Il Teatro Sociale di Como propone “Don Chisciotte” di Minkus a San Silvestro

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Il Teatro Sociale di Como ha portato in scena per il Veglione di Capodanno Don Chisciotte di Ludwig Minkus, interpretato dal Balletto di Mosca “La Classique”.

La storia è chiaramente ispirata al capolavoro dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, ma si discosta radicalmente dalla trama del romanzo picaresco. Il primo atto si apre con la decisione di Don Chisciotte di diventare cavaliere dopo aver sfogliato gli antichi tomi della sua biblioteca e la sua partenza alla ricerca di avventure con lo scudiero Sancho Panza, un paffuto contadino amante dei piaceri terreni. La vicenda si trasferisce poi in un villaggio in cui la bella Kitri viene corteggiata dal barbiere Basilio. I due si innamorano, ma il padre della fanciulla non è favorevole al matrimonio e preferirebbe che la ragazza sposasse il ricco Gamache. La gente del villaggio, composta da contadinelle e toreri, inizia a danzare; Don Chisciotte riconosce in Kitri Dulcinea, l’amata cui dedicare le proprie imprese, e riesce a danzare con lei. I due innamorati fuggono e vengono inseguiti da Don Chisciotte e Sancho Panza.

Il secondo atto messo in scena al Teatro Sociale è molto diverso da quello descritto nei manuali che trattano dell’opera. L’azione inizia con le danze degli zingari, che non assalgono Kitri e Basilio come accade di solito nell’opera di Minkus. Giunge poi Don Chisciotte, che non sfida i mulini a vento dipinti sullo sfondo né abbatte il teatrino dei burattini degli zingari come avviene di solito, ma cade semplicemente in una sorta di sonno profondo, durante il quale ha la visione di incantevoli ballerine vestite di azzurro e argento, un angioletto e due ballerine argentate, senza sognare Dulcinea come previsto dalla trama dell’opera. Difficile individuare il significato di tale scelta, ma nonostante ciò l’effetto complessivo è stato gradevole.

Nel terzo atto ricompaiono i due innamorati che si rifugiano in una locanda, ma vengono trovati dal padre della giovane, Gamache, Don Chisciotte e Sancho Panza. Per convincere il futuro suocero a benedire le nozze, Basilio simula un suicidio. Ottenuto il consenso, Kitri, Basilio e l’intero corpo di ballo danzano sulle note conclusive.

I danzatori hanno saputo incantare gli spettatori con abili passi di danza, leggiadri e raffinati ma anche comici, come nel caso del ricco pretendente, solenni per quanto riguarda Don Chisciotte, apparentemente goffi circa Sancho Panza. Ad un certo punto dello spettacolo lo stereo si è inceppato (l’elegante sede del Teatro Sociale non è abbastanza grande per ospitare un’orchestra), ma i ballerini hanno continuato a danzare impassibili, dando prova di grande professionalità. Purtroppo è stato dato eccessivo spazio al mimo nel rappresentare i dialoghi tra i personaggi: sebbene sia necessario rimediare all’assenza della parola nel balletto classico, è preferibile non far gesticolare troppo i ballerini e soffermarsi maggiormente sulla danza.

Le scenografie erano molto elaborate e consistevano essenzialmente in fondali dipinti con maestria. Per non intralciare i ballerini non erano presenti molti oggetti di scena e scenografie sul palco, ma quei pochi sono stati sufficienti per realizzare un’ambientazione suggestiva. Particolarmente caratteristico è stato un sipario semitrasparente che ha separato Don Chisciotte dalle ballerine del suo sogno, dividendo definitivamente la fantasia dalla realtà.

Un voto negativo si meritano invece i costumi di scena, in particolare quelli delle contadinelle, che avevano un aspetto quasi economico, e quelli delle ballerine del sogno, che erano poco eleganti nel loro tutù azzurro puffo e argento; la barba di Don Chisciotte e l’imbottitura della pancia di Sancho Panza sembravano inoltre dei costumi di Carnevale di basso prezzo. Dieci e lode invece per i costumi delle zingare, che tintinnavano al ritmo dei loro movimenti, e alle eleganti divise dei toreri.

Una nota negativa anche al servizio dei Teatro Sociale, che non ha offerto un piccolo rinfresco in occasione dell’ultimo dell’anno. Certo, era previsto un cenone nella Sala Bianca del teatro per coloro che avessero gradito partecipare, ma anche gli altri spettatori avrebbero avuto diritto ad un piccolo brindisi.

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I giovani allievi della Scala al Piccolo con “Lo Schiaccianoci”

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Dal 14 al 22 dicembre era in scena presso il teatro Strehler del Piccolo Teatro di Milano Lo schiaccianoci, interpretato dal giovani allievi dell’Accademia Teatro alla Scala. Siamo in pieno periodo natalizio e la scelta di proporre tale spettacolo è stata effettuata da molti teatri di danza, il Piccolo Teatro ha preferito addirittura inserirlo come unica opera di balletto in un cartellone composto da spettacoli di teatro di prosa.

La favola è molto semplice, la trama è posta in secondo piano per valorizzare le coreografie dei ballerini. Lo spettacolo si apre in un esterno innevato, in cui dei ragazzi costruiscono un pupazzo di neve. L’azione si trasferisce, poi, in un accogliente salotto addobbato per Natale, in cui adulti e bambini si scambiano gli auguri. Giunge uno strano individuo in frak rosso con un baule colmo di regali: alcuni pacchi sono ancora incartati, e vengono estratti cappelli, bambole meccaniche e, in particolare, un piccolo schiaccianoci a forma di soldatino per la piccola protagonista. Suo fratello, ingelosito pur avendo ricevuto un bellissimo fucile, rompe il giocattolo, che la bimba culla affettuosamente prima di  addormentarsi su una poltrona. Giungono dei topi che assaltano il salotto, lo Schiaccianoci prende vita e guida dei soldatini contro gli invasori. Solitamente il Re dei Topi viene sconfitto dalla protagonista, che gli scaglia contro una ciabatta, ma il coreografo dell’Accademia ha scelto di omettere questo particolare. Scacciati i topi, lo Schiaccianoci invita la fanciulla a seguirlo nel suo castello magico. La stanza si trasforma in un bosco in cui dei fiocchi di neve danzano… sotto della vera e propria neve che cade sul palco.

Nel secondo atto la trama è praticamente inesistente e si alternano le danze dei magici personaggi incontrati dalla protagonista e il suo Schiaccianoci. La Fata Confetto accoglie la coppia protagonista, che racconta la battaglia contro i topi attraverso un arguto espediente narrativo: i ballerini protagonisti e la Fata Confetto, interpretati da adolescenti, si voltano e osservano dei bambini portare in scena i punti salienti della lotta contro i topi. Lo Schiaccianoci  e la sua giovane dama si siedono su due troni e assistono ad una grande festa, in cui ballano a turno delle spagnole, dei cinesini, una coppia di arabi, un trio di russi, un gruppo di fiori rosa e altri magici personaggi. Le danze si chiudono infine con i leggiadri passi del principe e della Fata Confetto. È mattino e il sogno svanisce: la bambina si sveglia e abbraccia forte lo Schiaccianoci, che è ritornato ad essere un semplice giocattolo.

I giovani allievi dell’Accademia sono stati molto abili, dimostrando di essere all’altezza della Scuola che frequentano. Si trattava infatti di uno spettacolo degno, per la sua complessità, delle rappresentazioni di interpreti professionisti e i ragazzi hanno saputo gestire al meglio la situazione. Sono stati divisi per età: i più piccoli hanno interpretato i bambini alla festa di Natale, i cinesini e i topi, gli adolescenti tutti gli altri ruoli. I bimbi più piccoli suscitavano tenerezza per l’incertezza nei movimenti ma a dei talenti del loro livello si perdona tutto, soprattutto considerando la giovane età. Rovinavano, tuttavia, l’effetto complessivo tanti piccoli errori come una ballerina fuori tempo rispetto alle compagne, un cerchio non perfetto disegnato dai fiocchi di neve, dei danzatori che non sapevano celare la fatica…

Le scenografie erano particolarmente elaborate, sono state sfruttate al meglio le tecnologie offerte dal teatro Strehler, tra cui: una nave mobile, neve che cade dal cielo, scenografie che spariscono librandosi verso l’alto. I costumi erano curati e sontuosi, all’altezza di uno spettacolo di ballerini professionisti.

Unica pecca la musica, infatti le note di Čajkovskij sono state trasmesse da un impianto audio anziché essere suonate dal vivo. Lo Strehler non è attrezzato per ospitare un’orchestra, tuttavia non è rispettoso nei confronti del pubblico pagante proporre uno spettacolo privandolo della magia della musica suonata da professionisti.

Nel complesso il giudizio è positivo, lo spettacolo offre un approccio semplice, disimpegnato e divertente alla musica classica, sebbene i leggiadri passi sulle punte di ballerini adulti e professionisti siano di tutt’altro livello.

Il “Don Giovanni” di Molière

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In collaborazione con Ilaria Zibetti, che si occuperà dell’omonimo melodramma di Mozart, verrà analizzato il Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière. Si tratta di una commedia tragica in cinque atti, presentata per la prima volta a Palais-Royal, il 15 febbraio 1665 dalla compagnia del suddetto drammaturgo.

Tra le numerose sceneggiature disponibili in libreria e online, abbiamo scelto per voi: Don Giovanni, Molière, Letteratura universale Marsilio, a cura di Delia Gambelli, traduzione di Delia Gambelli e Dario Fo (con testo a fronte). La traduzione è moderna e scorrevole per garantire al lettore delle fragorose risate, le stesse che hanno animato l’antico pubblico di Molière. Le traduzioni dal francese, rese in dialetto possono risultare di difficile comprensione, ma si tratta comunque di una soluzione originale e apprezzabile.

La tragicommedia inizia in medias res: si sono già svolti alcuni dei fatti principali. Don Giovanni, dopo aver sedotto e sposato innumerevoli fanciulle, ha conquistato il cuore di Donna Elvira, convincendola a lasciare il convento per lui. Subito dopo (ed è qui che inizia la nostra storia) il libertino abbandona la città per conquistare una nuova giovane, promessa ad un altro. In città non potrebbe nemmeno recarsi perché in tale luogo ha ucciso un uomo in duello e potrebbe imbattersi nella vendetta dei familiari; ma Don Giovanni non teme nulla. Come egli stesso dichiara in un monologo – in cui mostra di essere maestro di retorica – vuole assaporare tutte le bellezze esistenti anziché amarne una, in quanto apprezza più il “sapore della conquista” che la donna in sé. Sin dall’inizio i vari personaggi che incontra lo esortano a non sfidare il Cielo, ma Don Giovanni, pur essendo cattolico, bestemmia e affronta l’ira divina. Donna Elvira nel frattempo insegue il protagonista per chiedergli spiegazioni in merito alla sua partenza, ed egli le rivela di non amarla più.

Don Giovanni e il servitore Sganarello organizzano una gita in mare per conquistare una fanciulla, ma vengono sorpresi da una tempesta. I due vengono soccorsi dalla contadina Carlotta, promessa a Pierotto, e Don Giovanni inizia a farle la corte chiedendole la mano; Carlotta accetta. Entra in scena Maturina, altra donna circuita dal nobile libertino e scoppia un comico battibecco. Giunge dunque La Frasca, che mette al corrente Don Giovanni del fatto che alcuni uomini in armi lo stiano cercando.

Don Giovanni e Sganarello fuggono: il primo in abiti da viaggio, il secondo travestito da medico. I due disquisiscono sulla fede e successivamente Don Giovanni promette un Luigi d’oro ad un povero in cambio di una bestemmia.

Don Giovanni salva un uomo dall’attacco di alcuni ladri, per poi scoprire che si tratta di Don Carlo, fratello di Donna Elvira, che lo stava cercando per vendicare la sorella. Nonostante venga riconosciuto da Don Alonso, sopraggiunto in seguito, il protagonista viene lasciato andare come ricompensa per il salvataggio. In seguito Don Giovanni e Sganarello si imbattono nel mausoleo e nella statua del Commendatore, ucciso a duello da Don Giovanni. Il libertino invita a cena la statua, che risponde con un cenno.

Il libertino riceve poi la visita del padre Don Luigi, che cerca di redimere il figlio, ma invano. L’ultima visita ricevuta da Don Giovanni è di Donna Elvira che, velata e in lacrime, gli chiede di pentirsi. Il padrone di casa è stato in qualche modo colpito dal discorso della donna e promette che, tra venti o trent’anni, si pentirà.

Don Giovanni mente al padre, raccontando di essersi pentito delle proprie malefatte. Giunge poi Don Carlo, che chiede a Don Giovanni di sposare Donna Elvira, ma l’astuto peccatore rifiuta, dicendo di essersi convertito e che il matrimonio non è contemplato nella vita di Grazia che lo attende. Compare uno spettro che intima a Don Giovanni di pentirsi, ma l’uomo rifiuta nuovamente, il fantasma si tramuta dunque nel Tempo con la Falce in mano, senza sortire, però, alcun effetto. La Statua infine invita a cena Don Giovanni e, prendendolo per mano, lo trascina negli Inferi, mentre Sganarello si lamenta di non essere stato pagato.

Nell’opera la donna è trattata alla stregua di un oggetto, considerata una preda da conquistare. Tuttavia i temi principali sono l’ateismo e la fede, infatti Don Giovanni, pur dimostrando di credere in Dio, sfida le leggi del Cielo sino all’estremo gesto finale, la discesa negli Inferi.  Mostra un minimo segno di pentimento soltanto dopo l’ultimo incontro con Donna Elvira, ma subito procrastina la sua conversione alla vecchiaia. Secondo l’opinione dell’autore, le sue colpe da libertino sono ben poca cosa rispetto alle sue malefatte nei confronti della fede cristiana, verso le quali non c’è possibilità di assoluzione.

L’opera è ispirata ad una tragicommedia spagnola (barocca), El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, attribuita ad un monaco spagnolo, Luis Tellez, noto in letteratura con lo pseudonimo di Tirso de Molina (1571-1648). Le date di composizione e di prima rappresentazione sono ignote, ma la prima edizione è del 1630. Non conosciamo traduzioni contemporanee che possano aver ispirato l’opera di Molière, ma sappiamo che l’influenza spagnola in Francia all’epoca era fortissima.

Nell’opera troviamo elementi antichissimi come la vendetta dei morti, proveniente dal mondo classico e il tema delle statue parlanti, presente in tutta la cultura mediterranea. Non sappiamo se Don Giovanni sia ispirato ad un personaggio storico, ad un libertino noto, cui Tirso abbia successivamente aggiunto caratteristiche suggestive.

Si tratta, come si è accennato prima, di una tragicommedia essendo presenti elementi tragici come la morte del protagonista, ma anche numerose scene comiche. La commedia di Tirso presenta molti difetti: non rispetta le unità di spazio e tempo, mostra vari sbalzi di tono e procede con un ritmo velocissimo, che la fa risultare sconnessa.

Tirso è estremamente misogino, non è un caso, infatti, che lo strumento del peccato sia la donna. Si noti che non viene mai condannata dall’autore la carenza di tenerezza nei confronti delle conquiste di don Giovanni, in quanto le donne non sembrano meritare affetto. Tuttavia nemmeno i personaggi maschili si salvano: il male è condiviso da tutte le figure presenti in scena.

Don Giovanni nell’opera di Tirso è un “burlador”, un uomo che ride di tutti, che non rispetta nulla e che sposa l’ anarchia, atteggiamento che anticipa inconsapevolmente l’homme revolté dei secoli successivi.

Molière scrive il Don Juan in fretta dopo lo scandalo suscitato dal Tartuffe e il conseguente divieto di portarlo in scena. A tale velocità viene attribuita la caratteristica del testo di essere in prosa anziché in versi, inoltre – come l’opera di Tirso – il testo non rispetta le unità di tempo e di luogo; per queste ragioni e per le peccaminose sregolatezze di Don Giovanni anche il nuovo testo viene attaccato dalla critica. Secondo un contratto stipulato tra la compagnia di Molière e due pittori incaricati di realizzare le scenografie, l’opera tuttavia non sarebbe stata composta così rapidamente. Non conosciamo però il testo che Molière portò in scena quando era ancora in vita, ma solo alcune testimonianze postume.

Il testo del 1682 è stato censurato e modificato, solo all’inizi del XIX secolo vennero scoperti tre esemplari non revisionati, che hanno consentito la ricostruzione del testo originale. Tra gli altri, uno degli episodi reintegrati è rappresentato dal povero cui era stato promesso un Luigi d’oro in cambio di una bestemmia.

Io non posso entrare. Episodio di razzismo a Lissone

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Il 19 novembre 2017 si è verificato al Lola Living Bar di Lissone (MB) un grave episodio di razzismo in quanto ad una famiglia multietnica non è stato consentito di entrare nel locale per un aperitivo. Abbiamo intervistato la protagonista dell’accaduto, Annebeatrice Adesanya, una studentessa di veterinaria prossima alla laurea classe 1992, di madre italiana e padre nigeriano.

Ciao Anne, ci racconti la tua versione dei fatti?

Il 19 novembre 2017 avevo intenzione di festeggiare il mio compleanno presso il Lola Living Bar di Lissone. Prima di presentarmi al locale ho effettuato la prenotazione telefonicamente, poi ho ribadito il numero dei miei invitati mediante un messaggio su Facebook e uno su Whatsapp. Vorrei sottolineare che nessuno mi aveva detto che per entrare in quel locale ci saremmo dovuti tutti vestire classici o eleganti. Ci siamo recati al locale, ognuno con mezzi propri e ci siamo incontrati all’esterno, nel parcheggio. Eravamo presenti io, mio fratello Anthony, la sua fidanzata italiana, il mio ragazzo Morad di origini marocchine, mia madre, una mia amica italiana e in seguito ci ha raggiunto mio padre.

Si è avvicinato il buttafuori del locale e ha chiesto se avevamo la prenotazione, noi abbiamo risposto di sì. Il proprietario è entrato nel locale, subito dopo è uscito e si è messo alla porta. Ci siamo avvicinati per entrare dopo che mio padre ci ha raggiunto, il buttafuori ci ha fatto aspettare cinque minuti fuori dopo aver detto che aveva già riferito all’interno della mia prenotazione . Io non ho mai detto il mio nome quindi lui non ha controllato la mia prenotazione. Ha detto che stavano controllando. Dopo cinque minuti mio fratello chiede di poter entrare all’interno del locale perché sente freddo. Fuori c’era una temperatura bassa. Il buttafuori ci ha detto che dovevamo continuare ad aspettare fuori. Ho chiesto spiegazioni riguardo alla prenotazione e mi ha risposto che il tavolo c’era ma non potevamo entrare. Abbiamo iniziato ad innervosirci. A questo punto è uscito il proprietario, che ha fatto parlare il buttafuori, il quale ha sostenuto che noi non potevamo entrare per problemi di abbigliamento. Sono stati presi di mira il mio ragazzo Morad e mio fratello Anthony. Il mio fidanzato era vestito con dei Jeans, delle scarpe Air Force basse nere e grigie, una giacca parca con maniche in pelle e verde militare e un cappellino. Mio fratello aveva pantaloni neri, scarpe bianche, giacca nera. Nel frattempo, nel locale entravano ragazzi vestiti in modo simile.

Ho chiamato i carabinieri, una signora ha chiesto quale fosse l’emergenza, ho risposto che non mi facevano entrare in un locale perché avevo pelle nera. Mi hanno passato i carabinieri che hanno chiesto di parlare con i proprietari del locale, i quali si sono rifiutati di rispondere. E’ arrivata una pattuglia. I carabinieri sono andati a chiedere spiegazioni all’interno mentre venivano registrati i documenti di un gruppo rappresentante per avere un verbale. I carabinieri si occupano non delle questioni legali ma di quelle penali (come una rissa, per esempio), di conseguenza non potevano intervenire se non per sottolineare il fatto che noi non eravamo potuti entrare all’interno del locale.

Il proprietario ha sostenuto che l’unico motivo per cui non ci avevano fatti entrare era il cappellino del mio ragazzo, ma mio fratello ha ribadito che il cappellino si poteva togliere senza problemi. Nonostante ciò, non hanno voluto che noi entrassimo.

Ma voi alla fine avevate il permesso di entrare e vi siete rifiutati di entrare in quanto offesi…

Esattamente.

Sei soddisfatta dell’intervento dei carabinieri?

Non  sono soddisfatta perché pensavo che potessero fare di più di un semplice verbale e oltre il constatare che io dentro quel locale non sono potuta entrare, però ho capito il loro punto di vista, mi hanno fatto intendere che il comportamento del proprietario del locale non era adeguato. Le loro parole testuali sono state: “Noi non potremmo sbilanciarci però…” Mi hanno consigliato di interpellare un avvocato per farmi sostenere in una causa.

Quali altri provvedimenti stai prendendo?

Io e la mia famiglia abbiamo deciso in comune accordo, in quanto erano tutti presenti, di prendere un avvocato. Oltre a questo abbiamo chiamato la stampa (Il cittadino). Seguendo il loro consiglio, ho mandato una mail all’UNAR, un’associazione contro le discriminazioni razziali, spiegando l’accaduto. Mi hanno risposto che mi appoggeranno e stanno valutando la questione per capire “chi deve fare cosa”. Ho inoltre inviato una segnalazione alle Iene e una a Striscia la notizia. Striscia mi ha risposto e mi ha fatto una breve intervista per valutare l’accaduto, mi ha chiesto se sono disposta ad apparire in volto.

Cosa speri di ottenere?

Delle scuse pubbliche, perché sono stata trattata come nessuno mi ha mai trattato in vita mia. E’ inaudito che nel 2017 ci siano discriminazioni del genere e spero che la mia sia un’azione di sensibilizzazione nei confronti di chi giudica una persona da come appare e dal colore della pelle. In Italia e nel mondo oggi ci sono tantissime persone di colore, non voglio che qualcuno valuti e stereotipizzi un essere umano per il colore della pelle perché, come non tutti i neri sono spacciatori o assassini, i napoletani non sono delinquenti,  gli zingari non ti fanno del male e via dicendo. Non vorrei che si facesse di tutta l’erba un fascio.

Che consiglio daresti a chi si trova in una situazione simile?

Prima di tutto di mantenere la calma anche se è molto difficile, perché vivendo un fatto simile in prima persona il primo istinto è quello di aggredire, perché è come se ti stessero violando in qualche modo. E’ umiliante. Da tutte le altre persone intorno poi c’è stata pochissima solidarietà. Se mi fossi trovata dall’altra parte sicuramente avrei detto o fatto qualcosa. Consiglierei anche di non fermarsi davanti a queste cose, di andare avanti e di denunciare.

Che atteggiamento adotti in simili situazioni?

Cerco di mantenere la calma, perché ho capito che l’ignoranza è molto difficile da combattere. Di fronte ad una persona ignorante, stupida e maleducata cerchi di mantenere la calma e di capire cosa sta succedendo.

Ti è mai capitato in passato un fatto simile?

E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere. Sicuramente ho provato, ad esempio andando in una gioielleria, oppure entrando in un negozio molto costoso, che mi guardassero come se io non mi potessi permettere i loro prodotti. Però col tempo ho smesso di farci caso. E’ anche vero che sono stati casi molto isolati. Un evento come quello capitato a Lissone non mi è mai capitato.

Secondo te perché il locale ha adottato questo comportamento?

E’ una bella domanda, è una cosa a cui non so rispondere e sto aspettando che rispondano loro.

Secondo te perché accadono episodi simili?

Uno dei problemi principali sicuramente sono i media, perché come abbiamo visto negli ultimi tempi ci sono tantissimi telegiornali, social e politici che cercano di attribuire agli immigrati colpe che non hanno, come per esempio la mancanza di lavoro o la crisi economica.

Secondo te come potrebbe migliorare la situazione?

Migliorare la situazione è difficile, ma col tempo succederà, perché sempre più persone si troveranno a sposare e ad avere dei figli con persone che sono straniere. Aumenterà il numero della popolazione mulatta e si inizierà ad aprire gli occhi.

La situazione dei neri in Italia migliorerà quindi secondo te?

Sì, però anche l’Italia deve migliorare.

Mi fai qualche esempio di episodi in cui ti sei sentita accettata?

In tutte le discoteche di milano non ho mai avuto problemi ad entrare, a scuola mi sono sempre trovata bene con i professori, lo stesso vale per l’università. Non mi sono mai sentita inadeguata in una situazione per il colore della mia pelle.

Sei mai riuscita a cambiare l’opinione di una persona che ti stava discriminando?

No, perché raramente le persone ti discriminano.

Magari non una discriminazione palese, mi riferisco ad un atteggiamento un po’ “freddo” nei tuoi confronti.

Non ne ho mai incontrati. Riesco ad avere un buon rapporto con tutti.

Cosa vorresti dire ai padroni del locale?

Che hanno fatto una pessima figura. Che non hanno nemmeno avuto il coraggio davanti ai carabinieri di “continuare per la loro strada”, perché quando sono arrivate le forze dell’ordine hanno cambiato opinione. Non avrebbero dovuto per nessuna ragione cambiare punto di vista e mentire, perché non è corretto.

Pensi che la discriminazione in Italia influenzerà il tuo futuro?

E’ una cosa a cui ho pensato molte volte in realtà. Perché è una cosa che vivi, senti come parlano le persone in giro. Penso che da un lato potrebbe discriminarmi  e che il colore della mia pelle potrebbe essere un ostacolo, dall’altro ho fiducia che le cose cambieranno. Potrei tranquillamente trovare il lavoro dei miei sogni e andare avanti, per fortuna non tutte le persone sono uguali.

Cosa ti aspetti dalle istituzioni?

Mi aspetto appoggio, maggiore sensibilizzazione riguardo discriminazioni non solo razziali. E’ ovvio che il colore della pelle è il fattore più colpito, ma vengono colpite anche le persone meno abbienti, che hanno qualche disturbo, o che non riescono a socializzare con gli altri. Vorrei che si attuasse una politica di sensibilizzazione anche per questa causa.

La situazione all’estero secondo te è migliore?

Sì. Ho viaggiato molto, sono stata a Parigi, a Praga, a Berlino, e ho visto un popolo che è completamente diverso dal nostro. Ci sono un sacco di coppie miste, di persone di colore, che vanno in giro tranquillamente.

Tu non hai ancora utilizzato e forse non vuoi usare la parola razzismo. Si può usare in questo caso?

Secondo me sì. Questo è un vero e proprio razzismo. Anche se non detto esplicitamente perché naturalmente è un reato essere razzisti. Però questo è un esempio di quello che è in realtà il razzismo.

Scrive l’autrice di questo articolo:

Una piccola curiosità: l’amica italiana presente sul posto ero io,  e posso confermare la sua versione dei fatti. Conosco Annebeatrice da anni e mai mi sarei aspettata di assistere ad una scena simile. Mi sono vergognata di essere italiana e mi auguro che la percezione dei neri in Italia migliori per la mia amica, la sua famiglia e tutte le persone di colore nel nostro paese.

Sold out per “Il giardino dei ciliegi” al Piccolo Teatro di Milano

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Sold out per Il giardino dei ciliegi, in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 23 al 26 novembre. La regia è opera di un artista straniero, Lev Dodin, la produzione del Maly Drama Teatr di San Pietroburgo e il fatto che i biglietti siano stati esauriti settimane prima dell’evento lascia presagire un grande successo per questo tour mondiale.

Il giardino dei ciliegi” racconta Lev Dodin “è l’opera più movimentata che Cechov abbia mai scritto. Il pubblico ha realizzato che si tratta di una delle più grandi commedie teatrali in assoluto. Malgrado non ci faccia ridere, ci sorprende e affascina perché è una grande messa in scena  come quelle che la vita ci infligge ogni giorno: la Commedia della Storia della quale noi siamo i personaggi. E nella quale la vita diventa parte della storia stessa”. “Questa vicenda è diventata” continua il regista “una sorta di mito sull’imprevedibilità della storia e sulla sua prevedibilità, sulla perdita di controllo da parte delle persone sulla propria vita e il proprio destino. Ma anche sulla loro sorprendente forza e responsabilità a proposito di quella vita e quel destino e sulla capacità di proteggere se stesse e rimanere veramente se stesse malgrado tutto”..

Coloro che non sono riusciti ad acquistare i biglietti possono accontentarsi di una straordinaria messa in scena del 1978 caricata su YouTube, oppure possono leggere il testo in uno dei tanti pdf disponibili online.

L’opera è stata terminata da Cechov nel 1903 ed è andata in scena per la prima volta nel 1904, pochi anni prima della morte del drammaturgo; si tratta del capolavoro dell’artista. Il dramma è stato inizialmente concepito come una commedia, ma è stata presentata essenzialmente come una tragedia dai primi registi che ne hanno diretto la rappresentazione (Stanislavskij e Nemirovic-Dancenko).

La vicenda si svolge in una bellissima tenuta aristocratica in cui si trova un “giardino dei ciliegi”, molto amato dai proprietari. Dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja diciassettenne, la padrona di casa Ljubov’ Andreevna Ranevskaja ritorna alla tenuta. Purtroppo la famiglia non riesce a pagare degli interessi e la proprietà sta per essere venduta all’asta. Ciascuno cerca di trovare una soluzione, ma nessuno agisce concretamente: si festeggia, si disquisisce d’amore e alcuni personaggi, in particolare la capofamiglia, continuano a dissipare il denaro. Un contadino arricchito amico di famiglia, Lopachin, consiglia di costruire e affittare dei villini sul giardino dei ciliegi, ma il suo consiglio non viene preso in considerazione. Cogliendo tutti di sorpresa, tale personaggio acquista la tenuta e decide di abbattere i ciliegi per costruire i villini. La famiglia è costretta a trasferirsi altrove, ma non sembra particolarmente dispiaciuta e i vari personaggi sperano in una vita migliore. Viene dimenticato dai vari personaggi il vecchio e malato servitore Firs, che chiude il dramma con frasi sconsolate.

L’opera è costituita da quattro atti e racchiude degli elementi appartenenti alla biografia dell’autore, come i problemi economici di sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La trama raffigura egregiamente la situazione in cui si trovava la nobiltà terriera russa poco prima della Rivoluzione, in particolare quando venne abolito il sistema feudale e vennero riscattati i servi della gleba nel 1861 ad opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Si trattò di un periodo di decadenza per l’aristocrazia, che coincise con lo sviluppo della borghesia e la rivincita della classe popolare.
Sarà infatti il borghese Lopachin ad acquistare e distruggere il giardino dei ciliegi. L’ex contadino è figlio di servitori che hanno lavorato nella tenuta e il suo gesto rappresenta una sorta di affronto nei confronti della padrona di casa, che ama profondamente il giardino pur non essendo in grado né di risparmiare né di trovare una soluzione per non perdere la proprietà; la donna rappresenta l’aristocrazia morente. Il giardino dei ciliegi diventa dunque un non-luogo che rappresenta la Russia intera ed è teatro di un’irreversibile mutamento sociale.

L’aristocrazia, non potendo più avvalersi della servitù, viene indebolita e impoverita. Il vecchio servitore FIrs, quasi novantenne, malato e portato all’ospedale al termine dell’opera, rappresenta la morte della servitù della gleba. Al termine dell’opera l’anziano servitore viene dimenticato a casa dagli altri personaggi e la tragedia si conclude proprio con le sue sconsolate parole, simbolo del tramonto di un’era.

Il giardino dei ciliegi non compare in scena in quanto l’azione si svolge al chiuso, nella villa di famiglia. Conosciamo però la sua descrizione attraverso le parole dei personaggi: si tratta di un giardino grande, l’unica cosa notevole del governatorato ed è persino citato nel Dizionario Enciclopedico. Il giardino rappresenta la Russia e la sua aristocrazia, il luogo di un’infanzia felice e agiata ma trascorsa, lo spazio dei ricordi del passato, degli affetti. L’opera può rappresentare la nostalgia per il tempo che passa, ma anche una speranza per il futuro, in quanto i personaggi lasciano la villa speranzosi, verso una nuova vita.

A parte Lopachin, nessuno dei personaggi sembra realmente intenzionato a salvare il giardino dei ciliegi: nel corso della tragedia compaiono infatti trame secondarie in cui si amoreggia e si festeggia e, al termine dell’opera, ciascun personaggio sembra soddisfatto della distruzione del giardino e parte per la sua strada, verso un futuro di speranza. Il giardino dei ciliegi è la tragedia del tempo che scorre: morta l’aristocrazia, nasce una nuova società borghese.

 

Fonti:

http://www.klpteatro.it/il-giardino-dei-ciliegi-cechov-e-text

http://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/il-giardino-dei-ciliegi

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

“Uomini e no” di Vittorini, una storia di partigiani milanesi

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Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con ambiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 24 ottobre al 19 novembre è in scena al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano Uomini e no, tratto dall’omonimo libro di Vittorini, scritto nel 1944 e pubblicato dalla Bompiani nel 1945. Gli attori, giovanissimi come i partigiani che portano in scena, sono guidati dal regista Carmelo Rifici; la drammaturgia invece è di Michele Santeramo. L’opera è una testimonianza di grande valore della Resistenza in quanto Vittorini vi partecipò in prima persona.

Gli attori recitano su due pedane che scorrono su binari come i tram di Milano, la città in cui è ambientata la vicenda. Al suolo sono fissate delle biciclette, altro mezzo di trasporto spesso utilizzato dai protagonisti. Lo spettacolo inizia quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto: i vari personaggi infatti salgono e si siedono a turno sulla pedana, come se fosse in scena un vero e proprio tram.

Enne 2, capo dei partigiani di Milano, è innamorato di Berta, una donna sposata da dieci anni e restia a lasciare il marito. Stringe dunque una relazione, solamente carnale, con una donna che tuttavia lo ama e vorrebbe diventare la sua compagna. I partigiani effettuano un attacco contro alcuni militari tedeschi e il capo del tribunale; il loro gesto sarà punito con una terribile rappresaglia: l’uccisione di dieci persone per ogni tedesco colpito. Il giorno successivo i cadaveri dei civili giustiziati sono abbandonati per le vie di Milano, tra loro figurano una bambina, un vecchio, due quindicenni e delle donne. Giulaj, che indossa delle pantofole perché non può permettersi le scarpe, tenta di impedire che i segugi dei tedeschi giochino tra i corpi, ma così facendo uccide il cane del Capitano. Catturato dai tedeschi, il poveretto verrà fatto sbranare dai cani davanti agli occhi della moglie. Un partigiano infiltrato tra i tedeschi a cui sono stati affidati i cani uccide poi gli animali e il Capitano, segnando così la propria fine.

A questo punto la trama dello spettacolo teatrale diventa confusionaria, apparendo chiara solamente a coloro che hanno letto il romanzo di Vittorini. Su Enne 2 pongono una taglia, ma il partigiano decide di rimanere a Milano nonostante le insistenze dei compagni. Le truppe fasciste stanno per arrivare, ma Enne 2 si trattiene per uccidere Cane nero, il capo dei fascisti. I due avversari dialogano sull’eventualità che il male commesso dai nazisti sia insito nella natura umana, dopodiché Cane Nero uccide Enne 2 con un colpo di pistola.

L’opera si chiude con un partigiano alla prima operazione di combattimento che tenta di uccidere un soldato tedesco, e non riesce nel suo intento perché l’uomo ha uno sguardo triste. Il militante si allontana quindi felice, a braccetto con un proprio compagno.

La recitazione di molti attori è stata magistrale, soprattutto quella del Capitano tedesco, un sadico dalla risata da psicopatico. Spesso i partigiani recitavano “in coro”, completando gli uni le frasi degli altri. Non sono mancate scene particolarmente cruente, come quella in cui la ragazza “con le più belle gambe di Milano” viene stuprata da un nazista e quella in cui Giulaj viene spogliato completamente, mutande comprese, per essere dato in pasto ai cani.

Gli uomini che combattono sono sicuramente al centro della vicenda, ma l’opera racconta anche la sofferenza delle donne, che attendono i loro compagni di vita nel rifugio dei partigiani e che vengono molestate verbalmente e fisicamente dai soldati nazisti.

Una ragazza che distribuisce il rancio ai nazisti viene invitata a “fare l’amore” con allusioni volgari e arroganti dai soldati, inoltre alcune tra le più belle ragazze di Milano sono costrette a partecipare alle serate dei tedeschi, dove vengono trattate come dei meri pezzi di carne. È  il caso della ragazza “dalle più belle gambe di Milano”, che suo malgrado è finita tra le grazie del capitano. Ella viene costretta a vestirsi con abiti sgargianti, a mostrare le gambe, a farsi toccare in pubblico e a concedersi, come alludono i gesti degli attori. In un agghiacciante monologo la donna racconta le emozioni che la affliggono durante le torture che è costretta a subire; il suo discorso avviene mentre il Capitano la tocca freneticamente.

Il titolo dell’opera teatrale allude al dialogo tra Enne 2 e Cane Nero, che mostra l’opposizione tra chi si comporta da essere umano e chi no, in quanto nell’uomo, in quanto tale, è insita una compresenza di componenti umane e bestiali.

I partigiani infatti non sono eroi, ma uomini con i propri problemi e debolezze, che cercano felicità nell’amore delle proprie donne. La scena finale in cui il ragazzo non uccide il soldato tedesco lascia una speranza: forse c’è ancora posto nel mondo per la pace e la fratellanza.