Giacomo Lilliù ci racconta i dolori della classe disagiata

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Teoria della classe disagiata - crowdfunding(foto di Giacomo Alessandrini)

Teoria della classe disagiata è uno spettacolo tratto dall’omonimo saggio di Raffaele Alberto Ventura, che racconta le difficoltà dell’attuale borghesia. Il cast è formato da giovanissimi: Giacomo Lilliù, attore e regista, calca il palcoscenico con Matteo Principi. La drammaturgia invece è opera di un’artista con maggiore esperienza, Sonia Antinori; l’opera è stata realizzata dal Collettivo Ønar, produzione MALTE. E’ in corso un crowd founding per aiutare la compagnia nei costi di produzione, i più generosi potranno offrire una piccola donazione entro il 18 febbraio.

Abbiamo intervistato il regista e attore Giacomo Lilliù, il quale ha voluto raccontarci i retroscena di questo promettente spettacolo che uscirà prossimamente nei teatri italiani ed è ancora in fase di realizzazione. Giacomo è giovane, ma argomenta con la professionalità di un attore più anziano.

Ciao Giacomo, vuoi raccontarci brevemente qualcosa di te?

Certamente. Ho 26 anni, sono nato nel 1992. Nel 2010 ho terminato la Scuola Biennale del Teatro Stabile delle Marche, mentre nel 2013 mi sono diplomato al LAMDA di Londra. Nel 2014 sono entrato nella compagnia MALTE, diretta da Sonia Antinori e nel 2015 ho fondato il Collettivo Ønar, per cui curo la progettualità e le regie teatrali.

Com’è nata l’idea dello spettacolo?

Il progetto è nato più di un anno fa, per partecipare ad un bando della Corte Ospitale, uscito nell’autunno 2017, che si chiamava Forever Young, rivolto a nove drammaturgie originali. Io e Sonia Antinori abbiamo deciso di fare qualcosa che coinvolgesse entrambi, perché sino ad allora io avevo diretto opere scritte da Sonia, ma non avevamo mai collaborato testa a testa in un progetto. Sonia è più grande ed è un artista a tutto tondo, infatti è una regista, autrice, attrice e drammaturga che ha vinto diversi premi prestigiosi.

Raccontaci il percorso di questo progetto teatrale: premi, riconoscimenti, scadenze …

Nell’autunno 2017 siamo arrivati ottavi su più di cento al bando della Corte Ospitale Forever Young, purtroppo però vincevano i primi sei classificati. Nonostante ciò, l’ottimo risultato ci ha incoraggiato. Abbiamo partecipato alla Borsa Teatrale Anna Pancirolli e siamo arrivati in finale, ottenendo così la possibilità di allestire due studi. Dal 1 dicembre al 18 febbraio è in corso un crowd founding per contribuire ai fondi di produzione. Un obiettivo molto importante per noi è il 13 aprile, saremo infatti in residenza artistica presso la Chiesa dell’Annunziata di Pesaro nell’ambito della rassegna TeatrOltre di AMAT. L’evento si concluderà con un primo studio della versione integrale dello spettacolo, dopo i due studi parziali di venti minuti presentati rispettivamente alla semifinale e alla finale della Borsa Pancirolli.

L’opera teatrale è stata tratta di un saggio. Vorresti parlarcene e approfondire il rapporto tra lo scritto di Raffaele Alberto Ventura e il vostro spettacolo?

Il libro è molto interessante, analizza a fondo le varie tematiche che affronta ed ha stimolato tra noi un certo botta e risposta. Non sempre sono d’accordo con quanto ha scritto l’autore, ma mi sono sempre sentito chiamato in causa, perciò ho pensato che forse anche altri potrebbero appassionarsi ai vari argomenti del saggio. Abbiamo deciso di realizzare uno spettacolo per interrogare la collettività su quelle che riteniamo essere domande molto urgenti da porsi e per chiedere al nostro pubblico quali sono le problematiche da risolvere.

Per trasformare un saggio in uno spettacolo ci siamo affidati alla saggezza di Sonia, che ha affrontato esperienze teatrali disparate. Siccome abbiamo scelto di adattare un saggio anziché un romanzo, i problemi sono molteplici. Ci siamo domandati spesso quale potesse essere la chiave per traslare il testo scritto sul palcoscenico. Avremmo potuto affidare alcuni brani ai vari personaggi, creando dei monologhi, oppure creare una trama seguendo l’andamento del saggio, tuttavia nessuna di queste soluzioni ci soddisfava appieno perché il saggista ha inserito nell’opera diversi collegamenti con la letteratura. Raffaele Alberto Ventura infatti legge l’economia come se fosse letteratura e la letteratura come se fosse economia creando un’originale ibridazione dei linguaggi. La soluzione che abbiamo preferito è la creazione di improvvisazioni sui temi trattati nel saggio. Il disagio della classe sociale di cui parliamo riguarda anche me e il mio collega Matteo Principi, un brillante regista e attore mio coetaneo. Il messaggio dell’opera ci tocca nel profondo perché anche noi facciamo parte della classe disagiata.

Raccontaci delle vostre improvvisazioni …

Il nostro metodo è molto semplice. Ci troviamo in sala prove con Sonia e improvvisiamo, oppure registriamo delle scene per lei. Tali improvvisazioni sono realizzate sulla base di immagini tratte dal saggio e consentono di creare altre immagini o dialoghi. In una fase successiva Sonia esamina e organizza il materiale per tessere la drammaturgia. Nel corso dello spettacolo esaminiamo la classe disagiata e la superficialità nei rapporti e la dissimulazione che la caratterizzano, successivamente affrontiamo la Belle Epoque, quanto i sogni della classe disagiata sembravano realizzabili. I riferimenti letterari sono molto importanti.

Ma qual è la classe disagiata protagonista del saggio e dello spettacolo?

Il saggio di Raffaele Alberto Ventura si ricollega ad un’altra opera importante, pubblicata alla fine del XIX secolo: Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen. In questo saggio si teorizzano le caratteristiche di una classe media benestante, ossessionata dal dimostrare di essere privilegiata rispetto al resto della popolazione. Per affermare la propria superiorità, la borghesia si circonda di beni condizionali, che sarebbero per esempio oggetti o abitudini di lusso come le pellicce, lo studio del latino o andare a teatro. Questa classe agiata ha tentato di mantenere nel corso del tempo le proprie abitudini culturali, radicate ed essenziali per definire la propria identità e mostrarsi al di sopra degli altri. Nel frattempo, con l’affermazione del capitalismo e l’evolversi della situazione economica, la borghesia si è impoverita e, secondo Raffaele Alberto Ventura, è diventata una classe disagiata: per esibire uno status che non le appartiene più, erode il proprio patrimonio. Io e Matteo Principi siamo attori della classe disagiata: il teatro è in crisi perciò noi artisti viviamo una situazione di forte disagio. . Le compagnie spuntano come funghi per accaparrarsi premi risibili, promessi da innumerevoli bandi. Noi vogliamo comprendere come agisce dentro di noi questo disagio.

Affermate di citare Shakespeare, Goldoni, Cechov, Molière… In che modo tali autori vi hanno influenzato?

Inserire citazioni così numerose e varie avrebbe potuto essere pericoloso, in quanto si rischiava di creare un “patchwork”, una greatest hits delle pagine della letteratura. La giustapposizione di citazioni crea tuttavia dei corto circuiti interessanti che sono un vantaggio per la creazione e la tonalità della scena, senza banalizzare citazioni illustri. Abbiamo creato collegamenti sorprendenti tra questi autori.

Da chi è composto il vostro pubblici ideale?

Si corre il rischio di rivolgerci solo a coloro che hanno letto il libro, ne abbiamo parlato molto anche con Sonia. Emerge inoltre un discorso generazionale sui Millenial anziché sulla generazione precedente. La discussione continua su Internet e sul nostro Blog, in quanto sono temi ancora caldi e in evoluzione. Gli universitari e i giovani troveranno molto interessante il nostro spettacolo, ma vorremmo fare un passo ulteriore, poiché la classe disagiata riguarda tutti. Sonia per fortuna porta il punto di vista di un’altra generazione, quindi il nostro discorso si amplia.

Mi racconti un aneddoto legato alla realizzazione dello spettacolo?

Ci sarebbero molti aneddoti relativi a ciò che accade in sala prove che potrei raccontarti. Noi lavoriamo anche sugli episodi che riguardano amici e parenti, per esempio Matteo ci ha parlato di una persona che conosceva che ha provato a lavorare in Australia, ma poi è ritornato in Italia. Le situazioni che raccontiamo sono macabre e grottesche, l’intero spettacolo si può definire infatti con tali aggettivi. Ma si tratta di una ricchezza, in quanto l’arte nasce dalla crisi.

Un altro episodio riguarda il crowd founding poiché è sempre interessante osservare la reazione del pubblico sui social. Un commento in particolare ci ha fatto riflettere: una donna ha affermato che un’analisi come la nostra non dovrebbe essere effettuata sulla borghesia, per quanto questa classe sia disagiata, poichè tale classe sociale vuole sentirsi protagonista. Secondo la signora, questi sono temi da proletari. Il movimento nato intorno al crowd founding è molto stimolante.

In che modo secondo te il teatro stimola il dibattito sulla società attuale?

Il pubblico di uno spettacolo teatrale è un’assemblea poiché il teatro consiste in una chiamata ad un evento. Possiamo paragonare il teatro alle elezioni: si può partecipare o restarsene a casa, ma si è stati comunque chiamati in causa perché sul palco recitano persone che vorrebbero che ciascuno partecipasse ed esprimesse una propria opinione. Si ha sempre a che fare con un pubblico da non dare per scontato, una platea composta da storie singolari da mettere a nudo. Nell’era di Netflix non è più necessario darsi appuntamento per assistere ad uno spettacolo e ciascuno può scegliere ciò che gli interessa, ma il teatro esiste ancora perché il pubblico scommette su ciò che reputa interessante, prima ancora di conoscere l’opera. Lo spettatore si affida a persone fisiche che recitano davanti a lui, il cuore dell’attore batte sul palco. Fortunatamente esiste ancora un pubblico disposto ad ascoltarci.

Qual é in breve il messaggio dello spettacolo?

Una citazione tratta dal saggio, il nostro breviario, riassume il vero messaggio dello spettacolo. “La classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare.

Se lo spettacolo non fosse un’opera teatrale, in quale forma d’arte lo trasformeresti?

Molte persone che lavorano a questo progetto affermano scherzosamente di voler trasformare lo spettacolo in una serie web. Sicuramente per il nostro progetto sarebbe un salto mortale… Ma quando si scherza a volte si parla anche di un’esigenza reale.

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Afroamericani nelle prigioni USA: dati allarmanti.

Articolo pubblicato da Lo Sbuffo.

In seguito alla visione del documentario 13th, di cui vi abbiamo parlato QUI, abbiamo scoperto che le prigioni americane sono occupate prevalentemente da neri e, in secondo luogo, da latini. Siccome noi de Lo Sbuffo non ci accontentiamo dei documentari di Netflix quando si tratta di affrontare tematiche gravi, abbiamo deciso di effettuare una ricerca sulle statistiche americane per approfondire la questione. È interessante notare come i dati cambino radicalmente a seconda delle fonti che abbiamo consultato: i siti governativi trattano l’argomento in maniera differente rispetto alle pagine private, anche i risultati sono diversi.

Il primo sito che abbiamo consultato è http://www.bop.gov, il portale delle prigioni federali americane, che enumera dati senza rielaborarli al fine di trarre conclusioni. Le statistiche riguardanti l’etnia dei carcerati sembrano rassicuranti: 58,2% bianchi, 38,1% afroamericani, 1,5% asiatici e 2,3% nativi americani. La disparità tra neri e bianchi non sembra eccessiva e i caucasici addirittura sarebbero in maggioranza, possibile dunque che gli autori del documentario siano dei bugiardi? Abbiamo deciso allora di confrontare i dati con la composizione della popolazione americana generale del 2013 e abbiamo scoperto risultati interessanti: il 77% della popolazione è bianca, soltanto il 12,9% è nera, il 4,6% è asiatica e l’1% amerindia. Se la popolazione carceraria non fosse influenzata dall’etnia, le statistiche riportate dal sito delle prigioni federali e quelle relative alle etnie dell’America intera sarebbero all’incirca simili, invece il numero dei neri è sproporzionato e, nella sua modesta percentuale, anche quello degli amerindi. Non bisogna stupirsi se i bianchi sono in maggioranza anche in prigione, se costituiscono la percentuale più alta della popolazione totale, ciò che conta è che il numero dei neri salga vertiginosamente dietro le sbarre. Le statistiche di bop.gov non sono inesatte, ma non raccontano una problematica importante. Il sito presenta informazioni di difficile interpretazione anche per quanto riguarda l’etnia: il diagramma a torta racconta che gli ispanici sono il 32,2%, mentre tutti gli altri, raggruppati in un unico minestrone di etnie, sono il 67,8%. Il sito non presenta alcun commento ai semplici dati statistici, pertanto non è possibile comprendere il significato di questo grafico senza un’analisi approfondita. La componente ispanica della popolazione carceraria è, tuttavia, quasi la totalità dei detenuti bianchi. Su un dato il documentario e il sito web concordano: la maggior parte dei detenuti sono in carcere per droga, esattamente il 46%.

Il documentario lamenta inoltre un sovrappopolamento delle prigioni in costante aumento da decenni. Abbiamo indagato su http://www.bjs.gov, un altro sito governativo relativo alla giustizia, scoprendo informazioni rassicuranti. Nel 2016, il numero dei carcerati adulti americani è diminuito per il nono anno consecutivo, inoltre dal 2007 al 2016, la porzione di detenuti adulti è calata del 18%, da 3,210 a 2,640 per 100 000 adulti residenti. La percentuale della medesima categoria di persone è nel 2016 la più bassa dal 1993 e il tasso di incarcerazioni è diminuito dal 2009, attualmente è il più basso dal 1996. Sembrerebbe dunque che la situazione stia migliorando ma, per sapere se la percentuale di carcerati è allarmante, dovremmo analizzare il rapporto tra popolazione carceraria e popolazione totale, confrontandolo con quello di un’altra nazione, approfittandone per indagare se le strutture in cui i carcerati sono accolti sono adeguate per ospitare un tale numero di persone. In Italia, ogni 100 000 persone, 98 individui hanno perso la libertà per aver commesso un crimine. Il paragone per gli USA è allarmante nonostante la decrescita.

I valori che abbiamo riportato sono meri dati statistici, dati numerici non ancora sottoposti ad alcuna analisi. Una rapida ricerca online ci permette di scoprire il punto di vista di chi ha elaborato i dati al posto nostro; la versione di molti siti web ha confermato le tesi del documentario. Il primo sito è http://www.prisonpolicy.org, il quale mostra dati statistici che rivelano la problematicità dell’eccessivo numero di neri nelle carceri, prendendo in considerazione sia le prigioni locali sia quelle federali. Un grafico riporta il numero di persone incarcerate per razza ogni 100 000 persone della categoria in esame nel 2010: 2207 neri, 966 latini, 380 bianchi. Questi valori però riguardano non solo le prigioni federali, ma anche quelle locali, in cui sono rinchiuse persone di un ceto sociale più basso perché, per commettere un reato contro una legge federale, generalmente servono potere e ricchezza (questa condizione non è comunque necessaria: chi valica il confine messicano in modo illegale è tendenzialmente in condizioni precarie). L’organizzazione no profit proprietaria del sito combatte contro l’apocalittico scenario dipinto dal documentario, proponendo un grafico che fornisce un’interpretazione della realtà, anziché dati non sottoposti ad alcuna analisi.

Theguardian.com ha i mezzi e le conoscenze per svolgere una ricerca dettagliata ed esaustiva. Se il documentario si concentra sulla storia americana, il giornale online propone dati statistici rielaborati efficacemente in un articolo del 2016. Nelle prigioni statali americane, per ogni bianco ci sono 5,1 neri e in alcuni stati il rapporto sale a 10. Il New Jersey è il peggiore della classe, con 12,2 neri per una persona bianca nelle sue prigioni, seguito da Wisconsin, Iowa, Minnesota e Vermont. Il giornale confronta le statistiche della prigione con quelle della popolazione totale per quanto riguarda Oklahoma (confermando che il ragionamento da noi svolto per quanto riguarda il sito delle prigioni federali è corretto): in tale stato troviamo il maggior numero di afroamericani incarcerati, 2625 per 100 000 residenti, tenendo presente che la nazione è popolata per il 7,7% da neri. In generale, un afroamericano su dieci è stato in prigione. I dati relativi ai latini sono più difficili da calcolare e sono probabilmente sottostimati: il rapporto degli ispanici rispetto ai bianchi è di 1,4 a 1.

Dalle analisi statistiche possiamo trarre come conclusione che le carceri federali hanno una composizione leggermente diversa rispetto a quelle locali, dominate dai neri, e che la popolazione afroamericana è sottoposta a carcerazioni talmente frequenti da poter parlare di violazione dei diritti umani. I siti governativi forniscono semplicemente i dati rilevati con i censimenti, lasciando ai privati il compito di rielaborare i valori per trarre delle conclusioni.

“Il misantropo” di Molière al Carcano

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo

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Dal 13 al 23 dicembre il teatro Carcano di Milano ospita il Misantropo di Molière, una rilettura del capolavoro del genio francese in chiave moderna e irriverente.

La trama del Misantropo è la stessa che debuttò nel 1666 con Molière in scena: Alceste, un uomo che non sopporta le ipocrisie sociali della corte del re di Francia, si innamora perdutamente di una donna che ha fatto di tali falsità la sua ragione di vita. La versione italiana di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti è stata invece reinterpretata in chiave moderna, infatti i personaggi indossano abiti attuali coloratissimi e tendenti al kitch e la traduzione si è concessa qualche libertà, come espressioni moderne (per esempio, togliere dalla rubrica il nome di qualcuno) e parolacce che trasformano i dialoghi in turpiloqui, che abbassano il registro rispetto al testo scritto da Molière. La traduzione dal francese ha inoltre perso le rime, che conferivano al testo una certa poeticità. Unici riferimenti alla società del Re Sole, una canzone cantata in francese, un breve intermezzo al clavicembalo e l’immagine in negativo di un quadro che troneggia sullo sfondo, raffigurante una scena classica: nonostante tali omaggi al passato, la vicenda non è ambientata nella reggia francese, ma ai giorni nostri. Si nomina persino il Presidente della Repubblica, istituzione che chiaramente Molière non avrebbe mai potuto menzionare nelle proprie opere.

Così come Molière recitava le proprie commedie e in particolare il ruolo di Alceste, anche il traduttore e regista Valter Malosti ha indossato i panni del Misantropo. La recitazione degli attori è molto fisica, la gestualità è stata importante soprattutto in alcune scene, come quella che vede come protagonisti i marchesi o quella del flash back in cui Malosti è stato “utilizzato” sul palco dagli altri attori come una marionetta. L’età degli attori era molto eterogenea: Oronte, Alceste e Filinte, che in questa versione non è amico del protagonista ma solo un suo dipendente, sono i più anziani, mentre le ragazze e i due marchesi, trasformati dagli autori in due bellimbusti superficiali, sono molto più giovani; sono del tutto assenti i personaggi minori, come i servitori e la guardia. E’ doveroso ricordare che sono state molto significative anche alcune scene cantate.

Lo scenografo Gregorio Zurla ha realizzato un palco sul palcoscenico per gli attori, ai lati delle sedie sulle quali gli attori attendevano di entrare in scena; tale elemento metateatrale sottolinea l’importanza del tema del teatro nella commedia in quanto la società descritta da Molière può essere paragonata ad una recita, inoltre il personaggio del misantropo si occupa proprio di teatro. Le quinte sono state sostituite da una tenda a frange e sullo sfondo spicca il quadro in negativo già citato: l’immagine classica evoca il passato mentre i colori in negativo la modernità.

L’ambientazione moderna, come dichiarato dagli autori, voleva ricordare l’attualità dei temi trattati in quanto anche oggi in società siamo chiamati ad essere falsi e ruffiani, inoltre la complessità del personaggio del misantropo è tipica del teatro novecentesco. Il povero Alceste è infatti sincero al punto da cacciarsi in situazioni scomode non per stupidità, ma perché persegue i propri ideali, inoltre è un artista molto apprezzato. Gli autori dello spettacolo hanno voluto aggiungere un’interpretazione ulteriore al personaggio, trasformandolo in un amante possessivo, geloso e a tratti violento, che commette tali torti nei confronti della propria amata pur essendo consapevole di avere un atteggiamento sbagliato.

Il testo originale è stato stravolto anche per l’aggiunta della tematica della sessualità: Celimene non solo è ambita dai cortigiani, ma si concede a tutti, inoltre lei e Alceste sono in scena molto intimi, anche se non sono previste scene di nudo come è ultimamente in voga nel teatro sperimentale. Gli autori hanno voluto inoltre introdurre una citazione iniziale del Don Giovanni, infatti l’opera si apre con il misantropo che prova una scena di quest’altra grande opera di Molière. Il donnaiolo spagnolo, con la sua superficiale sete di fanciulle e l’amore per la vita di mondo, si contrappone alla figura del misantropo, anche se entrambi sono dotati di grande vitalità e forza di volontà. La censura che il Don Giovanni ha subito è stata una delle cause del disagio che ha spinto Molière a scrivere il Misantropo, oltre alla censura del Tartuffo, la depressione e l’abbandono della moglie. E’ interessante notare come una situazione di difficoltà possa indurre un uomo a scrivere il proprio capolavoro, un’opera dotata di meno comicità rispetto alle commedie dell’autore ma estremamente profonda.

Il sessismo ad Hollywook

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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E’ difficile parlare di sessismo sul grande schermo, Internet abbonda di pareri contrastanti e così numerosi che è difficile trarre delle conclusioni, ma indubbiamente Hollywood discrimina le donne.

Nell’ormai lontano 1985 la fumettista Allison Bechdel realizzò una tavola per denunciare il sessismo nel cinema, creando il celeberrimo Bechdel Test. Per misurare la presenza e l’importanza delle donne nei film, bisogna porsi tre semplici domande. Ci sono almeno due donne con ruoli importanti nel film? Le due donne parlano tra loro? Conversano su qualcosa che non riguardi un uomo? Se si può rispondere affermativamente a tutte e tre le domande, allora il film non è sessista. Molte delle pellicole più amate nella storia del cinema non superano il test, tra queste citiamo Harry Potter, Star Wars, Pulp Fiction; il principale film ad aver passato l’esame negli anni Ottanta è Alien, ma ultimamente sono comparsi anche dei grandi successi come The Hunger Games, The Iron Lady, Frozen e Savages.

Non tutti ritengono che il test sia valido, per esempio il critico cinematografico svedese Hynek Pallas lo giudica inutile e fazioso: “Ci sono fin troppi film che passano il Bechdel Test e non aiutano affatto la società ad essere migliore o più paritaria e altrettanti film che non lo passano ma sono meravigliosi su tanti altri fronti”. E come classificare le opere come Gravity? La trama prevede che un uomo e una donna nuotino soli nello spazio, non è possibile sottoporre il film al test. Infine i film storici, in cui la donna tenderà a ricoprire un ruolo subalterno perché nell’epoca dei fatti sarebbe stata effettivamente discriminata, non supererebbero l’esame.

Un altro criterio per giudicare l’importanza delle donne al cinema è misurare il numero di battute riservate ai personaggi appartenenti a tale genere. La Disney ha avuto un andamento altalenante: Biancaneve prevede un perfetto equilibrio di battute tra i due sessi, ma in Aladin, capolavoro più recente, la bella Jasmin pronuncia solo il 10 percento delle battute; con Brave si è verificato un recupero perché la protagonista ha il 75 percento delle battute. Forse tale criterio non è affidabile.

Secondo un altro metro, si dovrebbero prendere in considerazione le tipologie di complimenti che i personaggi femminili ricevono. Per quanto riguarda la Disney, i primi lungometraggi prevedevano apprezzamenti solo sull’aspetto fisico per le fanciulle, durante il Rinascimento Disney invece sono aumentate le critiche positive sulle capacità e le azioni delle principesse. Nelle ultime pellicole gli stereotipi femminili vengono ribaltati, pertanto le protagoniste sono apprezzate anche per qualità non tipicamente femminili. Sicuramente nel corso degli anni c’è stato un miglioramento da questo punto di vista.

Per quanto riguarda le aspettative di carriera per una donna nel mondo del cinema, Hollywood è sessista: dal 1960 al 2012, solo 4 film con una protagonista donna e prospettiva femminile hanno vinto l’Oscar, la prima regista a vincere il riconoscimento ha inoltre ritirato la statuetta nel 2009, mentre sino al 2012 le registe nominate all’ambito premio sono quattro. Andando al cinema, si incontreranno più film con protagonisti maschili e nel 2012 solo il 16% dei protagonisti sono donne tra tutti i lungometraggi realizzati. I film con protagonisti maschili non solo sono maggiori di numero, ma sono anche più celebrati dagli ascolti e dalla critica e presto scopriremo insieme il motivo. Ma proseguiamo con i numeri: nel 2012 i votanti all’Academy hanno 62 anni d’età media, sono per il 94% bianchi e uomini per il 77%; nello stesso anno il 98% dei film candidati all’Oscar sono stati diretti da uomini, l’84% sono stati scritti da uomini e il 70% hanno un maschio come protagonista. Purtroppo le donne non hanno problemi ad identificarsi in un protagonista maschio, mentre gli uomini farebbero fatica ad appassionarsi alle avventure di un’eroina, secondo una credenza diffusa: per questo motivo Hollywood, affezionato al pubblico maschile, predilige personaggi e artisti uomini.

Anche quando si parla di donne protagoniste, le fanciulle in questione sono sempre giovani, magre, attraenti e, soprattutto, bianche. Negli anni Novanta c’è stato un leggero aumento di donne protagoniste e soprattutto di attrici non caucasiche, ma la percentuale è scesa nel decennio successivo. Queste donne protagoniste sono le regine incontrastate dei film Chick-Flick, un termine denigratorio che indica tutte quelle pellicole rivolte ad un pubblico femminile che trattano temi molto romantici e zuccherosi. Fortunatamente, oggi giorno molte di tali opere sono diventate inguardabili e vengono considerate il trionfo degli stereotipi. Le eroine di tali film sono, per esempio, la manager autoritaria e esigente che ha consacrato la propria vita al successo, che eventualmente rinuncerà alla carriera per l’amore, oppure la sciatta che si trasforma in una prima donna affascinante e bellissima, ma fa innamorare il proprio uomo per le proprie qualità interiori.

Le storie d’amore sono commedie melense e banali: due persone che si odiano ma finiscono per amarsi, si frequentano per scommessa per poi trasformarsi in una coppia stabile, qualcuno che finge di essere diverso comprendendo solo dopo che il segreto del successo è essere se stessi, oppure lei muore, ma sacrificandosi cambia in meglio l’uomo che ama. Naturalmente non tutti i film del genere sono spazzatura: Harry ti ripresento Sally è un capolavoro, Thelma & Louise è addirittura un lungometraggio femminista; purtroppo la maggior parte di tali opere sono assolutamente stereotipate e prive di spessore. Il problema non è l’esistenza in sé di film appartenenti a tale categoria, purtroppo però le donne compaiono solamente in tale genere, come se a loro interessasse solo trovare l’amore.

Ci sarebbero poi le protagoniste degli action movie, da Kill Bill a Tomb Raider o Wonder Woman, ma si tratta di prodotti rivolti ad un pubblico maschile, perché la donna bellissima che interpreta tali ruoli è fortemente sessualizzata. Per quale motivo una donna sentirebbe il bisogno di indossare completini sexy in una situazione in cui ci si deve sporcare le mani come un combattimento?

“La bella addormentata” al Carcano

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

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Il Teatro Carcano di Milano a Capodanno ha ospitato La bella addormentata, ispirata al racconto di Gian Battista Basile e musicata da Cajkovskij. Il regista e coreografo è Fredy Franzutti del Balletto del Sud, che ha voluto raccontare la fiaba preferita della sua infanzia ambientandola nelle sue terre, al Sud, all’epoca di sua madre e dei suoi nonni.

Questa favola infatti non è ambientata in un fiabesco periodo senza tempo come tutti i racconti per bambini, ma ha una collocazione spazio temporale ben precisa: Salento, Seconda guerra mondiale. La favola originale è stata stravolta e modernizzata, ma le innovazioni rispettano la musica originale di Cajkovskij e i punti cruciali del racconto.
Volendo essere precisi, non ci sono riferimenti alla guerra nel primo atto, tuttavia la famiglia in cui nasce la piccola Aurora non ha sangue nobile, suo padre è semplicemente un uomo molto potente vestito alla moda degli anni Quaranta. La casa è affollata di donne per la nascita della piccola, tutte rigorosamente vestite di nero secondo le usanze del Sud. Si tratta di una scelta un po’ forzata e non particolarmente apprezzata dal pubblico perché gli spettatori del balletto classico sono abituati ad abiti colorati e sfarzosi, non stracci miseri e scuri. La protesi che avrebbe dovuto simulare la gravidanza della madre era inoltre troppo morbida e poco realistica, ma probabilmente è stata realizzata in questo modo per assecondare i movimenti della ballerina.

In occasione del battesimo, compare un simpatico pretino e due chierichetti che evocano la religiosità del Salento. Le tre fatine presenti nel lungometraggio della Disney sono state sostituite da una zingara vestita in rosa e lilla, i cui movimenti hanno incantato il pubblico. I riti meridionali relativi al battesimo prevedono infatti delle tradizioni pagane per augurare gioia e prosperità al neonato e la zingara sarebbe la sacerdotessa di tale profano rito. Purtroppo la famiglia di Aurora si è dimenticata di invitare la maga ufficiale del paese, che si reca a palazzo infuriata per lanciare il celebre maleficio. La strega, una vecchia ingobbita, viene scacciata dalla zingara.

Nel primo atto, Aurora compie sedici anni durante gli anni Cinquanta e gioca allegramente con i suoi amici a ruba bandiera in giardino, alla presenza dei genitori. Gli sguardi dei giovanotti sono tutti per lei e, su iniziativa del padre, compare una sfera stroboscopica e iniziano le danze tipiche di una discoteca, anche se i ballerini non rinunciano ai passi sulle punte. Si tratta di una soluzione originale e inaspettata, che consente al coreografo di abbattere i limiti della danza classica e di evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Ad un certo punto, giunge una figura travestita che porge ad Aurora un pacco dono; la fanciulla lo apre ed estrae, anziché un fuso, una tarantola, animale che tesse e può pungere, inoltre appartiene alla fauna del sud. La misteriosa venuta è in verità la strega, che ora indossa tacchi, un lungo vestito lilla e una parrucca biondo platino. Il ballerino che la interpreta è in verità un uomo, che si muove come una donna goffa che vorrebbe essere aggraziata, ma invano. Il personaggio non risulta spaventoso ma simpatico e, a tratti, persino comico. La giovane cade preda di un sonno profondo simile alla morte, ma fortunatamente giunge la zingara lilla che pronuncia la famosa profezia per salvarla.

Nel secondo atto la villa e i suoi abitanti vengono immobilizzati da un sonno senza sogni per cinquant’anni. Studiosi e antropologi di tutto il mondo si recano nel Salento per studiarne le tradizioni e cercare la villa in cui giace la Bella Addormentata. Anziché un principe, giunge l’antropologo Ernesto, vestito di beige come un esploratore. Lo studioso si perde nel bosco alla ricerca della villa, ma fortunatamente incontra la zingara, che gli consiglia di inseguire degli uccellini blu come il mare. I due animali sono interpretati da un maschio e una femmina, vestiti con tutù tradizionali blu elettrico, forse i costumi più belli dell’intera rappresentazione. I loro passi pimpanti ed energici sono vivaci proprio come lo zampettio di due uccellini. Ernesto incontra la strega ma la sconfigge senza difficoltà, poi finalmente bacia la sua amata, risvegliandola.

Il terzo ed ultimo atto è dedicato al matrimonio; la trama è praticamente inesistente e compaiono semplicemente i festeggiamenti, in cui i personaggi, strega con boa rosso compresa, si abbandonano a balli di gruppo con movenze tipiche delle grandi feste o dei villaggi turistici, ma senza rinunciare alla grazia del balletto classico.

Purtroppo la musica è registrata e i costumi si potrebbero definire troppo poco elaborati, ma le coreografie sono incantevoli e inusuali in quanto fondono la tradizione della musica classica con la vitalità dei passi di danza moderni, pur senza rinunciare alle punte. Le coreografie sono spartane: un fondale e delle quinte in bianco e nero, forse per evocare le antiche fotografie del primo Novecento, decorate con immagini che ricordano i cartoni animati, ricollegandosi al tema delle fiabe per bambini.

“Suffragette”, la lotta per i diritti civili delle donne.

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Suffragette

Suffragette è un film del 2015 della regista Sarah Gavron e della sceneggiatrice Abi Morgan, che racconta la lotta delle donne per il diritto di voto nei primi anni del Novecento. Il tema principale sono naturalmente i diritti civili delle donne, ma vengono trattati anche argomenti altrettanto importanti come il lavoro minorile, i diritti dei carcerati, dei lavoratori e quelli dei manifestanti. Alcune scene del film sono state girate nel Palazzo di Westminster, sede del Parlamento del Regno Unito.

La vicenda è ambientata a Londra nel 1912, la protagonista è Maud Watts (Carey Mulligan) che lavora in una lavanderia da quando aveva sette anni in condizioni di sfruttamento, abuso e rischio per la salute. Dipingendo un ritratto della situazione dei lavoratori nelle lavanderie londinesi e la giovanissima età di alcune dipendenti, il film parla dei diritti dei lavoratori e dei bambini. Nonostante la povertà e la difficile condizione sociale, la protagonista si è guadagnata un ruolo di tutto rispetto nella lavanderia e si è sposata con Sonny, con il quale ha avuto il piccolo George.

Maud entra in contatto con le suffragette sul luogo di lavoro e gradualmente si appassiona alla lotta delle femministe, soprattutto grazie alla collega Violet. Maud si avvicina al femminismo al fianco di Edith Ellyn (interpretata dalla bellissima e celebre Helena Bonham Carter), una farmacista locale che gestisce con il marito una base segreta delle suffragette, e Alice, un’attivista dell’alta borghesia. La lotta per i diritti delle donne si è svolta attraverso azioni aggressive da parte di entrambe le fazioni: le femministe hanno dovuto intraprendere azioni radicali e violente di disobbedienza civile perché era l’unico modo per ottenere l’attenzione dello stato, le autorità hanno attuato una politica di repressione che violava i diritti fondamentali dell’uomo. La polizia ha per esempio attaccato le manifestanti indifese, le detenute in prigione vengono sottoposte a torture. La società inoltre isola e diffama le suffragette, infatti Maud perderà il figlio e il lavoro per i propri ideali.

Ciò che colpisce non sono solo le leggi incivili che limitavano la libertà delle donne, ma anche la mentalità con cui i mariti si approcciavano alle consorti: un uomo si sente in dovere non solo di difendere la moglie, ma anche di decidere circa tutto ciò che riguarda la sua vita, perciò il marito di Edith si sente legittimato a rinchiudere la farmacista in un armadio per impedirle di partecipare ad un’azione politica, come se la donna fosse una sua proprietà. Un marito ha inoltre il diritto di cacciare la moglie di casa se lo desidera e di privarla del figlio, su cui una madre non può esercitare alcun diritto.

Le suffragette al cinema sono state rappresentate soprattutto nel film di Mary Poppins, perciò i più le associano all’immagine che tale film diffonde di loro, dipingendole come delle simpatiche borghesi che si riuniscono per bere il tè e sfilano sorridenti per le strade di Londra. In verità le suffragette erano misere operaie sfruttate e abusate, che non avevano nulla da perdere e pertanto erano disposte a tutto per affermare i propri diritti; il film racconta egregiamente la reale condizione di queste eroine della storia. Abi Morgan scava nei diari e negli archivi alla ricerca di donne e ragazze che hanno rinunciato alla propria posizione sociale per la lotta, oppure di persone come Emily Davison, che ha sacrificato la propria vita sotto il cavallo di re Giorgio V per attirare l’attenzione dei media (alcuni tuttavia sospettano che, differentemente da quanto racconta il film, la morte della donna sia stato un incidente, perchè nella tasca del suo cappotto era presente un biglietto per tornare a casa). Emily Davison è un personaggio del film, al termine del quale compaiono alcune scene del suo funerale. La sceneggiatrice si racconta, rivelando alcune preziose informazioni sulla ricerca che ha preceduto la scrittura dell’opera: “Non c’erano molti documenti scritti dalle suffragette perché la maggior parte di loro erano analfabete e non avevano nemmeno il tempo per imparare a scrivere”.

Nella storia di Maud compaiono dei personaggi storici: la professionista di arti marziali Edith Garrud, che nel 1913 organizzò dei corsi simpaticamente chiamati suffrajitsu per insegnare alle suffragette a difendersi con il jujitsu dai poliziotti, fusa con il personaggio di un’altra femminista realmente esistita, Edith New, una delle prime a compiere atti di disobbedienza civile. Compare inoltre Emmeline Pankhurst, interpretata dalla divina Meryl Streep anche se si tratta di un ruolo secondario, fondatrice nel 1903 e leader del WSPU e una delle più note e importanti figure del movimento suffragista. Le due donne sono state interpretate da due star del cinema pur non essendo le protagoniste e compaiono sulla locandina del film; probabilmente le autrici hanno voluto mettere in risalto tali personaggi proprio attraverso la scelta di attrici illustri.

Il film termina con l’elenco delle date in cui tutti gli stati del mondo hanno adottato il suffragio universale maschile e femminile.

“Le cognate”, una commedia con Anna Valle

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Il teatro Martinitt di Milano, dal 29 novembre al 16 dicembre, propone una commedia leggera e frizzante, Cognate – cena in famiglia, che si rivolge ad un pubblico desideroso di divertirsi affrontando temi di evasione. Il testo è di Éric Assous e la regia di Piergiorgio Piccoli, mentre nel cast compare una star del calibro di Anna Valle, che fortunatamente interpreta un ruolo volto ad esaltare le sue doti recitative oltre che la sua straordinaria bellezza, in quanto il suo personaggio è una donna ordinaria e il costume di scena che indossa non sottolinea certo il bel fisico della reginetta di bellezza, Miss Italia 1995.

Il tempo dell’azione è la nostra contemporaneità: non si menziona l’anno preciso in cui si svolgono i fatti, però si nomina il femminicidio e compaiono dei cellulari con una suoneria moderna come elementi appartenenti al nostro presente. Il luogo è un paese di campagna nella periferia di Milano.

La trama è semplice e per nulla intricata. Tre fratelli e le rispettive consorti si ritrovano per una cena nella casa di campagna di uno dei tre. Si preannuncia una serata in nome di relazioni formali e di apparenza, ma una delle mogli ha invitato una giovane, avvenente, civettuola e sessualmente disinibita e libertina ragazza, Talia, che ha rapporti ambigui con ciascuno dei tre uomini: i fratelli sono rispettivamente l’avvocato, il dentista e il datore di lavoro di Talia e non amano parlare di ciò alle mogli. Le tre cognate, Matilde, Cristina e Nicole, diventano immediatamente gelose e iniziano ad indagare un eventuale rapporto amoroso tra i loro mariti e la giovane, mentre gli uomini cadono nel panico e cercano in ogni modo di negare l’evidenza. Scoppiano rancori e bisticci, ma anche alleanze inaspettate che vorrebbero far ridere, ma non riescono a coinvolgere particolarmente lo spettatore. Complici dialoghi troppo lunghi, lenti e difficili da seguire per uno spettacolo che vorrebbe essere comico, le risate tardano ad arrivare, anche se un paio di volte il pubblico si è concesso qualche sorriso tiepido e composto.

Argomento principe della comicità è il sesso, con la seduzione esuberante di Talia e le indagini gelose delle cognate, ma si tratta sempre di battute fini, mai volgari anche quando si racconta che uno dei tre fratelli ha salutato Talia chiamandola “bella gnoccolona”, oppure quando si parla di tradimenti e gravidanze indesiderate. La morale non apertamente specificata della vicenda è che, dietro una cordiale formalità, anche nelle migliori famiglie regna il tradimento, la menzogna e la sessualità promiscua. Tutto ciò fa sorridere e rende lo spettacolo adatto alle famiglie e a quelle persone che non amano il teatro sperimentale, in favore di uno stile più tradizionale.

La recitazione era molto realistica e spontanea, è stata lodevole la scena in cui Cristina e Matilde si picchiano, o quella in cui compiono un gesto quasi analogo i tre fratelli. I dialoghi sono la colonna portante dello spettacolo e, con qualche rara eccezione, la prossemica e i movimenti degli attori sul palcoscenico sono piuttosto statici perché l’intera azione si svolge in un interno: la recitazione diventa così una piccola danza in cui ci si avvicina o ci allontana di poco, ci si alza e ci si siede in uno spazio ristretto. Uno spettatore distratto non se ne accorge nemmeno, ma ogni piccolo spostamento conferisce dinamismo all’azione.

Merita una nota negativa la scenografia, una sala da pranzo di un’ordinaria casa di campagna. Gli arredi erano troppo finti e non caratterizzavano la situazione, perciò risultavano insipidi. In particolare, non avevano alcuna coerenza con il resto dell’arredamento dei cuscini rosa confetto appoggiati su due sedie e la statua di un fenicottero rosa: nessuno arrederebbe in quel modo casa propria e avevano poco a che vedere con la personalità dei padroni dell’abitazione. I costumi maschili erano ordinari e sembravano degli indumenti utilizzati da persone realmente esistenti, ma i personaggi femminili erano vestiti con vestaglie buffe, esteticamente brutte e fuori moda, inoltre non caratterizzavano la loro personalità e non facevano risaltare le forme delle tre attrici, che erano delle belle donne e la cui bellezza avrebbe meritato maggior risalto, anche se il ruolo della femme fatale spettava a Talia. Due di loro indossavano delle sottospecie di vestaglie sformate dai colori spenti, Anna Valle portava invece un vestito marrone. Le foto pubblicate sul sito web del teatro ritraggono gli attori in abiti da sera neri molto eleganti, promettendo una realtà molto diversa. Erano invece molto graziosi il vestitino da sera di Talia e i suoi tacchi.

Consigliamo questo spettacolo a chi desidera trascorrere una serata spensierata, senza riflettere, ma non cerca spettacoli dalla comicità raffinata.