“Sofia dei presagi” di Gioconda Belli

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“La luna in cielo si trova ora sopra il cerchio dei ceri, Xintal muove l’ultimo passo di danza, i tre si fermano e lei intona il canto d’invocazione alla Madre Antica.
<Benedici noi, madre, perché siamo tue creature
<Benedici i nostri occhi perché possano vedere la bellezza invisibile
<Benedici il nostro naso perché possiamo sentire i tuoi profumi
<Benedici la nostra bocca perché possiamo dire parole magiche
<Benedici il nostro petto perché il cuore vi batta in armonia con la natura
<Benedici le nostre gambe, benedici i nostri sessi creatori di vita
<Benedici i nostri piedi perché danzino la gioia dell’eccitamento
<Benedici questa notte perché la luce giunga fino a noi e quella che non ha madre trovi il suo cordone ombelicale>. “

Sofia dei presagi, il cui titolo originario in spagnolo è Sofia de los presagios, è un romanzo di Gioconda Belli prossimo ai vent’anni, infatti è stato pubblicato nel lontano 1996. L’autrice, originaria del Nicaragua, ha pubblicato anche Nel paese delle donne, che abbiamo recensito recentemente.

Sofia è una fanciulla bellissima con un triste passato alle spalle: figlia di padre gitano e di una madre che ha lasciato tutto per inseguire l’amore, venne abbandonata involontariamente durante la separazione dei genitori. La giovane viene cresciuta da due anziani, una povera donna che ha perso i suoi figli e un ricco proprietario terriero senza eredi che non sono legati tra loro da alcun vincolo affettivo. Come predetto dalle carte e da numerosi presagi, Sofia è destinata ad una lunga serie di disgrazie sino a quando non riuscirà a spezzare il “cerchio dell’abbandono”, iniziato con la perdita della madre e di cui non si scorge la fine. La giovane è aiutata da tre anziani stregoni che, venerando la Dea Madre e praticando la magia buona, tentano di spezzare il cerchio.

E’ difficile determinare il tempo e il luogo del racconto per un lettore medio di nazionalità italiana che ha poca dimestichezza con la storia e la cultura del Sud America. Ad un certo punto del racconto viene menzionato Disneyland, quindi i fatti narrati avvengono sicuramente dopo il 1955 (anno in cui è stato aperto al pubblico il parco dei divertimenti), ma Sofia, pur essendo benestante, non conosce ancora l’utilizzo dei pannolini usa e getta per sua figlia, perciò il libro è ambientato prima degli anni Settanta. La storia delle leggi sul divorzio in Nicaragua potrebbe essere molto utile per datare l’ambientazione dell’opera, ma è molto difficile trovare informazioni al riguardo dall’Italia. Nella casa in cui Sofia si trasferisce dopo il matrimonio il telefono costituisce una straordinaria novità e la televisione non è scontata come ai giorni nostri, pertanto il romanzo potrebbe effettivamente essere ambientato tra il 1955 e gli anni Settanta.

La vicenda si svolge in un piccolo villaggio di campagna in cui tutti si conoscono e la popolazione è prevalentemente divisa tra proprietari terrieri e dipendenti agricoli. E’ soprattutto la descrizione degli elementi naturali che ci permette di respirare l’atmosfera della terra natia di Gioconda Belli: scimmie, zanzare, estati afose e, come nel romanzo Nel paese delle donne, vulcani e piantagioni di fiori.

Sofia, pur essendo bella e ricca, ha tutti i prerequisiti necessari per essere marchiata come la strega del villaggio: ha sangue gitano, il suo migliore amico è un omosessuale, ha un carattere ribelle e non rispetta le convenzioni sociali, divorzia dal marito, ha degli amanti, non va in chiesa (nella prima parte del racconto), pratica dei rituali magici spogliandosi alla luce della luna, fa l’amore all’aperto in luoghi pubblici e ha una figlia fuori dal matrimonio non riconosciuta dal padre. L’autrice giustifica e difende le scelte del personaggio narrandone le drammatiche ragioni e abbracciando una filosofia di rispetto, comprensione e femminismo, la stessa che ritroveremo nelle altre sue opere. Le streghe compaiono veramente nel romanzo sotto le spoglie delle “fate madrine” che aiutano Sofia; tali personaggi credono nella Madre Terra ed è soprattutto attraverso la propria religione che rivelano di possedere una visione del mondo fortemente femminista.

Gioconda Belli non menziona mai apertamente il femminismo eppure le sue opinioni al riguardo trapelano con evidenza, anche attraverso le numerose citazioni di teorie femministe di cui ancora non so riconoscere la paternità (anzi, maternità!). L’autrice tratta inoltre di femminismo attraverso la “stanza tutta per sé” che Sofia ha realizzato nella dimora del primo marito, i riferimenti a L’amante di Lady Chatterley e a Lilith, la prima moglie di Adamo.

La forza della donna, secondo quanto raccontato nel libro, consisterebbe nella sua facoltà di generare e di dare la vita; si tratta di un tema centrale nel romanzo in quanto è proprio la perdita della madre ad aver provocato per sofia il susseguirsi di sciagure che ha rovinato gran parte della sua vita, ma la maternità costituirà anche la salvezza della giovane.

La trama è avvincente e ben strutturata, tuttavia il ritmo della narrazione è lento, la suspance è praticamente assente e i dialoghi sono poco avvincenti. Si tratta sicuramente di un romanzo che predilige la riflessione all’intrattenimento.

Barbie the Icon al Mudec, qualche critica

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Premetto che mi sto avvicinando sempre più al femminismo e che identifico nella bambolina Barbie l’emblema della donna oggetto che deve apparire sempre bellissima anziché essere una persona di valore, che finge di poter praticare ogni sorta di attività e professione quando mancano all’appello Barbie imprenditore, informatica o ingegnere. Nonostante le mie opinioni, ho amato immensamente Barbie: quando ero piccola ho fatto vivere alle mie bambole delle straordinarie avventure e certe volte ripenso con nostalgia ai giochi di una volta. Non posso inoltre negare che Barbie abbia influenzato cinquant’anni di storia diventando un’icona della moda, seppure in miniatura, che può essere studiata e analizzata al pari della Grande Guerra o della Rivoluzione Francese. Ecco perché mi sono recata al Mudec e ho visitato la mostra Barbie the Icon, perché volevo conoscere il mondo di Barbie e fare un tuffo nel passato, nella mia infanzia.

La mostra si apre con l’esposizione di alcune tra le Barbie più celebri di tutti i tempi, tra cui la prima Barbie, la Teen Age Fashion Model del 1959, riconoscibile per il costume da bagno intero zebrato, e Totally Hair Barbie del 1992, il modello più venduto al mondo, amato dalle bambine per i capelli lunghi fino alle caviglie, divertentissimi da pettinare.

La prima sala offre una rapida panoramica della storia di Barbie proponendo i modelli più conosciuti dagli anni Cinquanta ai nostri giorni. Lungo le pareti viene proposta una linea del tempo in cui gli eventi della storia vengono affiancati alla storia della bambolina. Analizzando con occhio critico questa sala risulta evidente il segreto del successo di Barbie: adeguarsi alle mode del momento copiando gli abiti, le divise e le attività più alla moda. Il modellino di plastica in sé sarà stato modificato al massimo quattro o cinque volte nel corso della vita di Barbie, ciò che caratterizzano i diversi modellini sono i vestiti. Barbie è riuscita a diventare un’icona copiando le icone del mondo reale e fotocopiando se stessa in mille versioni diverse. Ma è giusto insegnare alle bambine che una donna venga caratterizzata dal vestito? Ed è giusto che alle bambine venga proposto un modello dalla così impeccabile esteriorità ma così privo di spessore umano, che si limita ad adeguarsi alle mode del momento?

Nella seconda sala sono esposti dei veri e propri gioielli d’alta moda, dei minuscoli ma preziosissimi abiti realizzati appositamente per Barbie da stilisti di professione: abiti da sera, da sposa, da giorno, etnici, storici, maschere e molto altro. La raffinatezza delle stoffe, delle cuciture, dei ricami e delle perline eguagliano lo sfarzo degli abiti delle più grandi case di moda per donne in carne ed ossa. Barbie diventa dunque un giocattolo per adulti, ma trasformandosi in un oggetto di lusso si tramuta anche in una statua immobile e intoccabile, che può solo essere guardata. Vogliamo veramente che le nostre bambine abbiano come modello di vita una mera statua da ammirare? Non dovrebbero essere spronate a diventare delle donne pensanti e agenti con delle bambole che corrono, ridono, scherzano, studiano, lavorano, lottano…?

Segue un’ampia sala in cui sono esposte le prime case di Barbie (la prima, in cartone, risale agli anni ’60; la seconda è invece una monumentale casa delle bambole in plastica degli anni ’70), la piscina, la macchina, il catamarano, la barca, il camper… Accanto agli arredi in miniatura sono esposti i mobili a grandezza naturale per le camerette delle bambine. Colore dominante: il rosa, quale marchio di femminilità. Io credo che ciascuna bambina debba essere chiamata ad esprimere la femminilità a modo suo, non necessariamente in nome del rosa e della frivolezza come propone il modello Barbie.

La sala si conclude con una piccola vetrinetta occupata da Ken, che a quanto pare non viene ritenuto degno di ulteriore spazio all’interno della mostra, e una vetrina in cui Barbie viene affiancata dalle sue amiche e sorelle, i cui nomi ho dimenticato nel corso degli anni.

Un’ampia teca viene dedicata alle professioni di Barbie: astronauta, pilota, ballerina, hostess, soldatessa (è risaputo che bisogna inculcare il rispetto per la divisa in ogni pargoletta!) … Apparentemente barbie ha praticato ogni sorta di professione esistente, ma non è affatto così. Quando ero piccola ero una bambina strana, infatti mi sarebbe molto piaciuto molto ricevere in regalo una Barbie archeologa, una Barbie motociclista o una Barbie pistolera, una specie di Gangster. Nessuna di queste Barbie è stata prodotta. Navigando su internet ho scoperto che esiste una Barbie paleontologa, ma i suoi vestiti sono ridicoli perché, per inserire un tocco di rosa nel tipico completo color kaki, hanno realizzato una mise orribile. Esistono anche delle Barbie guerriere come Lara Croft e Wonder Woman, ma si tratta sempre di donne sexy e bellissime, perché anche quando combatte Barbie deve restare impeccabile (una qualità non certo utile nella lotta, ma da cui una donna purtroppo non può separarsi). Quando verrà realizzata una Barbie gangster? Su un solo aspetto posso ritenermi soddisfatta: nel 1998 è stata creata una Barbie cestista!

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La sala delle Barbie provenienti da tutto il mondo è un colossale specchietto per le allodole: sarà anche stata creata qualche bambolina dalla pelle nera o gialla per accontentare tutte le popolazioni, ma la protagonista indiscussa degli scaffali dei negozi di giocattoli resta la Barbie bionda con gli occhi azzurri, di nazionalità americana. In questa sala i costumi tradizionali che ho trovato più interessanti sono… quelli italiani! Abbiamo infatti ormai perso la memoria degli abiti delle nostre nonne e Barbie ci aiuta a ricordare. Mi è spiaciuto di non aver incontrato Barbie irlandese, di cui possedevo un modello quando ero bambina.

L’ultima sala è dedicata ai costumi delle grandi icone della moda: Grace Kelly, Rossella Ohara, Audrey Hepburn, Rose del Titanic, Frank Sinatra, Grease, Wonder Woman e Cat Woman. Questi sono solo alcuni dei nomi delle bambole esposte.

La mostra si chiude con due modelli realizzati appositamente in onore del Mudec e con una cassetta delle lettere in cui è possibile scrivere le proprie opinioni circa la mostra. Non ho avuto il tempo di esporre le mie considerazioni perciò lo farò qui, sul mio blog.

Nel complesso la mostra mi ha affascinato perché le Barbie mi piacciono molto, sebbene sia una donna molto diversa dal modello incarnato dalla bambolina. E’ tuttavia evidente che l’allestimento non ha lo scopo di presentare Barbie sotto ogni suo aspetto, infatti non vengono menzionate per esempio le opinioni delle femministe al riguardo, la recente crisi che sta subendo il marchio Barbie, soppiantato sul mercato da altri prodotti, o i numerosi flop riscontrati nel corso della storia, come il ritiro dal mercato di Barbie in gravidanza. Della bambola vengono presentati soltanto gli aspetti positivi mentre vengono oscurati quelli negativi, ne consegue una panoramica parziale e incompleta del prodotto e il messaggio generale della mostra suggerisce che l’iniziativa abbia scopi pubblicitari.

Giovanna d’Arco nella storia dell’arte

(Articolo destinato ad “Are you art?” N.11)

Giovanna D’Arco è conosciuta in tutto il mondo come un’eroina nazionale francese e santa patrona di Francia, è probabilmente la donna più celebre di tutto il medioevo per aver sbaragliato l’esercito inglese che minacciava il regno di Francia. Il sette dicembre è andata in scena alla Scala di Milano la Giovanna D’Arco di Verdi, così abbiamo deciso di celebrare l’evento, anche se con un mese di ritardo, dedicando alla giovane guerriera la rubrica di questo mese.

Per analizzare la figura della Pulzella d’Orleans nella storia dell’arte abbiamo utilizzato le immagini raccolte nella pagina web http://www.jeanne-darc.info/p_art_image/0_gallery/gallery_01.html . Le immagini sono circa un centinaio pertanto non possiamo citarle tutte, tuttavia vi consigliamo di ammirarle visitando il sito web, poiché sono dei capolavori spettacolari. Nello stesso sito sono disponibili inoltre delle interessanti e dettagliate informazioni circa il personaggio di Giovanna D’Arco, molte delle quali sono state utilizzate per scrivere questo articolo.

Dalle descrizioni riportate da diverse testimonianze siamo riusciti ad ottenere qualche informazione in più sull’aspetto della ragazza. Giovanna era robusta, muscolosa e molto forte, aveva gli occhi leggermente distanti. Il suo aspetto era complessivamente gradevole, ma non si poteva certo definire bella. La giovane era di carnagione scura, probabilmente anche a causa del lavoro nei campi e aveva una voglia rossa sull’orecchio sinistro; la sua voce era bassa, dolce e irresistibile. I capelli erano corti e neri, tagliati secondo la moda maschile dell’epoca, l’abbigliamento rigorosamente da uomo, non solo per essere più comoda in battaglia. Dalle ordinazioni di alcuni capi d’abbigliamento destinati alla fanciulla, sappiamo che era alta 1,58 m, una statura che all’epoca era nella norma o addirittura sopra la media per una ragazza.
Osservando i dipinti proposti dal sito, è evidente che ben pochi artisti si sono attenuti alle testimonianze: Giovanna è stata trasformata da una bellezza nella norma e un po’ “maschiaccia” in una splendida fanciulla molto femminile, dai lunghi capelli mossi, talvolta dalla tonalità chiara o lunghi almeno fino alle spalle. Non a caso Guccini cantava che “Gli eroi son tutti giovani e belli”, i francesi hanno preferito un’eroina sensuale e femminile ad un maschiaccio alto e muscoloso con una voglia sull’orecchio; sebbene molti abbiano accettato di raffigurare la giovane con una capigliatura maschile, la verità storica è stata falsificata per femminilizzare il personaggio di Giovanna.

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La più antica immagine di Giovanna D’Arco è un disegno ad inchiostro realizzato il 10 maggio 1429 in un registro della città d’Orleans da Clément de Fauquembergue, un segretario del Palemento di Parigi, quando la giovane cacciò gli inglesi dalla città e dalle campagne circostanti. Giovanna viene raffigurata come una fanciulla dai capelli mossi sciolti sulle spalle ed un elegante vestito femminile; la giovane brandisce un massiccio spadone e il sacro stendardo del suo esercito. L’artista non aveva mai incontrato la giovane, pertanto si tratta di un’opera di fantasia.

Essendo un’eroina e la santa patrona nazionale francese, Giovanna è stata un soggetto molto amato nella storia dell’arte. Abbiamo cercato di ricostruire la sua storia attraverso alcune opere, di cui abbiamo tradotto quasi tutti i titoli in italiano.

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Giovanna e l’Arcangelo di Michael Eugene Thirion, realizzato nel 1876, rappresenta il momento in cui viene svelato alla giovane il suo futuro di condottiera. Al centro della tela troviamo gli occhi terrorizzati della giovane che fissano l’osservatore rivelando uno suo stato d’animo scosso dall’apparizione. Al di sopra di Giovanna, un angelo armato di spada e che indossa un vestito di azzurro le sussurra qualcosa all’orecchio. Giovanna è una ragazzina non troppo avvenente, scalza e vestita da contadina, ma l’angelo e l’individuo armato raffigurati sopra la sua testa preannunciano per lei un futuro di gloria. L’opera si ispira ad un quadro di Léon François Bénouville.

Annie Louisa Swynnerton ritrae una Giovanna che ha già accettato il suo destino. Al centro della tela troviamo una bellissima giovane dai capelli biondi con il volto alzato rivolto verso la luce e gli occhi socchiusi. Indossa un’armatura di ferro, è avvolta in un drappo rosso e sorregge tra le mani il manico di un massiccio spadone rivolto verso il basso. Alle sue spalle spicca tra le montagne un arcobaleno variopinto.

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Il titolo del prossimo quadro è piuttosto lungo, ma descrive con precisione la scena raffigurata: Jeanne è improvvisamente svegliata da un angelo, che la avverte che deve attaccare gli inglesi, i quali hanno posto l’assedio intorno a Orléans (George William Roy, 1895). Giovanna dorme sulla paglia indossando l’armatura e la spada rossa(ma non è scomoda?), il colore scuro dello sfondo e del metallo è in contrasto con il candore delle ali e delle vesti dell’angelo che sta cercando di svegliarla. Il corpo della guerriera è rigido e ha le mani giunte al petto come un cadavere, l’angelo invece la guarda dolcemente e sembra risplendere di luce propria.

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Giovanna D’’Arco in battaglia di Anton Hermann Stilke del 1843 raffigura Giovanna al centro di una tremenda battaglia. La dinamicità dei combattenti è in contrasto con la postura solenne della giovane, che sorregge lo stendardo francese sul cavallo impennato nella tipica posa del condottiero. I colori cupi dei guerrieri sono in contrasto con il candore abbagliante del cavallo, dello stendardo e delle armi di Giovanna, realizzati in tonalità bianco e oro e illuminati dalla luce.

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L’entrata di Giovanna D’Arco a Orléans di Jean Jacques Scherrer (1887) raffigura con estrema vitalità il popolo che acclama per strada e dalle finestre la lunga fila dei soldati che percorre una stretta stradina medioevale. Giovanna è in testa su un cavallo coperto da un drappo blu, mentre sorregge il candido stendardo francese.

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Jeanne d’Arc’s Scots Guard di John Duncan (1896), raffigura la guerriera a cavallo con uno sguardo risoluto, circondata dai suoi soldati e affiancata da due angeli. La tinta che prevale è l’oro, lo stile ricorda molto la pittura medioevale.

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Giovanna D’Arco insultata in prigione di Isidore Patrois propone una scena inedita, che non ho trovato in altre opere. Giovanna è seduta su una panca e indossa la parte superiore di un’armatura e una gonna, con una rozza coperta marrone cerca di proteggersi da due loschi individui che allungano le mani verso di lei sotto la volta cupa di una prigione. I due uomini ridono, ma Giovanna sostiene risoluta il loro sguardo.

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Un’altra scena molto rara riguarda l’interrogazione di Giovanna da parte di un minaccioso soggetto in porpora in Giovanna viene interrogata di Paul Delaroche del 1824. L’immagine del religioso seduto, che ricorda l’antico ritratto di un papa, si impone al centro della tela, mentre Giovanna è raffigurata in un angolo ammanettata, nei panni di una giovinetta umile dai boccoli castani e le vesti scure. Alle spalle del religioso, un uomo barbuto si occupa del verbale.

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E’ estremamente tragico il quadro che raffigura Giovanna D’Arco poco prima che venga acceso il rogo, mentre bacia una lunga croce dorata che le viene offerta da un prete. Giovana, legata stretta al palo, è avvolta in una coperta bianca e i suoi occhi sono colmi di terrore. Si tratta di Giovanna d’Arco al palo a Rouen, realizzato da Jules Eugène Lenepveu (1886-1890).

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L’adorazione di Santa Giovanna D’Arco, dipinta da J. William Fosdick nel 1896 può essere considerato l’emblema della venerazione che molti provano per Giovanna D’Arco in certe zone d’Europa. Si tratta di un trittico dorato: Giovanna è rappresentata al centro, sospesa nel vuoto con le braccia aperte come un Cristo in Croce e gli occhi rivolti al cielo; ai suoi piedi troviamo due angeli e ai lati dei guerrieri inginocchiati.

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Giovanna viene inoltre raffigurata, soprattutto in Francia, in opere a tematica sacra nei panni di un santo cattolico. Citiamo per esempio Esquisse pour Le Triomphe du Sacré-Coeur Paris di Luc-Olivier Merson, in cui la paladina di Francia viene raffigurata in ginocchio ai piedi di Cristo.

 

 

 

 

“Callas” di Dario Fo e Paola Cortellesi

Venerdì 4 dicembre è andato in scena su Rai1 Callas, l’ultimo progetto ideato da Dario Fo e Franca Rame prima della recente morte della famosa attrice italiana. Il premio Nobel ha rispolverato l’opera e ha deciso di portarla in scena con Paola Cortellesi in occasione dell’anniversario della nascita della cantante greca. A questo proposito racconta: “Con mia moglie dovevo realizzare un testo breve, poi è venuto fuori uno spettacolo enorme, poi Franca è mancata proprio in quel momento. Da Verona, dove dovevamo fare questo lavoro, è venuto l’invito a continuare e Gianmarco Mazzi mi ha suggerito di farlo con Paola“.

Lo spettacolo mette in scena la biografia completa della Callas dal concepimento in Grecia, avvenuto poco prima che i suoi genitori partissero per gli USA, alla precoce manifestazione delle sue abilità canore, dai suoi studi al conservatorio in Grecia ai traguardi più importanti della sua carriera, fino ai due grandi amori della sua vita, Meneghini e Onassis. Lo spettacolo si conclude con la morte di Maria Callas, di Meneghini e l’ascesa in celo di entrambi, che Dario Fo e Franca Rame hanno immaginato essersi ricongiunti dopo la morte. YouTube offre un interessante documentario che riassume i punti principali della vita della diva e propone degli interessanti filmati.

Lo spettacolo è strutturato come un’opera teatrale ma presenta tutte le caratteristiche necessarie per trasmetterlo in televisione. L’evento si svolge in uno studio televisivo che tuttavia è stato allestito come un vero teatro: troviamo infatti una platea e un palcoscenico su cui recitano Dario Fo e Paola Cortellesi, le telecamere precedono sapientemente ogni movimento degli attori, rendendo più gradevole la visione al pubblico a casa. Le scenografie evocano i grandi teatri all’italiana per ricreare l’ambiente in cui andavano in scena i melodrammi in cui cantava la Callas, al centro del palcoscenico un maxischermo riproduce i dipinti di Dario Fo che, come in molte altre sue opere, accompagnano la narrazione. Nonostante questo espediente sia stato proposto più volte, riesce sempre a vivacizzare l’opera e conquistarsi il favore del pubblico.

Paola Cortellesi interpreta una bella, energica e simpaticissima Maria Callas svolgendo un ruolo da primadonna rispetto a Dario Fo, che assume invece le vesti di tutti i principali personaggi maschili comparsi nella vita della cantante. Nonostante la differenza di età e la scarsa conoscenza reciproca, i due dimostrano di essere non solo dei veri professionisti, ma anche due colleghi in straordinaria sintonia, ciò è evidente dalle battute di spirito, dal modo in cui si spalleggiano, dai gesti affettuosi e, più generalmente, dall’alchimia che si è instaurata nel loro rapporto.

Nonostante sia prossimo ai novanta, Dario Fo si destreggia abilmente sul palco, dimostrando ancora una volta di avere una creatività inesauribile. In uno spettacolo che offre tutti gli ingredienti tipici delle opere di Dario Fo, Paola Cortellesi si presenta come una novità ed è impossibile non paragonarla a Franca Rame, ma la giovane comica sa reggere il confronto con la maestra. Paola Cortellesi stupisce il suo pubblico con un elegantissimo abito da sera nero che lascia scoperte le braccia e le spalle toniche e i capelli castani sono raccolti  in un semplice ma raffinato chignon, ma ciò che conta sono il carisma e la simpatia con cui interpreta magistralmente Maria Callas.

E’ interessante analizzare il ruolo della musica in uno spettacolo che tratta di opera lirica ma è interpretato da persone che mai potrebbero apparire in un melodramma. Più volte volte Paola Cortellesi canta nel corso dello spettacolo sia seriamente, come nel caso dell’inno americano, sia in modo comico; persino Dario Fo azzarda qualche simpatico acuto. L’opera lirica introduce e conclude lo spettacolo solo nelle vesti di sigla, ma forse è giusto così: Dario Fo si occupa di teatro, non di musica.

“Der Park” di Stein al Piccolo

E’ la prima volta che il nostro sito ospita una recensione negativa di uno spettacolo teatrale in quanto solitamente preferiamo non parlare di ciò che non apprezziamo. Sabato 28 novembre abbiamo assistito ad un’opera talmente insensata da sentirci quasi in dovere di avvertire di quanto sia poco gratificante la visione. Il fatto che la critica ne abbia parlato positivamente e che lo spettacolo sia stato persino consigliato agli studenti nel corso di una lezione universitaria ci lascia interdetti e basiti.

L’opera è “Der park” di Botho Strauss, il regista è Peter Stein e il teatro è lo Strehler del Piccolo Teatro di Milano. La sceneggiatura si ispira a “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, ma non è nemmeno vagamente all’altezza della splendida commedia del Bardo.

Oberon e Titania si ritrovano sulla terra in corpi umani e, delusi dalla desolante vita sessuale degli esseri umani, cercano di risvegliare in loro la libido talvolta importunando i passanti mostrandosi nudi in un parco, senza comprendere le reazioni schifate e spaventate dei loro interlocutori. Titania vorrebbe accoppiarsi con alcuni esseri umani ma ciò implicherebbe la perdita della propria natura divina, di conseguenza Oberon la induce con un amuleto a desiderare di accoppiarsi con un toro. Quanto tutto ciò possa essere sensato verrà lasciato alla discrezione del pubblico. L’amuleto è stato prodotto da un artista omosessuale innamorato di un bellissimo ragazzo nero, non ricambiato. Parallelamente a tutto ciò un uomo sposa una trapezista molto attraente, che tuttavia è innamorata anche del miglior amico di quest’ultimo. La donna ben presto manifesta opinioni reazionarie e razziste, perciò il marito perde interesse per lei. Talvolta compaiono in scena un gruppo di ragazzi punk; si tratta di personaggi molto accattivanti, ma è poco chiara la loro funzione all’interno del plot.

La trama ci è parsa confusionaria e eccessivamente intricata, inoltre molte scene erano prive di senso, soprattutto quelle ambientate in un bar allestito ai piedi del palcoscenico e il momento in cui un ragazzo punk simula la masturbazione spogliandosi e massaggiando il proprio pene. Noi non siamo affatto contrari alla rappresentazione in teatro di scene di nudo o di atti relativi alla sfera sessuale, tuttavia vorremmo che tali scene fossero inserite in modo armonico e sensato nella trama dell’opera e che non fossero una inutile esibizione finalizzata unicamente a stupire gli spettatori.

Gli attori erano abili nel coinvolgere il pubblico e sapevano ben interpretare un copione che nonostante tutto risultava noioso in più scene, soprattutto a causa di dialoghi non incalzanti. I battibecchi tra Titania e Oberon risultavano dunque a tratti avvincenti e a tratti noiosi, mentre i dialoghi più divertenti erano quelli relativi al triangolo amoroso tra i due amici e la trapezista, in cui il ritmo era notevolmente più rapido.

I costumi sono stati realizzati con abilità e sapevano caratterizzare i vari personaggi, tuttavia non abbiamo apprezzato le trasformazioni di Titania in un personaggio malefico che si muoveva a scatti e successivamente in una donna/toro vogliosa di accoppiarsi con un toro. Il modo più semplice per rappresentare la trasformazione di un personaggio è mutare i suoi vestiti, ma bisogna lasciare qualche elemento invariato per rendere riconoscibile il personaggio stesso, soprattutto considerando che gli spettatori seduti lontano dal palcoscenico faticano a distinguere i lineamenti del viso degli attori. La comprensione degli eventi in scena era dunque estremamente difficoltosa quando Titania cambiava il proprio costume.

L’unica nota pienamente positiva dello spettacolo è la scenografia, che mutava rapidamente e in modo talvolta spettacolare grazie alle tecnologie all’avanguardia del Piccolo Teatro di Milano.

Il giudizio complessivo sull’opera è assolutamente negativo, pertanto non consigliamo a nessuno di recarsi a teatro per assistere allo spettacolo. Riteniamo che altri la pensano come noi  in quanto molta gente ha abbandonato la sala prima del termine degli applausi (probabilmente non si è trattato soltanto di spettatori che avevano fretta di tornare a casa). Il Piccolo inoltre ha reso disponibili dei biglietti a prezzi scontati, forse per riempire le sale vuote.

Abbiamo scoperto degli interessanti video relativi ad un’intervista di Maddalena Crippa, che ha magistralmente interpretato Titania. Riteniamo corretto nei confronti del Piccolo Teatro di Milano, che da anni seguiamo in quanto propone dei favolosi spettacoli, condividere tali video per dare voce anche a coloro che hanno realizzato lo spettacolo.

 

Il 1816, l’anno senza estate

In seguito all’eruzione dello stratovulcano Tambora dell’isola indonesiana di Sumbawa, si verificarono delle singolari condizioni climatiche che ebbero numerose conseguenze, alcune terribili e altre straordinarie, nel 1815 e soprattutto nel 1816. Il 1816 conobbe delle condizioni climatiche tali da essere ricordato come l’”anno senza estate” o, nei paesi anglofoni, come l’Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo). Secondo lo storico John D. Post si trattò de “l’ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale”.

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Prima di trattare le curiosità storiche è necessario occuparsi della geografia dei luoghi, più precisamente del piccolo paradiso terrestre dell’isola di Sumbawa, appartenente all’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda. Il terreno arido dell’isola è stato fortunatamente risparmiato dal turismo di massa ed è invece una delle mete preferite da chi ama i viaggi avventurosi a contatto con la natura e popoli lontani oppure il soggiorno in spiagge paradisiache, perfette per il surf. L’isola ha ospitato diverse celebrities in fuga dalla civiltà, come la principessa Diana e Mick Jagger.

L’Isola di Sumbawa è tanto affascinante quanto temibile, infatti sorge sulla Cintura di Fuoco dell’Oceano Pacifico, nota per i più sconvolgenti movimenti tellurici e i più pericolosi vulcani del mondo. Sull’isola si trova il vulcano Tambora che è amatissimo dagli scalatori (la cima è raggiungibile attraverso due giorni di trekking), ma purtroppo è anche il secondo vulcano al mondo per indice di esplosività VEI, stimata a 7 (su una scala di 8). La sua più raccapricciante esplosione è stata proprio quella del 1815, le cui scorie hanno sconvolto il clima dell’anno successivo provocando climi freddi e carestie in tutto il mondo.

Per ricostruire da un punto di vista scientifico ciò che accadde durante quel terribile periodo mi sono avvalsa di fonti discordanti tra loro. La catastrofe iniziò il 5 aprile e durò sino al 15, ì primi segnali di attività vulcanica si manifestarono intorno al tramonto dell’11 aprile, quando avvenne l’esplosione più imponente sotto forma di violentissimi tuoni che allarmarono le truppe britanniche, le quali si erano da poco stanziate sull’isola scacciando gli olandesi. I boati cessarono dopo non molto, ma il 19 si verificarono esplosioni più intense e emissioni di nubi piroclastiche che oscurarono il cielo per giorni e crearono cumuli di polveri nei villaggi e sulla superficie del mare, si pensi che le navi avrebbero incontrato isolotti di pomice galleggiante per i successivi quattro anni. I fenomeni vulcanici durarono tre mesi e provocarono una diminuzione della quota dell’imponente vulcano di 1300 m (oggi il Tambora misura 3800 m). Vennero emessi 140 kmq di magma e una colonna di ceneri di 40 km. Si trattò di una delle più imponenti eruzione vulcaniche dell’ultima Era Glaciale.

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L’eruzione vulcanica provocò la morte di 90 000 persone e venne sterminato un popolo indonesiano, di cui dal 2004 gli archeologi stanno riportando alla luce i resti. E’ stato ritrovato un villaggio sviluppato, con pianta regolare e edifici allineati. Sono stati inoltre rinvenuti scheletri in posizione di fuga, simili ai calchi di gesso dei deceduti a Pompei, in quanto l’eruzione sorprese gli abitanti mentre erano intenti nelle loro occupazioni quotidiane. Su alcune salme sono stati ritrovati ornamenti reali come gioielli di bronzo e alcuni caratteristici pugnali reali, utilizzati sia come armi sia come strumenti cerimoniali. Secondo alcune leggende incise sui pugnali stessi, tali strumenti sarebbero stati forgiati con materiali celesti, proveniente da meteoriti. La religione diffusa presso questo popolo era animista e proveniva da un passato remoto.

L’esorbitante quantità di ceneri emesse, sommandosi a quelle prodotte negli anni precedenti dai vulcani Soufrière e Mayon, impedivano parzialmente alla luce solare di attraversare l’atmosfera e riscaldare adeguatamente la superficie terrestre. La sfortuna volle che proprio in quel periodo si verificò il minimo di Dalton, durante il quale il sole emanò poca energia, ed era ancora in corso la piccola era glaciale, un periodo di raffreddamento del clima terrestre in corso dal Medioevo e terminato nel 1850. Tutto ciò provocò nell’anno successivo, il 1816, un’estate particolarmente fredda, con raccolti catastrofici e terribili carestie in tutto il luogo.

Le zone più colpite dalle anomalie climatiche furono quelle dell’America del nordest, nelle province canadesi del Maritimes e del Terranova. A maggio il ghiaccio devastò i raccolti, a giugno nel Canada e nel New England si verificarono tempeste di neve che uccisero molte persone e a luglio e agosto i fiumi e i laghi della Pennsylvania ghiacciarono. Il prezzo dei cereali subì un notevole aumento e l’economia ne risentì, i contadini patirono la miseria e molti capi di bestiame morirono. Tutto ciò ebbe però un effetto inaspettato: fu incentivata la conquista del West e l’ampliamento degli stanziamenti nel Midwest.

Per quanto riguarda l’estate europea, si verificarono tempeste, piogge anomale, inondazioni dei maggiori fiumi (come il reno) e presenza di ghiaccio. In Ungheria cadde neve sporca, mentre in Italia avvennero precipitazioni di neve rossa, probabilmente dovuta alla cenere presente nell’atmosfera. Nemmeno l’Europa fu risparmiata dalla carestia, infatti in Francia e in Inghilterra ci furono rivolte per il cibo e i magazzini vennero saccheggiati. La Svizzera dichiarò lo stato di emergenza nazionale.

Alcune ipotesi sostengono che il freddo del 1816 provocò la prima pandemia di colera della storia. I test medici rivelano infatti che prima dell’”anno senza estate” il colera era circoscritto alla zona di pellegrinaggio sul Gange, la carestia invece diffuse la malattia in modo lento ma costante anche nel Bengala, in Afghanistan e nel Nepal, fino al Mar Caspio, per poi trasferirsi nel mar Baltico e nel Medio Oriente

Il catastrofico clima del 1815 e del 1816 ebbe un impatto non solo sull’economia, ma anche sugli eventi storici a partire dalle campagne di Napoleone, che tra il 17 e il 18 giugno 1815 venne sconfitto a Waterloo a causa di una pioggia incessante. L’artiglieria del condottiero, l’arma decisiva del suo esercito, non fu in grado di fermare le forze avversarie in seguito all’inagibilità del terreno e fu esclusa dal campo di battaglia.

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L’eruzione del vulcano ebbe conseguenze anche in ambito letterario, fortunatamente positive: costretti al chiuso in una villa sul lago di Ginevra in seguito al clima ostile dell’estate 1816, P.B Shelley, la futura moglie Mary Godwin, Lord Byron e il suo segretario Polidori ebbero l’idea di trascorrere il tempo scrivendo racconti gotici. P.B.Shelley e Byron rinunciarono, ma Polidori scrisse Il vampiro e Mary Shelley, nonostante un inizio difficoltoso, concepì un abbozzo di Frankenstein. L’idea venne concepita grazie ad un sogno circa la nascita della creatura; il romanzo, scritto successivamente, venne poi pubblicato nel 1831 e fu il capolavoro della scrittrice.

Il clima catastrofico ebbe come conseguenza positiva anche lo stimolo dell’ingegno umano, più precisamente del tedesco Karl Drais. L’inventore ideò la bicicletta con lo scopo di sostituire i cavalli che, in seguito alla carestia, venivano lasciati morire di fame. La prima “carrozza senza cavalli” venne presentata al Congresso di Vienna nel 1815 e fu progettata in seguito al maltempo provocato dalle eruzioni vulcaniche del 1812. SI trattava di  un veicolo a quattro ruote pilotabile mediante una scomoda manovella ubicata nella parte posteriore e proprio per questo non riscosse particolare successo.
Durante l’anno senza estate, Drais decise di fare un secondo tentativo e realizzò una rudimentale bicicletta a due ruote con un sellino e un manubrio montato nella parte anteriore; il veicolo venne brevettato con il nome di Laufmaschine (macchina da corsa) il 17 febbraio 1818.
Drais non aveva pensato di aggiungere pedali, freno e trasmissione a catena, ma tali e altri accorgimenti sarebbero stati gradualmente aggiunti nel corso degli anni, sino alla creazione della moderna bicicletta.

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Le ceneri e i gas presenti nell’atmosfera crearono degli spettacolari effetti cromatici durante il tramonto, che ispirarono all’artista J. M. W. Turner dei magnifici dipinti che, oltre ad essere delle preziose opere d’arte, sono le sole testimonianze a nostra disposizione dei mutamenti del colore del cielo in questo periodo storico. L’eruzione del vulcano provocò dei meravigliosi tramonti aranciati nei tre anni successivi; sarebbe meraviglioso avere delle fotografie al riguardo.

 

Fonti:

La rappresentazione di Paolo e Francesca nella pittura

Il V canto dell’Inferno di Dante è uno dei più popolari della Commedia di Dante in quanto riguarda una delle più celebri coppie di innamorati della storia della letteratura: Paolo e Francesca, gli adulteri assassinati a causa propria passione. Siccome le varie forme d’arte sono interconnesse tra loro, la vicenda dei due amanti è stata trattata non solo dalla letteratura, ma anche dalle arti figurative e persino dal cinema. Analizzando i dipinti più celebri al riguardo, è evidente come sia cambiata la concezione dei due personaggi e dell’adulterio nel corso della storia.

Contrariamente da quanto si possa pensare, conosciamo la storia dei due innamorati grazie a Boccaccio, Dante invece tralasciò il racconto della triste vicenda in quanto riteneva che il lettore implicito la conosceva già: infatti l’assassinio dei due giovani ebbe una grande risonanza all’epoca e tutti gli uomini del Medioevo la conoscevano. Per rendere più credibile il racconto, Boccaccio afferma di averlo appreso da alcuni testimoni, ma Dante non fa alcun riferimento né a Boccaccio né alle fonti del racconto.

Boccaccio racconta che Francesca era un’adolescente, ceduta in sposa a Gianciotto Malatesta dal padre Guido Da Polenta per ragioni politiche. Come ogni donna di buona famiglia, Francesca era colta: sapeva leggere, scrivere, parlava più lingue, aveva dimestichezza con la filosofia, l’arte e la musica. Nel Medioevo le donne erano più colte degli uomini in quanto avevano più tempo a disposizione da dedicare alla cultura.

Il giorno delle nozze, Francesca scorse dalla finestra Paolo nel corteo che stava accompagnando lo sposo presso la dimora della ragazza il giorno delle nozze e si convinse che si trattava effettivamente del proprio promesso sposo. Siccome Paolo era uno splendido giovane, la fanciulla si rallegrò della propria fortuna e le nozze si svolsero serenamente, purtroppo però si trattava di un inganno: anche se all’altare si era presentato Paolo, il vero sposo di Francesca era Gianciotto, il fratello di Paolo, un uomo brutto storpio. L’adulterio di Francesca non poteva essere dunque considerato un vero e proprio tradimento in quanto la giovane era stata tradita a sua volta in precedenza e, pronunciando il fatidico sì, aveva ritenuto di stare sposando l’uomo sbagliato.

Abbandonata dalla famiglia d’origine e non amando il proprio marito, Francesca riversò le proprie esigenze affettive su Paolo. La passione tra i due si accese durante la lettura di un libro riguardante Lancillotto e Ginevra, protagonisti di un adulterio ai danni di re Artù. Gianciotto colse in flagrante la coppia e si vendicò trafiggendoli con un solo colpo di spada.

Data la natura del loro peccato Paolo e Francesca vengono perseguitati nel girone dei lussuriosi, ma rispetto agli altri dannati sono dei privilegiati: volano con leggerezza anziché essere sballottati dalle raffiche di vento, hanno il permesso di restare insieme mentre le altre anime sono separate dai propri amanti, sono i soli dannati ad essere trasportati da Amore (ed è bene ricordare che tra amore divino ed amore terreno per Dante non esiste differenza). Dante paragona Paolo e Francesca a delle colombe, probabilmente le stesse raffigurate nel mausoleo di Galla Placidia.

Colombe del mausoleo di Galla Placidia

Spesso nella Commedia Dante si rivolge ai Dannati con arroganza in quanto, essendo dei peccatori, non meritano di essere trattati con cortesia e le ingiustizie di Dante sono giustificate dal fatto che incrementano le pene infernali meritate dalle anime; con Francesca il poeta invece mostra estremo rispetto e si rivolge a lei persino con una captatio benevolentiae, forse in quanto Francesca non era in grado di opporsi all’amore che provava per Paolo e pertanto il suo peccato merita una sorta di giustificazione. Francesca interloquisce con Dante assumendo un ruolo dominante rispetto al suo amato, che assume un ruolo secondario; nonostante tale differenza tra i due adulteri, Dante si riferisce ai due ricordando sempre che formano una coppia.

Il fascino di questa storia straordinaria ha incantato pittori di ogni epoca, al cui operato è stata dedicata una pagina che raccoglie tutti i dipinti e le statue più importanti relativi a Paolo e Francesca. Il link è il seguente: http://www.danteeilcinema.com/sito/?page_id=5208 . Non potendo soffermarci su ciascuna opera, analizzeremo solamente quelle più importanti. Le fotografie che trovate in seguito provengono proprio da questa pagina.

La prima opera figurativa relativa a Paolo e Francesca si trova nel Codice Gradenigo (XIV secolo), conservato nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini. Paolo e Francesca, in alto a destra, fluttuano con i genitali in vista, simboli del loro peccato (solitamente sono coperti dalla ben nota foglia di fico). Francesca e Dante, siccome svolgono un ruolo portante nella conversazione in qualità di narratori, hanno il dito indice alzato. La fanciulla viene rappresentata come una donna forte e indipendente, che prende parola per raccontare la propria storia.

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Codice Gradenigo, XIV secolo, Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca, particolare, Biblioteca Gambalunghiana, Rimini 

Nel 1400 Priamo della Quercia rappresenta tre diversi momenti nella stessa icona: la richiesta di Dante e Virgilio di parlare con le anime, il dialogo tra Virgilio e Francesca (con la mano tesa, simbolo del fatto che il personaggio sta raccontando una storia) e lo svenimento di Dante. Come in molti altri dipinti, Dante e Virgilio sono raffigurati in rosso e blu. Il Codice Italico invece rappresenta le Paolo e Francesca in alto a destra e Virgilio e Dante in basso a sinistra.

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Priamo della Quercia, 1400 ca. – 1467, Illustrazione del canto V, 1444 – 1452, Yates Thompson MS 36, British Museum, Londra, UK

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Codice Italico 1027, Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca, particolare. Biblioteca Nazionale, Parigi

Dalla metà del XV secolo gli amanti sono in piedi anziché sospesi in aria, in modo tale che la funzione di narratrice di Francesca prevalga su quella di dannata. Nell’opera di Cristoforo Landino del 1491 Francesca viene rappresentata mentre viene trasportata dal vento, ma al tempo stesso è anche narratrice. In alcune rappresentazioni Francesca abbraccia Paolo e tale gesto viene compiuto anche da Virgilio e Dante. In una tavola invece vengono rappresentati tre momenti della storia dei due amanti: il bacio, l’assassinio e la dannazione.

Dopo 200 anni Dante e la Commedia vengono oscurati dai valori della Controriforma e dal tentativo della Chiesa di ricostruire la propria immagine incrinata dalla riforma luterana. Fortunatamente nel XVIII secolo Dante ritorna tra le letture più amate dagli intellettuali.

Nel 1750 Giuseppe Cades interpreta l’immagine di Paolo e Francesca secondo gusti dell’epoca: la fanciulla incarna prevalentemente il ruolo di amante e viene rappresentata come una damina dal seno prosperoso e abiti settecenteschi. Paolo si avvicina all’amata baciandola; con tale immagine nasce una rappresentazione di Francesca legata all’atto del bacio.

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Giuseppe Cades, 1750 – 1799, Paolo e Francesca da Rimini, 1795 ca., Matita su carta

Un disegnatore di tombe realizza un disegno abbozzato. Non siamo in grado di ipotizzare come sarebbe stato il progetto ultimato, ma le linee schizzate dall’artista sono molto suggestive. E’ tuttavia evidente per alcune figure in secondo piano che l’artista vuole raccontare non la storia d’amore o la dannazione dei due amanti, ma la tragedia del loro assassinio. Il romanticismo è alle porte, sta iniziando a prevalere il gusto tragico per le storie d’amore senza lieto fine.

Nel 1803 Michele Sangiorgi rappresenta il bacio tra Paolo e Francesca e la scena in cui Gianciotto sta per uccidere i due amanti. Conformemente al gusto orientaleggiante del’epoca, Francesca indossa i panni di una splendida odalisca dal seno nudo.

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Michele Sangiorgi, Paolo e Francesca da Rimini sorpresi da Gianciotto, 1803 – 04

Sino a questo periodo Paolo e Francesca si sono sempre trovati in posizione di rilievo ed erano in piena luce mentre Gianciotto tramava nell’ombra in attesa di compire, ma nel 1839 Joseph Anton Koch introduce una novità: Gianciotto si trova al fianco dei due amanti che si baciano ed è illuminato quanto loro, assumendo una posizione altrettanto rilevante all’interno del dipinto.

Con il trascorrere degli anni aumenta il gusto per l’angoscia esistenziale, la tragedia e la passione distruttiva, prima del positivismo non si sarebbero aggiunti elementi nuovi. Il melodramma ottocentesco all’insegna della tragedia e del connubio tra eros e thanatos trova nella Vicenda di Paolo e Francesca un ottimo spunto. Il V canto di Dante offre inoltre l’occasione di trattare il tema del peccato femminile: Francesca, in quanto adultera, può essere accostata alla cortigiana d’alto borgo Violetta de La Traviata o alla Norma del Bellini, una sacerdotessa romana giudicata colpevole per avere avuto dei figli con un soldato. La colpa della donna adultera viene tuttavia percepita diversamente da quella dell’uomo, per esempio D’Annunzio sostiene che la donna che si abbandona alla lussuria è una peccatrice e pertanto deve essere punita, l’uomo invece ha solo assecondato la propria natura di “stallone”, tollerata dalla società anche qualora non rispetti i vincoli e i rapporti sociali e affettivi con altre persone.

Vitale Sala non è un pittore eccezionale ma nel 1823 introduce un elemento fondamentale, vale a dire il fatto che Francesca sostiene fisicamente Paolo, il quale si copre il volto in segno di disperazione. Francesca assume un ruolo dominante nella coppia non solo in qualità di narratrice, ma anche perché consola Paolo. Negli anni ’20 il ruolo dominante di Francesca riscuoterà uno straordinario successo.

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Vitale Sala, 1803 – 1835, Dante incontra Paolo e Francesca, 1823

E’ inoltre interessante l’opera di William Blake (1824-1827) in quanto lo stormo di lussuriosi viene raffigurato in primo piano e i due amanti sono in secondo piano.

Delorme ripropone nel 1825 una versione dominante di Francesca: la giovane sostiene Paolo, così come Virgilio offre un appoggio a Dante, sopraffatto dall’emozione.

Dieci anni dopo, Ary Scheffer raffigura una Francesca in piena luce che si attacca disperata a Paolo, che si copre il volto con un panno in segno di disperazione (lui più di lei prova il senso del peccato per l’atto commesso). Entrambi gli amanti sono disperati, Dante e Virgilio non possono che osservare commossi il loro dolore nella penombra e in secondo piano. La rappresentazione dei due amanti abbracciati verrà ripresa più avanti da molti altri artisti, spesso aggiungendo la ferita dovuta alla spada di Gianciotto.

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Ary Scheffer, 1795 – 1858, Francesca e Paolo davanti a Dante e Virgilio, 1835, Olio su tela

Nel 1830-1840 Boulanger realizza il solo dipinto esistente in cui Paolo e Francesca vengono trafitti con un solo colpo dalla spada di Gianciotto. Dyce nel 1845 rappresenta Francesca nei panni di lettrice mentre Paolo la Bacia; Munro realizzerà un opera statuaria analoga. Rappresentare la fanciulla come colei che, leggendo, guida l’attività che coinvolge i due amanti prima del bacio è un altro segno del ruolo dominante assunto da Francesca.

Nel 1855 Rossetti elimina nuovamente la figura di Gianciotto, i due amanti sono rappresentati durante il bacio e successivamente nel corso della dannazione; Virgilio e Dante sono raffigurati al centro rispetto a queste due scene.

Nel 1870 Cabanel ritrae i due amanti accasciati dopo l’uccisione. Le maniche della giovane e la calzamaglia di Paolo sono blu il vestito di Francesca è oro e le vesti di Paolo sono rosse. Si tratta della rappresentazione della morte. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 la morte diventa un tema dominante e Francesca diventa ll’emblema dell’anima dannata. Non è infatti un caso se Watts rappresenta Paolo con il volto incappucciato come la morte.

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George Frederic Watts, 1817 – 1904, Paolo e Francesca

Nel 1906 Stassen ribalta la situazione iniziale che prevedeva una Francesca dominante, infatti la fanciulla si aggrappa a Paolo che la abbraccia. Siamo nel periodo dell’Art Decò e la società sta ritornando a preferire le fanciulle sottomesse e composte.

In questi anni stanno assumendo un ruolo predominante nella cultura popolare il teatro e il cinema. D’Annunzio scrive nel 1901 una Francesca da Rimini per Eleonora Duse, anche se in quel periodo la bella e talentuosa attrice non era ancora diventata la sua amante. Il cartellone pubblicitario dello spettacolo non può essere considerato un’opera d’arte, ma si tratta comunque di una rappresentazione pittorica molto interessante, infatti in esso troviamo Paolo e Francesca travolti dalla passione e, per enfatizzare l’aspetto tragico e peccaminoso della vicenda, il sottotitolo era il seguente: “Storia di sangue e di lussuria”. La Duse riceve un’ottima critica, mentre Gabriele non venne particolarmente apprezzato dal pubblico. Viene scritta un’opera su Francesca da Rimini anche per Sarah Bernar, che rivaleggiava con la Duse calcando i palcoscenici di Parigi. E’ proprio grazie a queste opere che il romanticismo sbarca negli Usa, dove il pubblico reclama la propria Francesca.

Nel 1906 viene prodotto il primo film italiano al riguardo, ma ne abbiamo perso ogni traccia. Nel 1908 compare sul grande schermo un film che riscuote un successo tale che l’anno seguente viene realizzata una riedizione. L’industria cinematografica viene promossa proprio dalla Duse, il suo successo a teatro nei panni di Francesca induce i cineasti a produrre film al riguardo.

La storia di Paolo e Francesca continua ad affascinare gli amanti del cinema sino agli anni Ottanta del Novecento, mentre la pittura predilige altri soggetti. Paolo e Francesca dominano tutt’oggi l’immaginario collettivo della nostra società e sono una delle coppie di innamorati più amate di tutti i tempi.

 

Articolo pubblicato in Are you art? n. 9, giornale di storia dell’arte gestito da blogger.