“Il sogno di un uomo ridicolo”, l’amore salverà il mondo secondo Dostoevskij

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Il teatro Out Off ha presentato Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij, un monologo che induce alla riflessione trattando tematiche profonde e importanti come il suicidio, l’amore per la vita e la solitudine. La traduzione e la drammaturgia sono di Fausto Malcovati e Mario Sala, la regia di Lorenzo Loris, che in questi ultimi anni sta trattando il rapporto tra letteratura e teatro e non è la prima volta che affronta uno scritto di Dostoevskij.

Il sogno di un uomo ridicolo venne inizialmente concepito da Dostoevskij come un racconto fantastico: fu iniziato nel 1876 e fu inserito nel Diario di uno scrittore, che spicca per le riflessioni severe e conservatrici che rovesciano completamente il pensiero progressista dei primi anni dell’autore .

Il protagonista è un uomo ridicolo che, stanco di essere deriso dai propri simili, decide un giorno di suicidarsi ammirando una stella che brilla nel cielo. Viene però distratto da una bambina che chiede aiuto e a cui rifiuta assistenza in quanto troppo preso dalle proprie aspirazioni di morte. Quando torna a casa si addormenta ed inizia a sognare; le oniriche fantasie di quella notte saranno cruciali nel determinare le sue scelte.

Il messaggio può essere riassunto in alcune citazioni tratte dallo spettacolo: “Bisogna soffrire per amare”, “Bisogna soffrire per scoprire la verità”, ma soprattutto “Amare salverà il mondo”, la frase conclusiva con cui l’attore protagonista saluta la platea. Solo amando il prossimo è infatti possibile dare un senso alla propria vita e perseguire la felicità, una rivelazione che dissuaderà il protagonista dal suicidio.

La scenografia di Daniela Gardinazzi è alquanto singolare: poche panche riservate al pubblico sono disposte intorno alla zona centrale del palcoscenico; in scena si trovano semplicemente una poltrona e un tavolo ai lati opposti dello spazio del palco destinato alla recitazione, mentre al fianco di ciascuno di essi si trova un lumino. La platea è nascosta da un tendone e verrà rivelata al pubblico quando l’attore protagonista inizierà a recitare tra le poltroncine vuote nel monologo conclusivo, quando platea e palcoscenico invertiranno le proprie funzioni. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva ed efficace da un punto di vista artistico, ma piuttosto scomoda per gli spettatori, che sono costretti a restare seduti su dure panche di legno e il cui sguardo fatica a farsi largo tra le schiene di chi è seduto davanti. Le luci e la fonica di Luigi Chiaormonte hanno accompagnato la rappresentazione silenziosamente ma con efficacia.

I costumi di Nicoletta Ceccolini hanno trasformato l’Uomo Ridicolo in un pagliaccio con scarpe tricolore consumate, un vestito a righe bianco e blu, un cappellaccio beige, un cappotto blu e un naso dipinto di rosso. Mario Sala si è trasformato in un personaggio dall’andatura e dalla voce buffa, eppure ciò che diceva era serio, malinconico e tragico, così il vestiario variopinto rendeva ancora più struggenti le sue parole. A tratti la voce diventava cupa o persino rabbiosa, rendendo estremamente profondo il personaggio e per nulla simile ad una macchietta comica. Mario Sala ha interpretato egregiamente il personaggio, trasformandosi in un Uomo Ridicolo che, anziché divertire, induce a riflettere e commuove, nonostante il naso rosso da clown. L’unico personaggio in scena racconta in prima persona, ripercorrendo un sogno avvenuto nel passato e adoperandosi per svolgere quella che nel finale rivelerà essere la sua missione, vale a dire testimoniare come ha superato la volontà di suicidarsi e ha iniziato ad amare la vita.

Nonostante la gravità delle tematiche trattate, lo spettacolo è leggero perché il linguaggio è semplice e scorrevole. Il messaggio di speranza finale rallegra l’animo dello spettatore, strappando un sorriso e inducendo alla riflessione.

 

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“Vita di Antonio Gramsci”: vita, morte e miracoli sul politico sardo

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In alcune biblioteche locali è ancora possibile trovare la prima edizione di Vita di Antonio Gramsci del 1966 di Giuseppe Fiori, nato in Sardegna come il protagonista della biografia e senatore di Sinistra Indipendente. Si tratta di un’edizione economica, sulla copertina spicca una fotografia rossa di Gramsci e il volume presenta alcuni affascinanti segni del tempo: leggendo la presentazione dell’autore, si scopre per esempio che Fiori era ancora in vita quando è stato stampato il libro.

La biografia è stata definita un ritratto di Gramsci “a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne”. Quando venne pubblicata nel 1966 sconvolse il pensiero comunista, che non aveva mai scavato a fondo nel personaggio di Gramsci. La biografia riporta molti aspetti che rendono Gramsci un personaggio umano, sottraendolo al piedestallo su cui è stato posto dai comunisti, e sono presenti numerosi riferimenti alla sua vita quotidiana. Nel corso dei decenni, l’opera è rimasta attuale ed è stata rinnovata dai materiali inediti che sono stati ritrovati successivamente. L’opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee, in giapponese e in coreano.

Gramsci è celebre per aver fondato il Partito Comunista d’Italia e per essere stato richiuso nel carcere di Turi sotto il fascismo. Ottenne la libertà in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma purtroppo era troppo tardi per sperare nella guarigione, perciò si spense tra terribili sofferenze. La biografia è il frutto di una minuziosa ricerca sulla sua persona, i suoi famigliari e il periodo storico in cui ha vissuto.

La fisionomia del biografo è impersonale, infatti nel corso della lettura nulla apprendiamo sulla personalità di Fiori, sul suo rapporto con la figura di Gramsci o su come ha svolto la ricerca che precede la stesura della biografia. Lo stile rende la biografia molto simile ad un saggio che espone delle informazioni oggettive, senza dilungarsi in commenti personali. Lo scopo dell’opera è informare, non intrattenere, infatti lo stile è molto distante dalla narrazione, non  è un caso dunque se l’opera appartiene alla collana Universale Laterza, insieme a opere di saggistica. Molto spesso il narratore, ammesso che si possa chiamare tale l’io narrante di un saggio, si annulla per trascrivere delle fonti: lettere, verbali dei processi, scritti di Gramsci, di personaggi a lui vicini o di personalità di spicco nel periodo storico in cui ha vissuto. Il narratore è dunque esterno e eterodiegetico, ma spesso diventa interno e omodiegetico quando vengono trascritte fonti in cui i personaggi diventano voce narrante, come nel caso delle lettere. Frequentemente le fonti vengono trascritte per fornire un esempio di ciò che il narratore esprime prima sinteticamente, ma il testo ha raramente una struttura argomentativa.

Sono numerose le anticipazioni, come quando si racconta che Giulia, la moglie di Gramsci, avrebbe avuto dei problemi psicologici, oppure quando la voce narrante rivela che, dopo un determinato incontro, Gramsci non avrebbe più rivisto suo figlio Delio. Nonostante ciò, i fatti sono esposti in ordine cronologico, dalla nascita di Gramsci e da un breve excursus sulle origini dei genitori, fino alla morte. Tutte le fasi della vita di Gramsci sono analizzate con la dovuta attenzione, nessuna di esse viene trattata in maniera privilegiata. Sono presenti numerose digressioni sul periodo storico e le vicende politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa, per illustrare in quale contesto agiva il personaggio; quando si tratta la scrittura dei Quaderni, un breve excursus illustra i contenuti degli scritti cui Gramsci si dedicava in prigione.

Il ritmo è molto lento perché le informazioni sono minuziose, in quanto sono il frutto di una ricerca accurata: si menzionano per esempio i voti della pagella di Gramsci bambino o i nomi dei padroni di casa durante il periodo in cui frequentava l’università.

Lo stile non è complesso perché il linguaggio è molto semplice, tuttavia l’abbondanza di informazioni e la precisione con cui sono state effettuate le ricerche rendono la lettura molto impegnativa, fatta eccezione per le sequenze più descrittive o la trascrizione delle lettere. E’ consigliabile la lettura per coloro che hanno un’infarinatura generale sulla storia del Novecento, perché i capitoli relativi alla contestualizzazione storica possono risultare troppo dettagliati per coloro che non hanno esperienze pregresse. Il destinatario è dunque una persona con una cultura universitaria e una solida conoscenza della figura di Gramsci, che desidera approfondire l’argomento leggendo informazioni minuziose.

Sembra assente una componente critica, nonostante la presenza di alcune sottili opinioni dell’autore, come quando Fiori dichiara che Gramsci è stato “santificato”, soprattutto per quanto riguarda l’assenza di tentativi di sottrarsi alla prigionia; Fiori esprime il proprio punto di vista anche quando dichiara che Gramsci è stato lasciato morire senza cure da Mussolini, pur non essendo stato condannato a morte. La componente critica è sapientemente mimetizzata nell’esposizione oggettiva dei fatti e nella selezione delle fonti, pertanto è implicita.

Il ritratto di Gramsci è oggettivo poiché sono assenti i commenti ideologici o i ritratti apologetici, pertanto la lettura dell’opera può essere un’occasione per scoprire la verità su un importante personaggio storico e ampliare la propria cultura generale.

“Se una notte d’inverno un viaggiatore”, il trionfo della metaletteratura

Se una notte d’inverno un viaggiatore, pubblicato nel 1979,  è il trionfo della metaletteratura: costituito da dodici capitoli, la storia principale racchiude in sé dieci incipit di romanzi che il protagonista inizia a leggere ma, per svariati motivi, è costretto ad interrompere.

Il primo incipit porta il titolo dell’intera opera di Calvino e il nome dell’autore tuttavia, per un errore di rilegatura, le prime trentadue pagine si ripetono sino al termine del libro. Il Lettore è costretto dunque a recarsi in libreria per sostituire il volume, ma purtroppo ottiene in cambio un altro romanzo difettoso, che contiene solo l’incipit di un secondo romanzo, diverso dal primo. Desideroso di scoprire la continuazione dell’opera, il protagonista contatta un professore di letteratura cimmeria, ma ottiene un terzo racconto, lasciato incompiuto dall’autore. Una serie di peripezie porterà il Lettore a scoprire altri incipit, opere tutte differenti tra loro non solo per titolo, autore, e contenuto, ma anche aspetto: i supporti cartacei attraverso cui il Lettore si approccia ai racconti sono testi editi, fotocopie di dattiloscritti, libri smembrati, stampe da software informatici e molto altro. Il protagonista entra inoltre in contatto con tutte le fasi della vita di un libro, dalla produzione, alla distribuzione fino alla fruizione da parte dell’acquirente. I romanzi vengono infine conservati in ogni spazio possibile: in libreria, in biblioteca, negli scaffali di un’abitazione o in università. La chiave di lettura dell’opera è poi contenuta nel capitolo VIII, in cui è riportato un estratto del diario dello scrittore Silas Flannery, alter ego di Calvino: viene qui esposta la concezione della letteratura dell’autore. La trama prevede che il Lettore incontri e sposi una Lettrice, Ludmilla; l’opera termina quando i due si sposano e, nel letto matrimoniale, il Lettore sta per concludere la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Il protagonista è il Lettore, un personaggio che sta fisicamente tenendo in mano il libro scritto da Calvino e sta leggendo la propria storia. Tale personaggio è anche il narratario, poichè il narratore si rivolge a lui con la seconda persona singolare, in una sorta di imperativo narrativo. Talvolta il narratore si rivolge anche alla Lettrice, oppure interpella entrambi i protagonisti usando il Voi.

I dieci incipit appartengono a generi narrativi tipici della letteratura contemporanea: tra essi figurano il thriller, il romanzo psicologico, il noir, il romanzo erotico giapponese, il rivoluzionario russo, l’epos latinoamericano e molti altri ancora. Lo scopo non è imitare lo stile di altri autori, ma offrire una panorama della letteratura dell’epoca mutando continuamente stile. Unendo poi i titoli di ciascun incipit, si ottiene una pittoresca frase di senso compiuto, che può essere anch’essa considerata un incipit. Il romanzo propone inoltre una serie di ragioni per cui un’opera può essere priva di autore: può essere infatti anonima, un apocrifo, scritture sacre dettate da una divinità, il prodotto di un copista, di un ghost-writer o l’elaborato di un calcolatore elettronico. Vengono proposti una serie di luoghi fisici in cui leggere e di posture da assumere durante la fruizione di un romanzo, ma ci soffermeremo sulle modalità di lettura analizzate da Calvino: esiste infatti la lettura erudita dei professori, quella ideologica del collettivo universitario, la lettura con scopi censori e persino un caso di non-lettura, vale a dire la scansione del testo ad opera di un computer e la selezione dei termini più frequenti. Nel XI capitolo infine vengono raccolte le testimonianze di alcuni frequentatori di una biblioteca circa il loro rapporto con la lettura.

Anche se la Lettrice non è la protagonista, è un personaggio fondamentale per comprendere il messaggio di Calvino, in quanto si tratta di un lettore abituale, che legge romanzi per il mero piacere della lettura anziché per professione o per altri scopi. Ogni volta che compare in una scena, Ludmilla manifesta il desiderio di leggere un genere specifico, che viene soddisfatto con l’entrata in scena dell’incipit successivo.

Ogni incipit presenta il medesimo schema: un uomo, raramente un ragazzo, ha un rapporto difficile con il proprio passato e prova attrazione per una donna forte e sfuggente, purtroppo però si trova coinvolto in macchinazioni ordite da qualcuno più potente di lui, a cui per una serie di vicissitudini anche il Lettore stesso partecipa. Il protagonista perde il controllo della situazione, ma non sappiamo come si conclude la vicenda poichè il racconto si interrompe, in quanto il Lettore non ha modo di portare a compimento la lettura del romanzo.

In ciascun incipit le autorità hanno connotati negativi e il protagonista è costretto ad affrontare molte avversità; la sola soluzione a tale situazione negativa è l’amore, infatti le figure femminili sono più forti dei protagonisti uomini e costituiscono un’ancora di salvezza, ma in alcuni casi utilizzano il sesso come espediente per ingannare e sopraffare. Un’altra via di fuga contro le avversità è rifugiarsi nella letteratura, più precisamente nel rapporto tra autore e lettore, un modello quasi utopico di relazione interpersonale positiva sia per colui che scrive sia per colui che legge. Esistono tuttavia dei modelli di lettura negativi, infatti Calvino ritiene che non esistano opere di cui non si possa fare un cattivo uso.

Prima di tale romanzo Calvino si rivolgeva a lettori di narrativa qualificati, perciò il suo pubblico era ristretto; ora il numero dei destinatari cresce, l’autore scrive anche per lettori in grado di apprezzare il divertente gioco degli incipit e i riferimenti metaletterari. Lo stile è ironico, rapido e evoca le cadenze del parlato, è frequente il confronto con la realtà contemporanea, ma la riflessione sulla letteratura proposta da Calvino è complessa e articolata.

 

 

“Parenti serpenti”, la storia di una famiglia apparentemente idilliaca

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“Parenti serpenti” di Carmine Amoroso ha piacevolmente intrattenuto il pubblico del Teatro Carcano di Milano affrontando un tema spinoso per la società odierna, vale a dire il rapporto tra figli adulti e genitori anziani, bisognosi di cure. L’opera si ispira ad un film del 1992 diretto da Mario Monicelli.
Saverio, un carabiniere in pensione con problemi di memoria e un carattere pedante, e la moglie Trieste attendono tutto l’anno per rivedere i figli durante le vacanze di Natale. Il primo atto dello spettacolo presenta una famiglia affiatata e allegra, una serie di scene si susseguono senza costituire una vera e propria trama, poi però si verifica un inaspettato colpo di scena: i genitori anziani chiedono di essere accuditi dai figli, in quanto non si sentono più autosufficienti e non si sentirebbero a proprio agio in un ospizio. I figli iniziano a litigare perché nessuno può occuparsi dei genitori, infatti due hanno figli, una si occupa già dei suoceri e uno è omosessuale e non vuole dichiararsi ai genitori. La soluzione trovata dagli spietati familiari è drastica e paradossale: regalano una stufetta difettosa alla coppia anziana, provocandone la morte. Una famiglia apparentemente perfetta dimostra così di essere composta da persone crudeli e senza scrupoli: sono bravissimi a dimostrare affetto con gesti superficiali, quando si tratta di compiere un sacrificio per i propri genitori nessuno è disponibile. Si evidenzia il difficile rapporto nella società attuale tra genitori anziani e figli che non vogliono rinunciare alla propria indipendenza. I giovani non trovano posto nel cast della famiglia di Saverio: i nipotini dell’anziana coppia non si sono recati a casa dei nonni pertanto il fulcro dello spettacolo gira intorno alle figure più anziane, con cui il pubblico si confronta. Nonostante ciò, le gag comiche permettono di coinvolgere anche gli spettatori più giovani.
Il cast è numeroso e molti attori recitano sul palco contemporaneamente per rappresentare il caos di una casa che ospita una famiglia numerosa. Trovarsi fisicamente sul palco non significa però prendere necessariamente parte all’azione: le feste di Natale possono essere noiose in certi momenti, infatti alcuni si isolano per giocare con il cellulare, parlottare, praticare yoga o semplicemente rilassarsi. La prossemica è stata curata con maestria per gestire l’elevato numero di attori, creando l’impressione di un ambiente famigliare caotico, in cui però l’attore sa perfettamente come muoversi. La scenografia è molto elaborata, infatti è costituita da una sorta di casetta a due piani girevole, che rappresenterebbe due interni della casa di Saverio e Trieste; spesso l’azione si sposta in platea, dove gli attori recitano con energia e trasporto. I costumi sono colorati e vivaci, non di rado inoltre i personaggi si cambiano d’abito, anche sulla scena. Si tratta di indumenti che imitano ciò che indossiamo ogni giorno, sebbene sia evidente che si tratta di costumi di scena. La registrazione è stata magistrale, soprattutto per quanto riguarda il monologo in cui Saverio racconta il profondo rispetto che ha sempre portato per i propri genitori.
Lello Arena e Giorgia Trasselli hanno dimostrato di essere due grandi attori, un’abilità che notiamo accresciuta con l’esperienza. Lo spettacolo tratta tematiche estremamente attuali con la leggerezza di un sorriso ed è stato realizzato da menti esperte. Un’opera semplice ma profonda, difficile da dimenticare.

La cronaca diventa teatro: “Tutto quello che volevo”

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“Tutto quello che volevo, storia di una sentenza” è un monologo di Cinzia Spanò con la regia di Roberto Recchia, andato in scena dal 2 al 19 maggio presso il Teatro Elfo Puccini di Milano.

Si tratta della vera storia di due ragazzine di quattordici e quindici anni di uno dei licei più prestigiosi di Roma, che si prostituivano in un appartamento della capitale. I clienti erano persone benestanti e insospettabili padri di famiglia, che incontravano le giovani nel pomeriggio, dopo l’orario di scuola. Alla giudice Paola di Nicola è spettato il compito di stabilire quale risarcimento spettasse alle vittime, ma può una cifra in denaro compensare le ragazze di ciò di cui sono state private? Cinzia Spanò da voce alle parole della magistrata: – Com’è possibile risarcire quello che [la ragazza] ha barattato per denaro dandole altro denaro? Se io adesso dispongo di risarcirla in questo modo non farei che ripetere la stessa modalità di relazione stabilita dall’imputato con la vittima, rafforzando in lei l’idea che tutto sia monetizzabile, anche la dignità. E come può inoltre il denaro proveniente dall’imputato, il mezzo cioè con cui lui l’ha resa una merce, rappresentare per quella stessa condotta il risarcimento del danno? – L’attrice reciterà anche la singolare sentenza della giudice, rivelando come si è conclusa la vicenda delle due ragazzine.

I colori dominanti sulla scena sono il bianco e il nero: di tali tonalità sono infatti tinti i pannelli su cui sono proiettati i video in bianco e nero di Paolo Turro, ma nero è anche il colore della toga della giudice e degli indumenti che indossa, vale a dire pantaloni da ufficio, una camicetta elegante, scarpe col tacco e una collana di perle. Due cubi bianchi vengono continuamente spostati sul palco e sono le sedie su cui recita Cinzia Spanò, dei fogli bianchi su cui la giudice evidenzia con un pennarello nero sono i documenti del processo. Colori eleganti e neutri, come le aule di un tribunale. L’opera non è solo il racconto di un fatto di cronaca, ma anche il percorso di crescita interiore di un giudice donna che deve compiere una scelta difficile scavando dentro di sé, in un viaggio nell’onirico. Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro, diceva Nietzsche, le sue parole accompagnano le riflessioni di Paola. L’attrice enuncia i fatti come se si stesse confessando alo spettatore, in una sorta di flusso di coscienza perché il tempo con cui parla è il presente, infatti racconta gli avvenimenti mentre questi si verificano.

Lo spettacolo è inoltre un’occasione per ripercorrere la storia delle donne nei tribunali, da quando hanno potuto indossare la toga da magistrato nonostante coloro che le ritenevano incapaci di esprimere un giudizio sui casi, al Processo per Stupro trasmesso in televisione, che rivelava come le vittime spesso non erano considerate tali. Sono stati proiettati dei video al riguardo, con le dichiarazioni agghiaccianti di quanti si erano pronunciati contro le donne. In tali video le parole rivestono un’importanza fondamentale, così come nella ricostruzione delle telefonate intercettate che hanno permesso ai carabinieri di scoprire la storia delle due ragazzine. Più volte il monologo ritorna sul ruolo cruciale delle parole nella nostra vita: viene raccontato che un uomo ha la facoltà di pronunciare solo un certo numero di parole nella sua vita, quando pronuncia l’ultima parola, muore; per questo motivo, bisogna fare attenzione quando si parla. L’opera è agghiacciante perché racconta una storia realmente accaduta e scava a fondo nella professione di magistrato, nello specifico nei compiti di una giudice donna.

Cinzia Spanò commuove, induce a riflettere e informa, con una voce deformata dal microfono che sembra provenire da lontano, dal mondo onirico da cui recita le sue confessioni. Lo spettacolo parla di donne, ma si rivolge anche agli uomini, sebbene nella storia la figura maschile compaia solo nel ruolo di aguzzino.

L’ipocrisia della borghesia in “Il piacere dell’onestà” di Pirandello, al Teatro Franco Parenti

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Liliana Cavani ha diretto presso il Teatro Franco Parenti di Milano “Il piacere dell’onestà” di Pirandello, con Geppy Gleijeses, Vanessa Gravina, Leandro Amato, Maximilian Nisi, Tatiana Winteler, Mimmo Mignemi e Brunella De Feudis.

Una donna di buona famiglia, Agata Renni, resta incinta di un uomo sposato, il Marchese Fabio Colli; per coprire lo scandalo, la madre Maddalena e il cugino Maurizio Setti la convincono a sposare Angelo Baldovino, uomo dal losco passato, che tuttavia vede nel matrimonio un’occasione per redimersi e diventare onesto. Il signor Baldovino assume un atteggiamento che lui stesso definisce tirannico, per esempio imponendo al bambino l’orrendo nome di Sigismondo e stabilendo che venga battezzato in chiesa anziché in casa, come sarebbe consuetudine presso le famiglie benestanti. Agata appoggia passivamente il marito e si allontana dall’amante per il bene del bambino, mentre il Marchese ordisce un astuto piano per incolpare di furto il signor Baldovino e liberare Agata dall’ingombrante consorte. Quando il signor Baldovino accetta di andarsene, Agata prende una decisione inaspettata.

La commedia in tre atti è stata probabilmente modificata per ridurre il numero degli attori, infatti non compaiono in scena il borsista Marchetto Fongi, i quattro consiglieri, un cameriere e la comare. Ogni atto è ambientato in un salotto differente, che è stato differenziato dagli altri modificando l’arredo o spostando la collocazione di qualche mobile. Si tratta di tre interni di case di buona famiglia dei primi del Novecento, sebbene le scenografie e i costumi appartengano ad un’epoca successiva al 1917, anno in cui l’opera è stata composta ed è andata in scena per la prima volta al Teatro Carignano di Torino. La musica è poco presente: costituisce un soffuso sottofondo nella scena in cui viene presentato il personaggio di Baldovino, oppure è un piacevole intermezzo quando vengono modificate le scenografie. I costumi sono sobri e distinti, seguono lo stile della borghesia dei primi anni del Novecento; più volte gli attori si cambiano d’abito nel corso della rappresentazione. Agata è caratterizzata dal colore verde: compare in scena la prima volta in vesti scomposte e con la voce rotta dal pianto, successivamente è una donna dall’atteggiamento austero, intristito dal terribile fardello che è costretta a sopportare. Gli uomini indossano abiti distinti, il signor Baldovino è solito vestirsi di marrone adottando uno stile da uomo maturo. I dialoghi sono lunghi e complessi secondo lo stile di Pirandello, ma sono alleggeriti da uno stile recitativo frizzante e animati dalla gestualità viva degli attori. Il tema tragico della vicenda è ravvivato dall’allegro contrasto con alcune battute di spirito: è dai tempi di Shakespeare che i drammaturghi ci insegnano che, anche nelle tragedie più buie, deve essere presente un velo di comicità per vivacizzare i temi trattati.

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”, scrisse Pirandello: i personaggi sono chiamati a togliersi la maschera che hanno usato per conformarsi alle consuetudini sociali. Non è la prima volta che l’autore tratta il tema del matrimonio falso, che compare anche in “Ma non è una cosa seria” e “Pensaci Giacomino”. È singolare notare come il personaggio disonesto si riveli al termine dell’opera onesto, mentre il Marchese, che viene presentato come un gentiluomo, tenta di indurre un’altra persona a commettere un crimine. La commedia può infine essere letta come una critica alla borghesia, in quanto i personaggi sono borghesi che commettono azioni meschine per salvare l’onore e l’apparenza, adeguandosi al costume della buona società.

Il Globe, teatro di Shakespeare e simbolo di Londra

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Il Globe Theatre era un famoso teatro di Londra in cui, dal 1599, venivano messe in scena le opere di Shakespeare, che ha anche calcato il palcoscenico nei panni di attore. Ancora oggi a Londra esiste un Globe Theatre, che propone opere di Shakespeare secondo lo stile Elisabettiano. Il Bardo, che faceva parte dei Lord Chamberlain’s Men, la più importante compagnia teatrale sotto Elisabetta la Grande, pagò per costruire il Globe il 12.5% della cifra che la compagnia teatrale investì nel progetto, diventando l’azionista principale del teatro e promuovendo un’operazione economica di straordinaria importanza per l’arte teatrale londinese, che comportò grandi profitti per Shakespeare e per tutti i Lord Chamberlain’s Ma Men. All’epoca solamente due compagnie erano autorizzate a recitare nel perimetro della città di Londra, le altre dovevano accontentarsi del Rose Theatre.
Shakespeare e la sua compagnia costruirono il Globe solo perché non potevano usare la struttura coperta del Blackfriars Theatre, che James Burbage, il padre del primo attore Richard Burbage, costruì nel 1956 entro il perimetro della città insieme a suo fratello. Burbage aveva una lunga esperienza come imprenditore teatrale: nel 1576 aveva costruito un teatro di grande successo, chiamato The Theatre, nei sobborghi di Londra. Vent’anni più tardi, quando il contratto di affitto del terreno del Theatre stava per scadere, costruì il Blackfriars per sostituirlo. Purtroppo i ricchi cittadini che vivevano in prossimità del nuovo teatro riuscirono ad impedire l’uso del locale per finalità artistiche, perciò il capitale che Burbage aveva investito risultò perso. Nel 1597 l’uomo morì, lasciando incompiuti i suoi piani per la drammaturgia londinese e, per questo motivo, i Lord Chamberlain’s Men decisero di costruire un teatro con le proprie risorse finanziarie: Shakespeare, i due figli di Burbage e altri quattro attori diventarono i proprietari del Globe.
Per costruire il teatro furono utilizzati i materiali appartenenti al Theatre, il cui contratto d’affitto era scaduto e pertanto doveva essere smantellato. Il nuovo teatro venne costruito nella zona di Bankside, nel quartiere di Southwark, in prossimità del Tamigi. La struttura era priva di tetto per consentire l’ingresso della luce naturale e aveva forma ottagonale, venne soprannominato “wooden o”, che significa “O di legno”. Tre gallerie erano riservate agli spettatori benestanti al costo di due penny, i meno abbienti invece per l’esigua somma di un penny potevano assistere alla rappresentazione in piedi, sotto il palco, com’era in uso all’epoca di Elisabetta la Grande. Il teatro di Shakespeare poteva ospitare sino a 3200 persone; una tettoia proteggeva in caso di pioggia i costosi costumi degli attori, che erano solo maschi in quanto solo dal 1660 le donne potevano calcare il palcoscenico. Lo spettacolo iniziava di giorno e terminava in tarda serata, alla luce di pericolose torce. Sulla bandiera che sventolava sulla struttura era riportato il motto “Totus mundus agit histrionem”, che significa “Tutto il mondo recita”. La frase è un riferimento al celebre aforisma di Petronio e può aver ispirato il nome del Globe.
Purtroppo il Globe ebbe vita breve: nel 1613, nel corso di una messa in scena dell’Enrico VIII, un cannone di scena incendiò il tetto; le fiamme incenerirono il teatro in un’ora. Il Globe fu ricostruito sull’altra sponda del Tamigi, con un tetto di tegole; fu un’impresa assai ardua, poiché non esisteva un progetto cui attenersi. Purtroppo il Globe fu chiuso nel 1642 per volontà dei Puritani, che consideravano il teatro una pratica peccaminosa. La struttura fu abbattuta nel 1644 ma, nel 1996, il Globe fu ricostruito nei pressi del Bloackfriars Bridge sul Tamigi (nel sito originario sorgeva un condominio) ed è tutt’ora funzionante. Il suo nome è Shakespeare’s Globe.
La tradizione sostiene che Shakespeare abbia scritto Come vi piace per l’apertura del nuovo teatro e molte opere del Bardo, come Giulio Cesare, Macbeth, Re Lear e Amleto, debuttarono proprio sul palcoscenico del Globe. Attualmente il Globe è un teatro con un proprio cartellone da maggio a ottobre, proprio come all’epoca di Shakespeare, e ogni anno propone almeno un’opera del Bardo realizzata secondo lo stile Elisabettiano, con costumi d’epoca e una compagnia di soli attori maschi. Sono disponibili anche delle visite guidate del teatro, purtroppo però spesso le guide sono inglesi. La città di Roma ha deciso di emulare gli inglesi costruendo un Globe tutto italiano, in vero legno di quercia.
Il Globe è attualmente un simbolo di Londra e un monumento al genio del Bardo, che merita di essere visitato da ogni turista in viaggio a Londra.