Paolo Minoli, una piccola mostra canturina

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Dal 24 gennaio al 1 marzo Villa Calvi di Cantù (CO) ospita una mostra dedicata alle serigrafie di Paolo Minoli, uno dei principali artisti comaschi del Novecento e probabilmente l’unico canturino ad avere avuto successo nel mondo dell’arte.

Se vi state chiedendo chi sia Paolo Minoli resterete delusi, perché in Internet non ho trovato alcuna informazione al riguardo e suoi manuali d’arte generici non compare il nome dell’artista canturino. Per saziare la vostra sete di conoscenza dovrei consultare manuali d’arte universitari, ma una povera studentessa di lettere come me non ha né i mezzi né il tempo necessari per compiere tale impresa.

Cosa sia la serigrafia è invece una materia alla mia portata. Il processo serigrafico moderno è una tecnica di stampa inventata da Samuel Simon nei primi del Novecento in Inghilterra e adottata da John Pilsworth a San Francisco (California) nel 1914 per comporre le prime stampe multicolore. Durante la Prima Guerra Mondiale divenne molto popolare e venne impiegata per stampare bandiere e stemmi. E’molto utilizzata in campo artistico soprattutto nella pop art, uno dei suoi principali esponenti fu proprio Andy Warhol. La serigrafia è una tecnica di stampa artistica di immagini e grafiche, utilizzabile su qualsiasi supporto o superficie mediante l’impiego di un tessuto chiamato “tessuto di stampa”. Dopo aver deposto tale tessuto sul supporto da stampare si deposita l’inchiostro, che attraversa le aree libere del tessuto solo nelle zone desiderate. Viene utilizzato un tessuto differente per ogni colore che compone l’immagine da stampare. Il termine deriva dal latino seri (seta) e dal greco grafein (scrivere o disegnare), in quanto i primi tessuti impiegati come stencil erano di seta.  Su Youtube sono disponibili svariati video che consentono di apprendere in modo immediato come funziona una serigrafia.

La mostra, che occupa il primo piano di Villa Calvi, è veramente piccola e si visita in poco tempo. Nonostante l’esposizione sia stata dedicata all’artista canturino, le opere di Minoli si contano sulle dita di una mano e sono più numerose le opere di alcuni artisti che hanno collaborato con lui, tra cui ricordiamo Carla Badiali, Aldo Galli, Max Huber, Mario Radice, Piero Dorazio, Bruno Munari, Mario Nigro e Luigi Veronesi. Nonostante queste piccole pecche non è il caso di giudicare negativamente la mostra perché bisogna valorizzare le iniziative dei piccoli paesi in ambito artistico, inoltre al visitatore non viene chiesto di pagare per avere accesso alla sala. E’ invece deplorevole il fatto che l’evento sia stato poco pubblicizzato ed è forse per questo motivo che i visitatori sono assai rari: uno dei custodi afferma infatti di aver accolto otto visitatori in un giorno e che spesso trascorrono intere giornate senza che si presenti nessuno.

Ritengo che questa piccola iniziativa canturina meriti di essere valorizzata e invito tutti i cittadini a spendere un’ora del loro tempo per visitare la piccola mostra di Villa Calvi.

Il berretto a sonagli, Luigi De FIlippo al Carcano di Milano

Mercoledì 4 febbraio ho assistito al teatro Carcano di Milano a Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello nella versione napoletana di Eduardo De Filippo, del regista Luigi De Filippo.

L’opera di Pirandello è stata composta nel 1916 ed è ambientata nella Sicilia dell’interno, mentre la riscrittura in dialetto napoletano di Eduardo De Filippo risale al 1936 ed è ambientata in una cittadina della provincia campana.

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LA TRAMA

Beatrice sospetta che il marito (il Cavalier Forica) abbia una relazione con Nina, la moglie di un dipendente della famiglia chiamato Ciampa. Nonostante la serva Fana le abbia consigliato di evitare lo scandalo, Beatrice, dopo aver interpellato La Saracena, “una donna insieme alla quale in questa città è meglio non farsi vedere”, denuncia il marito al commissariato. Il delegato Spanò, amico di famiglia, cerca di evitare di accettare la denuncia e di assumersi l’ingrato compito di incastrare il Cavaliere, ma invano. Ciampa, sospettando le intenzioni della donna, cerca di farla ragionare, ma senza successo.

Nel secondo atto Beatrice viene rimproverata dalla madre Assunta e dal fratello Fifì per aver dato la famiglia in pasto alle malelingue, infatti la perquisizione dell’ufficio del Cavaliere ha portato all’arresto di quest’ultimo e di Nina. Il verbale tuttavia non sostiene che la coppia sia stata trovata in delitto flagrante, così il delegato è pronto a rilasciare i due. Per Ciampa tutto ciò non basta: il verbale a suo favore non è sufficiente per evitare che sia considerato dall’intero paese un cornuto, perciò o uccide Nina e il Cavaliere o Beatrice finge di essere pazza, per assumersi la colpa dell’arresto della coppia. La pazzia della donna infatti risolverebbe ogni problema poiché, come dice Ciampa, “è facile simulare la pazzia, basta gridare in faccia a tutti la verità”. I parenti di Beatrice approvano l’idea di Ciampa e Beatrice, dopo qualche resistenza, si fa passare per pazza.

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SIGNIFICATI E TEMI DELL’OPERA

Il berretto a sonagli del titolo si riferisce al singolare cappello portato dal buffone, il copricapo della vergogna ostentato davanti a tutti che deve metaforicamente indossare colui che macchia la propria reputazione. Il berretto a sonagli viene nominato da Ciampa nel corso di un monologo

Una caratteristica tipicamente pirandelliana è che diversi personaggi si trovano ad affrontare situazioni paradossali e senza via d’uscita: Beatrice in primis non può soddisfare i propri progetti nei confronti del presunto tradimento del marito senza rovinare la reputazione della famiglia, Fana è combattuta tra la fedeltà per la padrona e il bene della famiglia (non può infatti informare il resto dei famigliari del progetto di Beatrice di denunciare il marito senza venir meno al suo dovere), il delegato Spanò non può adempiere ai propri doveri nei confronti della giustizia accettando la denuncia senza danneggiare il Cavaliere, che è praticamente il suo padrone, e Ciampa è diviso tra l’amore per la moglie e la necessità di difendere la propria reputazione. Il tema principale dell’opera è dunque la necessità di tutelare la reputazione pubblica anche a costo degli interessi personali più intimi e cari.

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LE TRACCE DI EDUARDO DE FILIPPO

Il napoletano scelto da Eduardo De Filippo per la riscrittura mantiene quelle caratteristiche che lo rendono l’opera comprensibile in tutta Italia. Di fatto gli attori parlano in napoletano solamente nel corso delle esclamazioni, soprattutto per quanto riguarda Fana e La Saracena, due personaggi caratterizzati da un registro popolaresco, e Beatrice che, essendo adirata per gran parte dell’opera, è colei che più si abbandona ad esclamazioni e commenti animati; si può affermare che si tratta di un’opera scritta prevalentemente in italiano.

Luigi De Filippo, regista ed interprete di Ciampa, è un celebre attore nipote di Eduardo de Filippo, il quale ha anch’egli  indossato i panni dello sfortunato personaggio. Il Ciampa di Eduardo De Filippo era un personaggio sottomesso, ricco di pause, sottointesi, sguardi e gesti mentre quello di Peppino, altro famoso interprete dell’opera, era passionale, incalzante e irruente. Luigi De Filippo sintetizza le letture dei due grandi maestri creando un personaggio caratterizzato dalla profonda ambiguità e drammaticità.

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SCENOGRAFIE E COSTUMI

La scenografia di Aldo Buti è un elegante salotto d’epoca in cui domina il colore verde e in cui è ambientata l’intera vicenda. Le altre ambientazioni, come lo studio del Cavaliere, vengono evocate dalle parole dei personaggi. I costumi sono stati realizzati con realismo e passione.

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IL PARERE DI ACQUA E LIMONE

Il successo dell’opera è fondato sulla vitalità dei personaggi e gli attori sono stati eccellenti nel dare vita ai rispettivi personaggi; ho apprezzato in particolare Ciampa, la star dello spettacolo, e il delegato Spanò. Si tratta di un’opera di breve durata, divertente e di facile comprensione, eppure caratterizzata da un profondo messaggio di denuncia dell’eccessiva importanza che la borghesia dell’epoca attribuiva alla reputazione pubblica, un significato attuale anche ai giorni nostri.

Recensione di ‘Cinquanta sfumature di grigio’

Siccome nelle ultime settimane ho dovuto sostenere degli esami universitari, mi sono dedicata a una lettura leggera, anzi, leggerissima: Cinquanta sfumature di grigio di E. L. James. Mi rendo conto che si tratta di un libro di qualità infima, ma la curiosità ha avuto la meglio su di me, così ho deciso di leggerlo.

WIkipedia racconta che la triologia fu inizialmente realizzata come una serie di fan fiction di Twilight intitolata Master of the Universe, sotto lo pseudo mino Snoequeen’s Icedragon. In seguito a commenti riguardanti la natura sessuale dell’opera, James trasferì il racconto sul suo sito fiftyshades.com; qualche tempo dopo riscrisse l’opera rinominando i protagonisti con i nomi che ben conosciamo, Christian Grey ed Anastasia Steele. L’autrice rimosse i romanzi dal sito prima di darli alle stampe.

 

La trama di una storia di passione

Anastasia è una studentessa di letteratura di 21 anni, che vive a Portland con la coinquilina Kate e lavora in un negozio di bricolage. Molti ragazzi la bramano, ma lei non riesce ad interessarsi a nessuno, sino a quando incontra l’affascinante miliardario Christian Grey nel corso di un’intervista per conto di Kate. Anastasia e Christian sono legati da un’attrazione reciproca incontenibile e ben presto finiscono a letto insieme: Anastasia perderà la verginità proprio in questa occasione. Christian Grey tuttavia è un uomo problematico, infatti è prepotente, assume nei confronti di Anastasia atteggiamenti da stalker, ha avuto un’infanzia difficile (la sua madre naturale si drogava e lo maltrattava sino a quando è stato adottato), non sopporta di essere toccato ed è un dominatore che pratica BDSM e propone alla protagonista un contratto di sottomissione.

Irresistibilmente attratta da Grey, Anastasia accetterà di venire fottuta (termine tratto dal libro) legata e di farsi sculacciare e frustare nonostante non sia amante del sadomaso, mentre lentamente l’attrazione si trasforma in amore. Anche Christian Grey si innamora e accetta, per la prima volta in vita sua, di dormire al fianco di una donna, praticare sesso alla vaniglia (vale a dire senza sadomaso) e comportarsi come un normale fidanzato. Tuttavia Christian non può reprimere il proprio istinto sadico per Anastasia, che a sua volta non è in grado di sottomettersi a Christian e vorrebbe una relazione normale, così i due protagonisti interrompono la loro relazione.

La storia d’amore tra Anastasia e Cristian continua in Cinquanta sfumature di Nero e Cinquanta sfumature di Rosso, che non ho intenzione di leggere perché il primo romanzo non mi ha entusiasmato.

Le pecche del romanzo

Il romanzo non mi è piaciuto particolarmente in primis per l’assenza di trama: il romanzo narra infatti essenzialmente le scopate di Anastasia e Christian. A parte ciò, la vita di Anastasia prosegue tranquillamente tra una laurea, un trasloco, l’abbandono del vecchio lavoro e colloqui per una nuova attività professionale e una breve permanenza a casa della mamma, senza avvenimenti avvincenti. Non ci sono antagonisti, né difficoltà da affrontare  lo sviluppo di una trama, fatta eccezione forse per il progredire della storia d’amore tra i personaggi, ma anche in questo caso l’analisi psicologica dei personaggi principali è estremamente superficiale, per lasciare spazio ad un inarrestabile susseguirsi di scopate.

Un’altra pecca è dovuta alla presenza di personaggi secondari sbiaditi, che non subiscono alcuna evoluzione nel corso dell’opera. I personaggi che compaiono più frequentemente nel romanzo sono Kate, Josè e Taylor. La prima ha lo scopo di ricreare l’ambiente in cui Anastasia vive prima di incontrare Christian e dei tre personaggi secondari è forse quella maggiormente delineata, il secondo è uno spasimante-amico della protagonista che fa ingelosire Christian Grey, il terzo è il braccio destro del miliardario. Si tratta essenzialmente di comparse aventi lo scopo di rendere più affascinanti i due personaggi principali.

Sono invece degne di lode le citazioni di brani di musica classica di cui Christian Grey è appassionato e l’accenno ad alcuni romanzi di letteratura inglese che piacciono molto ad Anastasia.

Imperdonabili errori nella trama

Il romanzo presenta alcuni imperdonabili errori a livello contenutistico.

Anastasia conosce Grey nel corso di un’intervista che ha tenuto al posto di Kate, giornalista universitaria fuori gioco a causa di un’influenza. Ma quando mai un giornalista rinuncia ad un’intervista ad un amministratore delegato del calibro di Grey per un po’ di febbre? E’ altamente improbabile che una persona tenace come Kate si faccia scappare un’occasione del genere.

Christian Grey inoltre ha atteggiamenti prepotenti nei confronti di Anastasia, al punto da comportarsi da Stalker. Io non sono affatto esperta di BDSM, ma non riuscirei a fidarmi e a sottomettermi nei confronti di qualcuno che si comporta in un modo simile con me, anzi, scapperei a gambe levate. Ci sono dei limiti a tutto, anche al sadomaso (ma, come ho già detto, io non sono esperta di questo genere di cose, perciò se ho scritto qualche stupidaggine correggetemi pure).

Un romanzo di sesso

I difetti menzionati sopra sono dovuti essenzialmente al fatto che Cinquanta sfumature di grigio è un libro di sesso e solo di sesso vuole trattare. Insomma, per farla breve si tratta di pornografia letteraria, che qualcuno potrebbe anche trovare eccitante. Non ho nulla da criticare per quanto riguarda le scene di sesso, che sono raccontate con discreta bravura, quanto basta per scatenare una tempesta ormonale. La scelta del tempo presente per la narrazione rende molto vivido il racconto, banale è invece l’espediente della “dea interiore” per descrivere le sensazioni di Anastasia.

Consiglio caldamente questo libro a chi desidera una bella tempesta ormonale, a tutti gli altri suggerisco di dedicarsi a letture più impegnate.

La verità, di Daniele Finzi Pasca

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La recensione di oggi è un articolo clandestino perché in questo momento, anziché dedicarmi alla scrittura, dovrei studiare per l’esame di letteratura italiana. Siccome ho bisogno di una pausa (e siccome Dante mi ha un po’ stancato, in quanto non sto studiando altro da giorni), eccomi qui a recensire uno spettacolo teatrale cui ho assistito qualche giorno fa. Lunedì 29 dicebre 2014 mi sono infatti recata al Teatro Strehler, del Piccolo Teatro di Milano, per assistere a La verità, uno spettacolo acrobatico scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca.

Lo show è stato realizzato per portare in scena un imponente telone, realizzato da Salvador Dalì come scenografia per una messa in scena di Tristano e Isotta degli anni Quaranta. Il fondale scenico rappresenta i due innamorati secondo il celebre stile surreale di Dalì: Isotta indossa un manto blu come quelli indossati dalla Madonna e le sue membra si stanno sciogliendo, il capo di Tristano è invece coperto da un soffione i cui petali rappresenterebbero gli spermatozoi; entrambi gli amanti hanno le mani sproporzionate, e le loro lunghe ombre oblique sono proiettate sul terreno di un paesaggio surreale.

Nella finzione narrativa lo sfondo è venduto ad un’asta per sostenere un ricovero per acrobati anziani ma lo spettacolo, invece di basarsi su una vera e propria trama, è costituito da un susseguirsi di numeri acrobatici in cui vengono accostati scenografie, oggetti di scena e costumi surreali.

Lo sviluppo di questo spettacolo non può essere riassunto per la massiccia presenza di elementi surreali e perché è impossibile raccontare la stupefacente maestria con cui gli acrobati si muovevano sul palcoscenico o si libravano sopra di esso. Oltre agli spettacolari numeri circensi sono stati messi in scena intermezzi musicali e due balletti, uno all’inizio e uno alla fine dell’opera, che non mi sono particolarmente piaciuti perché era evidente che gli artisti erano acrobati provetti, ma non esperti ballerini. Nel complesso l’opera mi è piaciuta molto e spero di avere ancora l’occasione di assistere ad uno spettacolo acrobatico.

Lo spettacolo prevedeva anche alcune scene di recitazione, durante le quali veniva rivelato che il titolo dello spettacolo, La verità, deriva dal fatto che gli acrobati soffrono realmente sul palcoscenico. Gli artisti coinvolti provenivano da ogni parte del mondo, per cui alcuni recitavano nella propria lingua madre creando un’atmosfera suggestiva.

Lo spettacolo è in scena al Piccolo Teatro Strehler sino all’ 11 gennaio 2015. Terminatata la recensione, cari lettori, non mi resta che tornare a studiare. Auguratemi in bocca al lupo per gli esami!

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Analisi del 2014: che ve ne pare?

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Il Museo del Louvre riceve 8,5 milioni di visitatori ogni anno. Questo blog è stato visto circa 70.000 volte nel 2014. Se fosse un’esposizione al Louvre, ci vorrebbero circa 3 anni perché lo vedessero altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett

Aspettando Godot è una tragicommedia in due atti di Samuel Beckett cui ogni appassionato di teatro dovrebbe assistere almeno una volta nella vita, perché si tratta di uno dei pilastri dell’arte contemporanea ed è doveroso avere un’opinione al riguardo. Personalmente ho avuto l’occasione di assistere ad una messa in scena dell’opera del Piccolo Teatro di Milano quando frequentavo il liceo e, sebbene non rientri tra le mie opere preferite, Aspettando Godot mi ha fatto riflettere.

En attendant Godot (è questo il titolo originale dell’opera) è un rivoluzionario capolavoro in francese del teatro dell’assurdo composto tra il 1948 e il 1949, pubblicato nel 1952 ed andato in scena per la prima volta al Théatre de Babylone di Parigi nel 1953.

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L’azione si svolge in un desolato paesaggio di campagna, ai piedi di un albero privo di foglie. Estragon e Vladimir sono due vagabondi che attendono l’arrivo di un misterioso Godot che ha dato loro appuntamento; non sanno chi sia né se il luogo e l’ora dell’appuntamento siano esatti, ma sperano che incontrandolo migliorerà la loro condizione. Durante l’attesa incontrano due singolari individui: il proprietario terriero Pozzo e il suo servo Lucky, tenuto al guinzaglio. Vladimir ed Estragon sono ora incuriositi dall’atteggiamento di Pozzo ora spaventati dalla miseria del servo, che sorprende i presenti con un delirante monologo erudito che termina in una zuffa tra i personaggi. Dopo che Pozzo e Lucky ebbero ripreso il cammino cala la sera e di Godot nessuna traccia, al suo posto tuttavia giunge un ragazzo, il quale afferma che quel giorno Godot non era potuto venire ma sicuramente si sarebbe presentato l’indomani. I due prendono in considerazione l’idea di suicidarsi ma rinunciano, ipotizzano di andarsene ma non si muovono di un passo. Con il calar della notte termina il primo atto. Nel secondo atto la vicenda si ripete, seppure con qualche futile cambiamento: sull’albero sotto il quale si svolge l’attesa di Vladimir e Estragon sono spuntate due o tre foglie, Pozzo è diventato cieco e Vladimir muto. A fine giornata giunge nuovamente il messaggero che annuncia l’impossibilità di Godot di presentarsi all’appuntamento, con la promessa che sarebbe giunto l’indomani. Estragon e Vladimir decidono di andarsene, ma ben presto abbandonano il proposito. Al termine della giornata la commedia si conclude. L’atmosfera dell’intera rappresentazione, pur essendo tragica, è rallegrata da gags comiche tratte dal varietà e dal cinema muto; in molte rappresentazioni tale sfumatura comica è evidente anche nell’abbigliamento dei personaggi.

Nel corso della rappresentazione, costruita sull’attesa di un evento che non si verificherà mai, non succede nulla; uno dei primi critici, Vivian Mercier, dirà infatti che “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla per due volte”. L’azione ruota intorno all’attesa del protagonista, Godot, che è assente dalla scena per la prima volta nella storia del teatro. Un altro elemento rivoluzionario è l’assenza di una trama e il fatto che il fulcro dell’azione consista nei dialoghi tra i personaggi.

L’idea dell’attesa è quella intorno a cui ruota anche l’analisi compiuta da Annamaria Cascetta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett: “Quel che si deve fare è ‘passer le temps': l’espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo“. E a sostegno elenca una circostanziata serie di riferimenti biblici per poi concludere: “La domanda, forse l’unica domanda che veramente interessa [Beckett], è la possibilità o meno che il Fondamento di senso si manifesti […], che si riveli e incontri gli uomini nella storia: è una domanda alimentata dalla suggestione biblica del Dio che incontra appunto l’uomo nella storia […] Beckett ama nascondere nei giochi di parole […] i sensi più profondi: la Bibbia aiuta a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo“.

Dalle conversazioni vuote di Vladimir ed Estragon si evincono due temi fondamentali: l’incomunicabilità e la solitudine dell’uomo moderno. Altri temi fondamentali sono che vivere è un dolore costante e immutabile, solitudine, noia, ripetizione incessante degli stessi gesti; l’uomo non sa nulla della vita e non ha punti di riferimento o un dio in cui credere. Aspettando Godot viene da molti interpretata come una metafora della condizione esistenziale poiché ogni uomo si interroga e sta aspettando un Godot, una risposta che gli riveli il senso dell’esistenza che purtroppo non si presenterà mai.

Ma è proprio questo il senso che si cela dietro il signor Godot? Dopo aver assistito allo spettacolo viene spontaneo domandarsi quale sia il significato dell’opera, che spesso viene identificato in un significato esistenziale, che riguarda l’essere umano indipendentemente dalla sua condizione sociale, politica e culturale. Dio è il simbolo più frequentemente attribuito al signor Godot, ma anche la fortuna, il destino o la morte. Beckett, probabilmente ridendo sotto i baffi, si è sempre rifiutato di fornire spiegazioni al riguardo e ha dichiarato: “se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione”. Secondo molti Godot significherebbe God, parola inglese per dio, oppure Godo, che in irlandese familiare ha il medesimo significato. Per altri invece Godot deriverebbe dalla fusione di God e Charlot, in quanto Beckett era appassionato delle comiche di Charlie Cahaplin. Godot è in ogni caso un cognome francese, ci furono infatti un ciclista e una via di Parigi frequentata da prostitute con questo nome. Una volta Beckett salì su un aereo pilotato da un certo Godot e dichiarò: “Non mi fido di un aereo pilotato da un qualunque Godot”. Beckett rivelò al regista Roger Blin (probabilmente per confondergli le idee) che Godot deriva da godillot, che significa stivale in francese gergale; tale significato deriverebbe dal fatto che i piedi avrebbero molta importanza in quest’opera.

Pozzo e Lucky sono stati interpretati come il capitalista che sfrutta l’intellettuale, ma vi sono opinioni discordanti al riguardo.
Vladimir e Estragon sono invece due barboni, delle figure che hanno sempre affascinato Beckett e che compaiono in molti suoi romanzi. In Aspettando Godot rappresentano la condizione umana in tutte le sue sfaccettature e che è fondamentalmente sempre uguale, infatti i due personaggi non subiscono alcuna evoluzione nel corso della vicenda.

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Beckett rivoluzione completamente il linguaggio teatrale. Come abbiamo già detto la trama è inesistente, il significato è ambiguo e il protagonista dell’opera non compare in scena, inoltre è presente una commistione di generi alti e bassi, che vanno dalle citazioni teologiche al turpiloquio, e di generi, che spaziano dalla tragedia alla commedia e al cabaret.

Beckett iniziò a scrivere Aspettando Godot per riposarsi durante una pausa dalla stesura della Triologia, senza essere informato sulle tendenze teatrali del momento e appoggiato dalla futura moglie Suzanne. I primi impresari cui propose l’opera la rifiutarono sino a quando, nel 1950, il regista Roger Blin si sentì sfidato da quel testo così anticonvenzionale e decise di metterlo in scena. La morte dell madre di Beckett e la difficoltà nel reperire i finanziamenti fecero slittare la prima di tre anni, sino al 1953. Il Théatre de Babylone di Parigi era un vecchio bazar ristrutturati, con una platea di circa 200 sedie.“L’albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata […] La base dell’albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Con tre grandi bidoni contenenti lampadine elettriche furono costruiti i proiettori” (Bair). L’aspettativa era tale che si registrò il tutto esaurito e, sebbene non tutti i commenti furono positivi, l’opera divenne un fatto sociale e tutti volevano andare a teatro a vederla. Fu l’inizio di una vertiginosa ascesa al successo.

Articolo pubblicato nella rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista online “Eclettica, La voce dei blogger” n.7

Appunti sulla scuola siciliana

Ecco il sequel del riassunto di ieri: oggi parleremo della scuola siciliana, che si è sviluppata sullo stampo della poesia provenzale. Spero che la mia idea di pubblicare i riassunti vi piaccia… Non condividerò con voi l’intero programma di studio perché perderei troppo tempo perciò non so di che cosa parlerò la prossima volta, ma state certi che avrete presto notizie sui progressi della preparazione dei miei esami. Buona lettura! La scuola siciliana nacque presso la corte di Federico II, una corte itinerante nel sud Italia che si spostava continuamente per controllare meglio il territorio che l’imperatore aveva ereditato dalla madre Costanza D’Altavilla.

econdo una teoria, quando Federico non aveva ancora consolidato il proprio potere, per garantirsi il transito Italia-Germania presso il Veneto, strinse un’alleanza con il crudele Ezzelino III Da Romano, il quale ottenne in cambio il controllo legale su Verona, che prima dominava illegalmente. Per suggellare il patto Ezzelino III sposò la figlia di Federico II, Selvaggia; in cambio Federico II ottenne in regalo dal monarca un dono spettacolare: un codice di poesie provenzali allestito appositamente per lui. Grazie al codice di Ezzelino, Federico poté apprezzare la poesia provenzale e realizzare presso la sua corte un progetto simile.

Federico era un ghibellino (ricordiamo che i ghibellini sono laici e appoggiano l’imperatore, mentre i guelfi parteggiano per il potere papista) e seppe trasformare la propria corte in uno dei più potenti centri culturali europei alternativi alla Chiesa. Federico era di padre tedesco e madre normanna perciò ricevette un’istruzione sia tedesca sia francese, ma accolse nella sua corte anche la cultura araba, greca, siciliana e il latino, la lingua degli affari di corte. Federico diede vita ad importanti istituzioni culturali come la Scuola di Capua, l’Università di Napoli e la Scuola di Medicina di Salerno, inoltre accolse nella propria corte meccanici, medici e scienziati.

In questo clima poliglotta di altissimo livello culturale giunse la poesia provenzale, da cui derivò la poesia siciliana (1230-1250), della quale si occupavano venticinque poeti che, essendo funzionari di corte, si dedicavano alla poesia per diletto. Federico II e i figli Enrico e Manfredi erano loro stessi poeti, l’imperatore scrisse tra l’altro anche un trattato di falconeria.

Della poesia provenzale sopravvive il vassallaggio d’amore ma, siccome non siamo più in ambiente feudale, le tematiche cambiano: si tende a scrivere più che altro dell’amore in quanto tale, lontano dalla concretezza provenzale, infatti la figura della donna è poco delineata e vengono effettuate molte riflessioni sulla natura e sugli effetti dell’amore e sull’interiorità del poeta. Trattandosi di un ambiente laico, vengono inoltre effettuate molte osservazioni di carattere scientifico.

Presso la corte di Federico II venivano scritte canzoni, canzonette e sonetti. La canzone deriva dalla canso provenzale ed è la forma più elevata ed illustre di poesia; viene composta in endecasillabi e talvolta compaiono anche dei settenari. La canzonetta è spesso in forma narrativa e dialogica ed è composta da versi brevi e vivaci come i settenari, gli ottonari e i novenari. Il sonetto venne usato per la rima volta da Giacomo da Lentini, è composto da quattordici versi in endecasillabi; essendo più breve, richiede meno impegno della canzone, ma proprio per questo era considerata da molti la forma di componimento perfetta, in quanto ricordava un quadrato e il pi greco.

Con la Battaglia di Benevento (1266), Manfredi viene sconfitto e fu la fine per la corte di Federico II. I testi originali andarono così perduti, salvo qualche eccezione come un sonetto di Stefano Protonotaro. Le poesie siciliane, scritte in una koinè di volgari del sud Italia, piacquero moltissimo ai toscani che li trasformarono involontariamente, di copiatura in copiatura, nel proprio volgare, dimenticandosi dei testi originali e credendo che le poesie fossero state scritte direttamente in toscano. Il vocalismo toscano però era diverso da quello siciliano perciò nacquero le rime imperfette, che venivano considerate dai toscani un preziosismo metrico creato dai siciliani anziché il frutto della loro opera di traduzione.

La poesia del ‘200 ci è stata trasmessa da tre grandi codici della poesia delle origini: il Codice Rediano, il Codice Palatino e il Codice Vaticano, che presenta gli autori in ordine cronologico e si apre con Madonna dir vi voglio