immagine realizzata mediante una sessione di 24 Polaroid in cui gli Stones cercano di divorarsi a vicenda. Viene inoltre esposta una riproduzione della copertina di Sticky Fingers dei Rolling Stones, caratterizzata da un paio di blue jeans maschili con evidente rigonfiamento e cerniera apribile nella versione originale su LP; all’interno è presente il famoso Tongue & Lip di  John Pasche e la versione più spoglia della copertina col modello (non Mick Jagger, come si credeva all’inizio, ma Joe Dallesandro, un attore dei film di Warhol) vestito solo di mutande. Aprire il disco, insomma, era un po’ come svestire il modello!

Warhol ha una visione radicale del rapporto tra arte e mercato: “Voglio essere un business man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante”. Fu così che l’artista americano decise di vendere degli oggetti decorati con delle immagini di sua realizzazione, come per esempio Andy Mouse. Presso il museo del Novecento è possibile ammirare le serigrafie di QUESTA e QUESTA versione dell’ibrido tra l’artista e Mickey Mouse.

Negli anni ’70 Warhol realizza migliaia di ritratti di celebrità. L’artista scattava sessanta Polaroid del soggetto prescelto, ne selezionava quattro per poi mandarne in stampa solo una e, dopo una serie di rielaborazioni grafiche che potrebbero essere paragonati ai moderni ritocchi di Fotoshop, ingrandiva l’immagine ed eseguiva la serigrafia. I soggetti prescelti dall’artista erano vips a lui contemporanei o appartenenti al passato, realmente esistiti o fittizi come lo Zio Tom e Babbo Natale (in questo caso pubblicava delle inserzioni e organizzava dei provini per cercare una persona simile ai personaggi che desiderava ritrarre). Non di rado le serigrafie venivano realizzate su disegni o scatti realizzati da altri, come nel caso di Topolino e di Dracula.

La mostra termina con un ritratto dell’artista ed una delle serigrafie dedicate a Marilyn Monroe, più precisamente quella rosa con ombretto azzurro, realizzate poco dopo la morte dell’attrice e determinanti nella creazione del mito della più nota biondina di Hollywood.

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IL PENSIERO DI ANDY WARHOL

Richard Hamilton disse che “La Pop Art è popolare, effimera, spiritosa, ingegnosa, sexy, giovane”, ma ci sarà pure un pensiero, una filosofia, alla base di tutto ciò? Dopo aver visitato la mostra del Museo del Novecento, ho deciso di approfondire il mondo di Andy Warhol ordinando in biblioteca alcuni suoi libri:

  • Andrea Mecacci, Introduzione a Andy Warhol;
  • Tommaso Cabranca, Andy Warhol era un coatto, vivere e capire il trash;
  • Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s;
  • Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa.

So già che non approverò affatto il pensiero pop, proprio per questo voglio conoscerlo. Per questo motivo tenetevi pronti, miei cari lettori, stanno per arrivare un sacco di nuovi articoli su Andy Warhol, l’artista più spregiudicato degli anni ’60 e ’70!

9 risposte a “Andy Warhol’s Sturdust, la Pop Art approda a Milano”

    • Esatto, quell’uomo è un genio! Ha inventato un sacco di concetti appartenenti all’arte e all’estetica moderna. L’esecuzione delle sue opere sarà anche meccanica e ripetitiva, la differenza sta nei contenuti!

      Pensa che ritoccava persino le imperfezioni fisiche dei soggetti immortalati nelle fotografie, anticipando Fotoshop. Solo che lui faceva tutto con tecniche analogiche…

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  1. Ma io non vedo l’ora di leggere anche i prossimi articoli su Warhol, uno dei miei artisti preferiti ;) Interessante la mostra e sempre esaustive le tue spiegazioni e ricerche! Mi sa che ci farò un pensierino! Grazie per la condivisione! E ai prossimi articoli su Warhol allora ;)

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    • Se passi da Milano, devi andarci assolutamente!!! Il Museo del Novecento merita a prescindere… ah, alla fine sei andato in quella gelateria dove ti fanno il gelato personalizzato? :)

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      • Il Museo se non ricordo male dovrei averlo visto quando andavo a scuola, però non ricordo sob Vorrà dire che lo rivisiterò per rinfrescare la memoria e con la scusa godere dei suoi tesori. Grazie sempre per queste dritte :) Il gelato sì! Il mese scorso, ti faccio vedere la foto appena mi ricollego a fb! Promesso :)

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  2. […] Oggi facciamo la conoscenza di una giovane blogger curatrice di Acqua e limone.Vorrei che per cominciare ti presentassi, chi sei, quali studi fai o hai fatto, quando e perchè hai iniziato a scrivere il blog, e qual è lo scopo, la missione, il fine che ti sei prefissata diventando blogger.Mi chiamo Valeria Vite, ma in rete sono conosciuta con il Nickname Valivi, ho 23 anni e, dopo tre anni di noiosi studi di economia, mi sono finalmente iscritta a lettere per inseguire i miei sogni. Ho iniziato a scrivere “Acqua e limone”, il mio blog, per condividere le mie passioni con altre persone dedicandomi alla scrittura, l’attività che più preferisco. Il mio blog non tratta un argomento in particolare, anche se troverete soprattutto articoli sul teatro, ma affronta le tematiche più varie: letteratura, cinema, storia, miti e leggende, viaggi e, naturalmente, arte. Qual è il tuo rapporto, il tuo approccio con il luogo per eccellenza che custodisce le opere d’arte, cioè il museo: sei più da “turistodromo” o preferisci piccoli musei poco frequentati e quale ti sentiresti di consigliare ai lettori di Artesplorando.I musei troppo affollati non mi sono mai piaciuti, infatti cerco sempre di visitarli in settimana, quando il numero di visitatori è minore. A mio parere i piccoli musei sono affascinanti tanto quanto quelli più visitati perciò non ho preferenze e, quando sono in viaggio, cerco di vedere il più possibile. Io abito vicino a Milano e mi ha colpito particolarmente il Museo del Novecento, che ho visitato ben due volte. Un altro museo che ho visitato recentemente è il Museo Archeologico Nazionale di Atene, che conserva alcuni tra i più preziosi tesori dell’arte greca.Che rapporto hai con le mostre? oggi spesso diventano eventi mediatici molto pubblicizzati, ma alla fine di poca sostanza. Quali sono le mostre che preferisci e se vuoi fai un esempio di una in particolare che ti ha colpito.Purtroppo a Milano alcune mostre si rivelano deludenti proprio per il motivo che hai descritto tu: una mostra viene pubblicizzata dai media come un grande evento, ma di fatto vengono esposte opere secondarie o selezionate senza un valido criterio. E’ il caso della mostra di Van Gogh di Palazzo Reale, di cui ho parlato recentemente nella sezione blog di “L’Indro”, un quotidiano di approfondimento online per cui scrivo. Ecco il link: http://www.lindro.it/0-cultura/2014-12-11/161008-il-van-gogh-di-palazzo-reale-delude/ Palazzo Reale ha tuttavia proposto anche delle splendide mostre, come quelle di Andy Warhol (https://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/15/andy-warhols-sturdust-la-pop-art-approda-a-milano/ , https://centauraumanista.wordpress.com/2013/11/19/andy-warhol-a-milano-le-opere-piu-significative/ ), Artemisia Gentileschi (un’artista che nominerò nel mio prossimo articolo in “Areyou art?”) e Marc Chagall. Se fossi il ministro dei Beni Culturali e il Presidente del Consiglio ti desse carta bianca, quale sarebbe il tuo primo provvedimento?Credo che ogni appassionato di storia dell’arte risponderebbe a questa domanda sostenendo di voler ristrutturare Pompei e ogni altro sito archeologico abbandonato a se stesso, inoltre i beni culturali sono una risorsa vitale per l’Italia, pertanto andrebbero proposti al pubblico sapientemente non solo per amore della cultura, ma anche per il benessere economico del nostro paese. Cosa proporresti di leggere a una persona che si avvicini per la prima volta alla storia dell’arte? un testo scolastico, un saggio, una monografia…“Arte e dossier” è un periodico mensile la cui direzione è affidata a Philippe Daverio, si tratta di una rivista semplice e accattivante, l’ideale per avere una panoramica completa sul mondo dell’arte. Arriva il Diluvio Universale e tu hai la possibilità di mettere qualche opera d’arte nell’arca di Noé, quali sceglieresti?“Sentiero di notte in Provenza” di Van Gogh, “Giuditta che decapita Oloferne” di Artemisia Gentileschi, i “Prigioni” di Michelangelo, “Ragazza in verde” di Tamara De Lempicka, “Finestra aperta” e “Lo studio rosso” di Matisse, “Improvvisazione 8” di Kandinsky.Con quale artista (anche non più tra noi!) ti sentiresti di uscire a cena o a bere qualcosa? e perchè?Salvador Dali perché, oltre ad essere un genio, era completamente pazzo e una serata in sua compagnia non potrebbe che rivelarsi insolita e interessante. Segui la bacheca C’è arte nella blogosfera!!! di Artesplorando su Pinterest.Oggi in TV e alla radio non c’è molta arte, e cultura in generale. Tu cosa consiglieresti di guardare (o ascoltare) al lettore di Artesplorando. Può anche essere un programma non prettamente d’arte, ma al cui interno ci sia un’approfondimento artistico. In onda ora, ma anche nel passato (ovviamente valgono anche le web-tv).“Passepartout” di Philippe Daverio non produce più nuove puntate da qualche anno, ma su Rai 5 trasmettono frequentemente delle repliche. Su Youtube sono disponibili alcune puntate, come ho scritto qualche tempo fa in un articolo: https://centauraumanista.wordpress.com/2014/09/01/philippe-daverio-e-anche-su-youtube/ In un ipotetico processo alla storia dell’arte tu sei la difesa, l’accusa è di inutilità e di inadeguatezza ai nostri tempi, uno spreco di tempo e di soldi. Fai un’arringa finale in sua difesa.L’arte non è inutile perché, anche se non produce immediatamente profitto, ci appelliamo al senso del bello quando arrediamo una stanza o accostiamo dei capi d’abbigliamento, spesso utilizzando mobili e vestiti disegnati da un designer o uno stilista che si è ispirato a qualche opera d’arte; l’arte ha inoltre la capacità di trasmettere impressioni potenti e immediate allo spettatore, perciò viene costantemente citata nel cinema e nella pubblicità per persuadere le masse (e dunque produrre quattrini). Se anche non permettesse di ottenere alcuna utilità pratica, l’arte stimolerebbe comunque il cervello e ci renderebbe tutti più felici, dunque è utile anche quando è fine a se stessa perché rende migliore l’umanità intera. L’arte è sempre al passo coi tempi perché ha sempre qualcosa da dire: un’opera d’arte sopravvissuta al trascorrere del tempo parla e parlerà sempre agli spettatori, non invecchierà mai. La nostra società parla più con le immagini che con le parole (basti pensare alla televisione, la pubblicità, Facebook…), perciò l’arte è più attuale che mai e influenza ciò che arte non è, dall’etichetta di una coca-cola ai micetti postati su Facebook. Concluderei con una bella citazione sull’arte, quella che più ti rappresenta!“Ogni bambino è un artista. Il problema è poi come rimanere un artista quando si cresce” Pablo PicassoGrazie a Valeria per la sua disponibilità. Se volete leggere i suoi articoli, oltre che sul blog Acqua e limone, li trovate anche su L’Indro e Are you art?Buona lettura e alla prossima intervista … […]

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