La mia vita sovrappeso

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Due anni fa ero magra, venivo invidiata perché ero una di quelle ragazze che potevano mangiare qualsiasi cosa senza ingrassare di un etto, poi il mio corpo ha iniziato a prendere peso. Non ho perso tono muscolare perché ho sempre praticato sport, ma il mio ventre si è gonfiato, fianchi e sedere si sono ammorbiditi e, soprattutto, la gente ha iniziato a parlare. Come molti di voi avranno sospettato, sono ingrassata di 25 kg, arrivando a pesare da 65 kg  a 92 kg per 1,75 m di altezza e i pettegolezzi si sono scatenati.

In un’epoca in cui l’immagine esteriore è fondamentale non ci si può permettere di essere grassi, così le persone si sentono giustificate a sparlare senza scrupoli alle spalle di chi poi tanto in linea non è, praticando ciò che in inglese è chiamato fat shaming.

I luoghi comuni vogliono che le persone grasse si abbuffino senza contegno, non pratichino sport, siano pigre e  non curino il proprio aspetto fisico. Alcuni obesi rientrano in queste categorie, certo, ma non tutti: i pettegoli si dimenticano sempre che molte persone sono sovrappeso per depressione o altri malesseri psicologici o psichiatrici, assunzione di determinati medicinali, problemi ormonali, malattie (come per esempio  il diabete), squilibri ormonali, costituzione (mi riferisco a quelle persone che, nonostante le diete, sono sempre più cicciottelle della media, senza necessariamente essere sovrappeso). Per ovvi motivi non ho intenzione di dichiarare pubblicamente la ragione per cui sono ingrassata, sono molto infastidita però dal fatto che la gente preferisca etichettare il grasso secondo i pregiudizi più diffusi, anziché tenere presente che le cause dell’obesità possono essere varie.

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La mia vita da cicciottella non è poi così diversa da quella che avevo prima. Gli effetti si vedono soprattutto nell’attivitá fisica perché, praticando uno sport di squadra, fatico a sostenere gli stessi ritmi delle mie compagne: non solo a basket sono sempre stata un po’ una schiappa, adesso devo anche sudare il doppio per correre come le altre.

Essendo una fanciulla mi piacerebbe molto fare shopping con le mie amiche, ma avendo esigenze molto particolari rispetto a loro preferisco andarci da sola. I primi mesi in cui ero sovrappeso trascuravo l’abbigliamento perché disprezzavo il mio corpo, cercavo di non pensare all’estetica per aggirare il problema del grasso. Adesso sto ricominciando ad agghindarmi come fanno tutte le mie coetanee, ma purtroppo le persone grasse devono seguire regole rigide per quanto riguarda l’abbigliamento perché devono “nascondere” i chili di troppo, pena le occhiatacce della gente: niente colori sgargianti, niente righe orizzontali, maniche lunghe per coprire le bracciotte, assolutamente da evitare gli shorts, da dimenticare anche i vestitini aderenti o troppo corti. la faccenda si complica d’estate, quando una persona vorrebbe scoprirsi per difendersi dalla calura estiva ma teme il giudizio della gente. Sono invece apprezzate le scollature, perché è risaputo che assieme alla panza crescono anche le tettone. Con l’aumentare dei chili ho dovuto ricomprare i vestiti due volte, ma a differenza di quanto si possa pensare mi è spiaciuto molto perché molti capi erano nuovi, oppure mi ero affezionata a loro.

I luoghi più temuti dalle ragazze sovrappeso sono le piscine perché impongono loro di esibire tutta l’abbondanza che le caratterizza. Personalmente sono disinteressata all’opinione pubblica perciò mi tuffo in acqua senza farmi troppi problemi, però conosco delle persone che vivono questa esperienza come un trauma, evitando di accompagnare gli amici in piscina oppure evitando di fare il bagno.

Essere invitati ad una festa è un problema perché spesso la gente giudica ad alta voce alta quello che mangi, sia se ti concedi qualche boccone sia se eviti di toccare cibo. Una parte di me vorrebbe sempre invitare tali persone a  farsi una valangata di ca**i propri, ma le parole offendono, umiliano e feriscono nel profondo, non sempre riesco ad essere così forte.

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Attualmente ho perso peso da 92 kg a 86 kg e sto cercando di far scendere ulteriormente l’ago della bilancia. Inizialmente i chili diminuivano rapidamente, ma ora si sono stabilizzati e sto faticando a non mollare. L’aspetto più triste è rinunciare agli inviti a cena con gli amici: siccome fatico a trattenermi dall’abbuffarmi in compagnia, l’unica soluzione è evitare del tutto di presentarmi a grigliate, pranzi giapponesi, pizzate e altro ancora. Ciò non significa che abbia intenzione di abbandonare l’impresa, presto ritornerò in linea. E’ una promessa.  

La Gioconda, la fanciulla più celebre della storia dell’arte

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Dopo la bravata pubblicitaria di Sgarbi è doveroso trattare una delle donne più famose della storia dell’arte, vale a dire la Monnalisa di Leonardo Da Vinci (1503/1506), nota anche come Gioconda per il suo enigmatico sorriso e per il nome del marito della modella. Turisti da ogni angolo del globo affollano il Louvre per ammirarla per poi restare scioccamente delusi dalle ridotte dimensioni dell’opera (77×53 cm), in verità si tratta di un vero e proprio capolavoro su cui sono state scritte pile di volumi sulla storia dell’arte, il cui mito è sicuramente stato alimentato dal celebre furto verificatosi nel 1911. Cerchiamo di scoprire qualche informazione essenziale su questa straordinaria fanciulla.

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Ma chi era realmente la Gioconda? Vasari  racconta che si trattava della moglie del mercante fiorentino Francesco Giocondo e che il suo vero nome era Lisa Gherardini. Leonardo si affezionò in maniera morbosa al dipinto, così non lo consegnó mai al committente.

La Monnalisa è il primo soggetto ad essere stato ritratto a mezzobusto con le mani in vista, inoltre è estremamente innovativa la realizzazione di un paesaggio alle spalle della donna anziché l’utilizzo di uno sfondo puro. Il paesaggio è sicuramente inventato (sebbene alcuni abbiano tentato ad identificarne la collocazione in Toscana grazie alla presenza del ponticello sulla destra), inoltre la parte a destra della donna e quella alla sua sinistra hanno l’orizzonte a livelli differenti. La Monnalisa posa in una loggia panoramica, ma tale particolare si nota molto poco in quanto l’opera è stata mutilata.

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L’intero dipinto è inoltre in movimento: il paesaggio è avvolto dalle nebbie, ma ponendosi in primo piano diventa più vivo e riusciamo a vedere un ponte e un fiume; la Gioconda invece è raffigurata nel pieno di una torsione e le membra sono su piani diversi. Il celeberrimo enigmatico sorriso varia in base ai punti di osservazione e incarna l’essenza dell’attimo in divenire, ovvero dei sentimenti dell’uomo in continuo mutamento, senza la possibilità di trovare un appiglio in essi. Sono tuttavia ancora in corso degli studi al riguardo, ciò che è certo è che il sorriso della Gioconda si incarna perfettamente con il resto del dipinto.

L’opera inoltre non è un semplice ritratto, infatti Leonardo voleva rappresentare l’ineffabilità della natura e dell’animo umano. Tutto ciò è stato realizzato non solo mediante il sorriso di Lisa Gherardini, ma anche grazie al celebre sfumato ottenuto con sottili velature  di colore, con utilizzo di luce dorata e la resa di un’aria umida e spessa. Si tratta dunque di un’immagine reale, in cui risaltano la visione dell’artista della realtà e della natura, che sono in continuo movimento. La Gioconda rappresenta perfettamente la poetica di Leonardo da Vinci, infatti è stato raffigurato un collegamento tra il singolo fenomeno e la complessità dell’universo, tra il particolare e il tutto. Il paesaggio sullo sfondo è il simbolo della natura naturans, vale a dire del “farsi e disfarsi” e della continua trasformazione della materia attraverso i tre stadi della materia (solido, liquido, gassoso). Monnalisa rappresenta l’ultimo gradino di  questo ordine.

Charles de Tolnay scrisse: « Leonardo ha creato con la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l’anima o, quando hanno caratterizzato l’anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l’anima è presente, ma inaccessibile».

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La Gioconda è stata oggetto numerose e divertentissime parodie, la prima delle quali è Monna Lisa che fuma la pipa di Bataille (1883). Il secondo è Marcel Duchamp, che nel 1919 realizza L.H.O.O.Q, la celebre Gioconda baffuta. L’artista dichiarò: “La Gioconda è così universalmente nota e ammirata da tutti che sono stato molto tentato di utilizzarla per dare scandalo. Ho cercato di rendere quei baffi davvero artistici.” L’opera è composta da una riproduzione fotografica della gioconda a cui sono stati semplicemente aggiunti baffi e pizzetto. Le lettere che compongono il titolo, se pronunciate  in francese, compongono la frase “Elle a chaud au cul” (Lei ha caldo al culo), che significa “Lei è eccitata”. Duchamp realizzò diverse versioni dell’opera. L’opera è un inno contro il conformismo, infatti l’artista non intende insultare Leonardo, la tutti coloro che ammirano la Gioconda solamente perché è un opera famosa e non per il suo valore artistico.

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Non possiamo citare tutti gli artisti che hanno reso un simpatico omaggio alla gioconda, i più famosi sono i seguenti: Andy Warhol individuò nella Monnalisa un icona della propria epoca (ma anche di quelle passate, naturalmente), perciò la raffigurò in serie; Banksy realizzò numerose parodie dell’opera; Botero non resistette alla tentazione di raffigurare la celebre modella cicciottella come i soggetti dei suoi quadri; infine Basquiat la raffigurò con un sorriso sinistro.

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L’opera è stata realizzata su una tavola di pioppo molto sottile, pertanto con il trascorrere del tempo l’opera si è danneggiata: il pannello si è incurvato e si è aperta una fessura sul vetro; a ciò si aggiungono due terribili atti vandalici effettuati mediante dell’acido e il lancio di un sasso. Per evitare altri danni la Gioconda è esposta dietro ad una teca infrangibile, con temperatura ed umidità controllate, e non viene più prestata ad altri musei.

“Dario e Dio”, di Dario Fo e Giuseppina Manin

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“Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia. “

Quest’anno è uscito l’ultimo libro di Dario Fo e Giuseppina Manin, intitolato “Dario e Dio”. Si tratta di una lunga ipotetica intervista cui viene sottoposto Dario Fo circa l’esistenza di Dio. L’opera è suddivisa in venti capitoli in cui il celebre attore, pittore  e regista affronta tutte le tematiche principali della religione cristiana, dalla trinità alla madonna, dalla creazione alla figura di Giuda, inserendo inoltre molte confessioni personali riguardanti la sua carriera di artista, i propri genitori e la sua toccante storia d’amore con Franca Rame.

Tra le personali teorie di Dario Fo sulla religione non compare nulla di nuovo, in quanto l’artista semplicemente riprende le affermazioni di filosofi venuti prima di lui. Ciò che colpisce tuttavia è la vitalità e l’entusiasmo con cui Fo trasmette i valori in cui crede, inoltre non sono rare le battute di spirito e i dialoghi con cui diverte il lettore. Dopotutto in copertina spicca su sfondo bianco un’illustrazione di Quipos, che promette tanta comicità e allegria.

Dovendo recensire questo libro ero incerta su come procedere, infatti riassumere i punti cruciali del libro avrebbe trasformato l’opera in un mero trattato di filosofia privo della comicità che lo caratterizza, ma non volevo nemmeno focalizzare l’attenzione sulle mie opinioni circa le idee di Fo (che nella maggioranza dei casi condivido), in quanto lo ritengo poco rispettoso nei confronti  di un grande artista del suo calibro.

Un aspetto affascinante di Dario Fo è che, pur essendo ateo convinto, dimostra di conoscere profondamente la religione cattolica, molto più di molti cattolici praticanti, e effettua nel suo  libro (come in altre opere, prima fra tutte il Mistero buffo) una critica approfondita della nostra religione. Mi piacerebbe molto domandargli cosa lo spinge a trattare così spesso di religione se si professa ateo. Un altro aspetto interessante è l’attenta analisi che effettua degli ultimi papi: personalmente, in qualità di atea, sono assolutamente disinteressata a ciò che accade in Vaticano e mi domando perché Dario Fo non faccia altrettanto, indipendentemente da quanto sia rivoluzionario Papa Francesco.

L’argomento più affascinante e sconvolgente del libro riguarda non la relazione amorosa tra Maddalena e Cristo, non il falso tradimento di Giuda, ma la natura femminile dello Spirito Santo. “E difatti uno dei Vangeli apocrifi, quello di Tommaso, parla proprio  di  uno Spirito Santo femminile, nuova versione dell’antica madre terra. La trinità aveva così una scansione più logica: il Padre, la Madre e il Figlio .Ma quella parte femminile, insita in origine nel divino dei primi cristiani, risultava intollerabile e pericolosa per una chiesa maschile e maschilista a oltranza. Che appena ha potuto si è premurata di spazzar via quella scomoda presenza trasformando lo Spirito Santo in quell’entità asessuata e di scarso carattere che ci hanno insegnato. Sancire che Dio è maschile e femminile insieme avrebbe infatti creato non pochi problemi. Intanto avrebbe garantito la parità della donna, le avrebbe aperto le porte del sacerdozio con il rischio che prima o poi se ne trovasse una seduta sul soglio di Pietro…”

Quella meravigliosa persona che fu Frida Kahlo

Il 6 luglio è stato il compleanno (l’articolo verrà pubblicato il 15 luglio su  “Are you art?”) di una donna che è diventata un’icona in Messico e in tutto il mondo per la propria arte e per una straordinaria personalità: Frida Kahlo. Definirla solamente un’artista è un affronto perché Frida era anche una militante comunista che amava profondamente il proprio paese, una femminista ed è diventata un’icona molto amata dalla comunità Lgbt perché era bisessuale dichiarata e non celava le proprie avventure amorose con altre donne.

Frida si distingueva inoltre per una personalità affascinante. In un mondo in cui ad una donna è richiesto essenzialmente di essere bella per avere successo, lei non nascondeva i piccoli difetti che la caratterizzavano, come le sopracciglia unite e i baffetti che ben conosciamo attraverso i suoi quadri, eppure, secondo la critica d’arte americana Hayden Herrera, Frida Kahlo sapeva essere incantevole: «Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientare. Quando rideva era con carcajadas, uno scroscio di risa profondo e contagioso che poteva nascere sia dal divertimento sia come riconoscimento fatalistico dell’assurdità del dolore»

La biografia dell’artista è nota per essere attraversata da una lunga serie di disgrazie, ma Frida Kahlo ha saputo affrontare tali sfide con un’energia straordinaria, la stessa che illumina i suoi quadri di tinte allegre e vivaci anche quando affronta le tematiche più buie. Nonostante sia nata nel 1907, sostenne di essere nata nel 1910 per far coincidere la propria data di nascita con lo scoppio della rivoluzione messicana, segno di una profonda passione politica.

Fu perseguitata dalla sfortuna sin da bambina, infatti a sei anni si ammalò di poliomelite e, sebbene guarì, la gamba destra rimase meno sviluppata. A diciotto anni durante un incidente in tram un corrimano di metallo le trapassò il copro. In seguito all’incidente sarà costretta ad indossare un busto ortopedico cron cui si ritrarrà nell’opera che vedete sotto. Si tratta di una Frida squartata sino a mostrare la colonna vertebrale in frantumi, che indossa il busto ortopedico, dalla pelle disseminata di tanti piccoli chiodi e con le lacrime agli occhi, eppure la giovane sembra fiera e bellissima, la coperta che le cinge la vita sembra una gonna.

In seguito all’incidente inoltre Fida non riuscirà a portare a termine diverse gravidanze e il primo aborto, che risale al 1930, è stato raffigurato nel quadro qui sotto. Frida è sdraiata su un letto nuda, giace sul suo sangue e in una mano tiene dei fili cui sono collegati dei macabri palloncini. Uno tra questi è un feto, che incombe su di lei. L’aborto era un argomento non facile da affrontare in quegli anni e sicuramente Frida Kahlo è stata in anticipo sui tempi. Il suo coraggio è straordinario soprattutto perché l’opera tratta un episodio di vita privata.

I postumi dell’incidente in bus la perseguiranno per tutta la vita, infatti subirà  trentadue interventi chirurgici. Tuttavia fu proprio durante la lunga permanenza a letto che Frida iniziò a dipingere, ritraendo il proprio riflesso in uno specchio appeso sopra il letto.

Gli autoritratti sono sempre stati i suoi soggetti preferiti, infatti scrive all’amico Carlos Chavez: «Dato che i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che man mano la vita suscitava in me, ho spesso oggettivato tutto questo in autoritratti, che erano quanto di più sincero e reale potessi fare per esprimere quel che sentivo dentro e fuori di me». Molte altre artiste seguiranno il suo esempio attingendo alla propria vita e ai propri traumi per realizzare i propri quadri. Tra i numerosi autoritratti di Frida ho scelto di proporvi Autoritratto con scimmie.

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In un altro dipinto, Frida si ritrae con una collana di spine avente un uccellino per ciondolo. Intorno a lei svolazzano delle farfalline azzurre e dei fiori alati e posano dietro di lei una scimmia e un gatto.

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Nel 1928 Frida conosce Diego Rivera e nel 1929 i due si sposano. Si tratta di una relazione turbolenta, caratterizzata da tradimenti, separazioni, un breve divorzio, riconciliazioni.

Frida Khalo si spense il 13 luglio 1954, all’età di quarantasette anni, nella sua casa natale, che attualmente è un museo dedicato all’artista, che proprio in questo periodo ritrarrà dei coloratissimi e vivaci cocomeri in un cielo sereno con la scritta “Viva la vida”, per manifestare la propria gioia di vivere. Sul suo diario  lasciò inoltre una scritta provocatoria inneggiante alla vita.

E’ notevole l’impegno politico e sociale che traspare nell’opera Unos cuoantos piquetitos, in cui viene denunciato un caso di femminicidio. Il titolo è un riferimento a come l’assassino definì al processo le coltellate, “solo qualche piccola punzecchiatura”.

Le mie opere preferite di Frida Kahlo sono molto più allegre. La prima è L’abbraccio dell’amore e dell’universo, la terra, io, DIego e il signor Xòlotl, in cui Diego Riviera viene abbracciato da Frida che viene abbracciata dalla terra e da diverse divinità Messicane in un gesto molto materno e femminile. L’opera esprime una concezione femminile del creato e tratta tematiche molto profonde sull’esistenza.

Il secondo raffigura l’immagine che tutti noi vediamo quando facciamo il bagno, vale a dire la punta dei nostri piedi che affiora dall’acqua contro il marmo. Tante piccole fantasiose immagini navigano inoltre nella vasca, animando la fantasia dell’artista.

Su Internet sono disponibili svariate informazioni su Frida, io vi consiglio in particolare questa pagina di citazioni dell’artista e questa galleria.

 

FONTI

Esiste l’antirazzismo cattivo?

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Studiando il manuale Antropologia culturale di Fabio Dei per un’omonimo esame mi sono imbattuta in un capitolo che mi ha  sorpreso. Non sono esperta di diritti umani, ma ho sempre ritenuto l’antirazzismo la più doverosa, spontanea e genuina manifestazione di bontà che l’uomo possa offrire ad un suo simile. Potrete dunque immaginare il mio stupore quando ho letto che esistono forme negative di antirazzismo, che addirittura utilizzano lo stesso linguaggio del loro opposto, il razzismo.

 

Il mio manuale sostiene infatti che l’antirazzismo correrebbe il rischio non solo di usare gli stessi strumenti ideologici e culturali del razzismo, ma anche di riprodurre i medesimi meccanismi che caratterizzano il razzismo stesso, vale a dire:

  • L’essenzializzazione (un meccanismo per cui, per esempio, se molti zingari rubano, allora tutti gli zingari sono ladri, oppure, se molti musulmani violano i diritti delle donne, allora nessun musulmano rispetta i diritti delle donne);
  • la stigmazione, che consiste nell’esclusione simbolica dell’individuo discriminato, cui vengono inoltre attribuiti stereotipi negativi (ciò accade per esempio quando si afferma che i neri puzzano);
  • la barbarizzazione, ossia la considerazione del gruppo etnico come delle persone incivilizzabili e, per l’appunto, barbare.

L’antirazzista applicherebbe insomma queste tre categorie al razzista trasformandolo in un’entità nemica da neutralizzare, se non addirittura nel Male assoluto. In quest’ottica chiaramente l’antirazzismo rappresenterebbe viceversa il Bene assoluto e il mondo verrebbe diviso in bianco e nero, buoni e cattivi.

Analizzando i linguaggi dei media la realtà risulterebbe molto più complessa in quanto i pregiudizi razzisti sarebbero nascosti e spesso verrebbero involontariamente sostenuti anche da coloro che si dichiarano antirazzisti e che credono di vivere in una cultura aperta e tollerante. Gli stessi strumenti che effettuano tali analisi alla ricerca di fenomeni razzisti sotterranei avrebbero tuttavia un limite, vale a dire la tendenza ad individuare del razzismo occulto ovunque.
Spesso inoltre verrebbero realizzati dei discorsi antirazzisti che invece nasconderebbero in sé subdole e profonde intenzioni razziste. Ciò comporterebbe un rischio ben più grave, cioè che i destinatari del messaggio siano incapaci di riconoscere i vari livelli di pregiudizio.

Il manuale continua affermando che la nostra società, come tutte le altre, sarebbe costruita intorno alla distinzione tra “civiltà” e “barbarie”, “normalità” e “anormalità”, “buon gusto” e “cattivo gusto”. Tali categorie non avrebbero nulla di naturale e sarebbero in stretta relazione con la storia dell’Occidente e le sue pratiche di predominio sugli  altri popoli, ma proprio per questo motivo sarebbero inadatte a distinguere  ciò che è razzista da ciò che non lo è.

Sì pensi all’opposizione bianco/nero. Il primo, che identifichiamo nel colore della nostra pelle, rappresenta tutto ciò che è buono e puro mentre il secondo, che associamo ai popoli dalla pelle scura, è il simbolo del mare. Da tutto ciò nascono figure come il terribile uomo nero che spaventa i bambini, l’associazione del nero a tutto ciò che è male e demoniaco, modi di dire come “sono incazzato nero”.

 

La lettura di questo capitolo del manuale ha suscitato in me profonde riflessioni che vorrei condividere con voi. Siccome sono alla costante ricerca della verità non ho alcuna intenzione di proporre le mie opinioni come verità assolute, quindi sono più che disposta a mettermi costantemente in discussione, magari chiacchierando con voi nei commenti qui sotto.

Mi rendo conto che non è possibile sintetizzare la realtà semplicemente suddividendo i razzisti dagli antirazzisti con una linea retta, però ogni civiltà ha la tendenza a creare nel proprio immaginario collettivo dei demoni e degli eroi, pertanto non mi sembrerebbe un male (come sostiene invece il manuale) se la società demonizzasse i razzisti e gli considerasse alla stregua dei ladri, degli assassini o degli stupratori. Purché non ci si dimentichi che i pregiudizi e il razzismo si insinuano in modo molto sottile nella nostra cultura (proprio come ha affermato il manuale), mi sembra più che corretto identificare il nemico e avvertire la popolazione tutta della sua pericolosità. Per lo stesso motivo, l’antirazzismo andrebbe glorificato e chiunque lo promuova dovrebbe diventare un eroe al pari di Robin Hood e di Achille Pelide. Il perché abbiamo bisogno di eroi è molto semplice e può essere sintetizzato da questo aforisma: “Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.”
(Bernard Malamud).
Ho utilizzato il condizionale perché secondo me la nostra società tollera il razzismo, naturalmente nascondendosi sotto una maschera di diplomatico perbenismo. Non ho intenzione di esprimere il mio punto di vista sulla nostra società, torniamo al mio manuale di Antropologia culturale.

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Per quanto riguarda la faccenda relativa ai linguaggi dei media, io stessa una volta sono stata vittima della mia stessa cultura occidentale razzista. Nel corso di una partitella di Basket ho giocosamente sfidato le avversarie dicendo: – Vi facciamo nere! -. Peccato che nell’altra squadra era presente una ragazza nera. La mia amica non sì è offesa, tuttavia è stato molto imbarazzante. Naturalmente non ho pronunciato tale frase con il preciso intento di fare dell’umorismo sulla pelle di questa ragazza ma ho utilizzato una “frase fatta” senza riflettere sul suo significato perché stavo giocando a basket ed ero concentrata sulla partita, allo stesso modo in cui quando dico “sono giù di corda” non rifletto sull’etimologia di tale modo di dire (si tratta di un’affascinante origine che potete trovare qui).
Il manuale non tratta un aspetto molto grave, vale a dire il fatto che le persone dunque offendono senza accorgersene, rendendo ancora più subdolo il meccanismo razzista. Si tratta di un problema serio, che forse non si può risolvere nell’arco di una sola generazione, ma per il quale siamo tutti chiamati a lottare evitando in prima persona tutto ciò che appare discriminatorio.

Circa il razzismo sottointeso nei media, personalmente riesco a notare solamente quello relativo alla politica (nel caso di certi politici come Salvini non è nemmeno sottointeso ma è più che evidente, tuttavia non voglio dilungarmi in simili argomenti da salotto), perciò vi prego di segnalarmi nei commenti se avete notato dei messaggi mediatici simili, sarei lieta di discuterne insieme a voi.

Avete assistito ad un fenomeno di razzismo? Quali miglioramenti potremmo apportare alla nostra società per combattere il razzismo? Per qualunque altra curiosità che volete condividere, scrivete sotto: che il dibattito abbia inizio!

 

“Il buio oltre la siepe” di Lee Harper

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“Quasi tutti sono simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli”

In seguito alla morte di Lee Harper le librerie hanno riproposto sugli scaffali il suo capolavoro, Il buio oltre la siepe, così io ho colto l’occasione di acquistare il romanzo, pubblicato dall’Universale economica Feltrinelli, per recensirlo sul mio blog.

L’opera è stata pubblicata nel 1960 ed è il capolavoro di Lee Harper. Dalla vicenda narrata nel libro fu tratto nel 1962 un film diretto da Robert Mulligan, che vinse tre premi Oscar e il Gary Cooper Award a Cannes. Recentemente è uscito un romanzo che racconta un’avventura degli stessi protagonisti avvenuta negli anni successivi, ma scritta dalla Harper molto tempo prima. Lo aggiungo subito alla lista dei libri da leggere, ma dovrete aspettare qualche mese per la recensione.

Come suggerisce il titolo della collana, si tratta di un’edizione economica che costa 9,50 € e colpisce lo spettatore per il disegno in copertina, che non ha nulla a che vedere con il titolo italiano e consiste in un passerotto su un ramo in fiore. Lee Harper aveva scelto per la propria opera il titolo di To Kill a Mockingbird, che è intraducibile in italiano in quanto l’uccellino Mockingbird, diffusissimo negli USA, non esiste in Italia e non ha nome in italiano. Fu scelto così il titolo Il buio oltre la siepe, che non ha nulla a che vedere con il titolo originario. Entrambi i titoli si riferiscono a citazioni presenti all’interno del romanzo, più precisamente il primo significa che non bisogna sparare a creature pure e utili come gli usignoli (una regola imposta dal padre ai bambini protagonisti quando questi ricevettero in regalo dei fucili giocattolo), il secondo invece si riferisce al fatto che non bisogna temere le persone che non si conoscono (e non aggiungerò altro per non rovinare il finale della storia).

La vicenda è ambientata negli anni ’30 in Alabama, nell’immaginaria cittadina di Maycomb. Scout, la protagonista, racconta una triste vicenda accaduta quando era bambina e trascorreva gran parte del suo tempo scorrazzando per le strade con suo fratello Jem e l’amico Dill, indossando i pantaloni come un ragazzo. In particolare i tre ragazzi si divertivan a demonizzare il loro vicino di casa Boo Radley solamente perché non usciva mai di casa, aveva un passato losco e i tre ragazzi non conoscevano nulla di lui.
Siccome le prime pagine raccontano per lo più avvenimenti riguardanti dei bambini, il libro mi era parso più indicato a questa fascia d’età e avevo persino pensato di abbandonare la lettura. La stessa protagonista dopotutto viene paragonata nel retro di copertina ad Huckleberry Finn, noto protagonista di un libro per ragazzi, perciò ero intenzionata ad accantonare il romanzo per dedicarmi a letture più adulte. Per fortuna la curiosità mi ha invogliato a continuare a leggere.
Proseguendo nella lettura risulta evidente che l’opera tratta temi di straordinaria serietà e attualità come il razzismo nei confronti degli afroamericani, l’ipocrisia della società americana, il contrasto tra la purezza dell’infanzia e la crudeltà degli adulti, come dovrebbe funzionare la giustizia in un sistema democratico e l’educazione di ragazzi.
Il padre di Jem e Scout è un avvocato chiamato a difendere un nero ingiustamente accusato di stupro. La vicenda giudiziaria è filtrata attraverso il giudizio innocente della giovane narratrice e dei suoi amichetti, ignari di come sia la realtà nel mondo degli adulti. Il libro risulta vincente proprio grazie al contrasto tra le riflessioni della bambina, che spesso non riesce a comprendere il mondo degli adulti, e le verità che percepiscono i grandi, tra l’onestà  dei piccoli e la crudeltà dei grandi.

L’opera offre un affresco avvincente della società del sud degli Stati Uniti degli anni Trenta e critica aspramente non solo la suddivisione in bianchi e neri, ma anche quella tra ricchi e poveri, tra istruiti e analfabeti, tra famiglie che possono vantare un’antica genealogia e i nuovi ricchi. Lee Harper non si esprime esplicitamente contro il sistema in cui ha trascorso la propria infanzia, lascia invece che sia il suo racconto a persuadere il lettore ad abbracciare le proprie convinzioni.

Viene affrontato come tema secondario l’educazione delle bambine negli anni Trenta. Scout è un maschiaccio che indossa i pantaloni, gioca con i maschi e non subisce un’educazione femminile, scatenando il disappunto delle donne del paese e in particolare di zia Alexandra, che vorrebbe domarla e trasformarla in una signorina. Anche se non si tratta certo del tema principale del romanzo, è bene cogliere e apprezzare anche questo aspetto femminista.
Scout e Jem, educati da un padre vedovo che è un avvocato istruito e di ampie vedute, vengono trattati come individui raziocinanti e padroni del proprio destino, spesso scatenando l’ilarità di altri personaggi adulti che non considerano i bambini capaci di comprendere le spinose questioni degli adulti.

Nel corso del romanzo Scout, Dill e Jem resteranno affascinati dal loro vicino Boo Radley, così inizieranno a fantasticare sul personaggio e a creare spettacolini in cui l’uomo assume il ruolo di antagonista. Onde evitare di spoilerare il finale non vi racconterò ciò che accade nel racconto, sappiate solo che… non bisogna mai avere pregiudizi negativi su chi non si conosce.

 

“Mandragola” di Jurij al Carcano di Milano

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In questi Giorni sta andando in scena al Carcano di Milano Mandragola di Machiavelli, del regista Jurij Ferrini. L’opera, di datazione controversa, è stata probabilmente scritta nel 1518 ed è una delle prime grandi commedie in volgare ad affrancarsi dai modelli latini, ma trasmette ancora oggi un significato potente e suggestivo.Pur restando fedele al copione cinquecentesco, Ferrini ha saputo valorizzare l’attualità della commedia in cinque atti apportando piccole modifiche che, soprattutto per quanto riguarda la comicità del testo, hanno attribuito alla messa in scena un sapore moderno e innovativo.

Il luogo della rapresentazione è Firenze, l’azione si svolge nell’arco di qualche giorno nel primo Cinquecento. L’epoca viene confermata dalla menzione di alcuni fatti storici: il timore di Fra’ Timoteo dello sbarco o dell’invasione dei Turchi, il saccheggio di Otranto del 1480 e la diffusione della sifilide.

Ripassiamo brevemente la trama per tutti coloro che non hanno frequentato il liceo. L’opera racconta la divertente storia di Nicia, un ricco ma sciocco dottore in legge di età avanzata che non riesce ad avere figli con la sua bellissima moglie Lucrezia, e Callimaco, che ha lasciato Parigi appositamente per conoscere la donna  e vuole escogitare uno stratagemma per giacere insieme a lei. Con l’aiuto del servo Siro e gli astuti consigli di Ligurio, viene escogitato un piano molto audace: Callimaco si finge dottore e consiglia a Nicia di somministrare alla moglie una pozione di mandragola, una pianta medicinale cui nel Medioevo venivano attribuite proprietà curative e la cui radice ricorda spesso un corpo umano stilizzato. L’intruglio consentirebbe alla donna di restare incinta, ma il primo uomo con cui avrebbe rapporti sarebbe destinato a morire, così madonna Lucrezia dovrebbe andare a letto con un’altra persona prima di avere rapporti con il marito. Il gruppo catturerebbe un malcapitato per svolgere tale attività, naturalmente Callimaco farebbe in modo di cadere tra le grinfie dei rapitori. Per convincere Lucrezia a tradire il marito vengono coinvolti sua madre e Frate Timoteo, un prete corrotto. Il piano va a buon fine attraverso divertenti peripezie e intriganti esibizioni di retorica e Nicia, felice dell’esito dell’operazione, consente a Callimaco di risiedere in casa sua e di frequentare Lucrezia.

 

Come è evidente dalla trama, l’opera è caratterizzata da una spietata indagine sulla natura umana e la corruzione della società, della tradizione, della politica e della famiglia. Si tratta di una parodia caricaturale del pensiero serio, in cui la comicità provoca nello spettatore riflessioni profonde e amare perché dietro la commedia si nasconde una tragedia sociale e gli stessi principi trattati nel Principe. Il mondo infatti viene presentato come popolato da personaggi senza scrupoli, falsi, ipocriti, animati da istinti egoisti e malvagi.

I nomi dei personaggi non sono casuali: l’accostamento di un nome greco e un cognome italiano indicano l’unione tra classicità e modernità.
Nicia è un vecchio dottore in legge, molto ricco ma anche molto sciocco. Verrà truffato da Callimaco e Nicia, che lo convinceranno a permettere che sua moglie lo tradisca. Il suo linguaggio è spesso poco comprensibile.
Colui che tesse la trama dell’opera è Ligurio che, anche se viene presentato nel prologo come un parassita, dimostra di essere  astuto, rapido nell’adattare i suoi piani agli eventi e un abile retore nel persuadere i propri interlocutori a suo piacimento. Spesso gioca con parole e significati equivoci.
Callimaco invece viene presentato inizialmente come un “giovane gentile e di buone maniere”, tuttavia dimostrerà di essere nient’altro che una marionetta nella mani di Ligurio, dal quale addirittura fatica a separararsi ad  un certo punto dell’opera. Fingendo di essere un medico, mostrerà notevoli abilità retoriche nel persuadere Nicia ad accettare che sua moglie lo tradisca. Non esita ad esibire la propria conoscenza del latino per abbindolare Nicia.
Anche Fra’ Timoteo non è nient’altro che uno strumento nelle mani di Ligurio, ma si differenzia  da Callimaco in quanto non solo è consapevole del suo meschino ruolo nella vicenda, ma si presta volontariamente a tale attività in cambio delle generose offerte di denaro di Nicia. Il prete corrotto non esiterà ad appellarsi ad argomenti teologici per convincere Lucrezia a tradire il marito.
Sostrata si dimostra una madre alquanto singolare: infatti assiste all’adulterio della figlia e sembra addirittura invidiarla (“E’ ci è cinquanta donne, in questa terra, che ne alzerebbero le mani al cielo”, atto III, scena XI).
Lucrezia viene descritta solamente per quanto riguarda la propria bellezza, decantata  in Italia quanto all’estero. La donna dimostra di avere la qualità, apprezzata nel Principe, di  adeguarsi alle circostanze in quanto accetta di tradire il marito.

 

Avendo eliminato le canzoni, l’opera si apre con il prologo, che il regista ha voluto rappresentare come un talk show, in cui i vari personaggi vengono introdotti sul palco da una presentazione e da un applauso entusiasta del pubblico.

La scenografia è molto semplice ma efficace: si tratta di un ampio sfondo su cui è raffigurata una città ideale in bianco e nero, con alcuni elementi appartenenti alle nostre banconote. Nello sfondo sono ricavate due porte realmente apribili, (le abitazioni di Nicia e Callimaco) e alcuni pannelli possono roteare su se stessi dando vita all’interno della casa di Callimaco e al tabernacolo di Fra’ Timoteo. Gli altri elementi in scena sono minimi: un tavolo e alcune sedie, non sempre presenti.

Il regista ha probabilmente voluto insistere sulla modernità dell’opera non solo vestendo i suoi attori con costumi moderni (giacca e cravatta per gli uomini, vestiti novecenteschi per le due donne), ma intervenendo direttamente sul testo: ha infatti eliminato le canzoni, lontane dal gusto dello spettatore contemporaneo, e ha aggiunto delle battute comiche che rendono più scorrevole il testo cinquecentesco e contraddistinguono la messa in scena stessa. Il risultato è uno spettacolo teatrale tutto da ridere e apprezzabile anche da parte di un pubblico adolescente.

Per concludere, vi consigliamo di guardare i trailer disponibili su YouTube: