Un omaggio a Dario Fo: il “Mistero buffo”di Pirovano al Piccolo Teatro di Milano

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Dall’8 al 20 ottobre il Teatro Grassi di Milano ospita “Mistero Buffo”, un grande classico italiano grazie al quale Dario Fo nel 1997 vinse il Nobel per la Letteratura. L’opera ritorna sempre grazie alla Compagnia Teatrale Fo-Rame, con il solo Mario Pirovano sul palco. La messa in scena, realizzata in occasione dei cinquant’anni dal debutto di Dario Fo, ha il difficile compito di confrontarsi con le testimonianze e i documentari teatrali del Premio Nobel ma, nonostante questo, Pirovano riesce a emozionare e a trasmettere un messaggio universale in difesa degli umili, proprio come accadeva quando le scene erano calcate dall’autore dell’opera. Pirovano ebbe l’occasione di assistere alle esibizioni di Dario Fo, ne ha seguito le lezioni e gli incontri con i giovani attori e il suo omaggio al maestro risulta, in questo modo, brillante. Sebbene reciti con un proprio stile personale, per questa messa in scena Mario Pirovano ha scelto di allinearsi il più fedelmente possibile a Dario Fo, con l’atteggiamento di chi rispetta un maestro.

In occasione di questa particolare messa in scena, lo spettacolo viene presentato da esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame. Martedì 8 ottobre tale compito è spettato al loro figlio, Jacopo Fo, scrittore, attore, regista, fumettista, blogger e attivista italiano. Il figlio d’arte ha interpretato magistralmente il ruolo di se stesso che rivolge al pubblico una breve introduzione, esponendo i concetti con carisma e professionalità. Non è stato necessario che si presentasse per nome in quanto il suo volto era noto al pubblico, inoltre il suo rapporto di parentela con Dario Fo è stato chiarito anche per i profani riferendosi a lui come al proprio padre.

Lo spettacolo non ha una trama, ma si fonda su un canovaccio che prevede la messa in scena dei capitoli più importanti del Mistero Buffo: la Resurrezione di Lazzaro, in cui il celebre miracolo viene trasformato in uno show a cui tutti vogliono assistere; la Fame degli Zanni, in cui un villano si identifica con il bisogno stesso di mangiare e desidera abbuffarsi di tutto ciò che lo circonda, compreso il proprio corpo;  uno sfarzoso Bonifacio VIII che incontra Cristo in processione; la nascita del Giullare, il quale prima di intraprendere tale stravagante professione era un contadino che è stato privato dai potenti di tutto ciò che possedeva; il miracolo di Gesù Bambino, che trasforma uccellini di terra in esseri viventi per farsi accettare dai compagni di giochi. La chiusura di ogni scena viene evidenziata dallo spegnimento delle luci e dall’atto, da parte dell’attore, di bere un bicchiere d’acqua. Ogni sequenza è preceduta da una breve introduzione in italiano, mentre l’interpretazione vera è propria è in grammelot, la lingua onomatopeica che prevede una fusione di italiano e di diversi dialetti italiani. Lo spettacolo viene poi interrotto per consentire un cambio d’abiti, e Pirovano sceglie di indossare indumenti simili a quelli che Dario Fo vestiva negli anni d’oro, quando interpretava il Mistero Buffo negli anni Settanta.

Il messaggio di Pirovano non è diverso da quello di Dario Fo: i potenti tiranneggiano sul popolo, oggi come nel Medioevo, la novella di Cristo è preziosa ma la Chiesa è corrotta. Sono presenti alcuni elementi di attualità, come il riferimento alla figlia di Aldo Moro, agli artigiani che si sono suicidati in seguito al fallimento lavorativo, al divieto di appendere striscioni sul balcone per manifestare. Si tratta di un evidente tentativo di attualizzare il messaggio di Fo che, unito ad un dinamico ed energico dialogo con il pubblico, ha personalizzato il messaggio di Pirovano. L’attore ha inoltre fatto alcuni riferimenti alle proprie origini milanesi e il suo grammelot privilegiava tale dialetto.

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“Yesterday”, un ucronico tributo ai Beatles

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Yesterday (2019) è la storia di Jack Malik, un musicista fallito che lavora in un supermercato, supportato nel mondo della musica solo dalla sua manager e migliore amica Ellie, di cui è segretamente innamorato. Un giorno, durante un black out globale, Jack viene investito da un autobus e, quando si risveglia, scopre di vivere in un mondo profondamente mutato: non esistono più la Coca-Cola, le sigarette, Harry Potter e soprattutto i Beatles, di cui è l’unico a ricordarsi le canzoni. Jack riuscirà a sfondare nel mondo della musica proponendo come proprie le canzoni del quartetto più celebre del Novecento.

Il film, prodotto in Inghilterra, è stato diretto da David Boyle e vede come protagonista un simpaticissimo ed estremamente espressivo Himesh Patel, che conferisce all’opera un tocco di personalità in più non solo per la sua straordinaria bravura, ma anche perché Jack, l’ultimo dei musicisti, è un immigrato indiano, offrendo uno squarcio dell’ormai variegata società inglese. La sceneggiatura è di Richard Curtis, che ha superato se stesso con un’idea originale, riuscendo a celebrare l’icona dei Beatles con una trama inedita. Ellie è interpretata dalla bellissima Lily James, che incarna magistralmente il ruolo della ragazza della porta accanto di cui innamorarsi follemente.

Ospite d’onore è senza dubbio Ed Sheeran, che interpreta, nel ruolo di se stesso, colui che scopre Jack Malik offrendogli il successo e salvandolo dall’anonimato. Il cantautore risulta simpaticissimo e autoironico, grazie al suo personaggio la realtà si fonde con la finzione cinematografica, creando una situazione divertente e straniante. Pur non essendo un attore di professione, dimostra di avere un discreto talento per la recitazione, infatti offre la sua immagine alla telecamera con naturalezza e decisione.

L’attore protagonista canta e suona realmente le canzoni dei Beatles alla chitarra e al pianoforte, peccato che questa commedia non proponga brani per intero come Bohemian Rapsody, il film documentario di grande successo dedicato a Freddie Mercury, ma ne inserisce semplicemente l’incipit o il ritornello, avvalendosi dei pretesti più svariati per interrompere la canzone e proseguire con lo svolgimento della trama. Si tratta di una grande delusione per tutti coloro che volevano cantare i Beatles a squarciagola, oppure semplicemente ascoltare delle valide cover dei loro idoli. L’interpretazione di tali brani tuttavia è eccellente: Himesh Patel è un ottimo cantante e musicista, la sua voce morbida e calda ben si presta ad interpretare simili brani. E’ molto originale l’interpretazione punk realizzata durante il concerto sul tetto, che consente di apprezzare i Beatles in una versione inedita; anche il live finale propone delle soluzioni molto scenografiche che ci fanno immaginare come sarebbero andati in scena i Beatles ai nostri giorni, per esempio con bande di ottoni sul palcoscenico.

Il film offre anche l’interessante spunto ucronico di immaginare cosa sarebbe successo se i Beatles non fossero mai stati famosi. Ci viene dunque presentato un John Lennon settantottenne, invecchiato ma perfettamente riconoscibile con i capelli lunghi e gli occhialetti tondi, che anziché suonare dipinge e ha vissuto una vita piena e di successo, nonostante non abbia raggiunto la popolarità su scala globale.

Si tratta di un commedia allegra e divertente, che intrattiene piacevolmente lo spettatore proponendo tematiche leggere; la trama è ben strutturata, il ritmo delle scene è incalzante e sono presenti tutti gli ingredienti necessari per una storia di successo, dal tema amoroso al personaggio comico. L’unica pecca, seppur trascurabile, è che se una persona perde due incisivi in un incidente in bicicletta contro un autobus non può essere in grado di cantare Yesterday senza fischiare.

Di mano in mano, storia della vita di un libro

Attenzione: la storia che segue si ispira ad un fatto realmente accaduto, ovvero il ritrovamento del libro della Bur su Amazon, ma è stata talmente stravolta e manipolata da non poter essere considerata autobiografica. Nessun personaggio pertanto può essere associato ad una persona realmente esistente, per quanto sia possibile riscontrare delle somiglianze. Nonno Egidio non è mio nonno, io non sono Riccardo ma un’umanista amante dei libri ed Erika non è una mia amica.

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L’edizione economica si pavoneggiava sulla bancarella sotto i raggi del sole di una tiepida mattina di primavera, esibendo ai passanti la copertina degli anni Cinquanta ingiallita, su cui spiccava a grandi lettere il titolo: Due scandali politici, i processi di Murena e Sestio. Si trattava di un volume dall’aspetto semplice, eppure era una prestigiosa prima edizione della Bur. Il libraio la vendeva ad una quindicina di euro, ma la collana completa ne valeva tremila. Tremila euro. Era così raro trovare una raccolta completa di quei semplici volumetti che il loro valore si centuplicava quando erano raccolti tutti insieme. Si trattava di oggetti poco pregiati perché Rizzoli aveva tentato di raggiungere un’ampia fetta di pubblico, tuttavia l’edizione era molto curata e la traduzione era un testo raffinato, pubblicato da un editore sapiente e destinato ad un lettore amante del bello. I volti di coloro che hanno letto il libro prima di quella tiepida mattina di primavera ci sono sconosciuti: per settant’anni il libricino è passato di mano in mano percorrendo un viaggio a noi ignoto e tutto ciò contribuisce a rendere la sua storia misteriosa e affascinante.

Nonno Egidio era appassionato di opere latine ed era un vero e proprio feticista dei libri antichi; non era raro sorprenderlo mentre si aggirava tra le bancarelle del mercatino delle pulci della sua città alla ricerca di opere interessanti. Camminava lentamente, con i penetranti occhi azzurri che si posavano sui libri da sotto il cappello verde oliva, senza fretta e con passione, appoggiandosi al bastone. Scelse il libro con molta cura soprattutto perché la Pro Murena e la Pro Sestio mancavano alla sua collezione di opere di Cicerone, ma anche perché non costava molto. Pagò in contanti, si fece avvolgere il libro in una pagina di giornale e lo inserì in un sacchetto dell’Ipercoop, poi tutto soddisfatto se ne tornò a casa con il suo passo rilassato, pregustando la lettura. Nonno Egidio era fortunato: il libello non presentava il testo originale in latino. Ciò può sorprendere per un amante della classicità, ma Nonno Egidio aveva frequentato ragioneria e non conosceva il latino, aveva studiato storia per passione nelle serate tranquille dopo il lavoro in banca, quando finalmente si era concluso per lui il tempo da dedicare ai bonifici e agli assegni circolari.

Terminata la lettura, il libro si ritrovò per mesi esposto nella libreria di Nonno Egidio. La libreria dell’anziano signore occupava il suo intero appartamento, infatti c’erano degli scaffali persino in cucina e alcuni libri erano abbandonati in bagno, di fianco alla tazza. Il libello di Cicerone trovò la sua collocazione nella camera degli ospiti, sopra alla scrivania del computer, nella raccolta di opere latine e greche. Il libricino era talmente piccolo che si mimetizzava tra le edizioni più appariscenti, rilegate in pelle o decorate con motivi preziosi e colorati, perciò anche se era il libro più prezioso passava inosservato. Nonna Serafina non amava spolverare poiché preferiva trascorrere le sue giornate accudendo le piante sul balcone o cucinando, perciò il libro si riempì di polvere, ma non si trattava di un destino poi così gramo: tutti i libri prima o poi sono destinati a riposare su uno scaffale coprendosi di polvere. Nonno Egidio dopotutto non aveva intenzione di riaprire quel volume, aveva in serbo per lui un altro destino.

 

Quando suo nipote Riccardo si recò nella città di provincia per riabbracciare i suoi nonni, l’anziano lettore era molto emozionato: continuava a recarsi nella camera degli ospiti per ammirare il libricino, poi lo sguardo volava al cellulare che sapeva utilizzare maldestramente per controllare quanto tempo mancava all’arrivo dei suoi cari. Quando Riccardo e i suoi genitori arrivarono, la famiglia si riunì in salotto per chiacchierare, poi andarono tutti insieme al ristorante. Poco prima di salutarsi, Nonno Egidio chiamò Riccardo nel suo studio per mostrargli la sua raccolta di libri antichi. Riccardo era uno studente di Lingue, amava molto Molière e Baudelaire, Hemingway e Poe, ma se ne infischiava degli autori latini. Ogni volta che andava a trovare il nonno, sperava di trovare una traduzione d’annata di qualche autore straniero, invece era costretto a sorbirsi un sermone sui classici. Cercava di essere educato e di mostrarsi interessato, probabilmente ci riusciva anche bene perché Nonno Egidio non pareva accorgersi del disappunto del nipote e continuava a raccontare con orgoglio la storia di come aveva realizzato la sua collezione di classici.  Stavano per salutarsi quando Nonno Egidio estrasse dallo scaffale il nostro libello e lo porse al nipote con un affettuoso: -Tieni, è tuo!-

Riccardo guardò il libro, lo prese in mano, lo sfogliò e lo rigirò. Mai regalo meno gradito aveva ricevuto dal nonno. Lui amava le opere in lingua straniera, non i classici e in particolare detestava Cicerone: i suoi processi sembravano provenire da un periodo troppo lontano, lo stile era troppo pomposo e i periodi erano così lunghi che perdeva il filo del discorso durante la lettura. Quando si accorse che mancava il testo originale in latino tirò un sospiro di sollievo: almeno non avrebbe dovuto tradurre! Ma chissà poi se lo avrebbe letto, Cicerone superava per lui ogni limite di sopportazione. Durante il viaggio di ritorno ebbe un’idea;  sorrise e si addormentò in macchina, soddisfatto della soluzione che aveva trovato: avrebbe regalato il libro alla ragazza che gli piaceva, una latinista appassionata. Non sempre i libri sono regali graditi, non tutti sanno cogliere il loro valore. Il libello di Cicerone non rientrava nei gusti del ragazzo, eppure Riccardo aveva compreso il valore dell’opera perché sapeva riconoscere le traduzioni eleganti e il fascino delle prime edizioni. Quel libro non era pane per i suoi denti, eppure qualcun altro avrebbe saputo apprezzare le sue parole.

Erika era una bella ragazza Milanese, studiosa di Lettere moderne, latinista convinta e amante della filologia. Ha stregato Riccardo con i suoi serici capelli lisci, gli occhi chiari e un lato b scultoreo, ma il giovane la apprezzava anche per l’acuta intelligenza e il carisma. La ragazza era una cultrice di Cicerone, di cui possedeva tutte le opere, e aveva studiato molto le edizioni rare, perciò avrebbe sicuramente apprezzato il libricino della Bur, Riccardo voleva stupirla e rapirle il cuore con un bel regalo. Le alternative sarebbero state abbandonarlo su uno scaffale polveroso nella sua cameretta, setacciare le vie di Milano alla ricerca di un antiquario che volesse comprarlo, oppure restituirlo al mare magnum del web alla ricerca di un acquirente.

Riccardo non scrisse una dedica sul retro di copertina per non rovinare un libro d’epoca, né si prese la briga di incartarlo perché dopotutto non era né Natale né il compleanno di Erika. Lo depose semplicemente tra le mani della ragazza con un gesto teatrale, un grande sorriso stampato sul volto e il petto gonfio d’orgoglio. Si sentiva un cavaliere, un eroe, un paladino che combatte per l’amata, un cacciatore di fanciulle, un avventuriero che sonda il terreno alla ricerca di amore.

La ragazza spalancò la bocca dalle labbra sottili in un’espressione di stupore: – Per me? – Mai avrebbe potuto immaginare che quel suo caro compagno di università potesse compiere un simile gesto per lei. Aveva notato che si erano avvicinati molto negli ultimi tempi, ma il gesto di Riccardo la coglieva alla sprovvista.

Riccardo annuì deglutendo la saliva e le appoggiò una mano su una spalla senza proferir parola. Il suo dono sarebbe stato premiato con un bacio? Erika avrebbe voluto mettersi con lui? Il libro avrebbe fatto la sua magia?

La ragazza aprì il libro sul retro di copertina e lesse. –Ehi, ma è una prima edizione della Bur!- puntò il dito lungo e affusolato sulla scritta “prima edizione 1954”. –Grazie!- Non sapeva cosa dire se non biascicare quel semplice ringraziamento, arrossì e abbasso lo sguardo senza aggiungere altro.

Riccardo le accarezzò la schiena con un gesto appassionato e lei subito si nascose tra le sue braccia, donandogli un bacio nel bel mezzo del cortile dell’università. Un bacio lungo, morbido, caldo, un bacio nato da un libro galeotto, che segnò l’inizio di una storia d’amore. Ma noi non vogliamo raccontare la storia di Erika e Riccardo, questo racconto non vuole essere una storia sentimentale: questa è la storia della prima edizione della Bur, di come il libro passò di mano in mano nel corso della sua vita.

Chissà se Erica avrebbe accudito e amato quel libro, chissà cosa ne avrebbe fatto, chissà se a lei sarebbero seguiti altri proprietari. Il libello si sarebbe consumato a furia di essere letto, si sarebbe impolverato sull’ennesimo scaffale oppure sarebbe stato definitivamente perduto o, peggio ancora, consegnato all’oblio in una discarica? Non ci è dato saperlo, le vite dei libri sono misteriose e noi ne conosciamo solo una piccola parte; possiamo solamente auguraci il meglio per le due orazioni di Cicerone e sperare che sopravviva sino alla notte dei tempi, letto e amato dai suoi proprietari.

 

Elisabeth Siddal, la musa maledetta dei Preraffaelliti

In occasione della mostra dei Preraffaelliti a Palazzo Reale di Milano, vogliamo presentarvi Elisabeth Siddal, poetessa, pittrice e soprattutto musa prediletta dei pittori appartenenti alla corrente artistica che sta celebrando il capoluogo lombardo.

Correva l’anno 1848, epoca di grandi tumulti e rivoluzioni che influenzarono anche l’arte, quando in Gran Bretagna venne fondata la Confraternita dei Preraffaelliti, ascrivibile al simbolismo e che può essere considerata l’equivalente del decadentismo letterario. I tre fondatori furono Millais, soprannominato il Bambino per essere entrato in Accademia a soli dodici anni, Rossetti e Hunt, a cui si unirono in seguito, Brown, Trost RIchrds, Morris, Brune-Jones e Waterhouse. Il loro nome deriva dal fatto che prediligono l’arte medievale e antecedente a Raffaello.

I Preraffaelliti sono dei ribelli: si oppongono infatti ai valori vittoriani e alla pittura accademica, ricreando sulla tela un fiabesco, idealizzato e nostalgico mondo medievale, in contrasto con l’industrializzazione Ottocentesca. Prediligono i temi sociali come per esempio l’immigrazione, argomenti biblici, che trovano ampio spazio alla mostra di Milano, i temi nazionalisti, scene tratte da Shakespeare o da Dante e i paesaggi. Anche l’amore era un tema fondamentale, soprattutto la passione ostacolata dalla diversa condizione sociale dei due amanti, in quanto i Preraffaelliti erano dei bohemien controcorrente, che non necessariamente frequentavano fanciulle della loro stessa estrazione sociale. Solitamente si ispirano ad una scena immaginata, che poi realizzano osservando attentamente il reale.

Elisabeth Siddal non era conforme ai canoni estetici vittoriani, ma era perfetta come modella preraffaellita: magrissima al punto da essere sospettata di anoressia, splendida nelle vesti medievali così diverse dai corsetti vittoriani, incarnava lo stereotipo della donna bisognosa di cure in quanto cagionevole di salute e rossa di capelli, una caratteristica che all’epoca veniva associata al diavolo e alla stregoneria. Il suo aspetto angelico nascondeva un carattere determinato e fiero e un’indole artistica di grande talento.

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Elisabeth Siddal, Lizzie o Sid per parenti e amici, è nota a tutti per aver posato come modella per il più celebre dipinto preraffaellita, l’Ofelia di Millais, in cui la donna vestita di bianco e circondata da fiori viene trascinata morente dalle acque di un fiume. Il poeta realizzò innanzi tutto la vegetazione che circonda il pallido corpo della protagonista, morta suicida per la follia che le causò l’amato Amleto; il paesaggio venne ispirato dipingendo en plein air il fiume Hogsmill, nel Surrey. Successivamente ritrasse Lizzie immersa in una vasca da bagno indossando un abito bianco d’epoca. La modella resistette stoicamente in posa anche quando una delle lampade che dovevano riscaldare l’acqua si spense, ciò le provocò una bronchite (o una polmonite? Le fonti online sono in disaccordo) cronica, che indusse suo padre a chiedere al pittore un risarcimento per le cure mediche. La malattia, che secondo molti era psicosomatica, la indusse ad assumere del laudano, da cui divenne dipendente.

La Siddal apparteneva ad una famiglia benestante di Sheffield nel Middlesex che, quando migrò a Londrà, precipitò alla base della scala sociale. Suo padre Charles era un coltellinaio, ma nonostante ciò ricevette un’istruzione tipica del ceto elevato perché la madre Elisabeth Eleonor Evans era una donna molto orgogliosa e ambiziosa. Elisabeth Siddal nacque, terza di otto figli, un anno dopo la migrazione della famiglia, che abitava a Hatton Garden, un quartiere abitato da persone di diversa estrazione sociale, ma più tardi si trasferì nel distretto di Southwark, a sud di Londra, poiché le condizioni economiche dei Siddal erano peggiorate.

Prima di diventare un’artista e una modella, Lizzie fece la commessa in un negozio di cappelli a Leicester Square, a Cranbourne Street 3, presso la boutique di Mrs Tozer. Fu proprio in tale boutique che il destino di Elisabeth cambiò drasticamente: un giorno entrò in qualità di cliente il giovane pittore Walter Howell Deverell, che fu presentato alla ragazza da un amico che usciva con l’altra commessa del negozio. Elisabeth fu scelta da Deverell come modella per La dodicesima notte, un dipinto a tema Shakespeariano. Il pittore dovette chiedere alla madre di intercedere per lui, in quanto fare la modella era un mestiere malvisto. Fu così che Sid entrò nella cerchia dei Preraffaelliti. Elisabeth Siddal veniva considerata dai Preraffaelliti una stunner, termine utilizzato dalla cerchia per indicare una donna dalla bellezza conforme ai canoni estetici del gruppo, perfetta per diventare la loro musa. Fu modella non solo di Deverell, ma anche di Hunt, Brown e Millais, almeno sino a quando il suo amante e futuro marito Rossetti lo permise.

Ben presto Elisabeth si innamorò si uno dei fondatori della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti, un pittore di origini italiane che apparteneva ad un ceto più elevato rispetto a lei. Il vero nome di battesimo del pittore era Charles Gabriel Dante, ma l’artista invertì l’ordine dei nomi in onore di Dante Alighieri, suo soggetto prediletto in molte opere che ritraevano il suo ideale di amore, una passione tormentata e non corrisposta come quella che il poeta fiorentino provava per Beatrice. Rossetti era anche un giornalista ed un poeta, devoto alla corrente del romanticismo.

Per amore Sid lasciò la famiglia e si trasferì in un appartamento in affitto al centro di Londra. Rossetti non fu mai fedele a Elisabeth: la tradì con molte donne, tra cui modelle e alcune compagne di colleghi preraffaelliti, come Annie Miller, l’amante di Hunt, e Jane Burden, che sarebbe diventata la moglie di Morris e con cui Rossetti strinse una relazione stabile alla morte della Siddal, un rapporto che durò molto anni nell’indifferenza o nella negazione del marito della donna.

Lizzie sfruttava la malattia per attirare l’amante, costruendo un rapporto tra malata-bisognosa e galante soccorritore. Come abbiamo già accennato, i malori di Elisabeth erano probabilmente psicosomatici, ma si è ipotizzato che soffrisse anche di depressione, inoltre mangiava molto poco al punto da essere sospettata di anoressia ed era affetta da dipendenza da laudano

La Siddal era l’unica tra le donne dei preraffaelliti ad essere dotata di buone maniere, di un’educazione elevata e a dedicarsi alla poesia e alla pittura, infatti realizzò alcuni splendidi autoritratti. Le altre amanti e modelle provenivano per lo più dai bassifondi e venivano perciò educate dai loro amanti ribelli ma di ceto più elevato. Alcuni dipinti di Sid vennero esposti presso le mostre dei colleghi preraffaelliti e il celebre critico John Ruskin divenne il suo mecenate, fornendole una somma mensile; tale condizione di artista indipendente era molto rara per una donna all’epoca. Con le sue entrate, Lizzie si pagò diversi viaggi: visitò infatti la Francia e, per riprendersi dalla malattia cronica, fece lunghi soggiorni ad Hastings e Bath, note località termali. Quando le sue condizioni di salute si aggravarono, Rossetti la sposò contro il volere della famiglia, che la giudicava una donna dai modi bizzarri e di ceto sociale inferiore; era il maggio 1860, le nozze si celebrarono nella chiesa di S. Clement.

Lizzie si riprese dalla malattia e, quando rimase incinta, e si trasferì nella Red House dei Morris, un’abitazione in perfetto stile preraffaellita, mentre il marito era impegnato a lavorare. Sid purtroppo nel 1861 diede alla luce una bambina morta e la depressione post-partum accrebbe i sintomi della malattia.

L’anno seguente Lizzie e Rossetti andarono a cena con il poeta Swinburne al ristorante La Sablonière. Quando la coppia rincasò ci fu una discussione, così Dante lasciò la moglie a casa per recarsi al Working Men’s College. Quando l’artista ritornò, trovò la Siddal agonizzante poiché aveva ingerito mezza bottiglietta di laudano. Al fianco della donna trovò una lettera d’addio, in cui la modella chiedeva al marito di prendersi cura del fratello Henry, affetto da problemi psichici. La missiva fu bruciata dall’amico Ford Madox per non lasciare prove del suicidio, che all’epoca non solo non consentiva di essere sepolti in terra consacrata, ma gettava disonore sulla famiglia ed era considerato un reato. Lizzie aveva trentadue anni ed era incinta, il suo ultimo atto fu un suicidio proprio come l’eroina shakespeariana Ofelia, a cui prestò il volto nel dipinto di Millais. La polizia aprì un indagine e la morte fu catalogata come accidentale, tuttavia per Londra si sparse il pettegolezzo che Sid si era tolta la vita volontariamente o che addirittura Rossetti l’avesse uccisa.

Nella bara, tra i capelli di Lizzie, venne deposta l’unica copia manoscritta delle poesie che Rossetti aveva composto ispirandosi a lei. L’artista si sentiva perseguitato dal fantasma della moglie: raccontò ad alcuni intimi che la donna gli faceva visita in sogno ogni notte e cercava di mettersi in contatto con lei attraverso sedute spiritiche e medium. Nel 1869 decise di riesumare Elisabeth per recuperare il libro di poesia, che fu dissotterrato di notte per non destare pettegolezzi. Si diffuse la diceria che la salma fosse integra e bellissima, i capelli erano cresciuti a dismisura riempiendo la bara. Rossetti trascorse gli ultimi anni della sua vita tormentato dai propri fantasmi, in preda di depressione e squilibri mentali e affetto da dipendenza dal clorario.

In Beata Beatrix, ritrasse Elisabeth come una bellezza angelicata nei panni di Beatrice, la fanciulla che, con la sua morte, lasciò solo Dante Alighieri. Beatrice, in una scena della Vita Nova, è ritratta in estasi mistica, con gli occhi socchiusi e il volto rilassato. L’incarnato pallido è simbolo della morte precoce, mentre le mani giunte si protendono verso un papavero di oppio, necessario per produrre il laudano. Il fiore è stretto nel becco di una colomba aureolata rossa, il colore della passione e della morte; l’uccello è simbolo dello Spirito Santo. Lizzie era soprannominata anche “the Dove”, colomba, perciò non è casuale la presenza dell’animale, la cui lettura allegorica è confermata da un lettera che Rossetti scrisse all’amico Robertson. Le vesti di Beatrice sono verdi, il colore della speranza e della vita, ma anche grigie, emblema del dolore sepolcrale e della morte.  La meridiana alle spalle di Beatrice indica le nove, ora in cui muore il personaggio dantesco, e età che aveva la ragazza quando Dante la incontrò per la prima volta; il numero nove è anche ricorrente nella struttura della Divina Commedia. Dietro un muretto sono visibili Cupido e Dante che osservano Beatrice lasciare la vita terrena; sullo sfondo spicca la sagoma del Ponte Vecchio di Firenze.

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FONTI:

 

Il teatro dell’assurdo e il cabaret in“Opera panica” al Teatro Franco Parenti

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“Opera panica” di Alejandro Jodorowsky, regia di Fabio Cherstich, è una straordinaria opera in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 24 settembre al 13 ottobre 2019. In primavera il teatro ospiterà il secondo capitolo dello spettacolo, una nuova produzione da cui ci aspettiamo un altro straordinario successo.

Si tratta di 26 mini-pièce che fondono il teatro dell’assurdo e il cabaret comico e tragico, scene surreali e violente, che per certi tratti si potrebbero definire persino politiche. Dialoghi, canti, balletti e pantomime sembrano provenire dritti dall’inconscio e che forse proprio dell’io più nascosto vogliono parlarci, facendo affiorare ciò che di malato e contorto si cela nell’essere umano. L’universo di Jodorowsky è inoltre claustrofobico, poiché propone delle situazioni senza soluzione, che rivelano quanto sia grottesco e inetto il genere umano, ma  a tratti anche dissacratorio, in quanto sembra trattare temi esistenziali con un’ironia disarmante. Non esiste una trama portante, ma tante situazioni paradossali che inducono a riflettere sull’insensatezza della condizione umana, sulla ricerca della felicità e sulla fatica di vivere.

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In scena recitano quattro attori (Valentina Picello, Francesco Brandi, Loris Fabiani e Francesco Sferrazza Papa), rigorosamente vestiti in All Star nere, pantaloni neri, camicia bianca e bretelle, ma anche indumenti kitsch e coloratissimi come nella penultima pièce, quando viene portata in scena una parodia della televisione. I vari episodi sono intervallati da piacevoli e altrettanto tragicomici intermezzi musicali eseguiti dai DUPERDU (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf), che hanno scritto e interpretato le canzoni originali, cantandole su un piacevole sottofondo di carillon, con tono buffo ma anche straniante.

Le situazioni portate in scena sono tra le più svariate: tre nuotatori che non si decidono a tuffarsi per discutere su argomenti assurdi e paradossali e che, persi nel loro argomentare, non salveranno una persona che sta affogando in piscina; due persone che, pur volendo disperatamente litigare, non riescono a trovarsi in disaccordo e che decideranno poi di essere amici; un aristocratico oppresso dai propri servitori e dal fardello di comandare al punto da richiedere di essere percosso; persone che, grazie all’ipnosi, riescono a concepire profondi pensieri filosofici; una coppia in cui regna il maschilismo più brutale, che cena mentre un soldato sfila davanti a loro per condurre dei cadaveri al forno crematorio. Lo spettacolo parla anche della difficile condizione delle donne, come una fanciulla disposta a tutto pur di compiacere l’uomo, oppure una donna che vuole disperatamente rinunciare al proprio corpo. La scenografia è minimalista e costituita solo dagli oggetti essenziali per la realizzazione delle varie scene, come una sorta di carretto su cui Fabio Wolf suona una piccola tastiera, tavoli, sedie e un fucile con una canna talmente lunga da impedire che venga usato per suicidarsi, poiché è impossibile puntarlo alla propria tempia e contemporaneamente premere il grilletto. L’oggetto che colpisce maggiormente lo spettatore è un prisma deformante attraverso cui, in alcune scene, gli attori si rivolgono alla platea, assumendo una dimensione sacrale, onirica e spaventosa. Altri oggetti fondamentali sono la telecamera e la televisione, che sono trasformati in una sorta di personaggio inquietante, la cui opprimente presenza nel nostro quotidiano viene messa in discussione. Il momento cruciale dello spettacolo consiste nella richiesta di un personaggio in mutande e pattini in linea, che boicotta un programma televisivo per invitare gli spettatori a salire sul palco e a lanciare un urlo, forse per indurli a sentirsi vivi e prendere in mano la propria vita. Nessuno ha osato accogliere la richiesta, ma chissà cosa sarebbe accaduto se uno spettatore temerario avesse accettato di mettersi in gioco.

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Quel giorno che fui proprietaria di una prima edizione della Bur

Cara prima edizione del 1954 della Bur,

sei stata acquistata casualmente su Amazon allo sporadico prezzo di 15,00 € e con altrettanta leggerezza ti ho sfogliata per prepararmi per l’esame di Storia Romana Laurea Magistrale. Come al solito sono troppo pigra per leggere sul tuo frontespizio il nome della collana e maledetto sia quel giorno in cui non mi sono accorta che stringevo tra le mani una prima edizione della Bur. O forse benedetto! Ma è giusto raccontare ogni cosa dal principio.

Ti confesso che Cicerone non ha mai stuzzicato il mio palato di lettrice: per quanto riguarda la letteratura classica, ho letto solo l’appassionante Apologia di Socrate di Platone, la romantica favola di Amore e Psiche di Apuleio (bada bene, non le metamorfosi complete, solo la storia dei due innamorati), le dolci Poesie di Saffo e alcuni esilaranti capitoli del Satyricon di Petronio, dell’eroica Eneide di Virgilio, dell’Iliade e dell’Odissea di Omero. Poche opere, fruite con la superficialità dell’inesperienza e rigorosamente nella traduzione in italiano, accomunate dal carattere narrativo o poetico, fatta eccezione per l’opera di Platone. Cicerone è troppo razionale per i miei gusti, troppo concreto e soprattutto costruisce dei periodi maledettamente lunghi. Lo studio sulle tue pagine, se devo essere sincera, cara prima edizione, non è stato dei più graditi.

Tuttavia qualcosa nelle chiarezza e nell’eleganza della traduzione mi ha convinto che eri un libello per palati fini, un piccolo tesoro prezioso da sfogliare con passione, anziché da sciare a marcire su uno scaffale. Avrei potuto portarti in discarica, ma è un peccato buttare via i libri antichi, stampati nel lontano 1954, con quel gradevole odore di carta più soave del profumo del pane appena sfornato. Sono una feticista dei libri, soprattutto dei libri con una storia alle spalle. Decisi che le tue pagine ingiallite e profumate meritavano di sopravvivere ancora per qualche decennio, di essere consegnate ad una mente meritevole, in grado di apprezzare appieno il tuo valore di tesoro dell’oratoria romana. Martina sarebbe stata perfetta nel ruolo di tua nuova proprietaria: appassionata di latino, amante della filologia, cultrice dell’arte e del bello. Decisi che sarebbe stata la tua futura mammina.

Puoi immaginare il mio stupore quando Martina esclamò con la sua aria entusiasta ed innocente: <Ma è una prima edizione della Bur!> Come diamine avevo fatto a non accorgermi che eri una prima edizione della Bur? Eppure ho studiato la tua collana con la Prof.sa Braida e il Prof. Cadioli. A mia discolpa posso affermare che non avevo mai visto una copertina della Bur neppure in foto, e tu avevi il romantico aspetto di un libretto tascabile un po’ sgualcito, non dissimile da quello di molti altri libri d’annata che mi ha regalato mio nonno. Subito ebbi l’istinto di richiedere il libro indietro, ma poi riflettei: io non avevo le competenze di apprezzare una traduzione dal latino, Martina invece sì. Un libro non merita di fare polvere su uno scaffale, deve essere sfogliato ed accudito, protetto e amato, affinché trasmetta il proprio sapere e non sia un mero soprammobile. Martina ne avrebbe fatto un miglior uso di me.

Se poi vorrà collezionare il resto della collana, l’esiguo valore dell’insieme dei volumi aumenterà fino a 3000€. Questo lo so, cara prima edizione, perché ho svolto una piccola ricerca su di te, così come so che le tue pagine sono patrimonio dell’UNESCO.

Sono orgogliosa di averti posseduto, ma ora è giunto il momento che tu trovi la tua strada. Sono altrettanto orgogliosa di essere stata generosa e di aver fatto un regalo gradito ad un’amica.

Morgan e Dori Ghezzi cantano De Andrè a Lentate sul Seveso: una delusione.

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Sabato 21 settembre 2019 Lentate sul Seveso ha accolto Dori Ghezzi e Morgan, che hanno cantato le canzoni di De Andrè. Dori è originaria di Lentate ed è stato molto emozionante sentirla cantare i brani di suo marito nel paese natale, Morgan invece è Monzese e ha collaborato alla radio per diffondere le perle del cantautore genovese.

Sarebbe potuta essere una splendida serata, peccato che Morgan non si era preparato adeguatamente e non conosceva i testi delle canzoni: ha interrotto Carlo Martello in un grande imbarazzo generale, sostenendo di averla suonata in pubblico per la prima volta, successivamente è giunto alla conclusione di Bocca di Rosa a stento, facendosi aiutare da una professionale ma delusa Dori Ghezzi. E’ inaccettabile che un musicista di fama nazionale non riesca a concludere una canzone, soprattutto perché il Comune di Lentate sul Seveso lo avrà pagato profumatamente con i soldi dei contribuenti, facendo a sua volta una brutta figura con i cittadini. Come può una persona che diffonde la musica di De Andrè alla radio non sapere i testi?

La voce profonda di Morgan avrebbe interpretato benissimo i testi di De Andrè, il tono diventato rabbioso ha saputo emozionare soprattutto sulle note conclusive di Un giudice; anche l’accompagnamento al pianoforte era molto gradevole, quando Morgan si ricordava gli accordi. La voce di Dori Ghezzi invece era incrinata dall’età, ma sempre dolcissima e melodiosa. La bellissima cantautrice sfida il trascorrere del tempo con la sua bellezza, un portamento regale e un look molto curato.

Un altro aspetto negativo del concerto è stata la durata: è infatti iniziato in ritardo perché Dori Ghezzi ha voluto visitare la chiesa e si è concluso dopo appena un’ora, alle otto di sera. I posti a sedere inoltre erano esigui considerato il numero dei presenti e la gestione degli spazi inadeguata.

Il concerto è stato aperto da un gruppo piuttosto noioso che ha cantato due canzoni dei tempi andati, ballate magistralmente da due ragazze della scuola di danza di Lentate, danzatrici amatoriale ma appassionate d’arte. Le canzoni cantate da Morgan sono state poche non solo per la scarsa durata del concerto, ma soprattutto perché la maggior parte del tempo è trascorsa in una conversazione tra i due cantanti e la presentatrice. Dori ha cantato poco probabilmente a causa dell’età, ma ha piacevolmente intrattenuto il pubblico.

Le aspettative per questo spettacolo erano elevate per la notorietà degli ospiti presenti, purtroppo Morgan ha rovinato il concerto comportandosi con scarsa professionalità. Spero che il pubblico italiano riesca a cogliere questo aspetto del musicista monzese andando oltre le sue carismatiche comparse a X Factor: un vero artista deve dare il massimo anche durante gli spettacoli di paese, non soltanto in televisione.