Riassunto del “De vulgari eloquentia” di Dante (Libro II)

Ecco il riassunto del secondo libro del De vulgari eloquentia di Dante. Potete trovare il riassunto del primo libro qui.

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LIBRO II

I Il volgare illustre italiano può essere utilizzato sia in prosa sia in versi; i componimenti in metrica sono esemplari per la prosa. Dante inizia ad analizzare il testo in versi. A prima vista sembrerebbe che qualunque poeta dovrebbe utilizzare il linguaggio elevato, in quanto ciò che è illustre dovrebbe migliorare ciò che è inferiore. Tutto ciò invece è sbagliato, infatti una lingua esemplare deve essere usata solo per i componimenti più alti, scritti da chi possiede cultura e ingegno, così come la magnificenza si addice ai solo nobili e non al popolo. Mescolando ciò che è alto con ciò che è basso si estrinseca l’inferiorità di ciò che è più vile, così come le donne brutte appaiono ancora più brutte se si avvicinano a delle bellissime fanciulle. Spesso inoltre non è possibile distinguere l’illustre dal vile quando questi vengono uniti così come, quando si fondono l’oro e l’argento, non si riconoscono più i metalli originari.

II Il più illustre di tutti i volgari deve essere utilizzato solamente per scrivere di argomenti degni. L’uomo è dotato di un’anima triplice: un’anima vegetativa, simile a quella delle piante, che lo induce a ricercare l’utile; un’anima animale, che lo sprona a perseguire il piacere come le bestie; un’anima razionale, di natura angelica, che lo guida nella ricerca del bene. In tutte e tre queste attività dobbiamo individuare ciò che è “grandissimo” e pertanto merita di essere cantato in volgare illustre italiano.

Il perseguimento dell’utile più illustre consiste nella salvaguardia della salute fisica; la ricerca del massimo piacere riguarda il dilettarsi nell’amore terreno; il bene è invece identificabile con la virtù. Salute, amore e virtù sono dunque gli argomenti più alti che si possano cantare, essi consistono rispettivamente nella prodezza nelle armi, la passione d’amore e la retta volontà. La prima è cantata da Bertrand de Born, la seconda da Arnaut Daniel, la terza da Giraut de Bornelh. Cino Pistoiese è maestro nel cantare l’amore, il suo amico (Dante) eccelle nel cantare la rettitudine.

A Dante non risulta che esistano poeti d’armi che cantino in volgare italiano.

III Le canzoni sono la forma più eccellente di componimento poetico, in quanto la ballata è stata composta per i danzatori. D’altro canto, la ballata supera in eccellenza i sonetti. Essendo più nobili, le canzoni sono conservate con la massima cura, come sa chi ha familiarità con i libri. Il metro e la tecnica delle canzoni sono le più nobili, infatti la tecnica presente nelle canzoni si ritrova nelle altre forme metriche, ma non viceversa. Solo nelle canzoni si trova ciò che è stato pensato dai poeti.

IV Dante afferma di voler parlare di ballate e sonetti nel quarto libro, che non scriverà mai. Più ci si accosta ai grandi poeti, più correttamente si farà poesia, tuttavia ciascuno deve proporzionare il valore della materia alle proprie forze, affinché non gli capiti di “finire nel fango a causa del troppo carico sulle spalle”, come insegna Orazio. Dante considera la tragedia lo stile superiore, la commedia quello inferiore e l’elegia quello degli infelici. Lo stile tragico prevede l’utilizzo del volgare illustre e della canzone, quello comico un volgare mezzano misto al volgare umile, l’elegia il solo volgare umile. Solo nello stile tragico possono essere cantati la salvezza, l’amore e la virtù. Per imparare a scrivere in stile tragico servono lavoro e fatica, ci riescono solo coloro che nell’Eneide sono chiamati i “diletti da Dio”. Coloro che non sono in grado di comporre a tali livelli dovrebbero astenersi dal cercare di scrivere in stile tragico.

V Nessuno ha composto versi con più sillabe dell’endecasillabo, oppure più brevi del trisillabo. I versi più utilizzati sono il quinario, il settenario, l’endecasillabo e il trisillabo. L’endecasillabo è il verso più alto per durata, capacità d’espressione, costruzione e vocaboli. Il settenario viene subito dopo il verso più celebre, seguono il quinario e il trisillabo. Il novenario, che assomiglia ad un trisillabo triplicato, è caduto in disuso. I parisillabi vengono usati raramente per la loro grettezza: essendo i numeri pari inferiori a quelli dispari, i versi pari sono inferiori ai versi dispari.

VI I costrutti sono una regolata sequenza di parole, essi possono essere corretti o scorretti. Dante vuole analizzare solo ciò che è sommo. Esistono vari livelli di costrutti: quello insipido, quello dei princpianti, quello sapio, quello degli scolari, quello più grazioso, quello di chi maneggia un poco la retorica e quello eccelso, degli illustri scrittori. Dante considera quest’ultimo, il costrutto più elegante. Seguono poi degli esempi di costrutti supremi. Critica poi aspramente lo stile di Guittone Aretino.

VII Il discorso illustre deve essere composto da vocaboli grandiosi, appartenenti allo stile più nobile. I vocaboli si dividono in infantili, femminei e virili (quelli prediletti da Dante); questi ultimi si suddividono in campagnoli e cittadini. I vocaboli cittadini, più nobili, si suddividono in “Ben petinati” e irsuti, che Dante considera grandiosi, e lisci e ispidi, dotati di sonorità ridonda. Lo scrittore deve utilizzare solo i termini grandiosi: le parole “ben pettinate”, di circa tre sillabe, senza accento acuto o circonflesso, senza z e x e senza liquide raddoppiate e messe subito dopo una muta; le parole irsute sono quelle di necessità o ornamento del volgare illustre. Le parole necessarie sono quelle che non si possono evitare, come i monosillabi sì, no, me, te ecc… e le interiezioni. Le parole ornamentali invece sono i polisillabi che, mescolati ai “ben pettinati”, fanno un aspetto armonioso, sebbene abbiano asprezza di aspirazione e d’accento, di doppie, di liquide e di eccesso di lunghezza.

VIII La canzone è “azione del cantare” e può essere azione attiva o passiva. Una canzone è attiva quando è opera del suo autore, invece è passiva quando viene recitata in un periodo successivo alla composizione, dall’autore o da un altro soggetto, accompagnata dalla musica o meno. E’ più utile denominare la canzone dal suo essere agita in qualità di azione piuttosto che per l’effetto che opera sugli altri. La modulazione musicale non viene chiamata canzone, ma tono, nota o melodia. Coloro che compongono armonicamente parole chiamano invece le loro opere canzoni. La canzone non è altro che l’atto di dire parole armonizzate per l’accompagnamento musicale; più precisamente, è la regolata composizione in stile tragico di stanze uguali, senza ritornello, in funzione di un concetto unitario. Quando si tratta di un’opera in stile comico, si parlerà di canzonetta.

IX La canzone è una composizione regolata da stanze, in ciascuna delle quali è contenuta tutta l’arte specifica della canzone. Così come la canzone è il contenitore di tutto il pensiero dell’opera, la stanza accoglie in sé la tecnica. Le stanze di una canzone devono avere le stesse caratteristiche. La canzone si distingue in partizione melodica, disposizione delle parti e numero dei versi e delle sillabe. La rima non appartiene alla tecnica specifica della canzone, in quanto le canzoni possono essere realizzate seguendo uno schema libero. Possiamo definire la stanza come una compagine di versi e di sillabe piegata a una data melodia e a una certa disposizione.

X Ogni stanza è costruita in modo tale da ricevere una certa melodia. Ci sono stanze con una sola melodia, senza ripetizioni di motivi melodici e senza diesis (passaggio da una melodia all’altra), come la maggior parte di quelle scritte da Arnaut Daniel. Altre stanze invece ammettono la diesis, che prevede la ripetizione della melodia. Se la ripetizione avviene prima della diesis, la stanza ha dei piedi (due, talvolta tre); se la ripetizione è dopo la diesis, si dice che la stanza ha delle volte. Se non c’è ripetizione prima, la stanza avrà una fronte, se la ripetizione non c’è dopo, si parlerà di stanza con sirma o coda.

XI La disposizione consiste nella divisione della melodia nell’intreccio dei versi e nel rapporto con le rime. Fronte, volte, piedi, coda e sirma possono avere tra loro rapporti diversi. […] (viene in seguito spiegata la natura di tali rapporti e sono riportate altre spiegazioni di natura tecnica, che non ho schematizzato in quanto non sono richiesti per il conseguimento del mio esame di Linguistica italiana)

La Venere di Urbino e Olympia a confronto

Questo mese confronteremo due opere che sono state icone di erotismo e sensualità femminile per secoli: la Venere di Urbino di Tiziano Vecellio e Olympia di Manet.

La Venere di Urbino è conservata agli Uffizi di Firenze, presso la sala 83 di Tiziano, ed è stata ultimata nel 1538 per il Duca di Urbino Guidobaldo II Della Rovere. Tiziano Vecellio si è ispirato alla Venere dormiente dell’amico e maestro Giorgione, realizzata nel 1510; sembra che Tiziano stesso abbia portato a termine l’opera al posto del maestro.

L’opera rappresenta una giovane donna nuda distesa su un letto che osserva provocatoriamente l’osservatore e nasconde il proprio pube con una mano, mentre stringe nell’altra dei fiori; indossa un prezioso bracciale ed un anello nero, il colore chiaro della sua pelle e delle lenzuola sono in contrasto con le tinte scure circostanti. Ai piedi della donna dorme un cagnolino mentre alle sue spalle, oltre una parete con un panneggio verde che divide in due il quadro e pone in risalto il pube di Venere, si intravedono inoltre due ancelle che cercano in alcune cassapanche dei vestiti per la signora; oltre una finestra con una colonna di marmo si trovano una pianta in un vaso e un mirto.

Fatta eccezione per la nudità, nulla nella bella e seducente castellana rinascimentale ricorda la dea Venere: soprannominare col nome della dea dell’amore i propri soggetti era un espediente adottato dagli artisti per giustificare la rappresentazione di scene erotiche.

Il dipinto è un’allegoria del matrimonio e doveva insegnare le virtù di una brava moglie a Giulia Varano, la consorte quattordicenne del duca. L’erotismo del soggetto rappresentato avrebbe dovuto ricordare alla giovane i suoi doveri coniugali mentre il cagnolino, simbolo di fedeltà, avvisava alla sposa che avrebbe dovuto riservare tali favori solo al proprio marito. Anche i fiori che Venere stringe in una mano hanno un significato, infatti rammentano che la bellezza è destinata ad appassire; la serva che osserva la bambina frugare nella cassapanca è invece un augurio di maternità. La pianta di mirto, sacra a Venere, è simbolo di verginità e purezza e veniva utilizzata dai romani per adornare i capi delle spose.

Abbiamo scoperto online un’interessante analisi dell’opera di Jozef Grabski che non propone l’interpretazione tradizionale che tutti conosciamo, il link è il seguente: http://www.repubblica.it/repubblicarts/venere/testo_ita.html .

La Venere di questo dipinto divenne un’icona di bellezza del Rinascimento e fu considerata un capolavoro per secoli. Trecento anni più tardi venne proposta una nuova Venere, più spregiudicata e provocatoria, ma soprattutto coerente con la rivoluzione artistica di quel periodo storico.

Nel 1863 Edouard Manet riprende in Olympia il soggetto della Venere di Urbino, reinterpretandolo con lo stile provocatorio e rivoluzionario che caratterizza Colazione sull’erba (terminato pochi mesi prima) e citando La Maja Desnuda di Goya. L’opera è stata realizzata in sole tre sedute.

Olympia è sdraiata nella medesima posizione di Venere: il capo, con gli occhi che incontrano sfacciatamente quelli del pittore, è alla sinistra della tela e i piedi sono a destra; con una mano la donna nasconde il proprio pube e con l’altra afferra il lenzuolo su cui giace (la Venere di Tiziano stringeva invece dei fiori). Alle sue spalle una parete con un tendaggio verde divide a metà il dipinto proprio come nell’opera di Tiziano. Olympia tuttavia non è una nobildonna, ma una prostituta sdraiata nella camera in cui lavora: ce lo rivelano il nome tipico delle etere che l’artista ha scelto per lei, la posa comune nelle fotografie pornografiche dell’epoca, la cameriera nera che le porge i fiori di un ammiratore e sostituisce le ancelle della Venere di Urbino, il gatto con la coda tesa che simboleggia la vita sregolata della donna (ma anche la libertà e l’emancipazione che le donne iniziavano ad acquisire in quegli anni) e che è in contrasto con il cagnolino addormentato. Manet sfida inoltre le convenzioni dell’epoca rappresentando una donna che, pur essendo molto sensuale, non è bellissima come la Venere di Urbino, ma è troppo magra per i canoni dell’epoca e caratterizzata da tante piccole imperfezioni fisiche: si tratta della modella Victorine Meurent, presente anche in Colazione sull’erba.

La modernità dell’opera non è dovuta solo al tema: il mazzo di fiori offerto dalla cameriera di colore è stato infatti realizzato con una tecnica impressionista in quanto è costituito da macchie indefinite di colore, realizzate con pennellate rapide e piccole, perciò assume un aspetto realistico solamente se viene osservato da lontano. L’opera è stata realizzata mediante il contrasto tra tinte chiare e scure, tra colori caldi e freddi. Le forme sono tondeggianti ed appiattite a causa dei colori e dei contorni scuri che richiamano l’arte giapponese.

Il dipinto venne presentato alla manifestazione del Salon del 1865: la perplessità del pubblico per la volgarità del tema fu tale che gli operatori della mostra ritennero opportuno spostare il dipinto in un punto più alto per evitare che venisse ammirato con attenzione. Manet rimase profondamente ferito dalle critiche negative ricevute; di seguito sono riportate quelle più significative, di cui abbiamo azzardato una traduzione.

La vue de cette toile défierait la mélancolie la plus intense, la douleur la plus exaltée; il faut rire en la regardant…” (La vista di questo dipinto sfiderebbe la malinconia più intensa, il dolore più esaltato; fa ridere, guardandolo) Leroy.
Je dois dire que le còte grotesque de son exposition tient a deux causes: d’abord à une ignorance presque enfantine des premiers elements du dessin, ensuite, a un parti pris de vulgarité inconcevable” (Devo dire che il lato grottesco della sua mostra ha due cause: in primo luogo in un’ignoranza quasi infantile dei primi elementi del disegno, quindi un pregiudizio volgare inconcepibile) (Chesneau, “CL” 1865).
lci. il n’y a rien, nous sommes fachés de le dire, que la volonté d’attirer les regards a tout prix” (qui. non c’è nulla, ci dispiace dire, oltre che il desiderio di attirare l’attenzione a tutti i costi) (Gautier. “MU” 1865).
Infinela celebre critica di Paul de Saint-Victor (“PR” 1865): “La foule se presse comme a la Morgue devant l’Olympia faisandée de M. Manet. L’art descendu si bas ne mérite pas qu’on le blame” (La folla si raduna come alla camera mortuaria davanti all’Olympia di Monsieur Manet. L’arte scesa così in basso non merita la colpa.

Ferito nel profondo, Manet sfoga le proprie frustrazioni in una lettera indirizzata all’amico Baudelaire (le cui poesie hanno certamente influenzato la sua pittura, soprattutto per quanto riguarda il gatto e il tema della prostituzione), che gli risponde con severi rimproveri per spronarlo ad avere coraggio seguendo l’esempio di altri pittori che non sono stati accolti positivamente nell’immediato dalla critica. Qualche giorno dopo, Baudelaire scriverà a Champfleury: “Manet a un fort talent, un talent qui resisterà. Mais il a un caractère faible. Il me parait désolé et étourdi du choc- Ce qui me frappe aussi, c’est la joie des imbéciles qui le eroient perdu” (Manet ha un forte talento, un talento che resisterà. Ma ha un carattere debole. Sembrava dispiaciuto e stordito dallo shock – Ciò che mi colpisce anche, è la gioia degli imbecilli che lo credono perso).

Alla morte di Manet l’opera fu messa all’asta ma nessuno la comprò. Nel 1889 fu esposta al Palais de Beaux-Art dell’Exposition Universelle e attirò l’attenzione di un collezionista d’arte americano, ma gli impressionisti volevano esporla al Louvre. Il pittore Sargent avvertì Monet, che organizzò una sottoscrizione affinché l’opera fosse destinata allo stato. L’iniziativa ebbe successo e l’opera fu esposta al Musée du Luxembourg, per essere esposta al Louvre solamente dopo il 1907. Oggi è possibile ammirare il dipinto presso il Museo d’Orsay.

Fonti

Questo  articolo verrà pubblicato in “Are you art?”  N.7 (Settembre 2015)

Recensione di “A ciascuno il suo” di Sciascia

“Proverbio, regola: il morto è morto diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi di salvare il ferito. Un siciliano invece vede il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è appunto l’assassino[…] Io non sono siciliano fino a questo punto: non ho mai avuto inclinazione per aiutare i vivi, cioè gli assassini, e ho sempre pensato che le carceri siano un più concreto purgatorio.”

Nel 1964 un distinto e rispettato farmacista riceve una lettera anonima in cui viene minacciato di morte in seguito ad una sua imprecisata colpa. Essendo benvoluto in paese e non avendo mai recato danno a nessuno, il farmacista non diede peso all’evento, purtroppo qualche giorno più tardi venne ucciso durante una battuta di caccia con un suo amico, il dottor Roscio. La polizia sospetta che i due uomini fossero stati uccisi per una relazione extraconiugale del farmacista con una sua cliente, tuttavia il professor Laurana sospetta che non sia così.

Leonardo Sciascia pubblicò presso Einaudi nel 1966 A ciascuno il suo, un giallo di 151 pagine il cui titolo è la traduzione di unicuique suum, un’espressione tipica della legislazione latina parzialmente riportata sul retro della lettera minatoria.

Il romanzo propone un affresco della società siciliana degli anni Sessanta, infatti il professor Laurana indagherà nel proprio paesino e nel capoluogo di provincia incontrando preti, politici, letterati, giuristi e membri della borghesia siciliana che svolgono le più svariate professioni. Si tratta di una società governata da soli uomini, infatti le due uniche donne che compaiono nel romanzo rivestono i ruoli di madre e di moglie.

Anche se non viene mai nominata direttamente nel romanzo, la società siciliana è affetta dal morbo della mafia e della sua assurda morale per cui “il morto è morto, diamo aiuto al vivo”. Laurana è il protagonista del romanzo e svolge la funzione di detective nelle dinamiche del genere giallo, ma dovrà scontrarsi con una assurda morale che prevede di proteggere gli assassini insabbiando le loro colpe.

Il profilo di Laurana non corrisponde affatto a quello di un paladino della giustizia. Innanzi tutto si tratta di un professore di lettere impacciato con le donne e succube della madre, acculturato senza distinguersi nella sua attività di letterato, inoltre è un pessimo detective: è poco attento a non lasciare tracce nel corso delle sue ricerche, si fida ciecamente delle persone, è ingenuo nelle motivazioni che lo portano a effettuare le indagini e nel non temere reazioni da parte dell’assassino.

Il libro si apre con la seguente nota: “Nel novembre del 1965 Italo Calvino scriveva a Sciascia a proposito di A ciascuno il suo: <HO letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano>. Non solo la morale a favore degli assassini ostacola l’indagine delle ricerche e il detective è un vero e proprio imbranato, ma ben presto il lettore scoprirà che l’identità dell’assassino e il movente erano noti sin dall’inizio. Il romanzo inoltre non segue lo svolgimento tipico dei gialli in quanto lo scioglimento della narrazione non corrisponde alla scoperta e alla punizione dei colpevoli con un conseguente al ritorno all’ordine, ma eviteremo di fornire ulteriori informazioni per non rovinarvi la lettura.

Il romanzo è breve e di scorrevole lettura, inoltre contiene dei pregevoli riferimenti letterari, soprattutto per quanto riguarda Voltaire. Nel 1967 fu realizzato un omonimo film diretto da Elio Petri.

Qualche critica a Expo

Durante la stagione estiva 2015 Milano ospita Expo, un’attrazione che sta attirando un considerevole numero di turisti soprattutto grande all’opera di pubblicizzazione messa in atto dai media. Noi di Acqua e limone ci siamo recati sul posto per esprimere un giudizio al riguardo: molto è stato detto sulla vergognosa corruzione e l’illegalità dietro le quinte di Expo, noi invece vogliamo valutare il prodotto finale e il messaggio che la manifestazione sta trasmettendo ai suoi visitatori.

Le installazioni, costituite in prevalenza da video e altri prodotti altamente tecnologici, sono spesso grandiose e altamente scenografiche, ma il loro messaggio è spesso debole e di difficile identificazione. L’argentina, per esempio, ha realizzato delle sbalorditive macchine in legno che colpiscono lo spettatore e significano… che cosa? Il messaggio sembra essere più chiaro leggendo il profilo dell’Argentina sul sito di Expo, ma non è così immediato durante la visita del padiglione.
Quando il messaggio trasmesso dal padiglione è più comprensibile, esso è caratterizzato da una retorica elementare, basata sulle sensazioni, volta a persuadere il visitatore della grandezza del paese anziché fornire informazioni utili. Forse per trasmettere un messaggio di amore e rispetto per la natura, l’Azerbaigian ha installato dei fiori artificiali dotati di una lampadina che si accende tendendo una mano sopra di essi. Lo spettatore in questo modo non è indotto a riflettere sulle caratteristiche del paese, ma viene persuaso con uno sciocco messaggio di carattere quasi pubblicitario che l’Azerbaigian ama la natura. In che modo l’Azerbaigian tutela il patrimonio naturale? Quali sono le bellezze naturali dell’Azerbaigian? A queste e molte altre domande rispondono dei pannelli digitali con troppe immagini e poche informazioni complete, adatte alla preparazione di un bambino delle elementari anziché di un cittadino di cultura media.
Uno dei padiglioni più ricchi di informazioni è quello dell’Irlanda, ma proprio per questo è risultato noioso per molti visitatori. Il messaggio relativo alla straordinaria bellezza dei paesaggi irlandesi, al loro clima e alla produzione agricola è stato ben strutturato, ma l’assenza di installazioni tecnologiche monumentali lo ha reso poco interessante per coloro che cercavano più intrattenimento che informazioni oggettive. Ciò dimostra che l’Expo ha fallito, perché promuove più il divertimento che la riflessione su una tematica importante come l’alimentazione.

Molti padiglioni sono dedicati ad aziende che hanno pagato per esporre il proprio marchio all’interno di Expo; tali strutture non contribuiscono al dialogo sull’alimentazione in modo costruttivo, ma sono semplicemente delle trovate pubblicitarie. Tra i principali padiglioni pubblicitari citiamo Enel (che relazione esiste tra l’energia e il cibo resterà per noi un mistero), Telecom (altra “intrusa” in un’esposizione dedicata all’alimentazione), Coca Cola, Lindt, McDonald’s. Come si può riflettere sull’alimentazione se i prodotti esposti sono stati scelti per ragioni pubblicitarie, oscurando la concorrenza e senza mostrare l’intera varietà di prodotti disponibili sul mercato? Mi rendo conto che qualche marchio deve pur sponsorizzare la baracca, ma ciò non dovrebbe compromettere la trasmissione di un messaggio etico e rispettoso della varietà del mercato in quanto Expo è un’esposizione universale, non un grande magazzino. Alcuni marchi, come Coca Cola e McDonald’s, meriterebbero di essere criticati, invece vengono rappresentati come dei rispettabili sponsor.

Anche ad Expo le società più forti oscurano le più deboli, ciò avviene non solo circa i prodotti alimentari, ma coinvolge anche gli stati: anziché trattare in modo equo gli stati  partecipanti, expo offre visibilità ai padiglioni più ricchi a scapito di quelli più poveri. Ciò non riguarda soltanto le dimensioni (il padiglione del Brasile, per esempio, è più del doppio del padiglione del Vietnam), ma anche la natura degli elementi esposti. I padiglioni dei paesi ricchi stupiscono infatti i visitatori con tecnologie all’avanguardia e marketing avvincente, i paesi poveri possono solo esporre alcuni prodotti artigianali.
Molti paesi africani subsahariani, tra cui l’Uganda e il Burundi, condividono un unico grande padiglione e devono accontentarsi di uno stanzino ciascuno. Al posto dei video proiettati dai televisori al plasma come gli altri padiglioni, esibiscono dei miseri poster e qualche cimelio artigianale. Unico argomento dei loro padiglioni è il caffè, che viene venduto in piccoli bar, ma non viene affatto affrontato il tema della fame del mondo e i problemi economici della regione. Siamo consapevoli del fatto che tali argomenti avrebbero potuto annoiare un visitatore alla ricerca di svago, ma evitando di affrontarli del tutto è venuto meno lo scopo di expo, che avrebbe dovuto spronare a ragionare sulla situazione mondiale attuale per migliorarla anziché divertire i visitatori come se fosse di un parco dei divertimenti.

Per intrattenere il suo pubblico l’expo ha mostrato solo gli aspetti positivi dell’alimentazione e ha evitato di approfondire i problemi: non solo ha evitato di trattare la questione dell’Africa, ma ha omesso anche le questioni degli ogm e delle piantagioni (noi abbiamo avuto solo un giorno per visitare Expo, pertanto abbiamo dovuto rinunciare a molte attrazioni. Ci auguriamo che Expo abbia affrontato tali problemi nei padiglioni che non abbiamo visitato, ma ne dubitiamo); bisogna invece riconoscere che Expo ha affrontato con efficacia la questione dello spreco nel Padiglione Zero. E’ inoltre meritevole il padiglione della Francia, che ha trattato alcune tematiche urgenti dell’alimentazione in alcuni video.

L’Expo offre a ciascuno stato partecipante l’occasione di effettuare pubblicità, esibendo gli aspetti positivi del proprio paese e occultando quelli negativi: la percezione del mondo trasmessa da Expo è quella di vivere in un pianeta bellissimo in cui sono veramente pochi i problemi, ma sappiamo che non è affatto così. Si tratta di un messaggio fasullo e pericoloso, perché inganna le persone e non le sprona a domandarsi come rendere questo pianeta un posto migliore in cui vivere. Alcuni padiglioni hanno persino effettuato propaganda politica esplicita, il cortometraggio proiettato dalla Cina, per esempio, inizia con un discorso del presidente della nazione e il terzo video del padiglione della Thailandia è un vero e proprio omaggio al re del paese, che viene rappresentato come un magnifico filantropo adorato dai bambini. Gli Stati Uniti proiettano un discorso di MIchelle e Obama all’ingresso del loro padiglione, ma non credo che in questo caso si tratti di propaganda politica perché i coniugi Obama offrono un interessante riflessione sul cibo.

L’oggetto dell’esposizione è il cibo, ma i ristoranti e i bar disseminati per Expo non sono a buon mercato; ne consegue che il visitatore è costretto a selezionare pochi bar e, siccome in pochi desiderano abbuffarsi, la maggior parte predilige pietanze straniere che ha già assaggiato in passato, senza sperimentare la cucina di paesi che non conosce. Tra i padiglioni che abbiamo visitato solo la Polonia offriva degli assaggi (niente di dignitoso però: solo un bicchiere di succo di mela e delle mele essiccate), mentre per sfamarsi a basso prezzo il pubblico è costretto a ripiegare su McDonald’s, la cui presenza ad Expo è vergognosa dato che promuove un regime alimentare dannoso per la salute, o sul supermercato del futuro di Coop (ma è purtroppo un po’ deludente sfamarsi in un supermarket ad una manifestazione dedicata al cibo, nonostante Coop abbia realizzato un padiglione ben strutturato).

Molti dei padiglioni più piccoli si sono rivelati molto più interessanti dei concorrenti di grandi dimensioni perché hanno permesso di scoprire qualcosa di interessante sui paesi che rappresentano esponendo dei prodotti artigianali locali. E’ il caso dell’Ungheria, che ha ospitato nel proprio padiglione degli artigiani al lavoro, e del Vietnam, che ha allestito un piccolo mercatino di souvenir. Sono inoltre molto interessanti gli spettacoli di danze locali che molti padiglioni hanno offerto ai visitatori e le parate delle bande.

Il risultato complessivo di Expo è la creazione di un immenso luna park che non vuole proporre alcuna discussione razionale sul cibo né ambisce a proporre soluzioni su come migliorare il mondo i cui viviamo, ma intrattiene i visitatori con attrazioni futili e la pubblicità di stati e marchi commerciali, che talvolta sfocia in propaganda politica.

Recensione di “La luna e i falò” di Cesare Pavese

La luna e i falò viene scritto da Cesare Pavese nel 1949 e pubblicato nel 1950, pochi mesi prima del suicidio dell’autore (di cui il 27 agosto 2015 sarà il sessantacinquesimo anniversario). Ho scoperto online una prima edizione venduta su ebay a 190,00 €, di cui condivido con voi la fotografia.

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Il romanzo racconta la storia di un trovatello vissuto nelle Langhe che, dopo aver fatto fortuna in America, ritorna nella sua terra. Anguilla, così era soprannominato il protagonista durante l’adolescenza, lasciò gli Stati Uniti perché non riuscì a trovarvi ciò che apprezzava delle Langhe, ma al suo ritorno ritrovò la sua terra d’origine completamente cambiata: nessun paesano che conosceva era sopravvissuto o era in grado di riconoscerlo e il paesaggio era mutato completamente.

L’unico personaggio che si ricordava di Anguilla era Nuto, un amico d’infanzia più grande che da bambino Anguilla aveva scelto come esempio da seguire. Anguilla scoprì che, con il trascorrere degli anni, il suo rapporto con Nuto era cambiato: i due amici potevano ora confrontarsi alla pari. Anche se non ha viaggiato come Anguilla e ha solamente suonato il clarino nelle feste dei villaggi della zona, Nuto ha maturato un’analoga esperienza di vita.

Ritornando nell’abitazione in cui aveva vissuto con i genitori adottivi, Anguilla incontrò Cinto, un ragazzo zoppo in cui si riconobbe e nel quale cercò di risvegliare gli stessi desideri che aveva da ragazzo. Quando il padre di Cinto uccise l’intera famiglia e diede fuoco all’abitazione, Anguilla e Nuto si presero cura del ragazzo.

Gli avvenimenti non vengono narrati in ordine cronologico ma sono esposti seguendo il flusso dei pensieri del narratore interno al racconto (Anguilla) con continue analessi. Ne consegue, per esempio, che numerosi episodi riguardanti Irene, Silvia e Santa, le tre bellissime figlie del datore di lavoro di Anguilla durante l’adolescenza, vengono narrati seguendo un ordine funzionale alle riflessioni implicite o esplicite del narratore.

Il narratore è Anguilla, che ripercorre la propria storia in un periodo successivo al suo trasferimento negli Stati Uniti. La narrazione degli eventi è intervallata da riflessioni sul passato di Anguilla e sull’esistenza in generale. In queste riflessioni è racchiuso il significato dell’opera, un senso misterioso e complesso che è difficile da afferrare.

Per recensire La luna e i falò di Cesare Pavese non scriverò un saggio breve come quelli a cui siete abituati, in quanto preferirò soffermarmi sulle mie impressioni personali realizzando una vera e propria recensione. Questa mia scelta è dovuta al fatto che Internet abbonda di informazioni e analisi a tal punto che non potrei aggiungere nulla di originale, inoltre non sono in grado di dimostrare la veridicità dei molti dati disponibili online, su cui si fonderebbe il mio scritto.

Siccome ciò che ho trovato in rete è molto interessante, ho deciso di condividerlo con voi realizzando un elenco delle pagine web che ho maggiormente apprezzato.

  • http://www.atuttascuola.it/SCUOLA/italiano/la_luna_e_i_falo.htm A tutta scuola offre un’analisi semplice e esaustiva del romanzo, sezionandolo con precisione chirurgica in ogni suo aspetto. Si tratta del testo ideale per i meno esperti in letteratura, ma fornisce una letteratura interessante anche per uno studente universitario. Non ho tuttavia apprezzato il paragrafo dedicato ai personaggi secondari, in quanto non focalizza le loro caratteristiche essenziali. Irene, Silvia e Santa, per esempio, sono menzionate sbrigativamente, mentre per le tre fidanzate di Anguilla sono state scritte più righe del dovuto.
  • http://www.italialibri.net/opere/lunaeifalo.html Questo articolo espone gli aspetti essenziali del romanzo e lo considero un efficace invito alla lettura. Sembrerebbe che si tratti di un testo affidabile in quanto è stato scritto dalla redazione del sito web, che è composta da membri qualificati.
  • http://www.criticaletteraria.org/2012/01/la-luna-e-i-falo-di-cesare-pavese.html Si tratta di un articolo molto interessante perché non solo presenta la trama e le tematiche principali del romanzo, ma sono stati disseminate nel testo anche tante piccole citazioni e curiosità che dilettano il lettore che desidera saperne di più.
  • http://www.luzappy.eu/ita_quintad/pavese.htm Questo articolo è un autorevole estratto proveniente da un libro cartaceo citato dal titolare del sito web, perciò è attendibile. E’ molto utile per avere una panoramica completa della produzione di Pavese e sono molto interessanti gli ultimi due paragrafi, dedicati all’ultimo romanzo dell’autore e al suo suicidio.
  • Internet mette a nostra disposizione numerose pagine di citazioni tratte dal libro. Non Sempre i responsabili dei siti web hanno pubblicato quelle che a mio parere sono le ctazioni più importante, ma il loro contributo è comunque utile per coloro che desiderano citare  il romanzo. Ecco due delle numerose pagine disponibili online: http://www.frasicelebri.it/s-libro/la-luna-e-i-falo/ http://www.liosite.com/opera/la-luna-e-i-falo/

Su Youtube ho scoperto una strepitosa lezione universitaria sul romanzo tenuta dal Prof. Bonino:

Secondo il professore il romanzo tratterebbe il “dopo” della Resistenza, così ho cercato le tracce di questo tema all’interno dell’opera. La narrazione si sofferma essenzialmente sulle vicende personali dell’autore e descrive il luogo e la società in cui vive attraverso il filtro della percezione del protagonista. L’opera non vuole dunque essere una descrizione realista della società delle Langhe nel Dopoguerra, ma probabilmente vuole trasmettere un’indefinita sensazione di radicale, assoluto e definitivo mutamento dovuto alla guerra. Così come Anguilla ha ritrovato il proprio paese completamente cambiato dopo essere tornato dall’America, gli uomini hanno ritrovato l’ambiente in cui vivono irreparabilmente differente.

Il solo episodio riguardante la Resistenza è l’esecuzione di Santa, il Dopoguerra viene descritto invece solamente attraverso la descrizione del ritrovamento dei corpi di due Repubblichini, che offrono l’opportunità di scrivere un capitolo di implicita denuncia (lo stile è realista, l’autore implicito perciò sembra astenersi da ogni giudizio) sullo sfruttamento da parte della chiesa del passato come propaganda anticomunista.

Recensione di “La pioggia fa sul serio” di Guccini e Macchiavelli

La pioggia fa sul serio è l’ultimo giallo scritto a quattro mani di Guccini e Macchiavelli, un avvincente romanzo ambientato sugli Appennini.

In rete circolano una discreta quantità di interviste e articoli che consentono di apprendere qualche succosa curiosità sugli autori e la scrittura del libro. Noi di Acqua e limone ci siamo serviti di questi articoli per accertarci della veridicità delle informazioni in nostro possesso e per rendere più interessante questa recensione, che nonostante ciò non deve essere considerata una mera opera di copiatura perché abbiamo cercato di scrivere un testo autonomo e originale.

Ecco gli articoli:

L’opera è l’ultima avventura di Poiana, un agente della forestale di un paesino degli Appennini Emiliani che deve scoprire l’assassino di un geologo che si occupa di losche ricerche nei boschi della zona. Ben presto il numero dei morti aumenta con l’omicidio di un “selvatico” abitante dei boschi che vive di attività rurali gestite con tecniche pre industriali, inoltre vengono compiuti due tentati omicidi. Con l’aiuto di un maresciallo poco abituato agli spostamenti in montagna e alla mentalità locale, Poiana riuscirà a scoprire la verità e riportare l’armonia tra i suoi monti.

La popolarità di Guccini certamente ha aiutato questo romanzo a farsi strada tra gli scaffali delle librerie italiane, nonostante ciò si tratta di un romanzo di tutto rispetto, che merita l’attenzione ricevuta. Guccini è andato in pensione in qualità di cantautore, tuttavia non ha alcuna intenzione di abbandonare la sua attività di scrittore e in particolare di giallista: i suoi libri escono in libreria con regolarità e sono apprezzati da un vasto pubblico. Spesso il cantautore promuove i suoi libri nelle librerie e in varie manifestazione, offrendo ai suoi fan l’opportunità di incontrarlo e conoscere la sua straordinaria personalità.

Loriano Macchiavelli ha collaborato alla pari con Guccini alla scrittura del libro ed è un autore eccellente, eppure il suo nome viene spesso oscurato dalla celebrità del cantautore. Macchiavelli è uno scrittore italiano noto per aver dato vita al personaggio di Sarti Antonio, un poliziotto protagonista di gialli avvincenti; l’autore ha inoltre composto pièces teatrali e ha scritto racconti.

La collaborazione tra i due scrittori è iniziata nel 1997 e uno dei loro massini successi riguarda le avventure del maresciallo Santovito, un carabiniere campano esiliato sugli appennini per non aver chiuso un occhio sui crimini commessi da giovani protetti dal partito fascista. Nonostante non abbiamo scritto alcuna recensione delle imprese di Santovito, abbiamo letto tutte le sue indagini e ve ne consigliamo vivamente la lettura. Anche se i cinque romanzi di Santovito non sono ambientati nei giorni nostri, i romanzi hanno molto in comune con le avventure di Poiana, soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione appenninica, la ricostruzione dello stile di vita locale e la descrizione dei mutamenti dovuti al trascorrere degli anni.

Il romanzo vuole essere un opera di denuncia della trascuratezza dei boschi appennini da parte dell’uomo. Le frane e il passaggio di quad, moto cross e altri mezzi motorizzati infatti minacciano un territorio abbandonato da una popolazione che, non ricavandone più sostentamento, se ne disinteressa. La montagna è vissuta per lo più come un’attrazione turistica: nel romanzo viene citato un agriturismo e uno dei personaggi principali è un ricco inglese trasferitosi in Emilia per studiare gli antichi edifici religiosi della zona. Gli Appennini descritti sono quelli in cui Guccini e Macchiavelli vivono attualmente, pertanto i romanzi sono una preziosa testimonianza della loro esperienza.

Gli autori non distolgono tuttavia l’attenzione dal passato della regione, dalla memoria contadina, dalle tradizioni e dalle leggende della zona: la storia ha lasciato marcate e preziose tracce nel presente di Poiana, che impreziosiscono il racconto offrendoci un affresco a tutto tondo della cultura appenninica emiliana. Leggendo le interviste di cui vi abbiamo riportato i link scoprirete che gli aspetti storico-artistici del romanzo, nonché le “chicche” sulle tradizioni locali, sono stati curati proprio da Guccini, molto più esperto in materia di Macchiavelli.

Poiana stringe una relazione sentimentale con la bella Betty, ma non vengono mai raccontate scene di sesso. Gli autori rivelano di non amare particolarmente la scrittura di desti di carattere sessuale e non è certo nostra intenzione spronarli a forzare la loro inclinazione artistica, tuttavia questa lacuna danneggia, anche se in maniera non irreparabile, la buona riuscita del libro. Speriamo che almeno uno dei due scrittori cambi idea al riguardo e decida di occuparsi di sequenze di sesso nei prossimi libri.

Il veliero di Genova

Nel Porto Antico di Genova, nei pressi dell’Acquario, è ormeggiato il veliero Neptune (spesso erroneamente chiamato galeone), costruito per essere il set cinematografico del film Pirati di Roman Polanski (1986), con Geena Davis e Walter Matthau. Il lungometraggio è stato ormai dimenticato dopo il successo dei Pirati dei Caraibi, ma il veliero è tuttora visitabile presso il capoluogo ligure ed è amatissimo dai soprattutto bambini.

Si tratta di una fedele ricostruzione storica di un veliero spagnolo del XVII secolo, realizzata in un cantiere navale della Tunisia. Per promuovere il fillm Pirati, è stato ormeggiato a Cannes in occasione del celebre festival di cinematografia. L’imbarcazione è stata utilizzata non solo da Polanski, ma anche durante le riprese della miniserie televisiva Neverland, La vera storia di Peter Pan di Nick Willing.

Sono state aggiunte alcune caratteristiche moderne: la parte immersa dello scafo è in acciaio e la nave è dotata di un motore ausiliario che consente di navigare alla velocità di tre nodi. Tali agevolazioni moderne sono tuttavia perfettamente nascoste all’occhio degli osservatori e soprattutto dei passeggeri, che hanno l’illusione navigare con il solo ausilio delle vele dei tre alberi della nave.

Il veliero è apprezzabile soprattutto dai bambini, ma anche gli adulti possono trovare interessante la ricostruzione; i più grandi pagano 6 euro, 5 euro se hanno meno di venticinque anni (o se si tratta di studenti universitari, non ricordo), non saprei invece indicare il prezzo riservato ai bambini perché non ho visitato l’imbarcazione in compagnia di minori.

Il veliero del film di Polanski è potenzialmente una straordinaria attrazione turistica, ma non è adeguatamente sfruttato e, a causa della negligenza dei responsabili dell’imbarcazione, risulta addirittura deludente. Il veliero è infatti privo di arredi e gli interni sono chiusi a chiave, fatta eccezione per la stiva e la sottocoperta che il visitatore deve inevitabilmente attraversare per accedere al ponte. Per rendere più accattivante il galeone agli occhi dei bambini sono state aggiunte orrende decorazioni in plastica come una pacchiana polena maschile e un irrealistico scranno su cui è seduto uno scheletro all’ingresso del veliero (per quale motivo un cadavere dovrebbe trovarsi in una nave? I morti venivano gettati in mare…); il risultato è che tali addobbi annientano il realismo che caratterizzava l’imbarcazione nel lontano 1986, quando era stata progettata per ricreare fedelmente un’ambientazione del XVII secolo. Il veliero compirà 30 anni nel 2016 ma molto probabilmente nessuno ha mai pensato di restaurarlo, in quanto molte travi sono spezzate o scheggiate.

Nonostante ciò la visita è stata molto interessante perché non credo che mi capiterà nuovamente di salire su un veliero spagnolo.

Fonti:

  • Wikipedia
  • Tripadvisor
  • Visita presso il veliero dei pirati di Genova in data 25 luglio 2015