Sold out per “Il giardino dei ciliegi” al Piccolo Teatro di Milano

Questo articolo è stato pubblicato su Lo sbuffo.

Sold out per Il giardino dei ciliegi, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 23 al 26 novembre. La regia è opera di un artista straniero, Lev Dodin, la produzione del Maly Drama Teatr di San Pietroburgo e il fatto che i biglietti siano stati esauriti settimane prima dell’evento lascia presagire un grande successo per questo tour mondiale.

Il giardino dei ciliegi” racconta Lev Dodin “è l’opera più movimentata che Cechov abbia mai scritto. Il pubblico ha realizzato che si tratta di una delle più grandi commedie teatrali in assoluto. Malgrado non ci faccia ridere, ci sorprende e affascina perché è una grande messa in scena  come quelle che la vita ci infligge ogni giorno: la Commedia della Storia della quale noi siamo i personaggi. E nella quale la vita diventa parte della storia stessa”. “Questa vicenda è diventata” continua il regista “una sorta di mito sull’imprevedibilità della storia e sulla sua prevedibilità, sulla perdita di controllo da parte delle persone sulla propria vita e il proprio destino. Ma anche sulla loro sorprendente forza e responsabilità a proposito di quella vita e quel destino e sulla capacità di proteggere se stesse e rimanere veramente se stesse malgrado tutto”..

Coloro che non sono riusciti ad acquistare i biglietti possono accontentarsi di una straordinaria messa in scena del 1978 caricata su YouTube, oppure possono leggere il testo in uno dei tanti pdf disponibili online.

L’opera è stata terminata da Cechov nel 1903 ed è andata in scena per la prima volta nel 1904, pochi anni prima della morte del drammaturgo; si tratta del capolavoro dell’artista. Il dramma è stato inizialmente concepito come una commedia, ma è stata presentata essenzialmente come una tragedia dai primi registi che ne hanno diretto la rappresentazione (Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko).

La vicenda si svolge in una bellissima tenuta aristocratica in cui si trova un “giardino dei ciliegi”, molto amato dai proprietari. Dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja diciassettenne, la padrona di casa Ljubov’ Andreevna Ranevskaja ritorna alla tenuta. Purtroppo la famiglia non riesce a pagare degli interessi e la proprietà sta per essere venduta all’asta. Ciascuno cerca di trovare una soluzione, ma nessuno agisce concretamente: si festeggia, si disquisisce d’amore e alcuni personaggi, in particolare la capofamiglia, continuano a dissipare il denaro. Un contadino arricchito amico di famiglia, Lopachin, consiglia di costruire e affittare dei villini sul giardino dei ciliegi, ma il suo consiglio non viene preso in considerazione. Cogliendo tutti di sorpresa, tale personaggio acquista la tenuta e decide di abbattere i ciliegi per costruire i villini. La famiglia è costretta a trasferirsi altrove, ma non sembra particolarmente dispiaciuta e i vari personaggi sperano in una vita migliore. Viene dimenticato dai vari personaggi il vecchio e malato servitore Firs, che chiude il dramma con frasi sconsolate.

L’opera è costituita da quattro atti e racchiude degli elementi appartenenti alla biografia dell’autore, come i problemi economici di sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La trama raffigura egregiamente la situazione in cui si trovava la nobiltà terriera russa poco prima della Rivoluzione, in particolare quando venne abolito il sistema feudale e vennero riscattati i servi della gleba nel 1861 ad opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Si trattò di un periodo di decadenza per l’aristocrazia, che coincise con lo sviluppo della borghesia e la rivincita della classe popolare.
Sarà infatti il borghese Lopachin ad acquistare e distruggere il giardino dei ciliegi. L’ex contadino è figlio di servitori che hanno lavorato nella tenuta e il suo gesto rappresenta una sorta di affronto nei confronti della padrona di casa, che ama profondamente il giardino pur non essendo in grado né di risparmiare né di trovare una soluzione per non perdere la proprietà; la donna rappresenta l’aristocrazia morente. Il giardino dei ciliegi diventa dunque un non-luogo che rappresenta la Russia intera ed è teatro di un’irreversibile mutamento sociale.

L’aristocrazia, non potendo più avvalersi della servitù, viene indebolita e impoverita. Il vecchio servitore FIrs, quasi novantenne, malato e portato all’ospedale al termine dell’opera, rappresenta la morte della servitù della gleba. Al termine dell’opera l’anziano servitore viene dimenticato a casa dagli altri personaggi e la tragedia si conclude proprio con le sue sconsolate parole, simbolo del tramonto di un’era.

Il giardino dei ciliegi non compare in scena in quanto l’azione si svolge al chiuso, nella villa di famiglia. Conosciamo però la sua descrizione attraverso le parole dei personaggi: si tratta di un giardino grande, l’unica cosa notevole del governatorato ed è persino citato nel Dizionario Enciclopedico. Il giardino rappresenta la Russia e la sua aristocrazia, il luogo di un’infanzia felice e agiata ma trascorsa, lo spazio dei ricordi del passato, degli affetti. L’opera può rappresentare la nostalgia per il tempo che passa, ma anche una speranza per il futuro, in quanto i personaggi lasciano la villa speranzosi, verso una nuova vita.

A parte Lopachin, nessuno dei personaggi sembra realmente intenzionato a salvare il giardino dei ciliegi: nel corso della tragedia compaiono infatti trame secondarie in cui si amoreggia e si festeggia e, al termine dell’opera, ciascun personaggio sembra soddisfatto della distruzione del giardino e parte per la sua strada, verso un futuro di speranza. Il giardino dei ciliegi è la tragedia del tempo che scorre: morta l’aristocrazia, nasce una nuova società borghese.

 

Fonti:

http://www.klpteatro.it/il-giardino-dei-ciliegi-cechov-e-text

http://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/il-giardino-dei-ciliegi

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

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“Uomini e no” di Vittorini, una storia di partigiani milanesi

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con ambiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con abiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

“Romeo e Giulietta”, amore e morte a teatro

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Romeo e Giulietta è una delle più celebri tragedie Shakespeariane e tutti hanno recitato almeno una volta il verso “o Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?”, spesso senza essere nemmeno in grado di terminare la battuta di Giulietta. L’opera è stata composta tra il 1594 e il 1596 ed è stata interpretata da numerosi registi teatrali e cinematografici.

E’ risaputo che la vicenda inizia con due famiglie in disaccordo e termina con il suicidio dei protagonisti, ma è interessante ripercorrere ciò che porta alla tragica fine dei due amanti. A Verona, nel Basso Medioevo,  due benestanti famiglie, i Montecchi e i Capuleti, si scontrano da generazioni ed è proprio con uno scontro cittadino che si apre la tragedia. Benvolio, un Montecchi, si ritrova coinvolto suo malgrado, mentre tentava di sedare la faida. Interviene il Principe di Verona, il quale placa gli animi dei combattenti e dichiara che, da quel momento in poi, avrebbe condannato a morte chiunque fosse stato scoperto a combattere. I capofamiglia dei Montecchi chiedono a Benvolio di scoprire cosa affligge il loro primogenito Romeo. L’impresa non è difficile: l’adolescente ha il cuore infranto perché la bella Rosalina ha fatto voto di castità e non può ricambiare il suo amore. Benvolio propone a Romeo di introdursi ad una festa dei Capuleti per confrontare Rosalina con altre dame e distrarsi dalle sofferenze d’amore.

Quella sera tuttavia Romeo dimentica Rosalina perché si innamora perdutamente di Giulietta, primogenita dei Capuleti ma destinata al giovane Paride. Romeo e Giulietta si scambiano un bacio prima di scoprire le rispettive identità, nel frattempo Tebaldo riconosce e sorveglia Romeo, ma non può cacciarlo per volere dello zio, che teme per la serenità dei suoi ospiti. Termina qui il primo atto.

Il secondo atto si apre con la celebre scena del balcone. Romeo si intrufola sotto il balcone di Giulietta e ascolta la ragazza ragionar d’amore, dichiarando i propri sentimenti per lui e temendo l’opposizione delle famiglie. Romeo sceglie allora di mostrarsi e dichiararsi. Giulietta decide di inviare un messaggero all’amato per farsi comunicare dove e quando celebrare il matrimonio. Il giorno seguente Romeo si reca da Frate Lorenzo per convincerlo a celebrare la funzione. Il religioso acconsente, sperando che l’unione dei due giovani possa riappacificare le loro famiglie. Giulietta invia dunque a Romeo la propria nutrice, cui il giovane confida il proprio piano: Giulietta dovrà recarsi da Frate Lorenzo per la confessione, così potrà essere celebrato il matrimonio, dopodiché Romeo raggiungerà Giulietta nelle stanze della fanciulla mediante una scala data in custodia alla balia.

L’inizio del terzo atto prevede che Tebaldo vada in cerca di Romeo per sfidarlo a duello, ma il giovane sposo non vuole scontrarsi in quanto ormai è sposato con Giulietta. Mercuzio avanza per difenderlo ma resta ucciso, così Romeo si vendica trafiggendo Tebaldo. I Capuleti chiedono al Principe la condanna a morte di Romeo, ma siccome Mercuzio era parente del sovrano e Romeo ha agito per vendicare un amico, viene semplicemente emessa una sentenza di esilio e entrambe le famiglie vengono multate. Giuliettà è disperata per la morte del parente Tebaldo e per la condanna del marito, la nutrice tuttavia la rassicura dicendole che Romeo è nascosto da Frate Lorenzo e le promette di andare a trovarlo. Romeo e Giulietta dormono insieme, ma al mattino seguente il giovane Montecchi deve partire per Mantova. Nel frattempo i Capuleti organizzano il matrimonio tra Giulietta e Paride; la ragazza inizialmente si rifiuta e il padre minaccia di diseredarla, ma acconsente alle nozze quando scopre che la nutrice non è più sua segreta alleata e che la madre sta progettando di vendicarsi di Romeo.

Nel quinto atto Giulietta esegue l’astuto piano di Frate Lorenzo per ricongiungersi a Romeo: la fanciulla beve un filtro che la fa giacere come morta e viene seppellita nella tomba dei Capuleti; al suo risveglio potrà riabbracciare Romeo. Frate Lorenzo invia Frate Giovanni da Romeo per avvisarlo dello stratagemma.

Nel quinto atto un terribile ostacolo impedisce a Frate Giovanni di recapitare il messaggio: la città di Mantova è in quarantena per un’epidemia di peste e nessuno può accedervi. Dopo aver appreso del funerale di Giulietta dal servo Baldassarre, Romeo acquista del veleno e, dopo aver raccontato tutta la storia al padre in una lettera, parte per Verona per suicidarsi accanto al corpo di Giulietta. Giunto al sepolcro, romeo si scontra e uccide Paride, che ha stava portando dei fiori sulla tomba della promessa sposa. Prima di morire, Paride chiede di essere seppellito accanto a Giulietta e Romeo acconsente. Romeo beve il veleno e si suicida sul corpo di Giulietta. Frate Lorenzo giunge sulla scena e, vedendo che Giulietta sta per svegliarsi, cerca di convincerla a fuggire, ma la giovane vede il corpo di Romeo e, dopo averlo baciato nella speranza di morire avvelenata, si trafigge con il pugnale dello sposo.

Giungono i genitori degli sposi e il Principe, cui Frate Lorenzo rivela il matrimonio segreto; la lettera di Romeo testimonia la celebrazione delle nozze. Commosse e addolorate, le due famiglie si riappacificano e decidono di seppellire insieme i due innamorati.

Nel 1597 fu pubblicato un volumetto in-quarto, privo di indicazioni relative all’autore e all’editore, contenente la tragedia. Si tratta di un’edizione abusiva, nata da una ricostruzione mnemonica di una rappresentazione teatrale, colma di omissioni, aggiunte e manipolazioni (specie di riassunti e parafrasi) e pertanto dotata di scarso valore testuale. Le numerose didascalie relative ai movimenti di scena sono invece una preziosa testimonianza per quanto riguarda la storia del teatro. Nel 1599 fu pubblicata invece una seconda edizione, priva di una divisione in scene e colma di errori, ma che nonostante ciò rappresenta la versione più autorevole di Romeo e Giulietta.

Una tragica vicenda di amanti compare già nella letteratura classica nei testi di Senofonte e nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui i protagonisti si chiamano Piramo e Tisbe. Nel Novellino di Masuccio Salernitano viene narrata la storia di Giannozza e Mariotto da Siena, che Luigi da Porto sessant’anni più tardi riscrive come Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti, trasferendo la vicenda a Verona e battezzando i due amanti Romeo Montecchi e Giulietta Cappelletti. I cognomi dei due personaggi ricompaiono nel canto VI del Purgatorio di Dante, dove appartengono a due famiglie rivali, una guelfa e una ghibellina. Nel 1542 comparve un adattamento francese di Adrien Sévin, pubblicato successivamente a Venezia, è fu ripresa dal Bandello nelle Novelle; la sua versione, con ampi cambiamenti, fu tradotta in francese da Pierre Boaistuau. Shakespeare non lesse tali opere, conosceva solamente le due traduzioni inglesi dell’opera di Boaistuau, un poemetto di Arthur Brooke su Romeo e Giulietta e un racconto di William Painter. Nonostante il tema fosse molto popolare, solo Shakespeare ha saputo elevare al mito la vicenda di Romeo e Giulietta.

Shakespeare piegò il materiale narrativo del poema alle esigenze della comunicazione teatrale, operando su di esso con la tecnica già collaudata nei primi drammi storici: la vicenda, che nel poema copre un periodo di nove mesi, nella tragedia viene concentrata in soli cinque giorni, in un incalzare di avvenimenti che non offrono respiro ai protagonisti e che danno allo spettatore l’impressione che sia in atto un meccanismo fatale, che travolge ogni possibilità di controllo del destino. Tale scelta di gestione della cronologia ha comportato alcune modifiche: Tebaldo compare sin dalla prima scena, e Paride compare sin dalla seconda scena, inoltre gli sposi giacciono insieme una sola notte. Nell’opera teatrale assume un rilievo maggiore la dimensione pubblica e politica della rivalità tra le due famiglie (sin dalla prima scena assistiamo allo scontro, prima comico e poi drammatico, tra le due fazioni rivali) e viene attribuito ampio spazio ai personaggi della nutrice e di Mercuzio.

L’opera attraversa tutti i registri, dal più rozzo al più raffinato e lirico. L’opera tratta un amore limpido e puro, dalle tinte neoplatoniche, in cui il rapporto carnale passa in secondo piano (i due amanti giacciono insieme una sola volta). Le faide cittadine evocano le lotte, dettate soprattutto da motivi religiosi, che animavano le strade ai tempi di Shakespeare e il personaggio del Principe ricorda Macchiavelli e il machiavellismo diffuso in Inghilterra all’epoca del Bardo.

 

Fonti:

http://www.oilproject.org/lezione/riassunto-romeo-e-giulietta-william-shakespeare-trama-12554.html

http://lafrusta.homestead.com/rec_shakespeare_romeo_giulietta.html

Shakespeare, Romeo e Giulietta, Oscar Mondatori, 1997

 

Credits:

http://events.veneziaunica.it

 

 

 

“Romeo e Giulietta” firmato Mediaset

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Premium Play propone agli abbonati una miniserie relativa a Romeo e  Giulietta del 2014, prodotta dalla Mediaset e andata in onda su Canale 5. Inizialmente sembrava un prodotto interessante soprattutto per il cast (Alessandra Mastronardi nei panni di Giulietta e Elena Sofia Ricci in quella della balia, entrambe celebri attrici de I Cesaroni), invece si è rivelato uno squallido sceneggiato per casalinghe, assolutamente privo di coerenza con il testo shakespeariano.

La trama non si discosta nei passaggi principali da quella del bardo: i figli di due famiglie in lotta tra loro si innamorano ad una festa e si sposano di nascosto, dopodiché muoiono svariati personaggi in seguito al conflitto, per l’uccisione di Tebaldo in particolare Romeo è costretto a fuggire in esilio; Giulietta beve un filtro per simulare la morte e ricongiungersi con l’amato ma Romeo la crede realmente morta e si uccide, di conseguenza Giulietta si toglie la vita con un pugnale.

Per creare una miniserie della durata complessiva di tre ore e suddivisa in due puntate, la trama è stata ingarbugliata con una miriade di aggiunte, modifiche, scene strappalacrime e molto altro ancora, con lo scopo di mantenere incollate al piccolo schermo il maggior numero possibile di signore e signorine amanti delle storie d’amore impossibili.

Innanzi tutto Giulietta ha una sorella maggiore che inizialmente era promessa a Paride prima che questi si invaghisse di Giulietta e la volesse a tutti i costi. La fanciulla si infurierà con Giulietta per essere stata rifiutata e si congederà dalla famiglia ma, affranta dal dolore, perdonerà la sorella quando questa simulerà la morte. Nemmeno Romeo è figlio unico come nella tragedia del Bardo: suo fratello minore è il narratore della vicenda e gli porterà la notizia della morte di Giulietta.

Ad un certo punto della vicenda inoltre Giulietta informa la famiglia di essere sposata con Romeo, dopo aver dichiarato a pranzo il proprio innamoramento ed essersi rimangiata la parola. La famiglia decide di farla sposare comunque con Paride, mostrandosi inflessibile e crudele. Anche Romeo si confida con il fratello minore, che tuttavia non rivela niente ai genitori. Tutto ciò complica ulteriormente la trama trasformando una delicata tragedia d’amore in una telenovela in perfetto stile Beautiful.

Per giustificare tre ore di spettacolo, Mercuzio e la Balia hanno una personalità più articolata: il primo ha il cuore infranto e sfida la morte in una serie di giochetti spericolati (il veleno con cui Romeo si è ucciso gli è stato proprio consegnato dall’amico, che avrebbe voluto usarlo su di sé); la seconda non è stata sposata dall’uomo che amava quando è rimasta incinta e la bambina è morta poco dopo la nascita. Per rendere ulteriormente più tragica la trama, Giulietta è presente all’uccisione di Tebaldo.

Come in ogni serie televisiva drammatica sono presenti anche degli antagonisti che il bardo non aveva reso poi così crudeli, si tratta dell’egoista Paride, che vuole sposare Giulietta contro la sua volontà, e Madonna Capuleti, insensibile alla volontà della figlia.

La tragedia si prolunga per alcuni giorni in più rispetto alla durata dell’opera del Bardo e Romeo e Giulietta giacciono insieme due volte anziché una, inoltre la vicenda è ambientata a Trento in pieno inverno al posto di Verona. Molte caratteristiche della trama lasciano intendere che lo spettacolo è ambientato nell’Alto Medioevo, invece gli edifici in cui si svolgono le riprese appartengono al Basso Medioevo. Infine Romeo e Giulietta sono due ventenni anziché due adolescenti, ma tale scelta è stata effettuata anche in opere cinematografiche di qualità per offrire al pubblico degli attori esperti.

In seguito a queste consistenti modifiche il testo non è fedele alla tragedia salvo per quanto riguarda le battute più celebri, che comunque non sono stati tradotti in maniera fedele al testo per privilegiare uno stile più simile alla lingua moderna. Nemmeno le celebri battute pronunciate da Giulietta sul balcone sono sopravvissute alle grinfie degli sceneggiatori.

Per soddisfare un pubblico poco abituato alla qualità sono state aggiunte delle scene molto scontate, come un segugio che da la caccia a Romeo prima che questi possa raggiungere il balcone, lo scoppio di un improvviso temporale quando Romeo apprende del suicidio di Giulietta durante l’esilio, fiamme al rallentatore mentre Giulietta scende una scalinata durante il primo incontro tra i due innamorati.

Per saziare le casalinghe più incallite, sono stati aggiunti una colonna sonora di archi molto tragica e delle piccanti scene di Romeo a torso nudo.

Il giudizio complessivo è pessimo, la tragedia originale è stata stuprata e data in pasto alla televisione di basso consumo. Spero che uno spettatore saggio sappia individuare le cadute di stile e gli errori dello sceneggiato e che si dedichi anche alla visione della vera arte di Shakespeare.

 

“The bold type”, una serie tv femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler.

The bold type è il titolo di un eccellente telefilm uscito recentemente (estate 2017) e creato da Sarah Watson. La serie, ambientata a New York ed erede del celeberrimo Sex and the City, è spirato alla vita di Joanna Coles, ex capo redattore di Cosmopolitan.

Si tratta delle avventure di tre amiche che lavorano per Scarlet, una rivista femminile femminista. Impeccabili nel vestire, aggiornatissime sui social network e trasgressive nello stile di vita, le tre ventenni in carriera sperimentano l’amore, la sessualità, l’amicizia, il femminismo, il giornalismo, la moda, la politica, la prevenzione contro il tumore al seno e molto altro ancora.

Jane Sloan (Katie Stevens) è una tenera ragazza dai capelli corvini e due occhioni indimenticabili che ha perso la madre da piccola per un tumore al seno; ha uno straordinario talento come giornalista e ha appena ricevuto una promozione all’interno della rivista. Il suo capo Jacqueline, autoritaria ma comprensiva, la metterà alla prova proponendole dei pezzi imbarazzanti dalle tematiche sessuali, la farà avvicinare al giornalismo politico e la guiderà in una controversia giudiziaria contro una spogliarellista femminista. Nonostante Jane abbia avuto il primo orgasmo piuttosto tardi, avrà una breve ma bollente relazione con Ryan, scrittore di articoli a tematica sessuale.

L’afroamericana Kat Edison (Aisha Dee) è figlia di due ricchi strizzacervelli ed è responsabile dei social media di Scarlet. Spesso si troverà in difficoltà nella gestione dei media e per questo dovrà confrontarsi con Jacqueline, inoltre affronterà il licenziamento di una sua sottoposta. Kat è bisessuale e si innamora per la prima volta di un’affascinante fotografa femminista musulmana, Adena El-Amin. La relazione tra le due donne è ostacolata da Coco, la bella parigina che Adena fatica a lasciare, e dalle origini straniere della fotografa … ma non vogliamo certo spoilerarvi il finale!

Sutton Brady (Meghann Fahy) è una ragazza di umili origini che inizialmente lavora all’interno della rivista come segretaria, ma successivamente riesce a ottenere il tanto agognato posto di aiuto stilista nel settore moda di Scarlet, sotto la direzione dell’esigentissimo Oliver. La bella ragazza dai capelli castani e la carnagione chiara ha una relazione segreta con Richard, un facoltoso direttore e membro del consiglio, nonostante il loro rapporto rischi di compromettere la carriera di entrambi. Nel frattempo il collega Alex si prende una cotta per lei.

Inizialmente potrebbe sembrare un telefilm eccessivamente simile a Sex and the city per l’ambientazione Newyorkese, l’attenzione maniacale al fattore estetico (tutti i personaggi si presentano sempre con un abbigliamento impeccabile e, in particolare, le protagoniste hanno un gusto molto raffinato nel vestire) e la tematica del giornalismo in quanto non dobbiamo dimenticarci che l’indimenticabile Carrie, come Jane, è una giornalista. The bold type tuttavia tratta tematiche femministe di estrema attualità, anche se in un’atmosfera talmente patinata che persino colei che avrebbe dovuto essere un personaggio controcorrente, la fotografa femminista Adena che contrabbanda vibratori, indossa tacchi e vestiti alla moda.

Si tratta di un telefilm estremamente giovane, infatti è uscita solamente la prima stagione, composta da dieci puntate, ciascuna delle quali avente una durata di quarantacinque minuti. Ci auguriamo che escano presto le nuove avventure di Jane, Kat e Sutton e che il telefilm non perda la propria qualità.

 

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Bold_Type

 

 

“Il diavolo veste Prada”, un grande classico

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Il diavolo veste Prada della regia di David Frankel è diventato un classico del cinema e, sebbene nel 2016 abbia soffiato dieci candeline, è una delle pellicole più amate dai fashion victims.

Il film è stato tratto dall’omonimo best seller del 2003 di Lauren Weisberger, la quale ha tratto ispirazione dalla propria esperienza presso la redazione di Vogue America sotto la direzione di Anna Wintour. Il successo del romanzo ha spinto l’autrice a scrivere il sequel La vendetta veste Prada, in cui la protagonista è diventata direttrice di una rivista di moda e si scontra con il suo vecchio capo. Molti si chiedono se tale opera ispirerà una sceneggiatura, ma è improbabile.

Protagonista è la bella e giovane Andrea (Anne Hathaway), una ragazza che ha ottenuto tutto dalla vita: un dolce e sexy fidanzato cuoco e una laurea a pieni voti in giornalismo. Pur non provando interesse per la moda riesce ad ottenere un impiego presso la rivista Runway, come seconda assistente della temibile direttrice Miranda Priestly (Meryl Streep), un capo sadico e autoritario. La sfida è ardua, ma lavorare un anno nel giornale può spalancare le porte del mondo del giornalismo. Inizialmente Andrea è derisa dalle colleghe e fatica ad adeguarsi agli estenuanti ritmi e alle richieste impossibili che il suo impiego comporta, successivamente però decide di adeguarsi: non solo aggiorna il proprio guardaroba con abiti firmati, ma riesce a soddisfare le richieste del capo e persino a prevenirle, come nel caso in cui le è stato chiesto di procurare alle figlie di Miranda il manoscritto non ancora pubblicato di Harry Potter. Il successo prevede però un amaro prezzo: la deriva della propria vita sociale e sentimentale e la perdita dell’integrità morale, che nel caso di Andrea consisterà nel tradire la prima assistente di Miranda andando a Parigi al suo posto.

Anne Hathaway ha conquistato Hollywood proprio con Il diavolo veste Prada, dopo aver recitato in Pretty Princess e I segreti di Brokeback Mountain. Interpreta egregiamente il ruolo dell’onesta e intelligente protagonista del film dando prova del proprio talento. In seguito altri successi e l’oscar in Les Misérables confermeranno le sue capacità.

Miranda Priestly è eccezionale nella propria professione, “nessuno sa fare il suo lavoro meglio di lei” e le sue competenze compensano il sadismo manifestato in ufficio. Il personaggio di Meryl Streep è tuttavia un’icona a tutto tondo: si tratta di una donna consacrata al lavoro che deve sfidare i pregiudizi (se fosse stata un uomo non sarebbe giudicata poi così crudele), l’ennesimo divorzio e la difficile cura delle proprie figlie. Tale ruolo ha guadagnato all’attrice un Golden Globe e una nomination all’oscar nel 2007. Una curiosità: La scena in cui Miranda getta il cappotto sula scrivania è stata rifatta trenta volte perché l’indumento non cadeva sul ripiano con il giusto tempismo.

Un applauso meritato per la costumista Patricia Field: con un badget di 100.000 dollari, nel film compaiono vestiti griffati per un valore totale di oltre un milione di dollari, firmati soprattutto da Vivienne Westwood, mentre l’abito indossato da Miranda durante il party di beneficenza è un Valentino. Lo stilista effettua inoltre una breve apparizione in una scena del film.

Il segreto per una pellicola di successo è una colonna sonora travolgente. Sono stati interpellati i migliori: Madonna, con Jump e Vogue, gli U2, Alanis Morisette, Suddenly I See di KT Tunstall. Il theme musicale è di Theodore Shapiro.

Sebbene siano trascorsi dieci anni da quando il film debuttò sul grande schermo, Il diavolo veste Prada ha tutti gli attributi per essere ricordato nella storia del cinema degli anni Duemila: le perfide pretese di Miranda e il suo stile impeccabile non possono essere facilmente dimenticati.