Il macabro fascino di una carcassa, quando l’arte diventa horror


Le carcasse degli animali macellati sono brutte, sanguinolente e raccapriccianti, ma forse è proprio per questo che possono essere considerate tra i soggeti più ricorrenti dell’arte figurativa degli ultimi cinquecento anni.

TUTTO EBBE INIZIO IN UNA MACELLERIA

Le prime due opere in cui compaiono delle carcasse di mucca risalgono al naturalismo del XVI secolo. In questo periodo Caravaggio non aveva ancora scioccato i propri contemporanei con la sua rivoluzionaria pittura realista, ma alcuni suoi predecessori avevano già iniziato ad opporsi al manierismo predominante, preferendo le sene di vita quotidiana delle classi sociali più umili alle tematiche dei grandi del Rinascimento.

In questo periodo non possiamo ancora parlare di realismo poiché la verità dipinta da gli artisti di questa generazione era creata artificiosamente, studiando nel dettaglio la costruzione della scena e trascurando eventuali dettagli crudi o scandalosi, che causeranno invece a Caravaggio non pochi problemi con le autorità.

Bartolomeo Passerotti dipinse ne La macelleria due individui dall’aspetto piuttosto losco e grottesco, seduti di fronte ad un bancone di legno e circondati dalle carcasse di svariati animali. Nell’opera, di evidente influenza fiamminga, è presente un piccolo passerotto, il “marchio di fabbrica” che l’artista raffigurava in ogni dipinto.

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Passerotti, La macelleria. Immagine tratta da Wikipedia.org.

Ne Il negozio del macellaio, Annibale Caracci (1580) realizza una scena di vita quotidiana che rivoluziona i canoni del passato, in quanto agli umili lavoratori la stessa importanza delle carcasse a livello pittorico. La presenza di un soldato nella macelleria rivela l’artificiosità della rappresentazione, l’autore ha infatti pianificato la scena in modo assolutamente naturale, ma tutto ciò che vediamo è irreale ed è frutto della sua inventiva.

In una seconda versione  un macellaio sfodera un coltellaccio come un cavaliere che brandisce una spada. La macelleria non è più un argomento comicamente volgare, ma una cronaca di vita degna di tutto rispetto.

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Caracci, Il negozio del macellaio. Immagine tratta da Wikipedia.org.

Con Passertotti e Caracci le carcasse di mucca hanno colpito l’immaginario collettivo, ma non sono ancora riuscite a conquistarsi il ruolo di protagoniste in un dipinto: le troviamo infatti collocate all’interno di un contesto di vita quotidiana, in cui le attività lavorative umane sono il soggetto principale.

Nel 1563 Joachim Beuckelaer ritrae la carne in primo piano nell’opera Bue squartato mentre pende obliquamente in primo piano ed è trafitta da un raggio di sole la trafigge attraverso una finestra aperta. Poco più indietro, sulla sinistra, troviamo sempre la presenza dell’uomo al lavoro: due uomini stanno trafficando con delle brocche vicino ad una scala.

La predominanza della carcassa sulla scena è attenuata non solo dalla figura umana, ma anche dalla minuziosa definizione dell’ambiente circostante, vale a dire la rimessa in cui le cibarie vengono conservate e della vegetazione che è possibile intravedere attraverso una porta spalancata.

NATURA MORTA “MEMENTO MORI”

Siamo nei secoli XVI XVII, l’arte privilegia la raffigurazione di oggetti inanimati: si sta diffondendo l’interesse per la natura morta, che proprio in questo periodo si sta trasformando in un vero e proprio genere pittorico.

Tra le svariate tipologie di soggetti prediletti degli artisti compaiono i corpi e le carcasse della selvaggina o del bestiame macellato. Il fascino di una tematica così macabra è causato essenzialmente da due fattori: innanzi tutto un corpo privo di vita è un memento mori più efficace di qualunque altra allegoria, inoltre offre l’occasione di cimentarsi in una prova di virtuosismo per la complessità della forma, la monocromia dei colori (il rosso del muscolo, il bianco del grasso) e l’inconvenzionalità del soggetto.

IL VIRTUOSISMO DI REMBRANDT

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Caracci, Il bue macellato. Immagine tratta da wikipedia.org.

Nel 1655 il virtuosismo di Rembrandt de Il bue macellato raggiunge l’eccellenza. L’uomo e la collocazione spaziale del soggetto pittorico sono del tutto insignificanti rispetto all’imponente carcassa: attraverso il buio della cantina è possibile intravedere il volto di una donna che si affaccia da una porta, ma si tratta di una figura appena visibile, oscurata dall’imponente carcassa di bue illuminata flebilmente da sinistra, in una penombra caravaggesca.

L’opera è un eccezionale esercizio di pittura drammatica e realistica, l’artista da prova di eccezionale padronanza della tecnica (tinture granulose e pennellate ben visibili) nella realizzazione delle diverse forme assunte dal grasso, dai tendini, dai muscoli e dal sangue.

In un paese protestante e iconoclasta come l’Olanda i pittori non potevano dipingere tematiche sacre, perciò furono costretti a cercare nuovi soggetti, differenziandosi colleghi cattolici dediti alla pittura sacra. Questo particolare contesto storico ha indotto alcuni critici ad interpretare l’opera di Rembrandt come un’allegoria di Gesù crocifisso, che può essere facilmente identificato nel corpo della bestia appesa per le zampe divaricate. La donna sullo sfondo può essere di conseguenza identificata come Maria o Maddalena.

Secondo altri (Goggle mi ha fornito due interpretazioni differenti, non ho le competenze per dire quale delle due sia esatta), Rembrandt ritrae la carcassa astenendosi da ogni commento ed interpretazione, perciò l’opera dovrebbere essere considerata un capolavoro di virtuosismo e realismo e la drammaticità del soggetto non avrebbe alcun significato simbolico.

NELL’OTTOCENTO, GOYA

Duecento anni dopo, nel 1818, Goya dipinge dei costati di pecora disposti orizzontalmente su un bancone, ispirandosi al predecessore olandese. Come Rembrandt, Goya si disinteressa all’attribuzione di un significato al soggetto pittorico per focalizzarsi sul macabro realismo dell’opera.

LE DRAMMATICHE CARCASSE DI SOUTINE

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Una delle tante carcasse di bue di soutine. Immagine tratta da http://www.equilibriarte.net

Per l’espressionista Soutine il dramma diventa protagonista. La pittura dello sfortunato artista russo, proveniente da una famiglia ebrea povera e emarginata, si caratterizza per l’evocazione di stati psichici di profonda angoscia ed inquietudine attraverso pennellate violente e convulse.

L’inconfondibile stile di Soutine è particolarmente evidente nelle numerose carcasse realizzare nel corso della sua carriera: i colori e le linee violente urlano la sofferenza personale dell’artista tanto quanto la tragedia dell’umanità intera. L’opera può essere dunque identificata come una ricerca di spiritualità, condotta attraverso l’esperienza terrena anzichè mediante la religione.

Quando ero ragazzo vidi un uomo tagliare a fette la gola di un uccello e farne uscire il sangue. Volevo urlare ma quella espressione di gioia mi fermò il grido in gola. Questo grido lo sento ancora (..) quando dipinsi la carcassa di un bue era ancora questo grido che volevo esprimere”.

Oltre ad ispirarsi ai suoi predecessori, Soutine visitò numerosi mattatoi, situati non molto lontano dal primo quartiere parigino in cui risiedette (1913), e conservò nel proprio studio dei quarti di bue, ignorando le lamentele dei vicini per il fetore. Quando vennero chiamati i gendarmi, Soutine si difese sostenendo che l’arte fosse più importante dell’igiene personale e, obbligato a imbalsamare la carcassa, la ricoprì di sangue per rimanere fedele al soggetto iniziale.

IL BUE SCUOIATO DI CHAGALL

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Chagall, Il bue scuoiato. Immagine tratta da http://laura.bassi.free.fr/

Un bue scuoiato, del colore del suo stesso sangue raccolto in un catino, penzola nella piazzetta di un paese innevato nel cuore di una notte buia. In alto a destra un anziano uomo ebreo con una candela sopra la testa vola brandendo un coltello insanguinato e in basso a sinistra zampetta un piccolo gallo.

Nel 1947 la Shoah si è conclusa da poco e il ricordo è ancora fresco per l’ebreo Chagall, il cui bue, scuoiato anzichè macellato, diventa simbolo del genocidio e trasmette un messaggio universale: l’uomo non è poi così diverso da un animale, poiché entrambi sono destinati a morire.

L’opera è ricca di elementi simbolici che evocano le radici dell’autore e il suo messaggio di speranza: le casette innevate appartengono a Vitebsk, la città natia dell’artista; il vecchio in alto a destra è il nonno del pittore, macellaio di professione; la candela è simbolo di pace domestica e di ottimismo; il galletto infine rappresenta l’arrivo di una nuova alba e di un periodo di felicità.

I DEMONI DI BACON

La mia pittura è soprattutto di istinto. E’ un’istinto, un’intuizione che mi spinge a dipingere la carne dell’uomo come se si spandesse fuori dal corpo, come se fosse la propria ombra. Io la vedo così. L’istinto è mescolato alla vita. Io cerco di avvicinare il più possibile a me l’oggetto, e amo questo confronto con la carne, questa autentica escoriazione della vita allo stato bruto.”

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Bacon, Figure with meat. Immagine tratta da wikipedia.org

In Figure with meat del 1954 Bacon trasfigura il celebre ritratto di Papa Innocenzo X di Diego Velazques (1649) tra due carcasse di bue che rappresentano, oltre al tema della crocifissione, la struttura di una cattedrale. La figura infernale del papa sembra essere stata fotografata nel corso di un urlo atroce, ma non sappiamo se il soggetto debba essere considerato una vittima o un’artefice e se sarà destinato alla salvezza o alla dannazione.

La terrificante visione di Bacon rappresenta la visione del mondo di un’artista che ha vissuto il trauma della seconda guerra mondiale e della mostruosità umana, ma può essere anche considerata il simbolo del tormento dell’uomo moderno.

Un claustrofobico sfondo circolare arancione e rosso simile ad un irreale palcoscenico, in cui porte e finestre sembrano degli impenetrabili buchi neri. Tre dipinti: due quarti di bue a terra osservati da due loschi esseri umani vestiti di nero, un cadavere metà umano metà animale sdraiato su un letto e una carcassa di bue appesa, osservata da un uomo di cui possiamo vedere soltanto l’ombra proiettata sul pavimento. Il trittico Tre studi di crocifissione del 1962, che condurrà l’autore Bacon al successo internazionale, sembra ispirarsi all’Urlo di Munch.

Come nei trittici di datazione successiva, la forma circolare del locale in cui è ambientata l’opera si ispira alla stanza di una casa di campagna in cui l’artista aveva vissuto da piccolo. Un’altra caratteristica è il rovesciamento del corpo umano, del quale sono visibili le interiora sebbene non sia stato sezionato. E’ infine singolare notare come la carcassa di destra  e quella centrale riescano a trasmettere inaspettatamente una sensazione di calma.

ALTRE OPERE

Dipinti e fotografie di non molti decenni fa. Non ho la possibilità di realizzare un approfondimento per ciascuno, se siete interessati cliccate sul link. Sicuramente esistono molti altri autori che meriterebbero di essere menzionati, purtroppo io non li ho trovati. Vi auguro di essere più abili di me con i motori di ricerca…

  1. Delleani, bue squartato
  2. Cassinari bruno, Bue Squartato

Ecco le discusse creazioni di due nostri contemporanei. Siete favorevoli o contrari?

  1. Hirst, Madre e figlio divisi. Una mucca tagliato a metà e conservata, insieme a un mezzo vitello, nella formaldeide.
  2. Jannis Kounellis supera i predecessori del passato appendendo dei pezzi di carne vera, per ritirare  ogni mediazione fra l’oggetto e la sua rappresentazione (non ho trovato informazioni approfondite, purtroppo).
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11 thoughts on “Il macabro fascino di una carcassa, quando l’arte diventa horror

  1. Che argomento affascinante e complesso! Se posso fare una critica (ma che brutta parola… Diciamo suggerimento!) al tuo lavoro (di una certa complessità peraltro!) è che la prima parte è piena di link esterni per approfondire il tema, mentre mancano nella seconda parte.(e mancano immagini). Poco male (per me) ora mi fiondo su Google e cerco quello che mi ha colpito. (spero di non aver dato l’impressione di non aver capito la complessità del tuo lavoro…) complimenti! :-)

    • sembrava incompleto infatti…
      :-)
      e allora quando è pronto lo leggo con maggiore interesse!!!
      complimenti ancora!
      (pure a me una volta è successo di pubblicare una bozza!!! :-) )
      succede! :-)

  2. Il macabro che è dentro di noi….
    L’uomo è proprio fatto così…c’è poco da fare: un misto di curiosità, una ricerca continua, un modo di sentirsi superiore….
    E l’artista non fa altro che coglierne il senso…penso.

    Mi hai fatto venire i mente gli studi di anatomia di Leonardo…chissà perchè…visto che di macabro non hanno niente…

    buona giornata
    .marta

    • Non mi ero accorta del tuo commento, scusa se ti rispondo solo adesso :)
      Io non semino per il gusto di seminare, quando voglio approfondire un argomento lo faccio e, già che ci sono, ci scrivo pure un articoletto per il blog.

      Ehi, ma dove sei scomparso???

  3. Pingback: L’evoluzione del “bello”: da perfezione a imperfezione – L'ARTE DI CAPIRE L'ARTE

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