Fumetto e anarchia in “V per Vendetta”

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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V per Vendetta è un capolavoro del 2005 diretto da James Mc Taigues, grazie al quale la maschera di Guy Fawkes è diventata simbolo di ribellione e anarchia.

La storia, tratta dalla graphic novel omonima di Alan Moore e David Lloyd, riguarda un supereroe mascherato, invincibile nel combattimento con le armi bianche, conosciuto con il nome in codice V, scampato a degli esperimenti su cavie umane e desideroso di vendicarsi contro il regime totalitario e distopico che lo ha trasformato in un mostro. Sua fedele alleata è Evey Hammond, interpretata da Natalie Portman, una ragazza orfana che gradualmente viene contagiata dai suoi ideali.

Il regime totalitario che affligge l’Inghilterra ricorda molto la nazione di 1984 di Orwell per l’importanza che riveste la televisione nella vita dei cittadini. Le notizie vengono manipolate dal dittatore e dal suo staff e trasmesse principalmente dal piccolo schermo, ma gradualmente il popolo impara a diffidare di tali informazioni e si ribella, grazie soprattutto alle azioni sovversive di V. Il regime dittatoriale ha preso il potere diffondendo un’epidemia e controlla la popolazione soprattutto con coprifuoco e eliminando dalla circolazione gli oppositori, dopo averli arrestati e incappucciati.

V si ispira al personaggio di Guy Fawkes, un cattolico sovversivo che tentò di far saltare in aria il parlamento inglese con il re protestante Giacomo I e i parlamentari nel 1605. Gli ideali che spinsero l’attentatore ad agire non hanno nulla a che vedere con l’anarchia e spesso tale personaggio assume una connotazione negativa nella storia dell’Inghilterra, come è accaduto per esempio nell’ultimo best seller di Ken Follet La colonna di fuoco. La sua maschera bianca con il pizzetto nero è diventata tuttavia un simbolo di rivolta anche in cortei politici reali.

Il regime dittatoriale si è caratterizzato per l’eliminazione di ogni persona “diversa”, per motivi politici, come nel caso dei genitori di Evey, religiosi, in quanto è stato per esempio perseguitato l’Islam, e per l’orientamento sessuale. A questo proposito, la narrazione si interrompe per raccontare la triste vicenda di Valerie, un’attrice lesbica che è stata imprigionata insieme a V, al quale racconta la propria storia scrivendola su un rotolo di carta igienica. Anche l’arte è bandita, V infatti collezione nei sotterranei in cui vive ogni oggetto artistico e reperto archeologico che riesce a sottrarre tra quelli confiscati dal governo.

Il film colpisce per le frasi e gli aforismi pronunciati soprattutto da V, che si esprime come uno scrittore d’altri tempi. Un occhio attento nota alcune imprecisioni. Come fa una piccola carica di esplosivo trasportato da una metropolitana a far esplodere l’intero parlamento inglese, compreso il Big Bang? Come si è procurata Evey il suo documento falso? Come a fatto V a sapere dove la ragazza si era nascosta quando era fuggita dalla dimora sotterranea? Se V è stato geneticamente modificato, quale sono esattamente i suoi poteri oltre ad una straordinaria bravura nella scherma? Si tratta tuttavia di mancanze marginali.

Questo film è consigliato ad ogni ribelle, anarchico e sognatore. Anche se sarebbe impossibile per un uomo solo rovesciare uno stato nel mondo reale, V resta comunque un’icona nel mondo del fumetto e del cinema.

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Le prove antegenerali di “Francesca da Rimini” alla Scala di Milano

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Il 10 aprile sono andate in scena le prove antegenerali di Francesca da Rimini presso La Scala di Milano, scritta da D’Annunzio e musicata da Zandonai. La rappresentazione, in scena dal 15 aprile al 13 maggio, avrà come direttore d’orchestra Fabio Luisi, come regista David Pountney e le scenografie sono di Leslie Travers.

Grazie agli immortali versi del canto V dell’Inferno Dante la storia è nota a tutti: due cognati innamorati, Paolo e Francesca, si baciano leggendo la vicenda di Lancillotto e Ginevra, ma la loro vita viene stroncata dal marito della fanciulla, ingelosito e adirato per il tradimento. D’annunzio ha ampliato la trama aggiungendo dettagli, come la morte di un giullare e l’intrigo per cui avrebbero fatto credere a Francesca di sposare Paolo il Bello quando era promessa al suo brutto e zoppo fratello Gianciotto.

La regia è stata fedele alla trama originaria salvo nel finale. Secondo il libretto, Francesca avrebbe dovuto proteggere col proprio corpo Paolo da Gianciotto, il quale trafigge con un solo colpo entrambi gli innamorati per poi spezzare la spada. La Scala propone invece una soluzione differente: la coppia è sdraiata su un enorme libro aperto e un pugnale viene calato dall’alto mediante una corda. Si tratta di una soluzione poco efficace, che non riesce a commuovere lo spettatore.

La musica non prevede arie indimenticabili, che lo spettatore possa canticchiare al termine dello spettacolo, le note di Zandonai costituiscono piuttosto un accompagnamento alle parole di D’Annunzio, un sottofondo più simile ad una colonna sonora. Data la maggiore importanza del testo rispetto alla musica, non si può apprezzare lo spettacolo senza seguire il testo sul libretto ma, trattandosi di una prova antegenerale, i display su cui vengono di solito trasmessi i sottotitoli erano spenti, così lo spettatore ha dovuto affidarsi all’intuito.

Le scenografie erano sontuose e colossali, degne del prestigio della Scala. Lo sfondo a semicerchio era in finto marmo bianco, con il bassorilievo in stile classico di una fanciulla. I personaggi maschili, vestiti con divise militari simili a quelli di un regime dittatoriale degli anni Trenta, cantavano su un’impalcatura semicircolare mobile in metallo, dotata di cannoni e scalette. Anche le ancelle di Francesca erano soldatesse, ma talvolta si privavano delle divise per danzare con semplici e femminili indumenti bianchi. Dopo l’intervallo compaiono altre scenografie che evocano la guerra degli anni Trenta: un aeroplano e delle scrivanie su cui trafficano le soldatesse. Il libro che fa innamorare Paolo e Francesca è enorme, i cantanti si esibiscono sopra le sue pagine.

Le prove sono aperte agli spettatori, ma non hanno lo stesso fascino degli spettacoli ufficiali. Il pubblico è inferiore e occupa soltanto i posti anteriori della platea, mentre le seggioline più vicine al palco sono riservate alla regia. I musicisti non indossano abiti di gala, i saluti finali sono sbrigativi e, soprattutto, la rappresentazione può essere interrotta per esigenze di regia. Fortunatamente il 10 aprile si è verificata una sola interruzione, durante il canto di Francesca.

 

“I monologhi della vagina”, femminismo a teatro

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Nella nostra società si nomina continuamente il pene mentre la vagina resta nell’ombra: alcune donne non hanno mai guardato la propria allo specchio, altre non ne parlano nemmeno col ginecologo, poche conoscono e condividono curiosità al riguardo. Per contribuire alla cultura dell’apparato riproduttivo femminile, Eve Ensler nel 1996 ha realizzato una piece teatrale intitolata I monologhi della vagina, che ha vinto un Obie Award per le tematiche provocatorie che affronta e la sua straordinaria attualità. E’ stato realizzato anche un libro con la trascrizione dei monologhi e un programma televisivo, di cui questo articolo propone l’analisi e che è disponibile su Youtube.

Eve Ensler ha intervistato più di duecento donne su tematiche relative alla loro sessualità e alla loro vagina, inoltre ha antropomorfizzato la vagina chiedendo alle intervistate cosa indosserebbe la loro vulva e cosa direbbe. Si tratta di donne diversissime tra loro: manager o artiste, giovani o anziane, ricche o addirittura senzatetto, etero o lesbiche, americane o straniere…

Nella trasmissione televisiva vengono ripresi non solo alcuni monologhi, ma anche alcune interviste e delle riprese effettuate nel camerino (in cui sono stati raccolti oggetti riguardanti la vagina provenienti da tutto il mondo), durante l’intervallo o mentre l’autrice dialoga con dei cameraman. La scenografia è molto semplice: delle tende di svariate sfumature di rosso, una sedia su cui domina la figura di Eve Ensler e un microfono. L’autrice indossa un semplice vestito lungo nero e recita a piedi nudi, con le gambe elegantemente accavallate. Si tratta di una donna giovanile e energica, con un caschetto nero sbarazzino e un sorriso carismatico, ha tutte le carte in regola per conquistarsi l’affetto del pubblico.

Lo spettacolo teatrale si apre con un’introduzione che descrive l’immaginario della vagina, i suoi soprannomi, la difficoltà che hanno le donne nel guardarla allo specchio, l’oscurantismo che domina tale argomento. Il primo monologo riguarda i peli pubici e la disavventura di una donna tradita dal marito, il quale sosteneva di avere bisogno di un’amante perché la moglie non si radeva la vagina. Seguono dei racconti vintage di donne anziane e del loro rapporto con la vagina, in particolare la storia di un’attempata signora che, ogni volta che si eccitava, subiva “un’inondazione”, almeno sino a quando non le hanno asportato l’apparato riproduttivo per un cancro. Successivamente viene raccontato il rapporto sessuale tra una donna che inizialmente non amava la propria vagina e un uomo che si eccitava guardando tra le gambe delle proprie amanti. L’opera parla anche di omosessualità, in particolare del primo rapporto sessuale con una donna e dell’esperienza di una sex workers per lesbiche che pratica sadomaso. L’autrice si occupa anche di stupri, in particolare intervista delle donne che hanno vissuto nei campi di stupro dell’Ex Jugoslavia, oltre ad altre vittime americane. Segue un’accusa delle brutalità che le vagine devono sopportare a causa di tamponi, assorbenti, visite ginecologiche e molto altro. Lo spettacolo affronta anche il tema dell’orgasmo, descrivendo le sensazioni delle intervistate e simulando un’esperienza dal vivo. I monologhi si concludono affrontando il tema del parto. Lo spettacolo televisivo propone solo una parte dei monologhi, infatti ha omesso per esempio il tema delle prime mestruazioni e esperienze sessuali di vario genere.

Si tratta di un’opera importante per le donne perché affronta tematiche che, soprattutto negli anni Novanta, restavano in ombra. Sulla scia del girl power, lo spettacolo è diventato un’icona della sessualità femminile e negli ultimi vent’anni il suo messaggio non ha perso la propria potenza comunicativa. Il tono è ironico e delicato, ma anche rivoluzionario e liberatorio. Lo spettacolo è uno dei pilastri del femminismo a teatro, una donna non può restare indifferente perché scopre un’opportunità di confrontarsi con altre donne su tematiche che spesso vengono taciute. La vagina, che la cultura patriarcale nei secoli ha raffigurato come un oggetto di piacere dell’uomo e una parte anatomica da nascondere e censurare, acquista una propria dimensione nella cultura e molti tabù si infrangono.

Si consiglia la visione di questo spettacolo agli uomini, affinché imparino a conoscere ed ascoltare l’altra metà del cielo. La stessa autrice dialoga e scherza con i cameraman maschi e gli altri addetti ai lavori, coinvolgendoli nello spettacolo.

Sogno, amore e magia in “Sogno di una notte di mezza estate”

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In accordo con il tema del mese, il sogno, appare doveroso dedicare due righe a Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. Si tratta di una commedia che parla d’amore, composta inizialmente per i banchetti di nozze aristocratici portata in scena in rappresentazioni private, fin quando al termine di un periodo di peste fu presentata anche al grande pubblico con l’aggiunta del secondo dei due finali che caratterizzano l’opera.

In assenza di rappresentazioni a Milano, vi proponiamo la lettura del testo su LiberLiber e la visione di un omonimo film del 1999, disponibile su Youtube, anche se l’analisi che segue si riferisce ad un’opera teatrale.

La trama è molto complessa in quanto si intrecciano tre storie parallele. La prima riguarda il magico mondo delle fate, in cui prevale il linguaggio delle canzoni, delle filastrocche e delle formule magiche; è qui protagonista il bisticcio tra Titania, la regina delle fate, e Oberon, il re degli elfi.

La seconda è relativa agli intrighi amorosi di quattro giovani ateniesi, i cui equilibri sentimentali vengono stravolti a causa di un incantesimo maldestro; ora lo stile prevalente è quello della lirica d’amore.

Infine troviamo una compagnia di attori strampalati, che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe mediante una buffa parodia di versi aulici.

Un tema fondamentale è la magia, essenziale per creare le intricate situazioni in cui si trovano i personaggi. La magia rappresenta l’onnipotente forza dell’amore, che ha sedotto i personaggi mediante il nettare di un fiore magico.

Il sogno è un elemento centrale, che compare sin dall’inizio dell’opera nelle parole di Hippolyta:

Quattro giorni faran presto a svanire con le lor notti, e queste a dileguarsi coi loro sogni; e la novella luna come un arco d’argento teso in cielo salirà a contemplare sulla terra la notte dei solenni nostri riti.

I personaggi menzionano continuamente i sogni nel testo, è particolarmente interessante la canzone che le fate intonano per fare addormentare la loro regina Titania:

Filomela, tu, carina/ culla il sonno alla regina/ con la melodiosa canna, /ninna nanna, ninna nanna. /Dal suo sonno lunge sia /ogni male, ogni malia, /dolce sia del sonno l’ora /all’amabile signora.

Il tema del sogno si presenta specialmente quando i personaggi tentano di dare una motivazione agli eventi assurdi che si verificano, più volte, nella notte in cui si svolge l’azione: Bottom, in particolare, sostiene che gli avvenimenti sovrannaturali che gli sono capitati, siano in realtà semplici sogni.

Shakespeare analizza il modo in cui nel sogno il tempo sembra scorrere diversamente rispetto alla vita reale e come nella dimensione onirica possa accadere l’impossibile. Il Bardo estende tali condizioni anche alla commedia, in particolare quando Puck, al termine dell’opera, chiede al pubblico di considerare lo spettacolo cui ha appena assistito come se fosse un sogno, nel caso in cui non gli sia piaciuto.

“L’altra parte di me”, omosessualità a teatro per le scuole, intervista a Daniele Camiciotti

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L’Associazione Teatro2 ha intenzione di portare nelle scuole l’adattamento teatrale di L’altra parte di me di Cristina Obber, la storia di due giovani ragazze che si innamorano e vivono la propria storia d’amore attraverso svariate difficoltà. Daniele Camiciotti, presidente e fondatore dell’associazione, ci ha parlato dell’iniziativa.

Ciao Daniele, raccontaci come è nata l’Associazione Teatro2.

L’associazione Teatro2 è nata nel 2002 a Milano ad opera di un gruppo di appassionati di teatro che ha voluto pensare ad un’associazione che avesse come punto di riferimento i giovani. L’associazione è attiva su diversi fronti: l’insegnamento del teatro nelle scuole tra Lombardia e Piemonte, corsi serali intermedi e avanzati, teatro extrascolastico.

Vi occupate spesso di tematiche sociali?

No, ma è capitato che ci occupassimo anche di tematiche sociali, abbiamo fatto per esempio uno spettacolo sulla mafia ambientato a Locri, un testo chiamato Sinfonia del diavolo sulla Shoah. Adesso è il turno di uno spettacolo a tematica LGBT con l’intento preciso di prevenire il bullismo omofobico nelle scuole.

Parlaci del progetto L’altra parte di me.

Il progetto L’altra parte di me è nato semplicemente leggendo l’omonimo libro. Un paio d’anni fa ho letto il romanzo, mi è piaciuto molto perché è attuale e vero, così ho deciso di contattare l’autrice per proporre un adattamento teatrale. A Cristina Obber l’idea è piaciuta, si è creata una grande sintonia. Abbiamo cercato negli anni scorsi dei finanziamenti, ma a vuoto, soprattutto perché in questo periodo le persone spendono poco così le attività culturali ne risentono. Da circa un mese è partita un’attività di crowdfunding per reperire soldi attraverso donazioni da privati o associazioni. Abbiamo bisogno di 10 000 euro per la prima e dieci rappresentazioni nei teatri di tutta Italia, per questo motivo la cifra è alta e ambiziosa.

Di cosa parla lo spettacolo?

Il tema centrale è essere se stessi e la storia d’amore. La trama segue la vita di due ragazze, è una storia di crescita fatta di esperienze positive ma anche negative come liti e prese in giro. Una delle ragazze, stufa di tutto questo parlare di sé, tappezza tutta una stanza con la parola “lesbica”. Alcune compagne di scuola mettono sul profilo Facebook della ragazza immagini di porno lesbico per prenderla in giro. Il finale è positivo, il messaggio che vuole passare l’autrice è che l’amore vince tutto. “Di amare non si decide, accade”, è frase che ricorre nel testo. Le ragazze superano le difficoltà grazie all’amore, che è un valore universale che va oltre il sesso, alla fine vengono accettate dai genitori e vivono una bella storia d’amore insieme.

Raccontaci qualche informazione sulla compagnia dell’Associazione.

La compagnia stabile è formata da uomini e donne che lavorano insieme da tanti anni, hanno appena prodotto l’Alcesti. L’altra parte di me è una produzione nuova, se riusciremo a raccogliere i fondi necessari faremo dei casting con nuovi attori e la produzione partirà da zero, anche perché noi abbiamo solo due donne nella compagnia, di età troppo matura per interpretare delle ragazze adolescenti.

Come mai avete scelto di parlare proprio di omofobia?

E’ un tema attuale e soprattutto vogliamo prevenire i fenomeni di bullismo omofobico che spesso avvengono nei contesti scolastici. Ci sono ragazzi che sono discriminati a causa del proprio orientamento sessuale in età adolescenziale. Abbiamo deciso di trattare questo tema spinoso per rendere consapevoli dell’origine di queste discriminazioni e fare un discorso di accettazione. Anche recentemente c’è stato un caso di bullismo e si sono verificati dei suicidi. Cerchiamo di partire dalle scuole parlare di apertura e soprattutto per passare l’idea che è profondamente sbagliato essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, una persona deve essere libera di essere se stessa, di parlare, di confrontarsi e di acquisire maggiore consapevolezza e rispetto.

Come mai proprio il libro della Obber?

Perché l’ho letto casualmente e mi è piaciuto molto, ha un li linguaggio giovanile, fresco e diretto. Siccome mi occupo per lavoro di teatro per ragazzi ho deciso di unire le due cose. Inoltre non ci sono molti testi che trattano di tematiche adolescenziali legati al mondo delle lesbiche, è una tematica poco affrontata nella letteratura. Si trovano per lo più libri su storie d’amore tra adulte.

Avete già preso contatti con le scuole?

Non abbiamo ancora preso contatti perché la produzione partirà solo se raggiungeremo un budget specifico. Prenderemo però contatti in seguito. La prima si terrà a giugno a milano, ma poi lo spettacolo verrà proposto all’interno dei contesti scolastici. Ci aspettiamo reazioni positive, come quelle che l’autrice ha riscontrato presentando il proprio romanzo nelle scuole di tutta Italia. E’ stato affermato che era ora che ci fosse qualcuno che parlasse di queste tematiche impegnative all’interno dei contesti scolastici perché sono argomenti che non si affrontano tutti i giorni. Io mi aspetto una reazione positiva e di accettazione a questo spettacolo.

Non avete paura che qualcuno vi accusi di portare il gender nelle scuole?

Non abbiamo paura. Mi rendo conto che è una tematica spinosa che potrebbe dar fastidio. Francamente non mi interessano le reazioni perché io considero questo tema molto importante e penso che far prevenzione e far conoscere queste tematiche legate al bullismo omofobico sia fondamentale, lo considero una necessità in un momento come questo in cui i fenomeni di bullismo sono in grande misura presenti. So che ci sarà qualcuno che storcerà il naso, che ci bollerà come eretici e che ci caccerà con dell’acqua santa. Supero però queste cose perché sono molto motivato, credo molto nel testo e nell’adattamento teatrale e ritengo che sia fondamentale trattare di questi temi. Se incontrerò delle persone che storceranno il naso o mi diranno che non sono interessati, benissimo, ci rivolgeremo altrove.

Avete modificato la trama nell’adattamento teatrale?

No, il testo mi è piaciuto molto. Abbiamo fatto modifiche minime legate all’adattamento teatrale. E’ difficile rendere a teatro per esempio il mare o alcuni contesti che ci sono nel libro. Siamo stati molto fedeli nel complesso. Abbiamo anche ripreso parti del testo.

“Fahrenheit 451”, la distopica società di Truffaut

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In linea con il tema del mese, la distopia, affronteremo l’analisi di uno dei film distopici più popolari della storia del cinema. Si tratta di Fahrenheit 451, un film di Truffaut del 1966, un grande classico che riesce ancora ad affrontare tematiche attuali.

La trama ripercorre fedelmente la vicenda dell’omonimo romanzo di Ray Bradbury in cui la parola scritta è stata bandita, la televisione narcotizza le menti dei cittadini e i pompieri non spengono più i fuochi ma, anzi, bruciano i libri. Montag (Oskar Werner) è un pompiere prossimo alla promozione con una bella casa e una splendida moglie “drogata di televisione” e pillole, Linda. Il protagonista gradualmente si ribella alla società e inizia a leggere libri con l’aiuto di Clarisse, un’anticonformista e allegra insegnante.

Il film è stato realizzato con un budget elevato, gli effetti speciali sono sorprendenti per l’epoca e apprezzabili ancora oggi. È singolare notare come gli uomini degli anni Sessanta si immaginassero il futuro: il carro dei pompieri assomiglia più ad un giocattolo che ad un bolide, i telefoni pubblici rivelano che nessuno avesse ipotizzato l’invenzione dei cellulari, schermi piatti dal sapore moderno convivono, poi, con televisori vecchio stile e la monorotaia risulta antiquata anziché fantascientifica.

A parte pochi elementi, il futuro immaginato dal regista appare molto simile alla sua contemporaneità, soprattutto per quanto riguarda le architetture, gli arredamenti, i costumi di scena e le pettinature tipiche degli anni Sessanta. La società proposta dal film non si caratterizza per la tecnologia o il gusto estetico, ma per la struttura politica e culturale.

Pur essendo un film di fantascienza troviamo poca azione, si privilegia infatti l’aspetto drammatico attraverso dialoghi che inducono lo spettatore a riflettere. È proprio da una discussione tra Montag e il capitano che scopriamo che i libri vengono bruciati per annullare le differenze e dunque i contrasti rendendo gli uomini tutti uguali, ma annullando anche l’essenza dell’umanità stessa. I cittadini sono annichiliti dalla televisione, dalla droga e dalla polizia oppressiva; tutto ciò li rende incredibilmente soli al punto da indurli a palparsi il corpo anche in pubblico. I personaggi, oltre alla parola scritta, hanno anche perso la memoria e la facoltà di riflettere.

Le due figure femminili, l’elegante e conformista Linda e la sbarazzina e ribelle Clarisse, sono interpretate dalla stessa attrice, Maria Pia Di Meo. Per distinguerle sono stati utilizzati semplicemente delle parrucche e i capi d’abbigliamento; si tratta di una scelta interessante perché pur rappresentando ruoli opposti e radicalmente incompatibili tra loro, il risulltato risulta efficace.

È infine molto inquietante la straniante scena dell’incubo di Montag, in cui compare persino un omaggio a Hitchcock: l’effetto vertigo. Un altro riferimento al grande regista è la musica di Bernard Herrmann.

“Medea” di Luca Ronconi al Piccolo Teatro Strehler

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Dal 13 al 29 marzo il Piccolo Teatro Strehler di Milano ospita Medea di Euripide, con la regia del grande Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo. È singolare che, a tre anni dalla morte di Ronconi, i suoi spettacoli vengano ancora proposti in teatro, significa che la sua memoria è viva e il pubblico desidera ancora riflettere sulle sue opere.

Medea, dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello d’oro, lascia la sua terra natia per partire con lui e lo sposa a Corinto. Dieci anni dopo l’eroe decide di ripudiare la moglie e sposare una vera principessa per garantire, a suo dire, un futuro migliore ai figli che ha avuto con Medea. La sua scelta però scatena l’ira della donna e la sua terribile vendetta nei confronti dei propri figli e della nuova sposa: Medea uccide la donna con una veste stregata e assassina i bambini.

La protagonista è interpretata da un uomo: l’attore, in tacchi, vestito lungo e movenze ora femminili ora grottesche, interpreta magistralmente il complesso ruolo assegnatogli. Ogni interpretazione è legittima, tuttavia agli occhi di uno spettatore moderno Medea è una donna a tutti gli effetti e la scelta di Ronconi sembra incomprensibile, nonostante in un’intervista il regista abbia spiegato che in origine Medea appariva come dotata di tratti maschili. Giasone, a differenza della sposa straniera, incarna lo stereotipo dell’oratore greco che sostiene le proprie tesi con elaborate argomentazioni, interpretate con sarcasmo e tono saccente.

Il coro è rappresentato dalle ancelle di Medea, ma si tratta di qualcosa di peculiare, anziché recitare all’unisono le donne si completano, infatti, le frasi a vicenda o cantano singolarmente i versi assegnati come se fossero delle “canzonette” di musica leggera. Si tratta di una scelta originale e innovativa, che rende lo spettacolo più appetibile per un pubblico contemporaneo. Il canto riveste un ruolo molto importante anche per il personaggio della nutrice, che mediante una cantilena manifesta la propria sofferenza per le disgrazie di Medea.

A differenza di molte altre rappresentazioni di Ronconi, la recitazione è realistica e mira ad emozionare lo spettatore, sebbene i personaggi e la scenografia siano surreali, simbolici e sembrino provenire da un ambiente privo di connotazione storica e temporale, che poco ha in comune con la Corinto immaginata da Euripide.

La scenografia è semplice ma efficace: alcune poltroncine di un cinema o di un teatro, un pianoforte, un letto e dei bauli, spostati sul palcoscenico dagli attori nel corso della rappresentazione. Sullo sfondo sono appesi degli schermi che trasmettono delle immagini suggestive mentre a lato una scala a chiocciola consente l’ingresso in scena degli attori. Il carro alato che sostiene Medea dopo gli omicidi è una struttura bianca indefinibile, retta da un braccio metallico mobile. I costumi sono moderni, fatta eccezione per quello indossato dalla nutrice.

Lo spettacolo affronta numerose tematiche attuali ancora oggi. Innanzitutto, Medea può essere considerata un’antenata delle femministe poiché combatte le angherie subite in quanto donna, inoltre si trattano i sentimenti contrastanti che una donna prova nei confronti del marito e dei figli. Viene analizzato il rapporto tra il cittadino, rappresentato dallo scaltro ma crudele Giasone, e lo straniero, incarnato da una Medea che risulta affascinante nonostante difficilmente un cittadino greco si sia immedesimato in lei in passato. Compare il tema della magia, associato ad un personaggio femminile come se, anche prima della nascita delle figure delle streghe, le donne ribelli fossero collegate alla magia e ai veleni.

Lo spettacolo si conclude con il trionfo di Medea, vittima e carnefice, spietata ma dotata di sentimenti, folle vendicatrice e contemporaneamente fredda calcolatrice. Il suo personaggio induce a riflettere sul ruolo della donna nella società e nella famiglia, lo spettatore fatica a scegliere se difenderla o condannarla; quel che è certo è che la figura di Medea sopravvive attraverso i millenni.