Macbeth, la tragedia di Scozia

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.2279d0e3d7fb72e607b0d65343c2144e

Macbeth è la più breve tragedia di William Shakespeare ed è stata composta tra il 1599 e il 1605. La prima rappresentazione avvenne nell’estate del 1606, in occasione della visita a Londra di re Crisitano IV di Danimarca; il teatro era solo uno deti tanti intrattenimenti previsti per l’occasione. Il Macbeth compare per la prima volta nell’infolio del 1623, tra Giulio Cesare e Amleto, successivamente nel 1673 in un inquarto, rispetto al quale il primo testo è stato modificato, e nel 1674, in un adattamento di un drammaturgo.

L’opera inizia nella brughiera scozzese del Basso Medioevo, quando tre streghe androgine e barbute decidono che il loro successivo incontro sarebbe dovuto avvenire in presenza di Macbeth. L’azione si sposta presso il re Duncan di Scozia, cui viene annunciato che Macbeth e Banquo sono risultati vincitori in battaglia; il protagonista viene lodato per le proprie doti militari. La scena cambia nuovamente e troviamo Banquo e Macbeth di ritorno dalla guerra che incontrano le tre streghe, ciascuna delle quali pronuncia una profezia: la prima saluta Macbeth con il suo titolo attuale, la seconda lo chiama Barone di Cawdor, la terza si rivolge a lui come re di Scozia. Banquo interpella le tre streghe e gli viene preannunciato che sarà il capostipite di una dinastia di regnanti. Sparite le tre streghe, un messaggero annuncia ai due guerrieri che Macbeth ha ottenuto il titolo di Barone di Cawdor, provocando in Macbeth l’ambizione di diventare re.

Macbeth scrive all’amata Lady Macbeth quanto gli è accaduto così, quando re Duncan decide di pernottare presso il castello dei coniugi, la donna ordisce un piano per ucciderlo e garantire il trono al marito. Inizialmente Macbeth è titubante ad agire, ma la moglie riesce a convincerlo e l’assassinio viene compiuto quella notte stessa. Lady Macbeth si dimostra risoluta e spietata nel dirigere le operazioni: incolpa del delitto le guardie addormentate davanti alla stanza del re cospargendole di sangue e facendo ritrovare presso di loro i pugnali insanguinati utilizzati per compiere l’omicidio.

MacDuff nutre dei sospetti nei confronti di Macbeth ma non si pronuncia apertamente contro di lui. Temendo di essere in pericolo, gli eredi fuggono all’estero così Macbeth ereditare il trono, ma non si sente al sicuro a causa della profezia per cui Banquo dovrebbe diventare padre di re. Macbeth fa uccidere così Banquo da un sicario nel corso di una cavalcata e tenta di eliminare suo figlio Fleance, ma invano. Nello stesso momento, nel corso di un banchetto,  il fantasma di Banquo tormenta Macbeth e il resto degli invitati si spaventa per le reazioni del re, costringendo Lady Macbeth ad intervenire.

Macbeth chiede consiglio alle streghe, che interpellano gli spiriti: una testa armata consiglia al sanguinario re di temere MacDuff, un bambino insanguinato confina che nessun nato da donna può recargli danno, un fanciullo incoronato rivela che Macbeth non sarà sconfitto finchè il bosco di Birnan non si muoverà verso Dusinane. Successivamente un corteo di otto spiriti discendenti di Banquo fanno cadere Macbeth nella disperazione.

Macbeth invia dei sicari presso il castello di MacDuff per ucciderlo, ma questi è assente, così i suoi scagnozzi eliminano la moglie e i figli dell’uomo. Lady Macbeth inizia a manifestare i primi segni di follia.

Macbeth viene considerato da molti un tiranno e Malcolm, l’erede al trono legittimo, e MacDuff conducono un esercito contro il castello di Dusinane, ordinando ai soldati di tagliare i rami degli alberi e trasportarli con sé per mascherare il proprio numero, realizzando così involontariamente la profezia delle streghe. Lady Macbeth si suicida lasciando il marito completamente solo.

MacDuff e Macbeth si scontrano a duello. Inizialmmente Macbeth pensa di non avere nulla da temere, poi scopre che MacDuff non è nato da donna in quanto sua madre ha subito un cesareo, pertando comprende che per lui è finita, ma decide di combattere sino alla fine.

La tragedia non è stata scritta nel periodo elisabettiano, ma in quello giacobino: Macbeth è dunque un jacobean play. Nel 1603 diventa re Giacomo I; a fine encomiastico, l’opera è ambientata in Scozia. La dinastia Stuart, cui appartiene Giacomo I, deriverebbe da quella di Banquo. Il re era interessato a stregoneria e demonismo, per questo nella tragedia compaiono tali componenti. La percezione che gli inglesi avevano degli scozzesi era ambivalente: da un lato il loro re era considerato colto, ma il popolo era giudicato rozzo. Nell’opera è presente un riferimento a una reale nave inglese, la Tiger, un fatto che suggerisce che l’autore attualizzò l’opera fino al momento della prima messa in scena.

Fonti di Shakespeare sono i Chronicles of England, Scotland and Ireland di Holinshed, una storia della Gran Bretagna pubblicata nel 1577. Da tale opera emerge che l’uccisione del re era una pratica che talvolta si verificava, ma certamente non comune, e che designare re il proprio figlio era tipico, ma non obbligatorio (infatti re Duncan deve confermare la propria volontà di lasciare il trono in eredità al figlio). Shakespeare interpreta e presenta la realtà della sua epoca, non inventa, ma attinge dalla storia. Usa un linguaggio teatrale di condensazione, i tempi sono abbreviati e i ritmi incalzanti.

Re Duncan è una figura quasi paterna, si fida ciecamente di Macbeth, che realizzerà la gravità dell’omicidio solo dopo averlo commesso. Il re è per Macbeth è sovrano, padre e ospite, pertanto il regicidio di Duncan è un crimine particolarmente grave.

L’elemento acustico nella tragedia è molto importante: le parole dei personaggi evocano grande sonorità,dal cielo si odono suoni terrificanti, le streghe urlano, nel castello si sentono voci… Emerge una dimensione apocalittica, qualcosa di terribile sta per accadere. Il tamburo ritma le scene di battaglia del primo e dell’ultimo atto.

La guerra circonda l’opera ma in scena ci sono pochi attori, anche per le scene caotiche. L’assassinio del re, avvenuto nella sua stanza, non avviene sul palcoscenico: è un atto troppo efferato per essere inscenato all’epoca, anche se viene rappresentato in altre opere.

La dannazione inizia per il protagonista nella scena di Lady Macbeth nel castello. Leggendo la lettera, la commenta e si affida al marito: è il primo monologo per il golden round, il cerchio d’oro, ossia la corona. Lady Macbeth si appella alle tenebre, l’immaginario deve prevalere e lei deve rinunciare alla sua femminilità. La consapevolezza di ciò è pesante, è una rinuncia necessaria ma non felice. Proprio dall’insistenza con cui parla della sua perduta femminilità, si capisce che la rinuncia è sofferta.

Una volta che il regicidio è compiuto il tempo sembra prendere due direzioni: da un lato si ferma, è bloccato dopo un episodio così grave; dall’altro l’azione comincia, il dramma vero si svolge dopo l’assassinio. Dopo il crimine si svolge l’unico momento comico della tragedia, il comic relief: il portiere del castello, ubriaco, barcolla davanti al portone. Questo momento è l’unico leggero e serve a distogliere per un attimo lo spettatore dalla tensione. Tuttavia quando sorge il sole le gerarchie sono ristabilite, bisogna fare i conti con le conseguenze della sovversione. L’omicidio viene scoperto e Macbeth e Lady Macbeth fingono orrore (forse lo provano realmente per le azioni commesse).

Macbeth non agisce per volere della moglie, sono corresponsabili e partecipi allo stesso modo. Lady Macbeth non gioisce di essere regina, ma è felice che il marito sia re. Prende il suo posto solo in un momento, quando egli vede lo spettro di Banquo: nell’unica scena in cui svolge una funzione regale difende il marito. Non è mossa unicamente da motivazioni personali, ma anche d’amore. Il suo personaggio è destinato a sparire: il destino di Macbeth è la solitudine, ha chiamato le tenebre sulla terra uccidendo e ora, solo, deve affrontarle. Macbeth è la tragedia in cui è più presente il soprannaturale. All’epoca si credeva alla dimensione soprannaturale, lo stesso re Giacomo la studiava. L’opera suscitava negli spettatori vera paura, l’atmosfera che si creava era terrificante. Tuttavia, il soprannaturale non determina l’azione. Le streghe fanno emergere il desiderio di potere e l’inconscio, ma la natura dell’eroe è già incline al crimine. L’azione è regolata dagli individui, gli eroi sono consapevoli e totalmente responsabili delle proprie azioni.

Secondo la tradizione la tragedia di Macbeth porta male e nel mondo del teatro esistono diverse scaramanzie al riguardo; secondo una di queste, non si deve mai nominare l’opera per nome, così viene spesso chiamata “La tragedia di Scozia”.

Fonti:

Letteratura inglese del prof. Pagetti, presso l’Università degli Studi di Milano

Annunci

“Questa sera si recita a soggetto” di Pirandello

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

26dba-luigi-pirandello

Questa sera si recita a soggetto è un dramma di Luigi Pirandello, terminato nel 1929.

Si tratta della terza opera della trilogia Teatro nel teatro, di cui fanno parte anche Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a modo suo.

Portata per la prima volta sul palco del Teatro di Torino il 14 aprile del 1930, con una Compagnia appositamente costituita diretta da Guido Salvini, Questa sera si recita a soggetto indaga sull’autoritarismo del regista, figura allora innovativa nel panorama teatrale, e sulla Mise-en-scène, analizzando i rapporti che intercorrono tra il regista e gli attori, oltre alla connessione tra questi ultimi e il pubblico.

L’opera si fonda su un conflitto che intercorre tra gli attori e il capocomico Hinkfuss che, nella finzione scenica, ha rielaborato la novella Leonora, addio! – scritta da Pirandello nel 1910 nella raccolta Novelle per un anno. Gli attori sono chiamati a recitare a soggetto, vale a dire improvvisando sulla traccia di un canovaccio, ma spesso si ribellano al regista sbagliando volontariamente e inventando scene non previste e finendo per cacciare il regista.

Rappresentazione teatrale filmata dalla RAI nel 1968 per la regia di Paolo Giuranna, protagonista dell’opera è una famiglia non originaria dell’arretrato paesino siciliano in cui vive, composta da una litigiosa coppia di sposi e quattro figlie in età da marito, che sono solite trascorrere il tempo in compagnia di alcuni ufficiali e per questo motivo la famiglia non gode delle simpatie dei paesani. Una sera il padre subisce presso un cabaret un pesante scherzo da parte di uno degli avventori e così la moglie, chiamata La Generala, ordina al marito di tornare a casa. Rincasate dopo essere state a teatro, le ragazze vengono esortate dalla madre a cantare e recitare quando si rendono conto che il marito non c’è, ma questi fa il suo ingresso poco dopo ferito a morte e sorretto da una cantante di jazz e da lì a poco muore tra lo sgomento di tutti. La famiglia cade in miseria e la primogenita Mommina sposa l’ufficiale Verri anche se, da buon siciliano, è terribilmente geloso e, ritenendola una persona dai costumi poco seri per la vita che conduceva con la madre e le sorelle, la segrega in casa con le figlie. La madre e le sorelle si trasferiscono e riescono a risollevare la propria sorte grazie alla figlia Totina, che diventa una cantante lirica. Quando Mommina apprende che la famiglia sta ritornando al paese perché Totina deve cantare nella parte di Leonora nel Trovatore, decide di cantare per le proprie figlie, che mai andranno a teatro per la gelosia del padre. Mommina dopotutto aveva la voce più bella delle quattro figlie della Generala, che durante l’esibizione, per l’emozione, muore. A questo punto il dramma è interrotto dal dottor Hinkfuss, complimentandosi con gli attori perché, anche in sua assenza, hanno saputo recitare a soggetto secondo le istruzioni che egli aveva impartito e dato che il malore mimato dall’attrice di Mommina è reale la compagnia decide che, da quel momento, avrebbero recitato solamente seguendo un copione.

Nonostante il sapiente occhio della telecamera guidi lo sguardo dello spettatore come in una vera e propria opera cinematografica, lo spettacolo è realizzato in un teatro provvisto di palcoscenico, platea e spettatori. L’opera venne rappresentata per la prima volta Könisberg il 25 gennaio 1930, nella versione tedesca tradotta dall’italiano da Harry Kahn col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt fu un successo. Il dramma venne riproposto a Berlino il 31 maggio 1930 al Lessing Theater, con Gustav Hartung come regista, ma fu un fiasco.

Uno degli aspetti più particolari dell’opera è che gli attori devono interpretare sia il ruolo di personaggio sia quello di un attore sul palcoscenico e alle volte alcuni attori si mescolano agli spettatori in platea, dialogando con i colleghi sul palco come se fossero un pubblico un po’ impertinente e spesso guidando le reazioni del pubblico facendo partire gli applausi.

La scenografia è minimalista: per il magistrale monologo del regista è stata scelta una scena composta da alcune statue antropomorfe, successivamente troviamo qualche panca per rappresentare gli ambienti interni. La scena in cui le figlie si intrattengono la sera con gli ufficiali è stata girata in un vero e proprio caffè, probabilmente il foyer del teatro, secondo i canoni di una ripresa cinematografica. I costumi sono in perfetto stile anni Sessanta ed è divertente osservare tra il pubblico le pettinature dell’epoca.

E’ notevole la trasformazione della bella Mommina in una donna sciupata e morente, una metamorfosi di trucco che Pirandello ha voluto portare sulla scena rappresentando il momento in cui l’attrice si traveste da casalinga addolorata. Grandi assenti sono le sorelle che, per non distogliere l’attenzione dalla morte di Mommina, sono state interpretate da due bambole.

Il progetto Teatro in carcere

Articolo scritto per il cartaceo di Lo sbuffo.

teatro

Il teatro è recentemente diventato un ottimo metodo di rieducazione e di reinserimento nella società dei detenuti, grazie soprattutto al progetto Teatro in Carcere, che organizza spettacoli teatrali che coinvolgono come attori e tecnici i carcerati. Diversi professionisti del teatro italiano si sono recati nei penitenziari per trasformare i detenuti in artisti.

Tali iniziative oggi si focalizzano sullo sviluppo della creatività dei detenuti per trasformare l’esperienza in un’attività terapeutica e pedagogica. Lo scopo è quello di guidare il carcerato attraverso il teatro alla riscoperta delle capacità e delle sensibilità personali, per esprimere in maniera positiva le emozioni negative accumulate nella propria tragica esperienza di vita. In questo modo si sostituiscono i meccanismi relazionali basati sulla forza che i detenuti hanno fatto propri con quelli legati alla collaborazione. Le competenze teatrali possono inoltre essere coniugate con quelle tecnico/professionali, in modo tale da rendere il carcere un istituto di cultura.

Il teatro delle carceri ascolta i luoghi in cui opera,  rielabora le biografie delle persone coinvolte, reinventa i linguaggi di scena piegandoli alle particolari necessità della situazione; i detenuti si occupano sia di sperimentazione sia del teatro della grande tradizione italiana ed europea. Non solo vengono proposti testi teatrali classici, ma anche forme di autodrammaturgia, con particolare attenzione per le avanguardie artistiche del Novecento. Il teatro carcerario vuole essere un’esperienza popolare, ma di elevata qualità artistica.

Talvolta sono gli spettatori a recarsi in carcere per assistere alle rappresentazioni, oppure sono i detenuti a calcare le scene dei grandi teatri italiani. Alcuni carcerati, una volta ottenuta la libertà, hanno continuato a lavorare nel settore del teatro come attori o tecnici. In questo modo il teatro si trasforma in un ponte tra gli istituti di pena e il mondo oltre le sbarre e diventa un servizio pubblico che opera per la comunità.

E’ risaputo che oggi purtroppo il carcere si è trasformato in un’esperienza lesiva dei diritti umani, che mira ad una mera esecuzione della pena anziché al reinserimento sociale del detenuto. Questo contesto difficoltoso e le difficoltà economiche degli enti pubblici ostacolano il teatro in carcere.

Violazione dei diritti umani in carcere

CARCERI: SUICIDIO BLEFARI, IMPICCATA IERI SERA CON LENZUOLA

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Questo recita l’articolo 27 della nostra Costituzione. La situazione dei penitenziari invece è disastrosa, al punto che spesso vengono violati i diritti umani fondamentali e che l’Italia ha subito diverse condanne dall’Unione Europea. Secondo l’associazione Antigone, che monitora pubblicamente lo stato dei penitenziari italiani, il sovraffollamento medio delle carceri è del 113,3% e che in quattro penitenziari sui 51 analizzati non sono garantiti i 3 metri quadrati per detenuto  obbligatori.

Il numero di decessi e suicidi è elevatissimo, basti pensare che dall’inizio dell’anno a fine maggio si sono verificati in carcere 31 decessi di cui 24 suicidi, un dato che non possiamo tollerare, con una media di cinque morti al mese. A febbraio si sono contati quattro suicidi in un solo giorno e nell’anno 2016, in totale, si sono verificati centoquindici suicidi. E’ stata inoltre registrata una vergognosa anomalia: un’elevata percentuale delle persone rinchiuse sono detenuti in attesa di giudizio. Nelle carceri italiane inoltre sono bassissime le opportunità di lavoro e formazione, le quali per legge dovrebbero essere garantite ai detenuti per reinserirli nel contesto sociale al termine della pena, come stabilito dalla Costituzione.

Nonostante il regolamento, in carcere è molto diffuso il consumo di stupefacenti, così come le problematiche sanitarie e il disagio psichico tra i detenuti. E’ inoltre accertato che i carcerati stranieri sono fortemente discriminati rispetto agli italiani in quanto faticano ad accedere alle misure alternative alla detenzione.

Per risolvere la questione è stato emanato nel 2014 il decreto “svuota carceri” dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, che tuttavia ha avuto effetti positivi di breve durata, infatti oggi il sovraffollamento delle carceri si è ripresentato con un totale di 56.289 detenuti per 50.211 posti a disposizione, secondo i dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Il risultato è che l’Italia è stata recentemente ripresa dal Consiglio d’Europa.

Articolo pubblicato sul cartaceo de “Lo sbuffo”

Otello, il moro di Venezia

Articolo tratto da Lo sbuffo.

02-otello

Otello è stato pubblicato per la prima volta nel 1622, il primo infolio risale invece al 1623 ma la prima rappresentazione si tenne a corte nel 1604; da tale informazione si presume che l’opera sia stata scritta tra il 1602 e il 1604.

Otello è un generale moro perfettamente integrato nella società della Repubblica di Venezia, che ha sposato in segreto Desdemona, figlia del senatore Barbantio. Iago, geloso di Cassio perché è stato promosso da Otello, decide di vendicarsi provocando la rovina del generale.

Iago induce Roderigo, innamorato di Desdemona, a rivelare a Barbantio che la donna ha sposato in segreto Otello. Il risentito genitore vorrebbe che fosse fatta giustizia, ma il doge non può punire Otello perché ha bisogno dei suoi servigi per sconfiggere i Turchi. I due sposi dopotutto sono sinceramente innamorati: Desdemona si è invaghita di Otello ascoltando le sue avventure quando questi era ospite a casa di Barbantio.

L’azione si sposta a Cipro, ove i veneziani stanno combattendo contro i Turchi, che vengono dispersi da una tempesta. Iago fa ubriacare Cassio e inscena una rissa tra lui e Roderigo, che costringe Otello a privare Cassio del suo grado militare. Iago convince Cassio a chiedere a Desdemona di intercedere per lui con Otello per fargli recuperare il titolo e l’onore, in questo modo riesce a scatenare la gelosia di Otello. Successivamente, il perfido militare lascia intendere a Otello che Desdemona lo abbia tradito con Cassio dopodiché, con l’aiuto dell’inconsapevole Emilia, sua moglie, entra in possesso di un fazzoletto di Desdemona, il primo regalo ricevuto da Otello. Iago nasconde il fazzoletto nella stanza di Cassio, poi gli chiede davanti ad Otello della sua relazione con una prostituta di nome Bianca. Otello crede che Cassio stia parlando di Desdemona, inoltre scopre il fazzoletto e crede che sia un regalo di Desdemona per il malcapitato.

Distrutto dal dolore e dalla gelosia, Otello è determinato ad uccidere la moglie e chiede a Iago di eliminare Cassio. Un messaggio portato Ludovico da parte del Doge richiama Otello in patria e assegna il comando di Cipro a Cassio, ma la gioia di Desdemona per il riscatto dell’amico Cassio e per poter tornare a Venezia con il marito sono interpretati da Otello, ormai folle di gelosia, come ulteriore prova del tradimento, tanto che il generale schiaffeggia e accusa in pubblico la moglie. Dopo una scenata di gelosia di Otello a Desdemona, Iago rassicura la donna sul fatto che il marito è stressato per questioni politiche. Quella sera Desdemona, in preda a un oscuro presagio, fa preparare il letto con le lenzuola nuziali da Emilia.

Iago convince Roderigo a uccidere Cassio, il quale viene ferito da Iago che, grazie alle tenebre, non viene riconosciuto e può quindi fingere di correre in soccorso dell’amico. Iago uccide Roderigo, affinché non parli, poi accusa del tentato delitto Bianca, imprigionandola.

Otello accusa Desdemona di  averlo tradito con Cassio e la inganna dicendole che il suo presunto amante è morto nell’agguato. Desdemona scoppia in lacrime, Otello la soffoca sul letto matrimoniale. All’arrivo di Emilia e degli altri personaggi, Otello confessa di aver ucciso la moglie e adduce come prova il celebre fazzoletto. Emilia comprende la verità ma, nel momento in cui si accinge a svelarla, Iago la uccide, poi fugge. Anche quando viene catturato, Iago si rifiuta di spiegare le ragioni delle sue malefatte, anche se una lettera di Roderigo chiarisce tutti i suoi intrighi. Otello, che ha capito il suo fatale errore, si pugnala a morte e muore sul corpo di Desdemona.

Otello è un moro, con tale termine si appellano varie popolazioni delle coste africane. Il protagonista è circondato da un’aura di ambiguità, infatti non è né bianco né turco: egli è, come i mori, islamico, ma per sposare Desdemona e per essere accettato a Venezia si converte al cristianesimo, infatti alla fine dell’opera sarà consapevole di finire all’inferno per l’assassinio commesso e, in generale, si evince la cristianità del personaggio dal suo linguaggio. Otello viene nominato comandante delle truppe veneziane; ciò dimostra che non c’è una vera e propria barriera razziale a Venezia, anche se il matrimonio con misto non era ben accetto e molto spesso Otello viene discriminato per le proprie origini. Otello è un individuo etnicamente diverso ma non è totalmente un outsider, appartiene ad una categoria intermedia. Non bisogna inoltre dimenticare che Otello è di sangue nobile. L’Inghilterra all’epoca di Shakespeare era alla ricerca di un’identità nazionale che funzionasse secondo un modello binario di opposizione tra bianco e nero: essere inglese doveva significare essere bianco, buono, positivo. Il problema di Otello è che non appartiene né alla categoria dei bianchi positivi, né a quella dei neri “negativi”. I neri sono accusati di praticare la magia: è il caso di Barbantio, che accusa Otello di aver stregato la figlia per indurla a sposarlo. Un tempo il ruolo di Otello veniva interpretato da un bianco dal volto dipinto perché veniva considerato disdicevole che una coppia mista come quella dei protagonisti si scambiasse effusioni in pubblico; oggi invece è considerato razzista attribuire tale ruolo ad una persona che  non sia di colore.

Iago è un personaggio malefico, tale caratteristica è accentuata dal fatto che non vengono specificate le ragioni delle sue malefatte. La sua cattiveria è evidente anche dal linguaggio scurrile che adotta e che contagerà Otello quando questi sarà indotto a credere nel tradimento di Desdemona. Iago è anche un regista: con i suoi intrighi tesse la trama della tragedia e riesce a indurre gli altri personaggi a fare ciò che desidera. Alcuni hanno sospettato che Iago fosse innamorato di Otello, una presunta omosessualità avvalorata anche dal fatto che l’antagonista della vicenda odia e persino insulta le donne. Iago impersona l’oscurità interiore, la malvagità, mentre Otello l’oscurità esteriore, la pelle scura. Su Otello gravano dei pregiudizi falsi perché la sua pelle inganna l’apparenza agli occhi dei razzisti mentre Iago, la vera mente del male, appare innocuo. Ciò dimostra l’infondatezza dei pregiudizi. L’importanza del personaggio di Iago è testimoniata anche dal fatto che nelle compagnie teatrali gli attori maggiori si scambiavano i ruoli di Otello e Iago.

Desdemona è l’ultima dei grandi personaggi ad apparire. Al termine dell’opera è l’unica a  conservare la sua  identità, infatti continuerà a proteggere Otello sino all’ultimo respiro. La differenza d’età tra Otello e Desdemona è notevole, infatti il primo è ormai in età avanzata mentre la seconda è giovane. Iago ha pregiudizi anche verso la città di Venezia e le sue donne: Desdemona sarebbe preda di una passione passeggera, ma per averle ceduto sarebbe corrotta e debole, come tutte le donne veneziane. Desdemona è una donna forte e tiene testa agli insulti che Iago le rivolge. Se Otello è tawny, né bianco né nero, Desdemona è fair; con questa definizione ci si riferisce al fatto che la donna è bionda e bianca, quindi bella esteticamente agli occhi dell’epoca, ma anche giusta; è così la donna ideale nel Seicento a Londra, chiara di pelle e retta nei modi. Desdemona non è la fragile fanciulla travolta per caso dagli eventi, decide consapevolmente di sposare Otello contro il volere del padre e di seguirlo a Cipro. Tuttavia è ancora giovane e inesperta degli uomini, di cui ha una visione idealizzata, cavalleresca. Agisce in buona fede, con innocenza, come quando si dispiace sinceramente per Cassio e il suo buon cuore è demonizzato da Iago e scambiato per amore da Otello. Descritta, chiamata da Otello my fair warrior, è anche donna guerriera. Desdemona incarna l’idea tradizionale di matrimonio e fedeltà.

Emilia è più anziana, ha maggiore esperienza degli uomini e quindi meno fiducia in loro. È una donna forte, conosce il marito, comprende i suoi crimini e riuscirà alla fine a ribellarsi a lui. Iago disprezza le donne e non accetta il sopruso della moglie, così la uccide. Essendo però lei a dare a Iago il fazzoletto di Desdemona, è corresponsabile del dramma, ma si riscatta venendo uccisa. Ha una visione spregiudicata delle donne, infatti stanno cambiando i rapporti tra uomo e donna: in assenza del marito, Emilia si assume gli incarichi sociali, gestisce gli affari

Bianca è una prostituta veneziana innamorata di Cassio, ma non ricambiata. Appare come una peccatrice, opposta a Desdemona, ma non è un personaggio negativo. Paradossalmente, è un’immagine speculare a Desdemona, le due si confondono

Nel 1606 venne emanata la Profanity act, una legge con cui il governo aumentò la censura nelle opere teatrali, ne conseguì che l’opera originaria dovette essere revisionata e in particolare vennero eliminate quasi tutte le bestemmie pronunciate da Iago, un personaggio all’origine estremamente scurrile. Grazie a tale legge venne però offerto più spazio alle figure femminili

E’ possibile effettuare un confronto tra la Londra per cui viene scritta l’opera e la Venezia in cui sono ambientati i fatti. Entrambe le città sono marinare e commerciali. L’Italia è sì il paese della Chiesa, ma di quella corrotta ed è opposta alla riforma protestante e anglicana; inoltre, le donne italiane sono massimo esempio di pessimi costumi in quanto lussuriose e corruttrici. Anche i sistemi di governo sono diversi: a Londra è istituita una monarchia assoluta, Venezia è invece un’oligarchia di nobili.

Nella Londra del primo ‘500 c’era una grande presenza di africani: se la loro pelle era molto scura erano chiamati Blackmores, altrimenti venivano nominati Mores  (mori); questi ultimi appartenevano a popolazioni dell’Africa centrale e della costa settentrionale. I Turchi non compaiono mai in scena, sono una minaccia incombente che non si concretizza mai. L’assenza dei turchi è un escamotage teatrale: si aspetta qualcosa che ci dovrebbe essere ma non arriva, come in Aspettando Godot di Beckett.

Nel 1600-1601 una delegazione del Marocco venne a Londra per trattare con la regina circa un eventuale alleanza contro gli Spagnoli, un evento che non si verificherà. Non è escluso che Shakespeare abbia conosciuto tali ambasciatori e che il  capo della delegazione sia andato al Globe per assistere ad un’oopera del bardo. Forse, subito dopo tale evento Shakespeare ha forse iniziato a scrivere Otello.

Un elemento di opposizione di cui si serve Shakespeare è il contrasto tra giorno e notte. La notte in Otello ha un ruolo fondamentale almeno in tre momenti: l’inizio dell’opera avviene di notte a Venezia; il secondo atto inizia con le tenebre a Cipro, con i festeggiamenti per la dispersione della nave dei Turchi durante una festa pubblica e la consumazione del matrimonio di Desdemona e Otello in una sorta di festa privata; la notte in cui Otello uccide Desdemona e si suicida. La vera tragedia inizia nel secondo atto, a Cipro. Il primo atto è invece comico-grottesco, serve a designare i personaggi.

Otello è un’opera, che è stata soprannominata in modo dispregiativo come la tragedia del fazzoletto in quanto il fulcro dell’azione consisterebbe nel mero ritrovamento dell’oggetto personale di Desdemona, inoltre l’opera è stata criticata per il fatto di trattare della semplice gelosia amorosa. Oggi noi sappiamo invece che si tratta di una tragedia profonda e di notevole spessore, che vi invitiamo caldamente di andare a vedere a teatro.

Fonti: Letteratura inglese del prof. Pagetti, Università degli studi di Milano

Il remake de “La mummia” delude

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

the-mummy

CONTIENE SPOILER

“A volte ci vuole un mostro per combattere un mostro”

Il remake de La mummia si rivela una fallimento, un insensato miscuglio di antico Egitto, crociati e Dr. Jeckyll & Mr Hyde che, unendo il gotico al fantasy-storico, lascia insoddisfatto lo spettatore. La delusione è resa particolarmente amara dall’intensa campagna promozionale con cui è stato lanciato il film, che aveva lasciato sperare che il prodotto fosse di ben altra qualità.

Protagonista della vicenda è la principessa Ahmanet che, dopo aver ucciso il padre faraone e il fratellastro per ereditare il trono e aver iniziato un rituale demoniaco per riportare il dio del male Seth sulla terra, viene sepolta viva in Irap. Un invecchiato Tom Cruise nei panni di un affascinante tombarolo risveglia la mummia e la sua maledizione, diventando così il prescelto per portare a compimento il rito interrotto: dopo essere stato pugnalato con un’arma maledetta, potrebbe diventare l’invincibile erede di Seth sulla terra e il compagno della principessa egizia. Naturalmente Tom Cruise rinuncerà al male e sconfiggerà la crudele faraona, superando anche le proprie meschinità interiori che lo hanno portato a profanare tombe e a spezzare il cuore della bella bionda co-protagonista.

La trama sarebbe stata avvincente se non fosse stato per l’inserimento di elementi che poco hanno a che vedere con l’antico Egitto e che hanno portato ad un calo di stile rispetto ai primi film della saga. La principessa ha il potere di risvegliare i  morti e di controllare in particolare gli scheletri di alcuni crociati. Le antiche bende della mummificazione però hanno poco a che vedere con le cotte di maglia dei soldati di Cristo, i quali erano anche piuttosto ridicoli in quanto sembravano gli zombie di Thriller di Michael Jackson. E’ inoltre inspiegabile come tali personaggi potessero nuotare nel Tamigi nonostante le pesanti cotte di maglia.

Uno dei personaggi principali della vicenda è il Dr. Jeckyll, il quale suo malgrado è condannato a trasformarsi in Mr. Hyde. L’intrusione di un personaggio del più classico dei romanzi gotici è una stonatura che abbassa la qualità del film in quanto non ha nulla a che vedere con l’antico Egitto. Nello studio del dottore compaiono inoltre teschi di vampiri e altre mostruosità che sacrificano una possibile ambientazione egizia in favore dell’horror fantastico e, come abbiamo già accennato, del gotico. Anche le scenografie erano poco egiziane e molto dark: il colore dorato della sabbia del deserto e delle piramidi è stato sacrificato in nome del grigio e del nero.

Una nota positiva deriva dalla scelta di affidare il ruolo principale della mummia ad una donna anziché ad un uomo. La prescelta nei panni della protagonista è stata Sofia Boutella, una bellissima ballerina algerina che ha incantato il pubblico con un corpo mozzafiato e sofisticate acrobazie, effettuate aggrappandosi alle catene che la imprigionavano in una scena.

Una scena particolarmente accattivante riguarda il disastro aereo causato dalla maledizione della mummia, girato con vivido realismo. Le riprese sono state effettuate in un’area a gravità zero, dopo una preparazione di diversi mesi da parte del cast per poter affrontare l’impresa. La scena è stata girata in un vero aereoplano, chiamato vomit comet, ad altitudini differenti, così da generare periodi di circa venticinque secondi in assenza di gravità. L’impossibilità di poter determinare a priori gli effettivi movimenti degli attori in quel lasso di tempo ha conferito alle riprese un certo grado di improvvisazione e indeterminatezza che il regista Alex Kurtzman ha considerato essenziale nella riuscita delle stesse.

Dieci e lode per quanto riguarda gli effetti speciali, sebbene gli zombie cupi, decomposti e ciondolanti siano apparsi un po’ scontati. Le impetuose tempeste di sabbia, le esplosioni nelle scene d’azione e il make up cadaverico e decomposto della mummia erano estremamente efficaci e hanno reso il film accattivante.

Fonti:

http://www.mymovies.it/film/2017/themummy/