Il veliero di Genova

Nel Porto Antico di Genova, nei pressi dell’Acquario, è ormeggiato il veliero Neptune (spesso erroneamente chiamato galeone), costruito per essere il set cinematografico del film Pirati di Roman Polanski (1986), con Geena Davis e Walter Matthau. Il lungometraggio è stato ormai dimenticato dopo il successo dei Pirati dei Caraibi, ma il veliero è tuttora visitabile presso il capoluogo ligure ed è amatissimo dai soprattutto bambini.

Si tratta di una fedele ricostruzione storica di un veliero spagnolo del XVII secolo, realizzata in un cantiere navale della Tunisia. Per promuovere il fillm Pirati, è stato ormeggiato a Cannes in occasione del celebre festival di cinematografia. L’imbarcazione è stata utilizzata non solo da Polanski, ma anche durante le riprese della miniserie televisiva Neverland, La vera storia di Peter Pan di Nick Willing.

Sono state aggiunte alcune caratteristiche moderne: la parte immersa dello scafo è in acciaio e la nave è dotata di un motore ausiliario che consente di navigare alla velocità di tre nodi. Tali agevolazioni moderne sono tuttavia perfettamente nascoste all’occhio degli osservatori e soprattutto dei passeggeri, che hanno l’illusione navigare con il solo ausilio delle vele dei tre alberi della nave.

Il veliero è apprezzabile soprattutto dai bambini, ma anche gli adulti possono trovare interessante la ricostruzione; i più grandi pagano 6 euro, 5 euro se hanno meno di venticinque anni (o se si tratta di studenti universitari, non ricordo), non saprei invece indicare il prezzo riservato ai bambini perché non ho visitato l’imbarcazione in compagnia di minori.

Il veliero del film di Polanski è potenzialmente una straordinaria attrazione turistica, ma non è adeguatamente sfruttato e, a causa della negligenza dei responsabili dell’imbarcazione, risulta addirittura deludente. Il veliero è infatti privo di arredi e gli interni sono chiusi a chiave, fatta eccezione per la stiva e la sottocoperta che il visitatore deve inevitabilmente attraversare per accedere al ponte. Per rendere più accattivante il galeone agli occhi dei bambini sono state aggiunte orrende decorazioni in plastica come una pacchiana polena maschile e un irrealistico scranno su cui è seduto uno scheletro all’ingresso del veliero (per quale motivo un cadavere dovrebbe trovarsi in una nave? I morti venivano gettati in mare…); il risultato è che tali addobbi annientano il realismo che caratterizzava l’imbarcazione nel lontano 1986, quando era stata progettata per ricreare fedelmente un’ambientazione del XVII secolo. Il veliero compirà 30 anni nel 2016 ma molto probabilmente nessuno ha mai pensato di restaurarlo, in quanto molte travi sono spezzate o scheggiate.

Nonostante ciò la visita è stata molto interessante perché non credo che mi capiterà nuovamente di salire su un veliero spagnolo.

Fonti:

  • Wikipedia
  • Tripadvisor
  • Visita presso il veliero dei pirati di Genova in data 25 luglio 2015

“Africa, la terra degli spiriti” al Mudec di Milano

870x520xAFRICA-exhibition-MUDEC-Milan-Inexhibit-08_jpg_pagespeed_ic_U7r8CYYr15Dal 27 marzo al 30 agosto il Mudec di Milano ospita una straordinaria mostra dedicata all’Africa subsahariana. Dopo aver dedicato un post agli straordinari proverbi locali e ad una poesia di Francis Bebey (https://centauraumanista.wordpress.com/2015/07/16/frasi-dalla-mostra-africa-al-mudec/), vogliamo proporvi gli aspetti più interessanti della mostra.

La prima delle sei sale è dedicata alla statuaria, che la voce dell’audioguida gratuita paragona alle avanguardie europee del Novecento, fortemente influenzate dall’arte degli africani. Si tratta prevalentemente di statue non più alte di un metro in legno(che era raro in Africa, pertanto le statue non erano di grandi dimensioni) o metallo, raffiguranti figure umane maschili o femminili, figure intere o maschere, soggetti singoli come le statue degli antenati e dei re o in coppia come le statue dei gemelli e le maternità, Le opere spesso sono decorate con stoffe, pellicce, perline, chiodi o specchietti; i soggetti possono essere  in piedi, seduti o a cavallo (i cavalli sono poco diffusi sul territorio perciò erano posseduti solamente dai re); alcuni sono delle cariatidi. Le sculture africane non sono realistiche: i genitali sono enormi, i lineamenti stilizzati e le membra sproporzionate, proprio per questo tuttavia si tratta di opere estremamente espressive. Molte statue sono antiche, alcune risalgono persino al XV secolo, e provengono soprattutto dal Congo, dal Mali e dalla Costa d’Avorio. E’ inoltre visibile un singolare strumento musicale antropomorfo costituito da stanghettine da pizzicare; alcune statue sono ricoperte da secoli di incrostazioni di offerte agli spiriti di natura non identificata (che si tratti di cibo? sangue? olii profumati?).

L’audioguida fornisce per lo più inutili descrizioni delle opere, ma ha anche proposto delle informazioni interessanti, come il fatto che molte statue, per esempio, sono dei reliquiari che venivano posti sopra le ceste contenenti le ossa degli antenati, oppure la storia di Cibinda Lunga (spero di averlo scritto correttamente), un cacciatore straniero che sposò Luei, dando inizio ad una nuova dinastia. Scopriamo inoltre che la danza secondo gli africani consentiva di mettersi in contatto con i feticci e che i balafon sono degli strumenti musicali simili a xilofoni che venivano suonati solo in occasione dei funerali degli Ogon, eremiti che vivevano in grotte isolate, raggiungibili solo mediante delle corde.

Il cucchiaio era simbolo di accudimento per le comunità, ne è esposto uno enorme in legno, dal manico antropomorfo, e molti altri in avorio dalle elaboratissime incisioni, rivenduti nelle corti europee. Il comune di Torino ha gentilmente offerto alla mostra un pregiato olifante d’avorio realizzato in Africa, un antico dono di nozze presso la corte del capoluogo piemontese. Secoli orsono gli europei compresero immediatamente le potenzialità dell’arte africana, anche se nutrirono dei crudeli pregiudizi nei confronti dei nativi, come è visibile nelle illustrazioni di alcuni libri antichi della seconda sala.

La terza sala è dedicata alla religione, che invade ogni aspetto della vita quotidiana e sociale. Gli africani pregano gli spiriti della natura e degli antenati affinché questi intercedano per loro nei confronti di un dio supremo. Tutte le cose, compresi gli uomini, sono permeati di un’energia vitale regolata dagli antenati. I personaggi più importanti di una comunità sono il sacerdote sacrificante e il membro più anziano. Gli anziani sono molto stimati dalla comunità perché, essendo in età avanzata e prossimi alla morte, sono più vicini agli antenati. Oltre alle statue rituali e ai proverbi appartenenti alla cultura orale, ci hanno colpito delle scatole di legno in cui vengono inseriti dei topi prima di farli cadere su alcune conchiglie sparse a terra; a seconda di come cadono e fuggono i topi, viene predetto il futuro.

Molti si domandano come mai la cultura scritta sia giunta tardi in Africa. La risposta è che, siccome tutto è in divenire (noi europei diremmo “Panta rei”), tutto può essere una cosa o l’altra pertanto non avrebbe senso trascrivere la propria cultura orale.

La sala successiva è dedicata al sovrano, legittimato dagli spiriti che conferiscono l’ordine che desiderano alla terra. Non sempre la sovranità è ereditaria, in Camerun per esempio il re viene eletto tra gli aristocratici radunati in consiglio. Tra gli oggetti raccolti in questa sala troviamo armi cerimoniali (il metallo è molto raro in Africa, pertanto viene utilizzato per realizzare delle armi molto elaborate da indossare solo durante le cerimonie), sgabelli decorati con piccolissime perline dai colori sgargianti, due pilastri di legno intagliato del palazzo reale e una fotografia raffigurante un re in abiti tradizionali.

Nella sala successiva troviamo degli esemplari di design africano: coppe, statuaria di piccole dimensioni, elaborati poggiatesta utilizzati per dormire o come sgabello, pipe; si tratta per lo più di oggetti in legno di straordinaria fattura. Gli artisti africani lavoravano spesso in prossimità delle corti dei re ma il loro nome era sconosciuto, fortunatamente nella seconda metà del Novecento gli studiosi hanno ricostruito la loro storia e si sono recati in loco per studiare gli atelier e i metodi di lavorazione.

Una saletta più piccola è occupata da un gruppo di statue vudù e da un piccolo altarino su cui è possibile lasciare delle offerte per “nutrire” e intrattenere le statue. Le offerte non devono necessariamente essere oggetti di valore (ma sono presenti anche monetine, santini cristiani, elastici per capelli, …), sono sufficienti dei bigliettini da buttare, una scarpa vecchia, aggeggi inutili… Noi, per esempio, abbiamo offerto alle statue vudù i nostri biglietti della metro usati. E’ possibile prelevare qualche oggetto dall’altare, ma non credo che qualcuno voglia inimicarsi gli spiriti vudù…

L’ultima sala è dedicata alle cerimonie religiose, che consistevano in allegre danze al ritmo di musica indossando delle maschere. Troviamo qui esposti alcuni strumenti musicali (tamburi, una specie di chitarra e una campana), maschere di ogni forma, dimensione e materiale, singolari copricapi di legno a forma di animali.

La cultura africana è uno straordinario patrimonio dell’umanità che andrebbe conservato e valorizzato, la mostra del Mudec di Milano offre un piccolo squarcio su questo vasto e misterioso universo.

 

Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Frasi dalla mostra “Africa” al Mudec

Ecco alcuni dei  proverbi  e delle poesie che più mi hanno colpito alla mostra Africa, la terra degli spiriti del Mudec a Milano.

 

Chi sei? 

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E tu, chi sei?

Sono Mamadi, figlio di Diubaté.

Da dove vieni?

Dal mio villaggio.

E dove vai?

All’altro villaggio.

Quale altro villaggio?

Cosa importa?

Vado dovunque ci siano degli uomini.

.

Che fai nella vita?

.

Sono griot, capisci?

Sono griot, com’era mio padre,

Com’era il padre di mio padre,

Come lo saranno i miei figli

E i figli dei miei figli.

.

Sono griot, mi capisci?

Sono griot come al tempo dei padri

Che aprivano il cuore al nascere del giorno

E la casa ospitale al viandante sconosciuto

Attardato sulla via.

.

Sono progenie di Dieli,

L’uomo cui suo fratello diede

La propria carne e il sangue

Per eludere la fame terribile

Pronta sul sentiero in fiamme della foresta

Con la maschera minacciosa del teschio della morte.

.

Sono figlio della Guinea,

Sono figlio del Mali,

Nasco dal Ciad o dal profondo Benin.

Sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un gran-bubù bianco.

E i Bianchi ridono vedendomi

Trottare a piedi nudi nella polvere della strada.

.

Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani e il grande sole dell’Africa

Si ferma sullo Zenit per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo,

E canto e danzo.

.

Francis Bebey, artista camerunense

 

E’ QUANDO NON SI SA DOVE SI VA CHE E’ BENE SAPERE DA DOVE SI VIENE.

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NON PARLARE DEL COCCODRILLO PRIMA DI ESSERE USCITO DAL FIUME.

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QUANDO LANCI LA FRECCIA DELLA VERITA’, PRIMA IMMERGILA NEL MIELE.

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LA PAROLA E’ COME L’ACQUA, UNA VOLTA VERSATA NON LA RACCOGLI PIU’.

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IL GRIDO DI SGOMENTO DI UN SOLO SUDDITO NON SOVRASTA IL SUONO DEL TAMBURO.

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L’ELEFANTE MUORE MA LE SUE ZANNE RIMANGONO.

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Immagini tratte da http://www.inexhibit.com/it/case-studies/milano-africa-la-terra-degli-spiriti-per-lapertura-del-mudec/

Medea di Euripide

Per scrivere della Medea (431 a.C.) di Euripide, avrei voluto iniziare condividendo il link del video dell’opera del regista Giancarlo Sepe, con la magistrale interpretazione di Mariangela Melato. Purtroppo su Youtube sono disponibili tre delle quattro sequenze relative allo spettacolo, oppure il solo file audio. Il filmato è andato in onda su Rai 5 in occasione della morte dell’attrice protagonista e, nonostante gli spettacoli teatrali perdano gran parte del loro fascino in televisione, è stato estremamente interessante. E’ inoltre disponibile il link dell’omonimo film di Pasolini (https://www.youtube.com/watch?v=DxcIex1WbIk), di cui non parleremo di in questa occasione in quanto Avventure da palcoscenico si occupa di teatro, non di cinema.

Buone notizie invece per chi desidera leggere il testo di Euripide: sono disponibili online sia il testo greco con traduzione (http://www.skuolasprint.it/opere-greche/tragediegreche/medea-euripide.html), sia la pregiata versione di Ettore Romagnoli (http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/speciali/medea_di_euripide.pdf ) che, sebbene sia di difficoltosa e poco scorrevole lettura, evoca la poesia della lingua greca.

Di Euripide si conoscono novantadue drammi, di cui almeno una ventina sono stati considerati non autentici dai filologi antichi; sono sopravvissute sino ai nostri giorni diciotto tragedie. Euripide, figlio di Mnesarco, nacque a Salamina intorno al 480 a.C. e, siccome ricevette un’educazione di alto livello, possiamo sospettare che sia di famiglia benestante nonostante i comici insinuassero che fosse figlio di una semplice verduraia.

Sappiamo poco della sua vita, infatti è sopravvissuta soltanto una biografia dell’erudito Satiro del 200 a.C., trasmessa da un papiro. Euripide incarnava il perfetto prototipo dell’intellettuale appartato che non si dedica alla politica, ma preferisce la lettura (possedeva una biblioteca, un fatto inedito per l’epoca), la poesia e l’attività di pensatore. Per questa sua caratteristica fu considerato un misantropo e si diffusero racconti vari al riguardo, come quello secondo cui avrebbe fatto attrezzare una grotta nella natia Salamina per ritirarsi a studiare lontano da ogni contatto umano. Fu amico di Alcibiade e Crizia.

Euripide iniziò la sua carriera di tragediografo nel 455 a.C., ma negli agoni teatrali ottenne scarso successo perché il carattere rivoluzionario della sua arte non era fato per rispondere ai gusti tradizionalisti della massa degli spettatori. Intorno al 408 a.C. Euripide si trasferì in Macedonia presso la corte del re Archelao, dove morì nel 406 a.C.

Medea è una principessa barbara, figlia di Eete, re della Colchide (Mar Nero) e di Idia, e di Ecate, dea dell’Oltretomba e delle notti di luna piena, inoltre è nipote di Elio e della maga Circe; il suo nome significa “astuzia, scaltrezza”, infatti la donna è una maga dotata di straordinari poteri magici e di un’acuta intelligenza.

La nostra storia inizia molto tempo prima dei fatti narrati nella tragedia di Euripide: Giasone è uno degli argonauti partito dalla Tessaglia alla ricerca per volere di suo zio Pelia del vello d’oro, simbolo di potere e ricchezza. Affrontate diverse avventure, gli argonauti giungono in Colchide dove è custodito il prezioso tesoro ma il sovrano locale, Eeta, è disposto a consegnarlo solo se Giasone supererà una difficilissima prova: l’eroe dovrà aggiogare due buoi che spirano fiamme, arare un campo seminando denti di drago e uccidere i guerrieri nati dalle singolari sementi (Boiardo riprenderà tale singolare prova di valore nell’Orlando innamorato qualche millennio più tardi).

Fortunatamente per Giasone, la principessa Medea si innamora a prima vista di lui e decide di aiutarlo anche a costo di tradire il proprio padre, così gli dona dei filtri magici che lo rendono invincibile. Eeta tuttavia non vuole cedere il vello d’oro a Giasone, così Medea decide di intervenire addormentando il drago che lo custodisce per impossessarsene. Accecata dall’amore, Medea decide di abbandonare la famiglia e fuggire in Grecia con Giasone per sposarlo.

Per i due sposi le disavventure non sono finite, infatti sono costretti ad uccidere Apsirto, fratello di Medea, inviato da Eeta per inseguirli; i due spargono le membra dell’ucciso lungo la strada così il padre, costretto a rallentare per raccoglierle, non riesce ad inseguirli. Per tentare di riconquistare il trono della Tessaglia, Medea convince inoltre le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre e bollirlo in un calderone magico per ringiovanirlo (per convincere la fanciulle a compiere l’atroce gesto, esegue prima la procedura su un caprone, ringiovanendolo mediante le proprie arti magiche), così facendo però Acasto, figlio del defunto tiranno, si convince a cacciare Giasone e Medea, che fuggono a Corinto in esilio.

Medea e Giasone hanno due figli e vivono serenamene a Corinto sino a quando, dieci anni dopo, l’eroe non decide di ripudiare la moglie e sposare la figlia di Creonte, re di Corinto. La tragedia inizia proprio con le parole della nutrice che descrivono la disperazione di Medea: la donna, abbandonata dal marito, si ritrova infatti sola e priva di protezione. Medea, travolta dalla disperazione, manifesta il proprio rancore al punto che i membri della corte temono che possa meditare vendetta; re Creonte, per tutelare la figlia, decide di esiliarla. Per avere il tempo di organizzare la vendetta, Medea scongiura il sovrano di concederle di trattenersi un giorno a Corinto per organizzare la partenza; essendo molto abile a mentire, Medea ottiene senza difficoltà il permesso. Giasone la rimprovera per non aver accettato di buon grado le nuove nozze e di aver costretto il re ad esiliarla; sostiene inoltre di aver sposato la principessa di Corinto per garantire dei vantaggi a Medea e ai suoi figli.

Medea incontra Egeo, che ha appena interpellato un oracolo perché non riesce ad avere figli. Medea gli racconta il tradimento del marito e gli promette asilo ad Atene, inoltre gli confida di volere uccidere i propri figli e la sposa di Giasone. Medea rivela a Egeo di poter generare per lui dei figli, questi le offre la propria ospitalità.

Medea finge di essersi pentita e chiede a Giasone di poter domandare alla sua sposa di ospitare a Corinto i propri figli, offrendogli in regalo un peplo e una corona d’oro cesellato; l’eroe non sa che i doni sono stregati. Giasone accetta, così Medea ordina ai propri figli di consegnare i doni alla principessa. Il pedagogo ritorna da Medea con i figli dopo che questi hanno consegnato i doni; successivamente giunge un nunzio, che consiglia a Medea di fuggire perché Creonte e la figlia sono morti avvelenati. Medea esulta e decide di uccidere i propri figli affinché non muoiano per mano nemica. Accorre Giasone per proteggere i propri figli, ma scopre che Medea li ha uccisi. Medea rivela di averli assassinati per farlo soffrire e decide di portare via con sé le spoglie per seppellirli presso il tempio di Era Acrea affinché i corpi non vengano profanati. Medea fugge su un carro alato e rivela che troverà rifugio presso Egeo.

Medea è un grande personaggio, che domina il dramma per l’intero corso del suo svolgimento, manifestando un’ampia gamma di stati d’animo: la donna prova infatti rabbia per il suo destino, ordisce razionalmente il proprio piano, analizza con introspezione la propria sofferenza dialogando con il coro, discute con lo sposo, mente per realizzare i propri progetti, medita gli omicidi, e infine assapora la propria vendetta dall’alto di un carro alato, selvaggia e libera come quando Giasone l’aveva conosciuta nella lontana terra dei Colchi.

E’ caratteristico della poetica di Euripide creare personaggi in bilico tra razionalità e ragione, diviso tra pulsioni opposte. Medea è infatti una e molteplice allo stesso tempo, ha una complessa e contraddittoria identità che si sottrae a un giudizio morale, nonostante sia un’eroina negativa. L’opera vive soprattutto della sua protagonista, una parte che da sempre, nella storia del teatro, richiede un’interprete di grande levatura.

Nella tragedia si distingue una critica al modello tradizionale della famiglia. Giasone, anche se viene di fatto presentato come un omuncolo opportunista, ragiona in termini di ordine famigliare, affermando che sia più importante dare figli legittimi alla città rispetto al suo primo matrimonio; è inoltre convinto che Medea dovesse essere soddisfatta di essere stata sottratta alla barbarie della Colchide per vivere nell’evoluta terra ellenica. In questo caso Giasone rappresenta il cittadino medio Ateniese che agisce rettamente da un punto di vista giuridico, in quanto le leggi ateniesi escludevano dalla cittadinanza i figli di un coniuge straniero ed era dovere degli Ateniesi dare figli legittimi alla città. Medea invece proviene da una società barbara, in cui sono in vigore leggi differenti. Tra i due coniugi sorge un conflitto tra culture e mentalità diverse, tra una barbara e un greco, tra la cultura patriarcale e la passionalità femminile, tra le leggi cittadine e quelle della natura passionale di Medea. La crudele maga Medea, con la sua passionale psicologia barbara così lontana dalla razionalità ateniese, era presente in altre due tragedie di Euripide: le Pleiadi e l’Egeo.

La tragedia termina con una strage e non si verifica alcun intervento, umano o divino, che ristabilisca l’equilibro e riveli il senso della storia. Nel corso della vicenda ciascun personaggio ha perduto qualcosa e in particolare hanno perso la vita gli innocenti: i figlioletti di Medea e la giovane principessa di Corinto. Medea trionfa dopo aver portato a termine la propria vendetta e tramonta ogni auspicio di riappacificazione tra le parti.

Articolo scritto per la mia rubrica “Avventure da palcoscenico”, pubblicata nella rivista online “Eclettica – La voce dei blogger” N. 10

FONTI

Recensione di “Norvegian Wood” di Murakami

Norvegian Wood è un romanzo di Haruki Murakami pubblicato nel 1987 e porta come titolo il nome della celebre canzone dei Beatles, tradotto in giapponese come Noeuwei no mori. L’opera deriva dal racconto La lucciola e nella versione originale è suddiviso in due volumi, mentre la traduzione in italiano è composta da 374 pagine.

La vicenda si svolge a Tokyo nel 1969 durante le proteste studentesche che si svolgevano in quel periodo, cui però i personaggi del romanzo non prendono parte. Watanabe, uno studente universitario di lettere, dopo la morte suicida del proprio migliore amico delle superiori Kizuki si innamora della sua fidanzata Naoko, una ragazza bellissima ma affetta da problemi psichici, la cui canzone preferita è proprio Norvegian Wood. Siccome la giovane viene ricoverata in un centro di cura in montagna, i due ragazzi non possono frequentarsi e a Watanabe non resta che vivere la propria monotona vita nel collegio universitario tra le comiche abitudini di Sturmtruppen, il suo compagno di stanza, e le serate trascorse a rimorchiare in compagnia di Nagasawa, un carismatico e brillante studente di diplomazia internazionale che sotto alcuni aspetti dimostrerà di avere un carattere crudele. Watanabe si innamora di Midori, una ragazza dal comportamento molto singolare che ha sofferto molto per mancanza di affetto in famiglia e per le morti premature dei i genitori; il protagonista sarà costretto a scegliere tra l’esuberante Midori e la problematica Naoko. Il romanzo tratta con sensibilità i problemi che uno studente universitario deve affrontare: l’amore, il sesso, la morte, lo studio, l’amicizia.

Si tratta di un romanzo molto coinvolgente: il lettore si affeziona ai personaggi, costruiti in modo molto particolareggiato e mai banale, pertanto è più che deciso a proseguire nella lettura per scoprire come si conclude la storia. Ad un lettor esperto risulteranno tuttavia inverosimili alcuni avvenimenti, come il fatto che Reiko, la migliore amica di Naoko in casa di cura, racconti senza alcun pudore e con abbondanza di particolari la propria vita a Watanabe, compreso quando venne sedotta dalla propria allieva di pianoforte di tredici anni. Un altro evento inverosimile è la tranquillità con cui Watanabe ascolta Midori strimpellare tranquillamente la chitarra su una terrazza in prossimità di un incendio.

Il traduttore del romanzo ha mantenuto invariati i toponimi, i nomi di persona, delle pietanze, e di alcuni oggetti tipicamente giapponesi, in fondo al libro è stato realizzato un piccolo glossario per chi fosse poco pratico della cultura giapponese. Leggendo l’opera la vita in Giappone non sembra poi così diversa dalla nostra, infatti gli elementi più caratteristici della cultura nipponica citati dall’autore sono semplicemente le cibarie, i bagni pubblici, l’utilizzo degli yen e dei futon.
Nel romanzo vengono citati numerosi brani musicali dei generi più svariati, dal Rock al Pop, dal Jazz alla musica classica, pertanto offre una buona occasione per scoprire pezzi sconosciuti.

Leggendo la biografia dell’autore si scoprono molti elementi in comune tra Murakami e Watanabe. Entrambi hanno frequentato l’università nel 1969 e si sono iscritti a lettere, ma in alcuni periodi non frequentano le lezioni. Come Watanabe, Murakami ha alloggiato in un dormitorio studentesco (anche se con un reputazione peggiore di quella del suo personaggio), per poi trasferirsi in alloggi privati. Murakami inoltre non ha partecipato alle rivolte studentesche in quanto era una persona solitaria, ma è probabile che ne sia stato influenzato nel suo pensiero giovanile. Lo scrittore, come Watanabe, ha svolto dei lavoretti part-time durante gli studi, ama il jazz, ha un gatto e frequentava molto spesso i cinema da ragazzo. Tali somiglianze non stupiscono, soprattutto considerando il fatto che l’autore definisce la sua opera “un libro molto personale”.

In un postscriptum al termine del romanzo scopriamo che “questo libro è dedicato a tutti i miri amici che sono morti e a quelli che restano”. Siccome molti personaggi del romanzo muoiono per suicidio, si potrebbe ipotizzare che dei cari amici dell’autore abbiano fatto la stessa fine. Il romanzo è stato iniziato nel 1986 in Grecia ad Atene (Murakami era solito scrivere in una taverna particolarmente rumorosa, proteggendosi dal frastuono ascoltando della musica con il walkman) invece è stato terminato in Italia, in un appartamento alla periferia di Roma. L’autore non è in grado di giudicare quanto l’atmosfera europea abbia influenzato la stesura del romanzo, tuttavia ha trovato molto utile la possibilità di non essere interrotto da telefonate e visite.

Nel 2010 è stato girato un film che purtroppo non siamo riusciti a trovare in streaming, ma di cui possiamo condividere con voi il trailer.

Atene ai tempi della crisi

A maggio mi sono recata ad Atene con l’università, ho guardato negli occhi il popolo greco e ho osservato la crisi negli angoli delle strade.

Atene è bellissima dall’alto dell’Acropoli, i piccoli tetti bianchi dei palazzi ricoprono interamente la piana e si arrampicano sui versanti delle colline, estendendosi sino all’orizzonte: il panorama lascia ben intendere come i 650 mila abitanti della città, il doppio di quelli di Milano, siano veramente numerosi. Anche i marmi dei resti del Partenone e dell’Eritteo sono bianchi e riflettono l’accecante luce del sole nell’afa di maggio, mentre un’enorme bandierone bianco e azzurro sventola fiero, testimone di quanto la Grecia sia orgogliosa del suo passato.

In prossimità del parco dell’Acropoli si trovano le strette stradine del centro storico di questa splendida città del Sud, i vicoli sono consacrati al turismo e in particolare alla vendita di souvenir. I visitatori non mancano ad Atene, i musei e i numerosi siti archeologici disseminati nella città abbondano di persone e i negozietti vendono bene eppure, allontanandosi dal “salotto” della città, è subito evidente che il popolo ateniese sta soffrendo. La città è sporca, non solo per il traffico e lo smog: i muri dei palazzi, che dalla cima dell’Acropoli sembravano bianchi e puliti, sono imbrattati di scritte in greco e in inglese e troppo spesso si incontrano gruppi di poliziotti in tenuta anti sommossa, a qualunque ora del giorno e della notte, una precauzione che forse non serve dato che i nostri professori ci hanno raccomandato più volte di non andare in giro da soli e che di notte in pieno centro, mentre ero in compagnia di ben cinque persone, sono stata comunque importunata da un ubriaco. I multietnici passeggeri della metropolitana ateniese hanno spesso l’aspetto della povertà, più di quanto possa accadere a Milano, e ad ogni angolo singoli individui rivendono, spesso senza nemmeno l’ausilio di un banchetto, i biglietti della lotteria, cui la popolazione più povera rivolge le proprie vane speranze di ricchezza.

Cara Atene, sono con te e con i tuoi cittadini in coda alle urne. Sei una città bellissima e spero solo che tu possa rialzarti presto per poter tornare a passeggiare tra i tuoi vicoli apprezzandoti sotto ogni tuo aspetto.

PS: Prima di recarmi ad Atene ho visitato le Cicladi, in cui ho notato molti scheletri dei pilastri portanti di edifici in costruzione abbandonati, sintomo di un’edilizia in crisi.

La storia degli Harmony, un prodotto editoriale vincente

Non ho alcuna intenzione di mettere in discussione la futilità dei romanzi rosa pubblicati da Harmony, tuttavia è interessante notare l’ingegnosità con cui è stato realizzato tale prodotto editoriale e lo straordinario successo che ha riscosso.

Quarant’anni fa non era prodotta in Italia alcuna collana di romanzi rosa e le appassionate lettrici di storie d’amore dovevano accontentarsi delle storielle pubblicate sulle testate giornalistiche. Mondatori si accorse di questa falla nel panorama dell’editoria italiana e decise di cogliere l’occasione per produrre dei libri che rispondessero a tali esigenze di mercato, così si rivolse alla casa editrice canadese Harlequin, che produceva romanzi rosa in inglese. In seguito all’accordo stipulato dai due colossi dell’editoria vennero creati gli Harmony, il cui nome deriva da Har (Harlequin), Mon (mondatori) e Y (che evoca la parola “armonia” e conferisce al nome una pennellata di fascino).

Il primo Harmony uscì nel 1981 e si intitolava Per amore di un gitano. Il titolo pone in evidenza tre ingredienti essenziali per un romanzo rosa vincente: il tema dell’amore, l’esotismo che evoca il tema del gitano e la trasgressione che comporta innamorarsi di una persona di tali origini. Sono trascorsi quarant’anni dall’esordio e gli Harmony sono ancora un prodotto richiestissimo dalle lettrici: in totale sono stati venduti 30 milioni di libri, suddivisi in 36 collane; ogni anno vengono pubblicati 620 titoli nuovi. La rapidità e la mole di tale produzione hanno comportato per gli Harmony il dispregiativo titolo di “rosa seriale”.

La serialità è dovuta anche al fatto che i romanzi sono accomunati da molteplici elementi ricorrenti, che li rendono immediatamente riconoscibili e pressoché identici tra loro. Gli Harmony sono tutti composti da120 pagine, hanno la medesima impostazione grafica, sono costituiti dalla stessa carta economica e hanno un impaginato leggibile e resistente per essere letti ovunque. Il loro prezzo è molto basso (3,00€) e vengono venduti in edicola perché il loro pubblico, costituito da lettori deboli e ignoranti, non è solito frequentare le librerie. Come ben sapete, le copertine sono immediatamente identificabili per il marchio Harmony ben visibile e l’immagine di una coppia che si scambia effusioni. Sono inoltre presenti il nome della collana di appartenenza (le acquirenti devono distinguere per esempio i romanzi ambientati nel passato, come quelli della collana History, da quelli ambientati nel presente) e il titolo, più evidente del nome dell’autore, che talvolta è persino assente in quanto di scarsa importanza per i lettori. E’ singolare notare che spesso i nomi degli autori sono sostituiti da pseudonimi femminili inglesi, per conferire maggiore fascino all’opera.

I romanzi di scarsa qualità sono per lo più letti da adolescenti e da signore tra i 50 e i 60 anni, generalmente di cultura medio-bassa. Per le lettrici più anziane, con problemi di vista, è stata creata la collana Vedo più grande, che prevede un’impaginazione e dei caratteri più leggibili. Per soddisfare le esigenze delle lettrici i protagonisti sono sempre femminili e la storia d’amore, che prevede un maschio in subordine rispetto alla partner, viene raccontata da una prospettiva femminile. Le travagliate vicende sono naturalmente a lieto fine, ma ciò che più interessa alle lettrici non è il finale ma l’intricata trama: all’interno di un genere codificato e ripetitivo si trova una certa varietà nell’intreccio, che le lettrici trovano intrigante. Le coordinate spazio-temporali sono ben identificate e le ambientazioni sono molto varie, infatti troviamo sia collane dedicate a scenari e problematiche storiche sia raccolte moderne.

Non consiglio a nessuno di leggere gli Harmony, tuttavia trovo interessante conoscere la loro storia poiché costituiscono un importante capitolo del panorama della letteratura residuale-marginale italiana e un prodotto economicamente vincente nel mercato editoriale.

Una curiosità: sono da poco in vendita negli usa dei romanzi rosa con protagonisti omosessuali. Speriamo che giungano presto anche in italia.

Informazioni tratte dai miei appunti di Letteratura italiana contemporanea