Esiste l’antirazzismo cattivo?

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Studiando il manuale Antropologia culturale di Fabio Dei per un’omonimo esame mi sono imbattuta in un capitolo che mi ha  sorpreso. Non sono esperta di diritti umani, ma ho sempre ritenuto l’antirazzismo la più doverosa, spontanea e genuina manifestazione di bontà che l’uomo possa offrire ad un suo simile. Potrete dunque immaginare il mio stupore quando ho letto che esistono forme negative di antirazzismo, che addirittura utilizzano lo stesso linguaggio del loro opposto, il razzismo.

 

Il mio manuale sostiene infatti che l’antirazzismo correrebbe il rischio non solo di usare gli stessi strumenti ideologici e culturali del razzismo, ma anche di riprodurre i medesimi meccanismi che caratterizzano il razzismo stesso, vale a dire:

  • L’essenzializzazione (un meccanismo per cui, per esempio, se molti zingari rubano, allora tutti gli zingari sono ladri, oppure, se molti musulmani violano i diritti delle donne, allora nessun musulmano rispetta i diritti delle donne);
  • la stigmazione, che consiste nell’esclusione simbolica dell’individuo discriminato, cui vengono inoltre attribuiti stereotipi negativi (ciò accade per esempio quando si afferma che i neri puzzano);
  • la barbarizzazione, ossia la considerazione del gruppo etnico come delle persone incivilizzabili e, per l’appunto, barbare.

L’antirazzista applicherebbe insomma queste tre categorie al razzista trasformandolo in un’entità nemica da neutralizzare, se non addirittura nel Male assoluto. In quest’ottica chiaramente l’antirazzismo rappresenterebbe viceversa il Bene assoluto e il mondo verrebbe diviso in bianco e nero, buoni e cattivi.

Analizzando i linguaggi dei media la realtà risulterebbe molto più complessa in quanto i pregiudizi razzisti sarebbero nascosti e spesso verrebbero involontariamente sostenuti anche da coloro che si dichiarano antirazzisti e che credono di vivere in una cultura aperta e tollerante. Gli stessi strumenti che effettuano tali analisi alla ricerca di fenomeni razzisti sotterranei avrebbero tuttavia un limite, vale a dire la tendenza ad individuare del razzismo occulto ovunque.
Spesso inoltre verrebbero realizzati dei discorsi antirazzisti che invece nasconderebbero in sé subdole e profonde intenzioni razziste. Ciò comporterebbe un rischio ben più grave, cioè che i destinatari del messaggio siano incapaci di riconoscere i vari livelli di pregiudizio.

Il manuale continua affermando che la nostra società, come tutte le altre, sarebbe costruita intorno alla distinzione tra “civiltà” e “barbarie”, “normalità” e “anormalità”, “buon gusto” e “cattivo gusto”. Tali categorie non avrebbero nulla di naturale e sarebbero in stretta relazione con la storia dell’Occidente e le sue pratiche di predominio sugli  altri popoli, ma proprio per questo motivo sarebbero inadatte a distinguere  ciò che è razzista da ciò che non lo è.

Sì pensi all’opposizione bianco/nero. Il primo, che identifichiamo nel colore della nostra pelle, rappresenta tutto ciò che è buono e puro mentre il secondo, che associamo ai popoli dalla pelle scura, è il simbolo del mare. Da tutto ciò nascono figure come il terribile uomo nero che spaventa i bambini, l’associazione del nero a tutto ciò che è male e demoniaco, modi di dire come “sono incazzato nero”.

 

La lettura di questo capitolo del manuale ha suscitato in me profonde riflessioni che vorrei condividere con voi. Siccome sono alla costante ricerca della verità non ho alcuna intenzione di proporre le mie opinioni come verità assolute, quindi sono più che disposta a mettermi costantemente in discussione, magari chiacchierando con voi nei commenti qui sotto.

Mi rendo conto che non è possibile sintetizzare la realtà semplicemente suddividendo i razzisti dagli antirazzisti con una linea retta, però ogni civiltà ha la tendenza a creare nel proprio immaginario collettivo dei demoni e degli eroi, pertanto non mi sembrerebbe un male (come sostiene invece il manuale) se la società demonizzasse i razzisti e gli considerasse alla stregua dei ladri, degli assassini o degli stupratori. Purché non ci si dimentichi che i pregiudizi e il razzismo si insinuano in modo molto sottile nella nostra cultura (proprio come ha affermato il manuale), mi sembra più che corretto identificare il nemico e avvertire la popolazione tutta della sua pericolosità. Per lo stesso motivo, l’antirazzismo andrebbe glorificato e chiunque lo promuova dovrebbe diventare un eroe al pari di Robin Hood e di Achille Pelide. Il perché abbiamo bisogno di eroi è molto semplice e può essere sintetizzato da questo aforisma: “Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.”
(Bernard Malamud).
Ho utilizzato il condizionale perché secondo me la nostra società tollera il razzismo, naturalmente nascondendosi sotto una maschera di diplomatico perbenismo. Non ho intenzione di esprimere il mio punto di vista sulla nostra società, torniamo al mio manuale di Antropologia culturale.

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Per quanto riguarda la faccenda relativa ai linguaggi dei media, io stessa una volta sono stata vittima della mia stessa cultura occidentale razzista. Nel corso di una partitella di Basket ho giocosamente sfidato le avversarie dicendo: – Vi facciamo nere! -. Peccato che nell’altra squadra era presente una ragazza nera. La mia amica non sì è offesa, tuttavia è stato molto imbarazzante. Naturalmente non ho pronunciato tale frase con il preciso intento di fare dell’umorismo sulla pelle di questa ragazza ma ho utilizzato una “frase fatta” senza riflettere sul suo significato perché stavo giocando a basket ed ero concentrata sulla partita, allo stesso modo in cui quando dico “sono giù di corda” non rifletto sull’etimologia di tale modo di dire (si tratta di un’affascinante origine che potete trovare qui).
Il manuale non tratta un aspetto molto grave, vale a dire il fatto che le persone dunque offendono senza accorgersene, rendendo ancora più subdolo il meccanismo razzista. Si tratta di un problema serio, che forse non si può risolvere nell’arco di una sola generazione, ma per il quale siamo tutti chiamati a lottare evitando in prima persona tutto ciò che appare discriminatorio.

Circa il razzismo sottointeso nei media, personalmente riesco a notare solamente quello relativo alla politica (nel caso di certi politici come Salvini non è nemmeno sottointeso ma è più che evidente, tuttavia non voglio dilungarmi in simili argomenti da salotto), perciò vi prego di segnalarmi nei commenti se avete notato dei messaggi mediatici simili, sarei lieta di discuterne insieme a voi.

Avete assistito ad un fenomeno di razzismo? Quali miglioramenti potremmo apportare alla nostra società per combattere il razzismo? Per qualunque altra curiosità che volete condividere, scrivete sotto: che il dibattito abbia inizio!

 

“Il buio oltre la siepe” di Lee Harper

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“Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli”

In seguito alla morte di Lee Harper le librerie hanno riproposto sugli scaffali il suo capolavoro, Il buio oltre la siepe, così io ho colto l’occasione di acquistare il romanzo, pubblicato dall’Universale economica Feltrinelli, per recensirlo sul mio blog.

L’opera è stata pubblicata nel 1960 ed è il capolavoro di Lee Harper. Dalla vicenda narrata nel libro fu tratto nel 1962 un film diretto da Robert Mulligan, che vinse tre premi Oscar e il Gary Cooper Award a Cannes. Recentemente è uscito un romanzo che racconta un’avventura degli stessi protagonisti avvenuta negli anni successivi, ma scritta dalla Harper molto tempo prima. Lo aggiungo subito alla lista dei libri da leggere, ma dovrete aspettare qualche mese per la recensione.

Come suggerisce il titolo della collana, si tratta di un’edizione economica che costa 9,50 € e colpisce lo spettatore per il disegno in copertina, che non ha nulla a che vedere con il titolo italiano e consiste in un passerotto su un ramo in fiore. Lee Harper aveva scelto per la propria opera il titolo di To Kill a Mockingbird, che è intraducibile in italiano in quanto l’uccellino Mockingbird, diffusissimo negli USA, non esiste in Italia e non ha nome in italiano. Fu scelto così il titolo Il buio oltre la siepe, che non ha nulla a che vedere con il titolo originario. Entrambi i titoli si riferiscono a citazioni presenti all’interno del romanzo, più precisamente il primo significa che non bisogna sparare a creature pure e utili come gli usignoli (una regola imposta dal padre ai bambini protagonisti quando questi ricevettero in regalo dei fucili giocattolo), il secondo invece si riferisce al fatto che non bisogna temere le persone che non si conoscono (e non aggiungerò altro per non rovinare il finale della storia).

La vicenda è ambientata negli anni ’30 in Alabama, nell’immaginaria cittadina di Maycomb. Scout, la protagonista, racconta una triste vicenda accaduta quando era bambina e trascorreva gran parte del suo tempo scorrazzando per le strade con suo fratello Jem e l’amico Dill, indossando i pantaloni come un ragazzo. In particolare i tre ragazzi si divertivan a demonizzare il loro vicino di casa Boo Radley solamente perché non usciva mai di casa, aveva un passato losco e i tre ragazzi non conoscevano nulla di lui.
Siccome le prime pagine raccontano per lo più avvenimenti riguardanti dei bambini, il libro mi era parso più indicato a questa fascia d’età e avevo persino pensato di abbandonare la lettura. La stessa protagonista dopotutto viene paragonata nel retro di copertina ad Huckleberry Finn, noto protagonista di un libro per ragazzi, perciò ero intenzionata ad accantonare il romanzo per dedicarmi a letture più adulte. Per fortuna la curiosità mi ha invogliato a continuare a leggere.
Proseguendo nella lettura risulta evidente che l’opera tratta temi di straordinaria serietà e attualità come il razzismo nei confronti degli afroamericani, l’ipocrisia della società americana, il contrasto tra la purezza dell’infanzia e la crudeltà degli adulti, come dovrebbe funzionare la giustizia in un sistema democratico e l’educazione di ragazzi.
Il padre di Jem e Scout è un avvocato chiamato a difendere un nero ingiustamente accusato di stupro. La vicenda giudiziaria è filtrata attraverso il giudizio innocente della giovane narratrice e dei suoi amichetti, ignari di come sia la realtà nel mondo degli adulti. Il libro risulta vincente proprio grazie al contrasto tra le riflessioni della bambina, che spesso non riesce a comprendere il mondo degli adulti, e le verità che percepiscono i grandi, tra l’onestà  dei piccoli e la crudeltà dei grandi.

L’opera offre un affresco avvincente della società del sud degli Stati Uniti degli anni Trenta e critica aspramente non solo la suddivisione in bianchi e neri, ma anche quella tra ricchi e poveri, tra istruiti e analfabeti, tra famiglie che possono vantare un’antica genealogia e i nuovi ricchi. Lee Harper non si esprime esplicitamente contro il sistema in cui ha trascorso la propria infanzia, lascia invece che sia il suo racconto a persuadere il lettore ad abbracciare le proprie convinzioni.

Viene affrontato come tema secondario l’educazione delle bambine negli anni Trenta. Scout è un maschiaccio che indossa i pantaloni, gioca con i maschi e non subisce un’educazione femminile, scatenando il disappunto delle donne del paese e in particolare di zia Alexandra, che vorrebbe domarla e trasformarla in una signorina. Anche se non si tratta certo del tema principale del romanzo, è bene cogliere e apprezzare anche questo aspetto femminista.
Scout e Jem, educati da un padre vedovo che è un avvocato istruito e di ampie vedute, vengono trattati come individui raziocinanti e padroni del proprio destino, spesso scatenando l’ilarità di altri personaggi adulti che non considerano i bambini capaci di comprendere le spinose questioni degli adulti.

Nel corso del romanzo Scout, Dill e Jem resteranno affascinati dal loro vicino Boo Radley, così inizieranno a fantasticare sul personaggio e a creare spettacolini in cui l’uomo assume il ruolo di antagonista. Onde evitare di spoilerare il finale non vi racconterò ciò che accade nel racconto, sappiate solo che… non bisogna mai avere pregiudizi negativi su chi non si conosce.

 

“Mandragola” di Jurij al Carcano di Milano

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In questi Giorni sta andando in scena al Carcano di Milano Mandragola di Machiavelli, del regista Jurij Ferrini. L’opera, di datazione controversa, è stata probabilmente scritta nel 1518 ed è una delle prime grandi commedie in volgare ad affrancarsi dai modelli latini, ma trasmette ancora oggi un significato potente e suggestivo.Pur restando fedele al copione cinquecentesco, Ferrini ha saputo valorizzare l’attualità della commedia in cinque atti apportando piccole modifiche che, soprattutto per quanto riguarda la comicità del testo, hanno attribuito alla messa in scena un sapore moderno e innovativo.

Il luogo della rapresentazione è Firenze, l’azione si svolge nell’arco di qualche giorno nel primo Cinquecento. L’epoca viene confermata dalla menzione di alcuni fatti storici: il timore di Fra’ Timoteo dello sbarco o dell’invasione dei Turchi, il saccheggio di Otranto del 1480 e la diffusione della sifilide.

Ripassiamo brevemente la trama per tutti coloro che non hanno frequentato il liceo. L’opera racconta la divertente storia di Nicia, un ricco ma sciocco dottore in legge di età avanzata che non riesce ad avere figli con la sua bellissima moglie Lucrezia, e Callimaco, che ha lasciato Parigi appositamente per conoscere la donna  e vuole escogitare uno stratagemma per giacere insieme a lei. Con l’aiuto del servo Siro e gli astuti consigli di Ligurio, viene escogitato un piano molto audace: Callimaco si finge dottore e consiglia a Nicia di somministrare alla moglie una pozione di mandragola, una pianta medicinale cui nel Medioevo venivano attribuite proprietà curative e la cui radice ricorda spesso un corpo umano stilizzato. L’intruglio consentirebbe alla donna di restare incinta, ma il primo uomo con cui avrebbe rapporti sarebbe destinato a morire, così madonna Lucrezia dovrebbe andare a letto con un’altra persona prima di avere rapporti con il marito. Il gruppo catturerebbe un malcapitato per svolgere tale attività, naturalmente Callimaco farebbe in modo di cadere tra le grinfie dei rapitori. Per convincere Lucrezia a tradire il marito vengono coinvolti sua madre e Frate Timoteo, un prete corrotto. Il piano va a buon fine attraverso divertenti peripezie e intriganti esibizioni di retorica e Nicia, felice dell’esito dell’operazione, consente a Callimaco di risiedere in casa sua e di frequentare Lucrezia.

 

Come è evidente dalla trama, l’opera è caratterizzata da una spietata indagine sulla natura umana e la corruzione della società, della tradizione, della politica e della famiglia. Si tratta di una parodia caricaturale del pensiero serio, in cui la comicità provoca nello spettatore riflessioni profonde e amare perché dietro la commedia si nasconde una tragedia sociale e gli stessi principi trattati nel Principe. Il mondo infatti viene presentato come popolato da personaggi senza scrupoli, falsi, ipocriti, animati da istinti egoisti e malvagi.

I nomi dei personaggi non sono casuali: l’accostamento di un nome greco e un cognome italiano indicano l’unione tra classicità e modernità.
Nicia è un vecchio dottore in legge, molto ricco ma anche molto sciocco. Verrà truffato da Callimaco e Nicia, che lo convinceranno a permettere che sua moglie lo tradisca. Il suo linguaggio è spesso poco comprensibile.
Colui che tesse la trama dell’opera è Ligurio che, anche se viene presentato nel prologo come un parassita, dimostra di essere  astuto, rapido nell’adattare i suoi piani agli eventi e un abile retore nel persuadere i propri interlocutori a suo piacimento. Spesso gioca con parole e significati equivoci.
Callimaco invece viene presentato inizialmente come un “giovane gentile e di buone maniere”, tuttavia dimostrerà di essere nient’altro che una marionetta nella mani di Ligurio, dal quale addirittura fatica a separararsi ad  un certo punto dell’opera. Fingendo di essere un medico, mostrerà notevoli abilità retoriche nel persuadere Nicia ad accettare che sua moglie lo tradisca. Non esita ad esibire la propria conoscenza del latino per abbindolare Nicia.
Anche Fra’ Timoteo non è nient’altro che uno strumento nelle mani di Ligurio, ma si differenzia  da Callimaco in quanto non solo è consapevole del suo meschino ruolo nella vicenda, ma si presta volontariamente a tale attività in cambio delle generose offerte di denaro di Nicia. Il prete corrotto non esiterà ad appellarsi ad argomenti teologici per convincere Lucrezia a tradire il marito.
Sostrata si dimostra una madre alquanto singolare: infatti assiste all’adulterio della figlia e sembra addirittura invidiarla (“E’ ci è cinquanta donne, in questa terra, che ne alzerebbero le mani al cielo”, atto III, scena XI).
Lucrezia viene descritta solamente per quanto riguarda la propria bellezza, decantata  in Italia quanto all’estero. La donna dimostra di avere la qualità, apprezzata nel Principe, di  adeguarsi alle circostanze in quanto accetta di tradire il marito.

 

Avendo eliminato le canzoni, l’opera si apre con il prologo, che il regista ha voluto rappresentare come un talk show, in cui i vari personaggi vengono introdotti sul palco da una presentazione e da un applauso entusiasta del pubblico.

La scenografia è molto semplice ma efficace: si tratta di un ampio sfondo su cui è raffigurata una città ideale in bianco e nero, con alcuni elementi appartenenti alle nostre banconote. Nello sfondo sono ricavate due porte realmente apribili, (le abitazioni di Nicia e Callimaco) e alcuni pannelli possono roteare su se stessi dando vita all’interno della casa di Callimaco e al tabernacolo di Fra’ Timoteo. Gli altri elementi in scena sono minimi: un tavolo e alcune sedie, non sempre presenti.

Il regista ha probabilmente voluto insistere sulla modernità dell’opera non solo vestendo i suoi attori con costumi moderni (giacca e cravatta per gli uomini, vestiti novecenteschi per le due donne), ma intervenendo direttamente sul testo: ha infatti eliminato le canzoni, lontane dal gusto dello spettatore contemporaneo, e ha aggiunto delle battute comiche che rendono più scorrevole il testo cinquecentesco e contraddistinguono la messa in scena stessa. Il risultato è uno spettacolo teatrale tutto da ridere e apprezzabile anche da parte di un pubblico adolescente.

Per concludere, vi consigliamo di guardare i trailer disponibili su YouTube:

 

 

 

Racconto breve: giochi al parco

Dedico questo racconto ad una persona che ci ha lasciati troppo presto. Anche se le nostre strade si erano divise, non dimenticherò mai i bellissimi ricordi d’infanzia che mi ha lasciato. Riposa in pace, non ti dimenticherò.

Ringrazio inoltre il mio fidanzato, che mi sprona a scrivere sempre quello che provo.

I PERSONAGGI E GLI AVVENIMENTI NARRATI SONO DI FANTASIA: NESSUNA MADRE E’ STATA MALTRATTATA NELLA SCRITTURA DI QUESTO ARTICOLO.

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Vittoria camminava a passettini svelti stringendo la mano della mamma e compiacendosi dell’orlo della gonnellina che strusciava contro le sue gambe. Il vestito estivo non era particolarmente elegante per consentire alla bambina di giocare nel prato con la sua amica e il fratellino ma, ogni volta che lo indossava, Vittoria si sentiva comunque una principessa. Il vestito inoltre era rosso, il suo colore preferito, e aveva degli adorabili fiocchetti in vita. La mamma appoggiava la mano libera sulla schiena del fratellino Lorenzo, che trasportava faticosamente con entrambe le braccine un pallone più grande di lui.

–          Mamma, posso farti una domanda? – chiese timidamente Vittoria

–          Dimmi, Vicky

–          Perché Francesca non può giocare a calcio? –

La mamma sospirò. – Certo che Francesca può giocare a calcio, può fare tutti i giochi che desidera. –

–          Allora perché non la iscrivono a scuola di calcio? – insistette la bambina

–          Perché è una femmina.

–          Allora perché non la iscrivono a una scuola di calcio femminile?

–          Di fatto non c’è nulla di male se a una bambina piacciono i giochi da maschio, però la gente la guarderebbe male. Non sta bene: le sue compagne di classe la prederebbero in giro. Un conto è consentirle di giocare con i suoi amichetti a calcio ogni tanto, ma iscriverla a scuola di calcio sarebbe troppo. Potrebbe giocare in una squadra femminile, certo, ma qui intorno non ce ne sono. Sono pochissime le bambine che giocano a calcio.

–          Ma mamma, a Francesca il calcio piace tantissimo, lei vorrebbe smettere di giocare a basket per iscriversi a scuola di calcio.

–          La sua mamma non vuole, Vicky, e io sono d’accordo con lei – rispose la mamma spazientita

–          Ma come?? Se io ti chiedessi di giocare a calcio tu non mi faresti felice?

La mamma non rispose subito, per qualche secondo si sentirono solamente i loro passi sulla ghiaia del vialetto.

–          Per fortuna tu non sei una bambina come Francesca. A te piacciono le bambole e i vestitini

Vittoria si gonfiò di orgoglio e, felice di poter fare arrabbiare la mamma, disse – Guarda che nella mia squadra di pallacanestro ci sono un sacco di maschi. A me piace giocare con il mio fidanzato.

–          Ma certo, a scuola di basket giocano sia i maschi sia le femmine. E io sono felice di avere una figlia scatenata come te.

La mamma si arrestò di fornte ad una piccola villetta con giardino e i bambini si fermarono obbedienti al suo fianco. – Eccoci, siamo arrivati. Aspettiamo Francesca e la sua mamma qui. Smettiamola con questi discorsi, mi raccomando, non è educato.

La villetta, dall’altro lato della strada rispetto al condominio di Vittoria, era particolarmente graziosa e aveva un piccolo giardino con dei cespugli fioriti. I bambini si avvicinarono al cancello per cercare i scorgere qualcuno dei numerosi gatti appartenenti ai padroni di casa, ma in quel momento erano tutti altrove.

Vittoria e Francesca si conoscevano perché erano vicine di casa e, come tutti i bambini troppo piccoli per gestire le relazioni interpersonali al di fuori della scuola, erano diventate amiche per volontà delle loro mamme, ma avevano stretto una di quei rapporti sinceri e disinteressati che possono nascere solo durante l’infanzia. Francesca era di un anno e qualche mese più grande, ma Vittoria sembrava una sua coetanea grazie alla statura elevata e ad un’ottima proprietà di linguaggio perciò era perfettamente in grado di tenerle testa. Il piccolo Lorenzo si adeguava ai giochi delle due più grandi con qualche difficoltà dovuta alla differenza di età ed alla gelosia di Vittoria, ma era abituato a seguire ovunque la sorella maggiore e le sue amiche.

Francesca e la madre uscirono dal portone della villetta inseguite da un gattino dalla pelliccia scura e raggiunsero i tre sorridendo. Francesca portava con se un pallone ma, non appena vide che Lorenzo ne aveva portato uno con sé, lo gettò in un angolo del prato. La bambina aveva un caschetto biondo e un sorriso simpatico, indossava una maglietta a tinta unita e un paio di jeans adatti al gioco.

Non appena il gruppo ebbe raggiunto un parchetto non molto lontano, le mamme si sedettero su una panchina all’ombra e i bambini iniziarono a giocare. La prima attività cui si dedicarono fu scalare gli scivoli al contrario, successivamente si arrampicarono sugli alberi. Nonostante Francesca fosse la più grande i giochi erano organizzati da Vittoria, che era assecondata in tutto dall’amica, che era molto paziente e protettiva nei suoi confronti. Non appena le due bimbe trovarono due bastoni di sufficiente grandezza iniziarono a giocare ai guerrieri: Vittoria impersonava una bellissima guerriera di cui seguiva le puntate in televisione, Francesca invece il Power Ranger rosso. Le urla delle combattenti attirarono più volte l’attenzione delle mamme che le richiamarono all’ordine affermando che non gradivano i loro schiamazzi e che non apprezzavano il fatto che Lorenzo fosse escluso dal combattimento delle bambine più grandi. Il bambino tuttavia non sembrava interessato ai loro giochi e sembrava divertirsi tranquillamente da solo giocando con la palla.

Per coinvolgere il fratellino, le bambine iniziarono a giocare a calcio. Vittoria era svantaggiata perché aveva poca dimestichezza con il pallone, ma era una ragazzina molto competitiva e riuscì in qualche maniera a resistere a qualcuna delle azioni di Francesca. La bambina però non accettava di essere sconfitta dal fratellino minore, più esperto di lei nell’arte del pallone, così i bambini iniziarono a litigare e le mamme dovettero intervenire per ripristinare la pace. Il gioco ricominciò e sembrava svolgersi pacificamente, ma purtroppo non durò molto perché le mamme chiesero ai bambini di avvicinarsi.

–          Ma perché dovete sempre fare i maschiacci? – chiese la mamma di Francesca, senza aspettarsi alcuna risposta

–          Vittoria, avvicinati, devo rifarti la coda. Guardati, sei tutta spettinata. – intimò l’altra donna attirando dolcemente a sé la figlia per un braccio.

Effettivamente sugli occhi di Vittoria ricadevano innumerevoli ciocche arruffate e il misero codino pendeva storto. La bambina accettò sbuffando di farsi pettinare, essendo impaziente di tornare a giocare.

–          Che bei capelli, Vittoria! – sospirò la mamma di Francesca e l’amica cinguettò orgogliosa un ringraziamento mentre armeggiava con i lunghi capelli ricci della figlia.

–          Francesca, guarda che bella che è la tua amica. Non vorresti avere dei capelli così?- chiese la madre

Francesca chinò il capo imbronciata e inarcò le spalle, facendosi piccola sulla sedia. La madre tuttavia non aveva alcuna intenzione di smettere.

–          E guarda che bel vestito rosso che indossa! Sembra una bambolina. Stasera ne metti uno anche tu?

Vittoria era confusa. Inizialmente si era sentita onorata per i complimenti ricevuti, ma gli occhi angosciati e offesi dell’amica la rendevano triste e la facevano sentire in colpa. Aveva sempre considerato Francesca una ribelle, una persona che aveva scelto deliberatamente di opporsi al sistema comportandosi come un maschio, eppure in certi momenti aveva l’impressione che la sua amica non avesse scelta e che soffrisse per le critiche che riceveva costantemente dagli adulti.

Vittoria tuttavia era solo una bambina di sei anni e mezzo perciò non voleva sottrarre del tempo prezioso al gioco con simili riflessioni. Non appena la madre ebbe terminato di pettinarla prese la mano dell’amica e la guidò verso le altalene, dove iniziarono a giocare a Ce l’hai. Inizialmente Francesca era malinconica per le critiche ricevute dalla madre, ma presto dimenticò il brutto momento e si dedicò interamente al gioco sino alla fine del pomeriggio.

Il pomeriggio terminò in un baleno, così Francesca e Vittoria si salutarono con la promessa di rivedersi  quella sera stessa per giocare nel giardino della villetta. Attraversando la breve stradina che conduceva a casa, vittoria chiese alla madre:

–          Mamma, stasera devo incontrare Francesca per giocare. Me lo ricordi tu?

–          Si, certo, amore. Ti sei divertita oggi?

–          Sì. – rispose senza esitazioni la bambina.

–          Non ti sembra di aver partecipato a giochi troppo … movimentati?

–          No. E’ stato bello. –

–          Non avete fatto altro che scorrazzare tutto il tempo. Siete peggio di due maschi. Inoltre ti sei comportata malissimo con Lorenzo.

Vittoria non rispose, accettò il rimprovero in silenzio e continuò a camminare.

Era una piacevole serata estiva e le ore trascorsero serenamente: papà tornò a casa dal lavoro, mamma cucinò un ottimo pranzetto, Vittoria si ritirò in camera sua per giocare con le bambole sino a quando calò buio. Improvvisamente dalla finestra aperta si udì un lamento.

–          Perché Vittoria non è venuta a giocare con me? Avevamo un appuntamento! Io voglio giocare con Vittoria.

Le urla di Francesca erano talmente forti da attraversare la strada e giungere alla finestra della sua amica. Vittoria trattenne il respiro per un istante, attanagliata dal senso di colpa, poi corse dalla madre.

–          Mamma, ho un appuntamento con Francesca, dobbiamo giocare insieme.

–          Sarà per un’altra sera, amore.

–          Avevi promesso che mi avresti chiamato. – protestò la bambina con le lacrime agli occhi

–          Eh, mi sono dimenticata.

–          Domani io e Francesca possiamo insieme?

–          Vediamo

Dopo quel pomeriggio Vittoria e Francesca non avrebbero più giocato insieme. I bambini dei primi anni delle elementari non sono in grado di darsi appuntamento per giocare insieme senza l’intervento delle madre così Vittoria e Francesca  non si sarebbero mai più riviste, salvo durante rapidi e sporadici incontri casuali per strada. Vittoria avrebbe colmato il vuoto con altre amicizie o inventando nuovi giochi, ma non avrebbe mai dimenticato la spensieratezza e l’affetto che provava giocando con la sua amica Francesca.

Le eleganti dive di Mucha

(Questo articolo è stato pubblicato su “Are you art?”)

Mucha ha segnato il nostro immaginario collettivo con le elegantissime figure femminili di sua creazione, diventando uno dei principali esponenti dell’Art Nouveau. In occasione della mostra allestita a Palazzo Reale a Milano, questo mese scopriremo insieme uno stile che ha segnato la moda di un’epoca, influenzando settori come poster, settori d’interni, illustrazioni, pubblicità, architettura, teatro e design.

Lo stile di Mucha è inconfondibile, si impara a riconoscerlo dopo aver ammirato una sola sua opera e presto ne capirete la ragione. Prendiamo per esempio la fanciulla raffigurata qui sotto, ne La danza.

La giovane viene ritratta al centro di un’area verticale, in una composizione estremamente elegante e raffinata. La sua sensualità non eccede nella provocazione erotica perché Mucha, che spesso realizzava opere per la pubblicità e i poster, temeva la censura, ma in questo caso l’osservatore resta comunque piacevolmente colpito dalla gamba nuda, la trasparenza appena accennata delle vesti e dal piccolo seno coperto. Non ho ancora ammirato un’opera in cui Mucha si sia spinto oltre la raffigurazione di un seno nudo. Il corpo della ragazza è incorniciato da un’elaborata decorazione floreale con farfalle e da una mezzaluna ornata da piacevoli disegni, che ricorda a mio parere un’aureola o le mandorle in cui venivano raffigurati i personaggi più importanti nell’arte sacra medievale (ma non sono sufficientemente esperta per azzardare una simile interpretazione in ambito pittorico). L’ornamento principale della fanciulla è costituito dalle onde disegnate dallo svolazzo dei lunghi capelli, abilmente acconciati con dei fiori, e delle vesti; entrambi sono piacevolissimi da osservare ma irrealizzabili in natura.

Simili caratteristiche sono riscontrabili pressochè in ogni opera di Mucha e sono l’oggetto principale di ogni sua opera. Che la fanciulla sia la personificazione della danza è inoltre un aspetto secondario, l’occhio viene infatti immediatamente colpito dallo stile della fanciulla, che diventerà non solo una moda, ma una vera e propria icona dell’Art Nouveau anche a rischio, a mio parere, di diventare persino ripetitivo.

Siccome le mie conoscenze sull’artista derivano principalmente dalla mostra di Palazzo Reale, vi parlerò dei manifesti che Mucha realizzò per Sarah Bernhardt, una delle più celebri attrici teatrali e cinematografiche dell’Ottocento, soprannominata La voce d’oroe La divina.

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Il manifesto qui sopra annunciava ai passanti che La Divina avrebbe recitato ne La samaritana presso il Theatre de la Renaissance. E’ evidente che l’artista ha dovuto piegare l’opera alla sua funzionalità, infatti compaiono tutte le informazioni riguardanti lo spettacolo negli appositi spazi, per condurre gli spettatori a teatro. La Bernhardt era una vera e propria diva e ammirarla era probabilmente lo scopo principale per cui gran parte del pubblico si recava a teatro, perciò lo stile di Mucha era perfetto per lei: l’attrice era così il solo soggetto dipinto ed era rappresentata come una dea. Le vesti e l’anfora sono i soli elementi che identificano il tema della rappresentazione, che riveste un ruolo secondario, inoltre anche in questo caso lo sguardo dello spettatore è catturato dalle decorazioni, che siano le morbide onde dei capelli della fanciulla, le pieghe delle vesti, le stelline che circondano il suo corpo o i motivi che incorniciano la scena. Lo stile di Mucha è un marchio di garanzia sulla qualità dello spettacolo e un valido espediente per aumentare il fascino della diva del palcoscenico.

Diverse aziende dell’epoca hanno scelto di farsi pubblicità mediante manifesti firmati da Mucha, le cui opere in questo settore possono essere considerate arte a tutti gli effetti.

La prima pubblicità che analizzeremo insieme riguarda un marchio molto noto ancora oggi, la Nestlè. Nonostante il manifesto sia diverso dai cartelloni pubblicitari cui siamo abituati, tale opera presenta uno stile molto moderno rispetto alla maggior parte dei dipinti che ho ammirato a Palazzo Reale, in cui l’aspetto artistico prevaleva su quello pubblicitario a scapito della visibilità del prodotto, che spesso non veniva nemmeno raffigurato o era oscurato dalle figure delle fanciulle. Qui troviamo, oltre al nome del prodotto e ad una chiara indicazione dei destinatari dello stesso (i bambini), una piccola immagine del barattolo in vendita. Non siamo tuttavia in grado di capire che genere di alimento sia pubblicizzato perché l’artista ha privilegiato l’aspetto estetico e narrativo della pubblicità, vale a dire la rappresentazione di una madre che prepara una sorta di pappina per il suo bambino. I contorni rossi delle coperte del bambino, delle scritte pubblicitarie, di alcuni elementi delle decorazioni e i fulvi capelli della madre si oppongono al bianco e all’azzurro del mosaico dell’”aureola”, delle vesti della madre e delle lenzuola del neonato. L’immancabile dama si è per l’occasione trasformata in un perfetto angelo del focolare ottocentesco: candida come una Madonna, elegantissima in abito da sera, amorevole con il proprio figlio; in lei è riconoscibile lo stile dell’artista, che  si è adeguato a ciò che la società si aspettava da una donna all’epoca, vale a dire che fosse una madre e una moglie impeccabile. Il bambino, il consumatore finale del prodotto, è rappresentato in primo piano.

La prossima pubblicità ha un’impostazione molto simile a quelle che potremo trovare nei decenni successivi e riguarda un’azienda produttrice di cioccolata.

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Si noti come l’impaginazione abbia caratteristiche più moderne: il prodotto è ben visibile nella parte inferiore dell’opera e l’immagine raffigura, almeno in questo caso, una delle modalità in cui è possibile fruire il prodotto, ovvero bevendolo in una tazza. La scena non rappresenta la solita fanciulla divinizzata cui Mucha ha abituato il suo pubblico, ma uno scambio quotidiano di tenere attenzioni tra una donna e dei bambini. La donna indossa indumenti quotidiani che, sebbene siano ancora piuttosto “svolazzanti” secondo lo stile che sappiamo ormai riconoscere, sono piuttosto ordinari. La firma di Mucha è riconoscibile nelle spirali di fumo che creano delle decorazioni sinuose nella parte superiore del dipinto. Il semicerchio è sostituito dalla scritta “chocolat ideal”.

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Per quanto riguarda l’arte fine a se stessa, è doveroso citare i numerosi gruppi di personificazioni, come per esempio Le arti, cui appartiene La danza che abbiamo nominato prima, e Pietre preziose, composto da quattro opere: Rubino, Ametista, Smeraldo e Topazio. Ogni opera è monocroma, naturalmente dello stesso colore della pietra che rappresenta, e raffigura una fanciulla seduta con un fiore in primo piano. Si noti l’assoluta assenza a qualunque riferimento alla pietra, eccetto al colore che domina nell’opera, in favore dell’eleganza e della sensualità della fanciulla. La mostra di Palazzo Reale ha scelto come simbolo dell’iniziativa la fanciulla dello smeraldo, forse per la posa e lo sguardo da femme fatale, o per l’inquietante testa di serpente su cui poggia. Mucha ha rappresentato anche le quattro ore del giorno e le stagioni, aggiungendo anche alcuni elementi distintivi come per esempio la neve per l’inverno e il sonno per la notte.

Mi tremano i polsi nel criticare un grande artista come Mucha, ma personalmente preferisco immagini di donne forti, intraprendenti, coraggiose e ribelli: le icone di eleganza non mi hanno mai particolarmente affascinato. Tuttavia ho trattato simili argomenti in altri post e non vorrei ripetermi.

Le regine della storia dell’arte

(Articolo pubblicato nella rivista online “Are you art?”)

Scrivere una rubrica dedicata alle donne in un numero dedicato alle rivoluzioni nella storia dell’arte è impossibile perché nella nostra società patriarcale il mondo dell’arte è sempre stato dominato dagli uomini. Ciò non significa che le artiste donne siano una conquista recente in quanto i manuali di storia dell’arte menzionano diversi nomi di grandi creative del passato, tuttavia le rivoluzioni sono sempre state condotte dagli uomini, che hanno dettato le correnti e gli stili in ogni epoca sino al Novecento. Per questa ragione la mia rubrica sarà la sola a non parlare di rivoluzioni, perché le donne non hanno potuto partecipare a nessuna rivoluzione artistica. Darò invece voce a rare personalità eccezionali che hanno dovuto combattere per affermare la propria arte, sfidando i pregiudizi maschilisti della propria epoca e spesso pagandone le conseguenze. La loro rivoluzione consiste nell’aver espresso un punto di vista femminile in un mondo in cui gli artisti erano uomini e le donne dovevano accontentarsi al massimo del ruolo di musa ispiratrice.

Per secoli le donne, pur avendo accesso a lezioni di disegno e potendo realizzare delle modeste opere di disegno (spesso di piccole dimensioni e ritraendo prevalentemente tematiche proveniente dal loro ambiente famigliare), non hanno potuto praticare la professione di artista in quanto era considerato disdicevole per loro dedicarsi a tale attività a livello professionale, eppure qualche fortunata è riuscita, spesso complici anche condizioni familiari ed economiche favorevoli, a coltivare il proprio talento. Ecco dunque una carrellata delle principali regine dell’arte, corredati da link con eventuali approfondimenti.

Nel Medioevo l’arte era considerata un’attività artigianale pertanto le opere d’arte erano create per lo più dagli uomini, i soli che potevano esercitare una professione. Nei conventi tuttavia le monache si dedicavano con zelo ad attività creative coinvolgendo spesso anche le laiche, soprattutto le fanciulle che frequentavano i monasteri per la propria istruzione, che poi praticavano tali attività anche dopo aver terminato gli studi. Tali artiste erano soprattutto miniaturiste e realizzatrici di tessuti ornamentali da parete, stole, paramenti e arazzi, ad uso religioso o profano. Conosciamo anche qualche nome di queste artiste dimenticate, tra tutte ricordiamo Santa Caterina Vigri (1413-1463), che realizzò affreschi, quadri e manoscritti con miniature ed è la protettrice dei pittori. Per saperne di più, ti consiglio di cliccare sul seguente link:
http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2010/09/donne-artiste-nel-medioevo

Nel Rinascimento le donne compaiono nella storia dell’arte per lo più nelle vesti di Muse ispiratrici al servizio di artisti uomini, ma iniziano a farsi notare nel panorama artistico europeo anche alcune pittrici. I loro nomi sono Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, la simpatica olandese Judith Leyster, Rosalba Carriera, Elizabeth Vigée Lebrun, Angelika Kauffmann, Mary Cassatt e Berthe Morisot.

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Sifonisba Anguissola è una pittrice piacentina rinascimentale che ottenne grandi riconoscimenti in Italia e all’estero. Pochi sanno che anche le sue sorelle si dedicarono alla pittura. Rivestì un ruolo di spicco nelle corti italiane e il suo talento venne apprezzato persino da Michelangelo, che rimase profondamente colpito da Fanciullo morso da un granchio (vedi sopra). L’artista divenne ritrattista ufficiale della famiglia reale di Spagna e, quando Van Dyck le succedette in tale carica, ammise di nutrire una profonda ammirazione per Sifonisba. E’ molto interessante ciò che Wikipedia scrive sull’argomento: https://it.wikipedia.org/wiki/Sofonisba_Anguissola

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Artemisia Gentileschi è forse la più celebre artista femminile dell’età moderna, soprattutto in seguito allo stupro che subì in gioventù e che probabilmente ispirò il suo capolavoro, Giuditta che decapita Oloferne (vedi sopra). Essendo morta prematuramente sua madre, l’artista romana cresce nella bottega del padre manierista di Caravaggio (di cui assimilerà lo stile), un ambiente rigorosamente maschile, e apprende i segreti della pittura al fianco dei suoi fratelli maschi, superandoli in talento. Per apprendere ulteriori informazioni sull’artista, ti consiglio di visitare il sito web in italiano dedicato all’artista: http://www.artemisiagentileschi.net/

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Sempre in Italia, ma questa volta a Venezia, emerge una straordinaria pittrice settecentesca, Rosalba Carriera. Realizza dei ritratti di diamine sulle tabaccherie e successivamente su avorio, un materiale che conferisce alle pitture straordinaria lucentezza e che Rosalba utilizza per prima. Un’altra innovazione apportata dalla Carriera nel mondo della pittura riguarda l’utilizzo dello stile veneziano nella realizzazione di miniature. Sopra potete ammirare Allegory of painting.Ecco una pagina contenente tutte le informazioni da sapere su questa artista poco conosciuta: http://www.finestresullarte.info/Puntate/2012/18-rosalba-carriera.php#cookie-ok

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Angelica Kaufmann, di cui sopra potete ammirare Autoritratto, è una pittrice Svizzera dello stesso secolo che ha potuto avvalersi del supporto del padre nella propria formazione culturale; nel corso della propria carriera artistica si dedica anche alla musica e al canto; è l’unica donna tra i fondatori della Royal Academy of Arts. Era specializzata nella ritrattistica, nei soggetti storici e nelle incisioni. La sola pagina che sono riuscita a trovare dedicata all’artista appartiene a Wikipedia, ecco il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Angelika_Kauffmann

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Berthe Morisot, nata nel 1841, è una pittrice impressionista francese che, a causa dei pregiudizi dell’epoca, ha difficoltà a dipingere all’aperto o in luoghi pubblici come i propri colleghi maschi. L’artista ripiega dunque su scene domestiche e di interni, privilegiando come soggetti altre donne come lei, di cui effettuava nei dipinti una profonda analisi interiore. Può essere interessante leggere ciò che dice di lei Settemuse.it, dai cui abbiamo tratto l’opera che vedete sopra: http://www.settemuse.it/pittori_scultori_europei/berthe_morisot.htm

Per ultimo citiamo due grandi artiste del Novecento che sono diventate due icone non solo per la loro arte straordinaria, ma anche per aver contribuito all’emancipazione femminile con le loro scelte di vita libere, determinate e anticonformiste.

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Tamara de Lempicka appartiene alla corrente artistica dell’Art Déco molto apprezzata negli anni Venti. Tutti noi la conosciamo soprattutto per L’autoritratto nella Bugatti verde, in cui si raffigura al volante dell’automobile, indossando abiti maschili (erano gli anni in cui le donne iniziavano a far sentire la propria voce) è guardando in lontananza con uno sguardo serio ma terribilmente sensuale. Tamara è un eccellente ritrattista che ama rappresentare soprattutto i suoi amanti, sia uomini sia donne. Meritano di essere menzionate le tele che dedica Rafaela Fano, una delle donne più importanti della sua vita sia in qualità di amante, sia in qualità di musa ispiratrice. L’arte di Tamara è celebre tanto quanto i pettegolezzi sulla sua vita amorosa, si pensi che abbia flirtato in modo piuttosto turbolento con il nostro D’Annunzio. Vi propongo una piacevole carrellata di immagini a ritmo di musica: https://www.youtube.com/watch?v=UxiUn3ELu_g

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Frida Khalo (1907-1954) è forse l’artista femminile più nota al mondo: la sua notevole forza d’animo le ha permesso di affrontare dei gravi problemi di salute, dovuti anche ad un tragico incidente a bordo di un bus, con un’invidiabile vitalità, che traspare nelle tinte vivaci delle sue opere. Frida si dedica soprattutto all’autoritratto, proponendo un’immagine di sé svincolata dal punto di vista maschile e caratterizzato da un’estrema onestà, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione dei difetti fisici e degli effetti dei propri problemi di salute. Oltre al tema della femminilità, troviamo nelle opere di Frida anche l’amore per il proprio paese e per il folclore messicano. Il seguente link vi permetterà di scoprire tutti i segreti sulla vita di Frida: http://www.mexicoart.it/Ita/kahlo.htm

La lunga lista di artiste proseguirebbe con altre esponenti a noi contemporanee, che preferiamo non citare in questo articolo in quanto operano in un ambiente più aperto e sensibile nei confronti dell’arte femminile grazie all’accesso per le donne all’istruzione e ad una maggiore attenzione alla loro voce nel mondo dell’arte. Questa rubrica ha intenzione di approfondire nei prossimi numeri l’opera delle grandi artiste del passato e del presente, perciò offriremo in futuro uno spazio più ampio sia alle artiste che abbiamo menzionato sia ad altre intellettuali.

 

FONTI:

Lo “Sponsus”, la prima opera teatrale in lingua romanza

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Lo Sponsus è il primo testo teatrale in lingua romanza. Siamo nell’XI secolo, la Francia si è aggiudicata il primato nella realizzazione di una letteratura romanza, vale a dire nella stesura di documenti in una lingua derivante dal latino (che è molto arcaica rispetto al francese moderno che tutti conosciamo). La scrittura è in questo periodo praticata soprattutto in ambienti religiosi e lo Sponsus è infatti un dramma liturgico limosino, avente per lo più lo scopo di coinvolgere i fedeli durante la messa che, essendo celebrata in latino, non era comprensibile per il pubblico. L’opera è lunga poco meno di un centinaio di versi, una quarantina dei quali sono costituiti da decasillabi romanzi.

La vicenda messa in scena è la Parabola delle dieci vergini tratta dal Vangelo di San Matteo. Le fanciulle rappresentano l’universo dei credenti, all’interno del quale molti si dedicano solamente alla pratica esteriore della religione o compiono opere buone per mera vanità, come le vergini stolte che sprecano l’olio che è stato loro affidato durante uno sposalizio. Quando giunge lo sposo (che rappresenterebbe Cristo nel giorno del Giudizio), le vergini stolte hanno consumato tutto l’olio delle loro lampade e nessuno sarà in grado di rifornirle. Le sciagurate si ritrovano così escluse dal corteo dello sposo, come coloro che non sono accolti in Paradiso il giorno del Giudizio Universale, e vengono trascinate all’inferno da un gruppo di diavoli.

Poco importa il significato religioso dell’opera per un’atea come la sottoscritta, è molto più interessanti soffermarsi sulle caratteristiche del testo, che lo rendono un gioiello della letteratura medioevale.

La parabola gode di notevole successo nell’arte figurativa, infatti compare in affreschi catacombali del IV secolo e in alcune miniature di Evangeliari altomedievali sia occidentali sia bizantini, Nell’affresco delle chiesa di San Quirce di Pedret in Catalogna, di datazione tutt’oggi controversa, i personaggi sembrano avere una presenza scenica che evoca un’azione drammatica.

Nel testo sono presenti gli elementi essenziali per considerarlo un’opera teatrale: sono presenti delle rubriche che indicano le battute dei diversi personaggi, inoltre troviamo delle primitive note riguardanti l’azione scenica. Il testo suggerisce infine una rappresentazione dell’inferno decisamente teatrale, con comparse travestite da demoni e qualche rudimentale artificio tecnico in grado di evocare l’inferno. L’azione scenica è indipendente dalla liturgia, pertanto potrebbe rappresentare l’inizio di quella migrazione che, a partire dal secolo successivo, porterà il teatro volgare fuori dalle chiese.

Nel testo vengono alternate la lingua latina e il volgare; la prima ha una funzione lirico-narattiva, la seconda elegiaca. Il volgare è inoltre la lingua adottata dai primi personaggi profani del teatro religioso medioevale, appartenenti alla quotidianità e pertanto caratterizzati da vivido realismo: i mercanti, anzi, i mercatores. Nella parabola i mercanti compaiono solamente in un riferimento indiretto (le vergini stolte si sarebbero rivolte per comprare altro olio su consiglio delle vergini prudenti, se lo sposo non fosse giunto prima che potessero realizzare i loro piani), nello Sponsus invece tali figure diventano dei veri e propri personaggi che calcano la scena.

E’ molto interessante ricostruire la storia linguistica degli inserti romanzi dell’opera. Un’ipotesi minoritaria ha ipotizzato un’origine normanna, mentre la maggioranza la localizza tra il sud-ovest del dominio d’oil e il nord-ovest di quello d’oc, tra Anjou, Poitou e Angoumois. Avalle ha invece individuato un testo pittavino nell’originale del dramma liturgico, poi trascritto da un copista proveniente dalla parte settentrionale dell’area limosina. Tale teoria spiegherebbe l’alternarsi di tratti fonetici settentrionali e meridionali. Si tratta di un’analisi linguistica ci consente di affermare che alla terra del Poitou spetta il merito di aver creato il primo testo letterario parzialmente gallo-romanzo non solo teatrale, ma anche orientato verso una prospettiva profana.

 

Per concludere, facciamo ora un salto temporale di duecento anni, più precisamente nel 1264 quando, durante le celebrazioni del Corpus Domini, il sagrato venne ritenuto inadatto ad ospitare gli spettacoli religiosi, che pertanto vennero trasferiti in piazza. Per la prima volta gli attori non erano chierici ma degli esperti e sul palcoscenico comparvero botole, trabocchetti, gru, fumo per simulare le resurrezioni. Le scene più spettacolari erano le cadute nell’inferno, i voli degli angeli e le rappresentazioni degli antri infernali. Nel XIV secolo le rappresentazioni teatrali non furono più organizzate dalla Chiesa ma dalle corporazioni.

 

FONTI:

  • Maria Luisa Meneghetti, Le origini delle letterature medievali romanze, Editori Laterza