La Giubiana, una strega della Brianza


“C’era una volta Canturium, una ricca città medioevale che sorgeva in una posizione strategica per l’epoca: si trovava infatti esattamente a metà strada tra la grande Milano e la piccola città lacustre di Como. Un’ottima posizione per commerciare, ma in tempi di guerra la cittadella brianzola era letteralmente tra l’incudine e il martello.

I canturini erano sotto assedio da mesi, tuttavia erano un popolo fiero (e anche un po’ testardo, ma questa è un’altra storia) e stavano tenendo testa al nemico con onore. Avrebbero anche potuto vincere quella dannata guerra, se non fosse stato per una donna.

La Giubiana era una bella castellana innamorata di un soldato nemico o una creatura demonica; sono numerose e contradditorie le voci sul suo conto, perciò nessuno saprebbe dire con certezza quale sia la verità. Sfruttò il suo fascino e chissà quale diavoleria magica per impossessarsi delle chiavi della città e le consegnò al nemico, condannando i concittadini alla sconfitta.

Il suo gesto fu giudicato alla massima pena: il rogo.”

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(Il rogo della Giubiana di Cantù)

Una notte di fuoco

L’ultimo giovedì di gennaio è una notte di fuoco: moltissime città del Piemonte e della Lombardia accendono dei grandi roghi nelle piazze principali delle città per bruciare la Giubiana (o Giobia, Gibiana, Giobbiana … il nome varia a seconda della località), un fantoccio vestito di stracci di una vecchia, di una strega dalle calze rosse o di una giovane donna.

La storia e le fattezze del pupazzo mutano a seconda del territorio e sono fortemente influenzati dalle leggende locali; in questo articolo tratteremo solamente la Giubiana del territorio di Cantù, una città brianzola famosa per la squadra di basket Pallacanetro Cantù, i mobili e il merletto. In questa zona della provincia di Como la tradizione della Giubiana assue dei tratti molto particolari, perchè non viene immolata alle fiamme una delle tante vecchine malefiche da cui ci mettono in guardia i racconti popolari, bensì una giovane donna accusata di alto tradimento e stregoneria.

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(La festa in piazza, ai piedi della chiesetta medioevale di S.Paolo)

Le origini della leggenda

Le leggende relative all’ultimo giovedì di gennaio (guarda caso, quest’anno sarà anche il giorno del mio compleanno, quindi fatemi gli auguri!!!) sono state tramandate oralmente da generazioni di contadini, perciò non abbiamo fonti scritte al riguardo e l’origine del nome è andata perduta.

Gli studiosi hanno tentato di riscoprire l’etimologia del termine formulando alcune teorie: la festività potrebbe derivare da un antico culto in onore di Giunone (da qui il nome Joviana), oppure potrebbe essere stata un rito in onore di Giove, a cui tra l’altro è stato dedicato il giorno settimanale del giovedì. Quest’ultima soluzione permetterebbe di far derivare il nome dal dio latino Jupiter-Jovis, da cui l’aggettivo Giovia e, successivamente, Giobia, strettamente collegato alle feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura e ottenere un buon raccolto.

Si tratta di mere supposizioni, perciò non possiamo affermare nulla con certezza; certo è che la notte della Giubiana coincide con la festività romana delle Ferie Sementive, che segnavano la fine del periodo della semina.

Per quanto riguarda le credenze popolari canturine, non sappiamo con certezza in quale periodo la Giubiana tradì la cittadella. Forse la leggenda nacque nel XIV secolo, durante uno scontro tra comaschi e milanesi in cui Canturium (il nome medioevale della città) era alleata con questi ultimi. Alcuni invece sostengono che la vicenda si sia verificata nel corso di un’invasione del territorio canturino da parte dei Visconti in cui i Grassi, signori della città, furono spodestati.

La bella castellana potrebbe non essere mai esistita: i canturini, in seguito ad un’umiliante sconfitta in battaglia, avrebbero potuto incolpare una fanciulla inesistente. Siamo nell’epoca della caccia alle streghe e non era raro accusare una donna di avere provocato le sventure di una città.

La Giubiana di generazione in generazione

Fino a qualche decennio fa ogni famiglia, soprattutto se di origini contadine, allestiva un piccolo rogo casalingo in giardino. L’antico rito pseudo-pagano era anche un’occasione per liberarsi dei rifiuti: i roghi infatti erano composti soprattutto dalle sterpaglie che aveano invaso i campi durante l’inverno, truccioli, foglie secche, bucce delle arance consumate a Natale o di patate, fogli di carta e cartone impossibili da riciclare, gusci di noce, stracci.

Stiamo parlando di un’epoca in cui non si buttava via nulla perciò si trattava di roghi di piccole dimensioni, ma i ragazzi di allora non volevano rinunciare ad una serata di festa e si divertivano un sacco nel corso dei preparativi.

Una decina di anni fa, tornando a casa dalla grande manifestazione organizzata nel cetro del paese, era possibile osservare un piccolo fuocherello in ogni giardino. Oggi purtroppo i carabinieri sono diventati molto severi al riguardo e gli anziani, gli ultimi “fuochisti” rimasti, devono (o dovrebbero) accontentarsi del rogo nella piazza principale della città.

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(Un cumulo di sterpaglie)

La morte di una strega

La vera festa non si svolge nei giardini delle abitazioni ma nella piazza principale della città, dove i paesani si raccolgono per assistere all’esecuzione.

Il fantoccio a Cantù non è di paglia come nelle altre città, bensì un avvenente manichino femminile donato da una generosa boutique. Le vesti del fantoccio cambiano ogni anno: abbiamo avuto Giubiane di alta moda, in blue jeans, in sontuosi abiti d’epoca o la sobria tunica di sacco della condannata a morte. Da piccola giocavo con le altre bambine ad indovinare il colore dei capelli e il vestito che avrebbe indossato.

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(una Giubiana bionda e impellicciata esposta presso il Basket Point di Cantù, Gennaio 2010)

Qualche giorno prima dell’evento, la strega viene esposta nella vetrina del negozio ufficiale della squadra di basket della città (anche se nel Medioevo si utilizzava la crudele gogna), mentre i ragazzi e i pompieri costruiscono la pira.

Quando giunge la notte fatidica, la Giubiana viene condotta in piazza su un carro, scortata da un corteo in costume in cui figurano, oltre alle immancabili damigelle medioevali, degli armigeri, un frate e un boia. Il momento è solenne e il manichino viene fissato in cima alla pira con un agghiacciante rullo di tamburi. Prima di appiccare il fuoco, viene recitata a gran voce il testo di un’ipotetica condanna a morte.

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(Una Giubiana vestita di rosso condotta in piazza dagli aguzzini)

Il rogo viene incendiato sotto lo sguardo dei canturini sadicamente eccitati. Se il fuoco attecchirà bene e il manichino brucerà velocemente, l’anno appena iniziato sarà fortunato per tutti, altrimenti saranno guai seri per il raccolto (ehm ehm, sarebbe meglio dire per le aziende padronali, visto che i campi coltivati si contano sulla punta delle dita) …

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(Lo scontento dei paesani nel 2008: la sagoma in plastica del manichino non è stata consumata dalle fiamme)

Incenerito il fantoccio, canturini assistono ad uno spettacolo pirotecnico e mangiano il tradizionale risotto con la salsiccia offerto dal comune, incuranti di avere assistito alla simulazione di un omicidio. Morire sul rogo è terribile, infatti il condannato può solo sperare di perdere i sensi a causa del fumo prima di essere ustionato dalle fiamme. i miei concittadini dovrebbero riflettere prima di cedere all’aspetto ludico della festicciola.

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12 thoughts on “La Giubiana, una strega della Brianza

  1. “non era raro accusare una donna di avere provocato le sventure di una città.”
    be’, hanno accusato una donna di avere provocato le sventure dell’umanità, e non in tempi di caccia alle streghe… :-)

    • in questo articolo, purtroppo, ho ceduto alla mia pessima tendenza di fare la moralista. io non dico di cancellare una tradizione secolare della mia zona, però gli abitanti di cantù cedono all’aspetto ludico della faccenda con troppa leggerezza… insomma, è come se gli americani si divertissero una volta all’anno a incendiare delle tende giocattolo e a passare a fil di spada dei manichini indiani.

  2. mi siono spiegato male probabilmente. non era assolutamente una critica, era una semplice battuta.
    hanno accusato Eva per il peccato originale (perché, Adamo non ha mangiato la mela?) che ha dannato l’umanità, era questo che volevo dire. ed Eva non era una strega, era una donna, e in quanto donna… be’, il discorso continua ma è lungo…

      • grazie! :-) anch’io sono contento che tu mi segua.
        ho letto anche le tue “Riflessioni” e non direi proprio che tu scriva male… direi invece che ti butti un po’ troppo giù… secondo me puoi migliorare, come tutti, ma forse tu puoi migliorare già avendo più fiducia in te stessa e rilassandoti quando scrivi, senza avere timore di fare chissà quali errori… questa è un’impressione. che tu non scriva poi tanto male è invece un fatto. ciao e in gamba!

  3. mia nonna ha apprezzato molto l’articolo. ha precisato che le bucce di arance e patate non bruciano, prerciò non venivano utilizzate per allestire il fuocherello.

    gettava sì le bucce nel campo in cui ralizzava il piccolo rogo, ma solo per concimarlo.

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