La mia prima lettera d’amore

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Già da tempo avevo in mente di dedicarti due parole ma non sapevo cosa dirti, finalmente ho deciso di prendere in mano il computer e scrivere un post anche per te, amore mio.

Durante l’adolescenza ho segretamente snobbato l’amore. Naturalmente anche io desideravo avere qualcuno accanto, ma tutto ciò che poteva avvicinare un maschio non faceva per me: odiavo le discoteche con la loro stupida musica house assordante, odiavo i tacchi, odiavo indossare vestitini succinti con il gelo dell’inverno e odiavo gli occhi arrossati per il trucco (sono allergica). Per non restare emarginata dal branco mi adeguavo a queste estenuanti pratiche femminili col solo risultato di trascorre sabato sera stressanti, zoppicando malamente sui tacchi, sbuffando in modo molto poco seducente e con il trucco sbavato. Ogni tanto la mia migliore amica rimorchiava una coppia di bei ragazzi e il secondo dei due ci sarebbe anche stato con me, purtroppo lo sfortunato di turno non mi piaceva mai: io e la mia amica abbiamo gusti troppo diversi e i ragazzi che rimorchiava non mi andavano mai bene.

Insomma, i maschi per me erano il male: erano buoni come una gustosa birra ghiacciata, ma se il prezzo del bicchiere era adeguarmi alla massa… mi basta una coca-cola, grazie!

Quando sei arrivato tu ho scoperto che non servono convenzioni per essere donna, tutto viene spontaneo quando si incontra l’uomo giusto. Il trucco è attaccare bottone e i tacchi… chissene frega dei tacchi! E anche del trucco! Non so quale sia il segreto dei nostro rapporto, amore mio, so solo che con te non devo mai recitare per piacerti, eppure ti amo talmente tanto che mi trasformerei nella più abile delle seduttrici per conquistarti. Giuro che per te guarderei tutti i tutorial di trucco di youtube, danzerei sino al mattino su un tacco quindici al ritmo di qualunque aborto di musica da discoteca e trascorrerei ore al freddo con le gambe gelate per entrare in un cazzo di locale. Per fortuna tu non mi chiedi questo (anche perché ora sono troppo vecchia per le discoteche) e di conseguenza ti amo ancora di più.

Io sono una donna e tu mi hai insegnato quanto è bello essere tale, ma non mi fai sentire una donna qualunque, tu mi tratti come se fossi la donna perfetta anche se non lo sono affatto. Certe volte mi guardi con tale adorazione che io mi sento una dea, la più viziata delle principesse che grazie al tuo amore trasformo in una guerriera invincibile che può conquistare tutto ciò che vuole: il tuo amore è una linfa vitale che mi nutre e mi da la forza di sconfiggere qualsiasi difficoltà la vita mi ponga davanti. Quando mi guardi leggo l’amore nei tuoi occhi e sento che non mi serve altro per vivere.

Mai avrei pensato di scrivere una lettera degna di un Harmony come questa, piuttosto che scrivere di argomenti amorosi avrei preferito abbandonare lettere e tornare a studiare economia, ma non posso nascondere i miei sentimenti per sempre. Allora, come in ogni lettera d’amore in stile Harmony che si rispetti, partiamo con la solita sviolinata su quanto sono belli i tuoi occhi e le tue labbra, amore mio, anche se potrebbe suonare banale. “Tanto gentile e tanto onesto pari”, eccetera… E’ dal Duecento che si lodano le fattezze della persona amata e stasera anche io farò altrettanto. So benissimo che sei un uomo qualunque, eppure i tuoi occhi sono così dolci che mi si spezza il cuore quando ti guardo, sono struggenti come una sonata di pianoforte. Tutti gli uomini hanno la barba, ma solo la tua è ruvida e rassicurante come quella di un antico guerriero. Amo le tue mani forti e il tuo petto, su cui mi raggomitolo quando sono stanca; le tue labbra attirano baci e teneri morsichini, sono perfette; . In fondo però amo tutto di te, persino la tua voce stonata quando canti in macchina e la tua voglia sulla schiena. Ciò che più adoro è l’intesa mentale che c’è tra noi, la tua cultura nerd che è così diversa dalle mie amate materie umanistiche, eppure così compatibile con me.

Non so come finirà la nostra storia, se moriremo insieme dopo una serena vecchiaia o se ci separeremo prima (probabilmente in seguito alla tua incapacità di comprendere che non si può andare sotto le coperte vestiti), io faccio il tifo per noi e sono certa che non ci separeremo mai.

Ti amo, Mirko, sei l’uomo della mia vita.

Miao!

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Munch e il suo rapporto con le donne

Il rapporto tra Munch e le donne è forse un argomento inadeguato per una ragazza in quanto sarebbe più interessante se lo affrontasse una mente maschile, ma le opere di Munch sono così affascinanti che ho deciso di intraprendere questa sfida, seguendo la traccia dell’articolo Le donne di Munch di Lucia Imperatore, pubblicato su Psicozoo.it.

Tutti conosciamo Munch per il celeberrimo Urlo, che rappresenta un attacco di panico e una profonda angoscia esistenziale, ma l’artista ha rappresentato il disagio psicologico anche in molte altre opere, soprattutto in quelle che trattano il suo travagliato rapporto con le donne.

A soli cinque anni Edvard Munch perde la madre che, indebolita dalla tisi, muore nel dare alla luce il quinto figlio. Quando il futuro pittore aveva quindici anni morì di tubercolosi la sorella maggiore Sophie, cui Edvard restò vicino sino alla fine. Il padre, un medico, si chiuse in una profonda depressione e morì qualche tempo dopo. Le tre tragiche perdite segnarono profondamente non solo la vita dell’artista e il suo rapporto con le donne, ma anche la sua arte, infatti l’artista ci ha regalato degli splendidi capolavori sulla morte di Sophie.

La fanciulla malata ritrae proprio la sorella Sophie sul letto di morte; esistono ben sei versioni dell’opera. Nella versione del 1885-1886, la fanciulla dai capelli rossi giace a letto su un grosso cuscino bianco mentre una donna dal capo chino e i capelli raccolti le stringe una mano. In primo piano troviamo un bicchiere, di fianco al letto, su un comodino, si trova una bottiglia. Sul lato destro del dipinto è abbozzata una tenda verde.

NOR Det syke barn, ENG The Sick Child

La morte di Sophie viene rappresentata anche ne La morte nella stanza della malata, del 1893. La ragazzina è ritratta di spalle, seduta su una seggiola, accudita dalla zia Karen, che sacrificò la propria esistenza per accudire i figli della defunta sorella. Il padre è di fronte a Sophie con le mani giunte e il capo chino, sembra che stia pregando; sul lato opposto il figlio Andreas, che morirà di polmonite qualche anno più tardi, si appoggia al muro con una mano. In primo piano troviamo Laura seduta mentre Inger rivolge allo spettatore uno sguardo fisso e sofferente. All’artista preme soprattutto la rappresentazione dell’aspetto psicologico, del fatto che i vari personaggi sono ridotti a mere ombre di loro stessi dall’imminente perdita e sono isolati l’uno dall’altro in una profonda solitudine. I soggetti raffigurati non hanno l’età in cui è morta Sophie ma quella in cui è stato realizzato il dipinto, segno che il lutto si è protratto nel tempo. L’arredamento è minimo, risaltano le superfici vuote del pavimento e delle pareti.

Per Munch la donna è dunque una creatura malata, morente, una vittima sacrificale. Amare una donna significa soffrire.

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Qualche anno più tardi Munch andò a Parigi e successivamente a Berlino, qui frequentó gli ambienti bohemien dell’epoca. E’ in questo ambiente che realizza le quattro dissacranti versioni di Madonna tra il 1894 e il 1895, intrecciando con genialità il sacro ed il profano. La Madonna di Munch è nuda ed ha delle provocanti  forme sinuose (accentuate da linee curve che circondano il corpo), la sua pelle è pallida, le braccia sono sensualmente piegate dietro la testa e i capelli neri si spargono sulla tela come tentacoli; ciò che attira maggiormente l’attenzione è il volto, infatti gli occhi sono socchiusi in una sorta di estasi che rendono la donna estremamente provocante. Un’aureola rossa infine evoca i temi della passione e del sangue, tale colore, insieme al nero, sono un evidente riferimento ad eros e thanatos. Una litografia di tale soggetto è ancor più provocatoria, infatti l’artista raffigura in una cornice degli spermatozoi e, in un angolo, un feto raggomitolato, debole e impaurito che è stato interpretato in vari modi come l’infelicità fuori dal grembo materno, la morte, la profanazione di Cristo, l’annichilimento del maschio nei confronti della madre o della donna amata. In ogni caso, il Cristianesimo ne risulta completamente demistificato e viene sostituito dalla venerazione della donna e della passione, anche qualora conduca alla morte.

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Nel 1898 Munch inizió una relazione con Tulla Larsen che si concluse in tragedia: siccome l’artista rifiutava le pressanti richieste di matrimonio della donna, scoppió una violenta lite e Tulla sparó al compagno, che perse così un dito. La donna amata in effetti è per Munch un vampiro, un demone spietato che uccide l’uomo nell’amplesso succhiandogli la linfa vitale. Nonostante ciò l’uomo non può opporsi al desiderio che prova per la donna ed è dunque destinato all’autodistruzione. In Vampiro troviamo un uomo in giacca nera raggomitolato su se stesso mentre una donna, abbracciandolo, si china su di lui per succhiargli il sangue. Il volto della fanciulla è nascosto da lunghi capelli rosso sangue che si spargono come tentacoli sul corpo dell’uomo.

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Mi piacerebbe molto conoscere le impressioni di un uomo circa quest’opera, sapere quanti maschi considerano noi donne dei vampiri. Sarebbe interessante se un ragazzo riscrivesse il post dal suo punto di vista, mi piacerebbe scoprire se noi donne siamo veramente dei vampiri o se semplicemente alcuni uomini non sanno amarci in modo sano. Concludo questo articolo con una domanda rivolta a tutti: si può amare ciò che ci distrugge? Si può amare un vampiro?

La mia vita sovrappeso

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Due anni fa ero magra, venivo invidiata perché ero una di quelle ragazze che potevano mangiare qualsiasi cosa senza ingrassare di un etto, poi il mio corpo ha iniziato a prendere peso. Non ho perso tono muscolare perché ho sempre praticato sport, ma il mio ventre si è gonfiato, fianchi e sedere si sono ammorbiditi e, soprattutto, la gente ha iniziato a parlare. Come molti di voi avranno sospettato, sono ingrassata di 25 kg, arrivando a pesare da 65 kg  a 92 kg per 1,75 m di altezza e i pettegolezzi si sono scatenati.

In un’epoca in cui l’immagine esteriore è fondamentale non ci si può permettere di essere grassi, così le persone si sentono giustificate a sparlare senza scrupoli alle spalle di chi poi tanto in linea non è, praticando ciò che in inglese è chiamato fat shaming.

I luoghi comuni vogliono che le persone grasse si abbuffino senza contegno, non pratichino sport, siano pigre e  non curino il proprio aspetto fisico. Alcuni obesi rientrano in queste categorie, certo, ma non tutti: i pettegoli si dimenticano sempre che molte persone sono sovrappeso per depressione o altri malesseri psicologici o psichiatrici, assunzione di determinati medicinali, problemi ormonali, malattie (come per esempio  il diabete), squilibri ormonali, costituzione (mi riferisco a quelle persone che, nonostante le diete, sono sempre più cicciottelle della media, senza necessariamente essere sovrappeso). Per ovvi motivi non ho intenzione di dichiarare pubblicamente la ragione per cui sono ingrassata, sono molto infastidita però dal fatto che la gente preferisca etichettare il grasso secondo i pregiudizi più diffusi, anziché tenere presente che le cause dell’obesità possono essere varie.

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La mia vita da cicciottella non è poi così diversa da quella che avevo prima. Gli effetti si vedono soprattutto nell’attivitá fisica perché, praticando uno sport di squadra, fatico a sostenere gli stessi ritmi delle mie compagne: non solo a basket sono sempre stata un po’ una schiappa, adesso devo anche sudare il doppio per correre come le altre.

Essendo una fanciulla mi piacerebbe molto fare shopping con le mie amiche, ma avendo esigenze molto particolari rispetto a loro preferisco andarci da sola. I primi mesi in cui ero sovrappeso trascuravo l’abbigliamento perché disprezzavo il mio corpo, cercavo di non pensare all’estetica per aggirare il problema del grasso. Adesso sto ricominciando ad agghindarmi come fanno tutte le mie coetanee, ma purtroppo le persone grasse devono seguire regole rigide per quanto riguarda l’abbigliamento perché devono “nascondere” i chili di troppo, pena le occhiatacce della gente: niente colori sgargianti, niente righe orizzontali, maniche lunghe per coprire le bracciotte, assolutamente da evitare gli shorts, da dimenticare anche i vestitini aderenti o troppo corti. la faccenda si complica d’estate, quando una persona vorrebbe scoprirsi per difendersi dalla calura estiva ma teme il giudizio della gente. Sono invece apprezzate le scollature, perché è risaputo che assieme alla panza crescono anche le tettone. Con l’aumentare dei chili ho dovuto ricomprare i vestiti due volte, ma a differenza di quanto si possa pensare mi è spiaciuto molto perché molti capi erano nuovi, oppure mi ero affezionata a loro.

I luoghi più temuti dalle ragazze sovrappeso sono le piscine perché impongono loro di esibire tutta l’abbondanza che le caratterizza. Personalmente sono disinteressata all’opinione pubblica perciò mi tuffo in acqua senza farmi troppi problemi, però conosco delle persone che vivono questa esperienza come un trauma, evitando di accompagnare gli amici in piscina oppure evitando di fare il bagno.

Essere invitati ad una festa è un problema perché spesso la gente giudica ad alta voce alta quello che mangi, sia se ti concedi qualche boccone sia se eviti di toccare cibo. Una parte di me vorrebbe sempre invitare tali persone a  farsi una valangata di ca**i propri, ma le parole offendono, umiliano e feriscono nel profondo, non sempre riesco ad essere così forte.

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Attualmente ho perso peso da 92 kg a 86 kg e sto cercando di far scendere ulteriormente l’ago della bilancia. Inizialmente i chili diminuivano rapidamente, ma ora si sono stabilizzati e sto faticando a non mollare. L’aspetto più triste è rinunciare agli inviti a cena con gli amici: siccome non riesco a trattenermi dall’abbuffarmi in compagnia, l’unica soluzione è evitare del tutto di presentarmi a grigliate, pranzi giapponesi, pizzate e altro ancora. Ciò non significa che abbia intenzione di abbandonare l’impresa, presto ritornerò in linea. E’ una promessa.  

La Gioconda, la fanciulla più celebre della storia dell’arte

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Dopo la bravata pubblicitaria di Sgarbi è doveroso trattare una delle donne più famose della storia dell’arte, vale a dire la Monnalisa di Leonardo Da Vinci (1503/1506), nota anche come Gioconda per il suo enigmatico sorriso e per il nome del marito della modella. Turisti da ogni angolo del globo affollano il Louvre per ammirarla per poi restare scioccamente delusi dalle ridotte dimensioni dell’opera (77×53 cm), in verità si tratta di un vero e proprio capolavoro su cui sono state scritte pile di volumi sulla storia dell’arte, il cui mito è sicuramente stato alimentato dal celebre furto verificatosi nel 1911. Cerchiamo di scoprire qualche informazione essenziale su questa straordinaria fanciulla.

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Ma chi era realmente la Gioconda? Vasari  racconta che si trattava della moglie del mercante fiorentino Francesco Giocondo e che il suo vero nome era Lisa Gherardini. Leonardo si affezionò in maniera morbosa al dipinto, così non lo consegnó mai al committente.

La Monnalisa è il primo soggetto ad essere stato ritratto a mezzobusto con le mani in vista, inoltre è estremamente innovativa la realizzazione di un paesaggio alle spalle della donna anziché l’utilizzo di uno sfondo puro. Il paesaggio è sicuramente inventato (sebbene alcuni abbiano tentato ad identificarne la collocazione in Toscana grazie alla presenza del ponticello sulla destra), inoltre la parte a destra della donna e quella alla sua sinistra hanno l’orizzonte a livelli differenti. La Monnalisa posa in una loggia panoramica, ma tale particolare si nota molto poco in quanto l’opera è stata mutilata.

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L’intero dipinto è inoltre in movimento: il paesaggio è avvolto dalle nebbie, ma ponendosi in primo piano diventa più vivo e riusciamo a vedere un ponte e un fiume; la Gioconda invece è raffigurata nel pieno di una torsione e le membra sono su piani diversi. Il celeberrimo enigmatico sorriso varia in base ai punti di osservazione e incarna l’essenza dell’attimo in divenire, ovvero dei sentimenti dell’uomo in continuo mutamento, senza la possibilità di trovare un appiglio in essi. Sono tuttavia ancora in corso degli studi al riguardo, ciò che è certo è che il sorriso della Gioconda si incarna perfettamente con il resto del dipinto.

L’opera inoltre non è un semplice ritratto, infatti Leonardo voleva rappresentare l’ineffabilità della natura e dell’animo umano. Tutto ciò è stato realizzato non solo mediante il sorriso di Lisa Gherardini, ma anche grazie al celebre sfumato ottenuto con sottili velature  di colore, con utilizzo di luce dorata e la resa di un’aria umida e spessa. Si tratta dunque di un’immagine reale, in cui risaltano la visione dell’artista della realtà e della natura, che sono in continuo movimento. La Gioconda rappresenta perfettamente la poetica di Leonardo da Vinci, infatti è stato raffigurato un collegamento tra il singolo fenomeno e la complessità dell’universo, tra il particolare e il tutto. Il paesaggio sullo sfondo è il simbolo della natura naturans, vale a dire del “farsi e disfarsi” e della continua trasformazione della materia attraverso i tre stadi della materia (solido, liquido, gassoso). Monnalisa rappresenta l’ultimo gradino di  questo ordine.

Charles de Tolnay scrisse: « Leonardo ha creato con la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l’anima o, quando hanno caratterizzato l’anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l’anima è presente, ma inaccessibile».

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La Gioconda è stata oggetto numerose e divertentissime parodie, la prima delle quali è Monna Lisa che fuma la pipa di Bataille (1883). Il secondo è Marcel Duchamp, che nel 1919 realizza L.H.O.O.Q, la celebre Gioconda baffuta. L’artista dichiarò: “La Gioconda è così universalmente nota e ammirata da tutti che sono stato molto tentato di utilizzarla per dare scandalo. Ho cercato di rendere quei baffi davvero artistici.” L’opera è composta da una riproduzione fotografica della gioconda a cui sono stati semplicemente aggiunti baffi e pizzetto. Le lettere che compongono il titolo, se pronunciate  in francese, compongono la frase “Elle a chaud au cul” (Lei ha caldo al culo), che significa “Lei è eccitata”. Duchamp realizzò diverse versioni dell’opera. L’opera è un inno contro il conformismo, infatti l’artista non intende insultare Leonardo, la tutti coloro che ammirano la Gioconda solamente perché è un opera famosa e non per il suo valore artistico.

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Non possiamo citare tutti gli artisti che hanno reso un simpatico omaggio alla gioconda, i più famosi sono i seguenti: Andy Warhol individuò nella Monnalisa un icona della propria epoca (ma anche di quelle passate, naturalmente), perciò la raffigurò in serie; Banksy realizzò numerose parodie dell’opera; Botero non resistette alla tentazione di raffigurare la celebre modella cicciottella come i soggetti dei suoi quadri; infine Basquiat la raffigurò con un sorriso sinistro.

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L’opera è stata realizzata su una tavola di pioppo molto sottile, pertanto con il trascorrere del tempo l’opera si è danneggiata: il pannello si è incurvato e si è aperta una fessura sul vetro; a ciò si aggiungono due terribili atti vandalici effettuati mediante dell’acido e il lancio di un sasso. Per evitare altri danni la Gioconda è esposta dietro ad una teca infrangibile, con temperatura ed umidità controllate, e non viene più prestata ad altri musei.

“Dario e Dio”, di Dario Fo e Giuseppina Manin

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“Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia. “

Quest’anno è uscito l’ultimo libro di Dario Fo e Giuseppina Manin, intitolato “Dario e Dio”. Si tratta di una lunga ipotetica intervista cui viene sottoposto Dario Fo circa l’esistenza di Dio. L’opera è suddivisa in venti capitoli in cui il celebre attore, pittore  e regista affronta tutte le tematiche principali della religione cristiana, dalla trinità alla madonna, dalla creazione alla figura di Giuda, inserendo inoltre molte confessioni personali riguardanti la sua carriera di artista, i propri genitori e la sua toccante storia d’amore con Franca Rame.

Tra le personali teorie di Dario Fo sulla religione non compare nulla di nuovo, in quanto l’artista semplicemente riprende le affermazioni di filosofi venuti prima di lui. Ciò che colpisce tuttavia è la vitalità e l’entusiasmo con cui Fo trasmette i valori in cui crede, inoltre non sono rare le battute di spirito e i dialoghi con cui diverte il lettore. Dopotutto in copertina spicca su sfondo bianco un’illustrazione di Quipos, che promette tanta comicità e allegria.

Dovendo recensire questo libro ero incerta su come procedere, infatti riassumere i punti cruciali del libro avrebbe trasformato l’opera in un mero trattato di filosofia privo della comicità che lo caratterizza, ma non volevo nemmeno focalizzare l’attenzione sulle mie opinioni circa le idee di Fo (che nella maggioranza dei casi condivido), in quanto lo ritengo poco rispettoso nei confronti  di un grande artista del suo calibro.

Un aspetto affascinante di Dario Fo è che, pur essendo ateo convinto, dimostra di conoscere profondamente la religione cattolica, molto più di molti cattolici praticanti, e effettua nel suo  libro (come in altre opere, prima fra tutte il Mistero buffo) una critica approfondita della nostra religione. Mi piacerebbe molto domandargli cosa lo spinge a trattare così spesso di religione se si professa ateo. Un altro aspetto interessante è l’attenta analisi che effettua degli ultimi papi: personalmente, in qualità di atea, sono assolutamente disinteressata a ciò che accade in Vaticano e mi domando perché Dario Fo non faccia altrettanto, indipendentemente da quanto sia rivoluzionario Papa Francesco.

L’argomento più affascinante e sconvolgente del libro riguarda non la relazione amorosa tra Maddalena e Cristo, non il falso tradimento di Giuda, ma la natura femminile dello Spirito Santo. “E difatti uno dei Vangeli apocrifi, quello di Tommaso, parla proprio  di  uno Spirito Santo femminile, nuova versione dell’antica madre terra. La trinità aveva così una scansione più logica: il Padre, la Madre e il Figlio .Ma quella parte femminile, insita in origine nel divino dei primi cristiani, risultava intollerabile e pericolosa per una chiesa maschile e maschilista a oltranza. Che appena ha potuto si è premurata di spazzar via quella scomoda presenza trasformando lo Spirito Santo in quell’entità asessuata e di scarso carattere che ci hanno insegnato. Sancire che Dio è maschile e femminile insieme avrebbe infatti creato non pochi problemi. Intanto avrebbe garantito la parità della donna, le avrebbe aperto le porte del sacerdozio con il rischio che prima o poi se ne trovasse una seduta sul soglio di Pietro…”

Quella meravigliosa persona che fu Frida Kahlo

Il 6 luglio è stato il compleanno (l’articolo verrà pubblicato il 15 luglio su  “Are you art?”) di una donna che è diventata un’icona in Messico e in tutto il mondo per la propria arte e per una straordinaria personalità: Frida Kahlo. Definirla solamente un’artista è un affronto perché Frida era anche una militante comunista che amava profondamente il proprio paese, una femminista ed è diventata un’icona molto amata dalla comunità Lgbt perché era bisessuale dichiarata e non celava le proprie avventure amorose con altre donne.

Frida si distingueva inoltre per una personalità affascinante. In un mondo in cui ad una donna è richiesto essenzialmente di essere bella per avere successo, lei non nascondeva i piccoli difetti che la caratterizzavano, come le sopracciglia unite e i baffetti che ben conosciamo attraverso i suoi quadri, eppure, secondo la critica d’arte americana Hayden Herrera, Frida Kahlo sapeva essere incantevole: «Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientare. Quando rideva era con carcajadas, uno scroscio di risa profondo e contagioso che poteva nascere sia dal divertimento sia come riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore»

La biografia dell’artista è nota per essere attraversata da una lunga serie di disgrazie, ma Frida Kahlo ha saputo affrontare tali sfide con un’energia straordinaria, la stessa che illumina i suoi quadri di tinte allegre e vivaci anche quando affronta le tematiche più buie. Nonostante sia nata nel 1907, sostenne di essere nata nel 1910 per far coincidere la propria data di nascita con lo scoppio della rivoluzione messicana, segno di una profonda passione politica.

Fu perseguitata dalla sfortuna sin da bambina, infatti a sei anni si ammalò di poliomelite e, sebbene guarì, la gamba destra rimase meno sviluppata. A diciotto anni durante un incidente in tram un corrimano di metallo le trapassò il copro. In seguito all’incidente sarà costretta ad indossare un busto ortopedico cron cui si ritrarrà nell’opera che vedete sotto. Si tratta di una Frida squartata sino a mostrare la colonna vertebrale in frantumi, che indossa il busto ortopedico, dalla pelle disseminata di tanti piccoli chiodi e con le lacrime agli occhi, eppure la giovane sembra fiera e bellissima, la coperta che le cinge la vita sembra una gonna.

In seguito all’incidente inoltre Fida non riuscirà a portare a termine diverse gravidanze e il primo aborto, che risale al 1930, è stato raffigurato nel quadro qui sotto. Frida è sdraiata su un letto nuda, giace sul suo sangue e in una mano tiene dei fili cui sono collegati dei macabri palloncini. Uno tra questi è un feto, che incombe su di lei. L’aborto era un argomento non facile da affrontare in quegli anni e sicuramente Frida Kahlo è stata in anticipo sui tempi. Il suo coraggio è straordinario soprattutto perché l’opera tratta un episodio di vita privata.

I postumi dell’incidente in bus la perseguiranno per tutta la vita, infatti subirà  trentadue interventi chirurgici. Tuttavia fu proprio durante la lunga permanenza a letto che Frida iniziò a dipingere, ritraendo il proprio riflesso in uno specchio appeso sopra il letto.

Gli autoritratti sono sempre stati i suoi soggetti preferiti, infatti scrive all’amico Carlos Chavez: «Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me». Molte altre artiste seguiranno il suo esempio attingendo alla propria vita e ai propri traumi per realizzare i propri quadri. Tra i numerosi autoritratti di Frida ho scelto di proporvi Autoritratto con scimmie.

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In un altro dipinto, Frida si ritrae con una collana di spine avente un uccellino per ciondolo. Intorno a lei svolazzano delle farfalline azzurre e dei fiori alati e posano dietro di lei una scimmia e un gatto.

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Nel 1928 Frida conosce Diego Rivera e nel 1929 i due si sposano. Si tratta di una relazione turbolenta, caratterizzata da tradimenti, separazioni, un breve divorzio, riconciliazioni.

Frida Khalo si spense il 13 luglio 1954, all’età di quarantasette anni, nella sua casa natale, che attualmente è un museo dedicato all’artista, che proprio in questo periodo ritrarrà dei coloratissimi e vivaci cocomeri in un cielo sereno con la scritta “Viva la vida”, per manifestare la propria gioia di vivere. Sul suo diario  lasciò inoltre una scritta provocatoria inneggiante alla vita.

E’ notevole l’impegno politico e sociale che traspare nell’opera Unos cuoantos piquetitos, in cui viene denunciato un caso di femminicidio. Il titolo è un riferimento a come l’assassino definì al processo le coltellate, “solo qualche piccola punzecchiatura”.

Le mie opere preferite di Frida Kahlo sono molto più allegre. La prima è L’abbraccio dell’amore e dell’universo, la terra, io, DIego e il signor Xòlotl, in cui Diego Riviera viene abbracciato da Frida che viene abbracciata dalla terra e da diverse divinità Messicane in un gesto molto materno e femminile. L’opera esprime una concezione femminile del creato e tratta tematiche molto profonde sull’esistenza.

Il secondo raffigura l’immagine che tutti noi vediamo quando facciamo il bagno, vale a dire la punta dei nostri piedi che affiora dall’acqua contro il marmo. Tante piccole fantasiose immagini navigano inoltre nella vasca, animando la fantasia dell’artista.

Su Internet sono disponibili svariate informazioni su Frida, io vi consiglio in particolare questa pagina di citazioni dell’artista e questa galleria.

 

FONTI

Esiste l’antirazzismo cattivo?

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Studiando il manuale Antropologia culturale di Fabio Dei per un’omonimo esame mi sono imbattuta in un capitolo che mi ha  sorpreso. Non sono esperta di diritti umani, ma ho sempre ritenuto l’antirazzismo la più doverosa, spontanea e genuina manifestazione di bontà che l’uomo possa offrire ad un suo simile. Potrete dunque immaginare il mio stupore quando ho letto che esistono forme negative di antirazzismo, che addirittura utilizzano lo stesso linguaggio del loro opposto, il razzismo.

 

Il mio manuale sostiene infatti che l’antirazzismo correrebbe il rischio non solo di usare gli stessi strumenti ideologici e culturali del razzismo, ma anche di riprodurre i medesimi meccanismi che caratterizzano il razzismo stesso, vale a dire:

  • L’essenzializzazione (un meccanismo per cui, per esempio, se molti zingari rubano, allora tutti gli zingari sono ladri, oppure, se molti musulmani violano i diritti delle donne, allora nessun musulmano rispetta i diritti delle donne);
  • la stigmazione, che consiste nell’esclusione simbolica dell’individuo discriminato, cui vengono inoltre attribuiti stereotipi negativi (ciò accade per esempio quando si afferma che i neri puzzano);
  • la barbarizzazione, ossia la considerazione del gruppo etnico come delle persone incivilizzabili e, per l’appunto, barbare.

L’antirazzista applicherebbe insomma queste tre categorie al razzista trasformandolo in un’entità nemica da neutralizzare, se non addirittura nel Male assoluto. In quest’ottica chiaramente l’antirazzismo rappresenterebbe viceversa il Bene assoluto e il mondo verrebbe diviso in bianco e nero, buoni e cattivi.

Analizzando i linguaggi dei media la realtà risulterebbe molto più complessa in quanto i pregiudizi razzisti sarebbero nascosti e spesso verrebbero involontariamente sostenuti anche da coloro che si dichiarano antirazzisti e che credono di vivere in una cultura aperta e tollerante. Gli stessi strumenti che effettuano tali analisi alla ricerca di fenomeni razzisti sotterranei avrebbero tuttavia un limite, vale a dire la tendenza ad individuare del razzismo occulto ovunque.
Spesso inoltre verrebbero realizzati dei discorsi antirazzisti che invece nasconderebbero in sé subdole e profonde intenzioni razziste. Ciò comporterebbe un rischio ben più grave, cioè che i destinatari del messaggio siano incapaci di riconoscere i vari livelli di pregiudizio.

Il manuale continua affermando che la nostra società, come tutte le altre, sarebbe costruita intorno alla distinzione tra “civiltà” e “barbarie”, “normalità” e “anormalità”, “buon gusto” e “cattivo gusto”. Tali categorie non avrebbero nulla di naturale e sarebbero in stretta relazione con la storia dell’Occidente e le sue pratiche di predominio sugli  altri popoli, ma proprio per questo motivo sarebbero inadatte a distinguere  ciò che è razzista da ciò che non lo è.

Sì pensi all’opposizione bianco/nero. Il primo, che identifichiamo nel colore della nostra pelle, rappresenta tutto ciò che è buono e puro mentre il secondo, che associamo ai popoli dalla pelle scura, è il simbolo del mare. Da tutto ciò nascono figure come il terribile uomo nero che spaventa i bambini, l’associazione del nero a tutto ciò che è male e demoniaco, modi di dire come “sono incazzato nero”.

 

La lettura di questo capitolo del manuale ha suscitato in me profonde riflessioni che vorrei condividere con voi. Siccome sono alla costante ricerca della verità non ho alcuna intenzione di proporre le mie opinioni come verità assolute, quindi sono più che disposta a mettermi costantemente in discussione, magari chiacchierando con voi nei commenti qui sotto.

Mi rendo conto che non è possibile sintetizzare la realtà semplicemente suddividendo i razzisti dagli antirazzisti con una linea retta, però ogni civiltà ha la tendenza a creare nel proprio immaginario collettivo dei demoni e degli eroi, pertanto non mi sembrerebbe un male (come sostiene invece il manuale) se la società demonizzasse i razzisti e gli considerasse alla stregua dei ladri, degli assassini o degli stupratori. Purché non ci si dimentichi che i pregiudizi e il razzismo si insinuano in modo molto sottile nella nostra cultura (proprio come ha affermato il manuale), mi sembra più che corretto identificare il nemico e avvertire la popolazione tutta della sua pericolosità. Per lo stesso motivo, l’antirazzismo andrebbe glorificato e chiunque lo promuova dovrebbe diventare un eroe al pari di Robin Hood e di Achille Pelide. Il perché abbiamo bisogno di eroi è molto semplice e può essere sintetizzato da questo aforisma: “Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.”
(Bernard Malamud).
Ho utilizzato il condizionale perché secondo me la nostra società tollera il razzismo, naturalmente nascondendosi sotto una maschera di diplomatico perbenismo. Non ho intenzione di esprimere il mio punto di vista sulla nostra società, torniamo al mio manuale di Antropologia culturale.

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Per quanto riguarda la faccenda relativa ai linguaggi dei media, io stessa una volta sono stata vittima della mia stessa cultura occidentale razzista. Nel corso di una partitella di Basket ho giocosamente sfidato le avversarie dicendo: – Vi facciamo nere! -. Peccato che nell’altra squadra era presente una ragazza nera. La mia amica non sì è offesa, tuttavia è stato molto imbarazzante. Naturalmente non ho pronunciato tale frase con il preciso intento di fare dell’umorismo sulla pelle di questa ragazza ma ho utilizzato una “frase fatta” senza riflettere sul suo significato perché stavo giocando a basket ed ero concentrata sulla partita, allo stesso modo in cui quando dico “sono giù di corda” non rifletto sull’etimologia di tale modo di dire (si tratta di un’affascinante origine che potete trovare qui).
Il manuale non tratta un aspetto molto grave, vale a dire il fatto che le persone dunque offendono senza accorgersene, rendendo ancora più subdolo il meccanismo razzista. Si tratta di un problema serio, che forse non si può risolvere nell’arco di una sola generazione, ma per il quale siamo tutti chiamati a lottare evitando in prima persona tutto ciò che appare discriminatorio.

Circa il razzismo sottointeso nei media, personalmente riesco a notare solamente quello relativo alla politica (nel caso di certi politici come Salvini non è nemmeno sottointeso ma è più che evidente, tuttavia non voglio dilungarmi in simili argomenti da salotto), perciò vi prego di segnalarmi nei commenti se avete notato dei messaggi mediatici simili, sarei lieta di discuterne insieme a voi.

Avete assistito ad un fenomeno di razzismo? Quali miglioramenti potremmo apportare alla nostra società per combattere il razzismo? Per qualunque altra curiosità che volete condividere, scrivete sotto: che il dibattito abbia inizio!