Violazione dei diritti umani in carcere

CARCERI: SUICIDIO BLEFARI, IMPICCATA IERI SERA CON LENZUOLA

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Questo recita l’articolo 27 della nostra Costituzione. La situazione dei penitenziari invece è disastrosa, al punto che spesso vengono violati i diritti umani fondamentali e che l’Italia ha subito diverse condanne dall’Unione Europea. Secondo l’associazione Antigone, che monitora pubblicamente lo stato dei penitenziari italiani, il sovraffollamento medio delle carceri è del 113,3% e che in quattro penitenziari sui 51 analizzati non sono garantiti i 3 metri quadrati per detenuto  obbligatori.

Il numero di decessi e suicidi è elevatissimo, basti pensare che dall’inizio dell’anno a fine maggio si sono verificati in carcere 31 decessi di cui 24 suicidi, un dato che non possiamo tollerare, con una media di cinque morti al mese. A febbraio si sono contati quattro suicidi in un solo giorno e nell’anno 2016, in totale, si sono verificati centoquindici suicidi. E’ stata inoltre registrata una vergognosa anomalia: un’elevata percentuale delle persone rinchiuse sono detenuti in attesa di giudizio. Nelle carceri italiane inoltre sono bassissime le opportunità di lavoro e formazione, le quali per legge dovrebbero essere garantite ai detenuti per reinserirli nel contesto sociale al termine della pena, come stabilito dalla Costituzione.

Nonostante il regolamento, in carcere è molto diffuso il consumo di stupefacenti, così come le problematiche sanitarie e il disagio psichico tra i detenuti. E’ inoltre accertato che i carcerati stranieri sono fortemente discriminati rispetto agli italiani in quanto faticano ad accedere alle misure alternative alla detenzione.

Per risolvere la questione è stato emanato nel 2014 il decreto “svuota carceri” dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, che tuttavia ha avuto effetti positivi di breve durata, infatti oggi il sovraffollamento delle carceri si è ripresentato con un totale di 56.289 detenuti per 50.211 posti a disposizione, secondo i dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Il risultato è che l’Italia è stata recentemente ripresa dal Consiglio d’Europa.

Articolo pubblicato sul cartaceo de “Lo sbuffo”

Otello, il moro di Venezia

Articolo tratto da Lo sbuffo.

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Otello è stato pubblicato per la prima volta nel 1622, il primo infolio risale invece al 1623 ma la prima rappresentazione si tenne a corte nel 1604; da tale informazione si presume che l’opera sia stata scritta tra il 1602 e il 1604.

Otello è un generale moro perfettamente integrato nella società della Repubblica di Venezia, che ha sposato in segreto Desdemona, figlia del senatore Barbantio. Iago, geloso di Cassio perché è stato promosso da Otello, decide di vendicarsi provocando la rovina del generale.

Iago induce Roderigo, innamorato di Desdemona, a rivelare a Barbantio che la donna ha sposato in segreto Otello. Il risentito genitore vorrebbe che fosse fatta giustizia, ma il doge non può punire Otello perché ha bisogno dei suoi servigi per sconfiggere i Turchi. I due sposi dopotutto sono sinceramente innamorati: Desdemona si è invaghita di Otello ascoltando le sue avventure quando questi era ospite a casa di Barbantio.

L’azione si sposta a Cipro, ove i veneziani stanno combattendo contro i Turchi, che vengono dispersi da una tempesta. Iago fa ubriacare Cassio e inscena una rissa tra lui e Roderigo, che costringe Otello a privare Cassio del suo grado militare. Iago convince Cassio a chiedere a Desdemona di intercedere per lui con Otello per fargli recuperare il titolo e l’onore, in questo modo riesce a scatenare la gelosia di Otello. Successivamente, il perfido militare lascia intendere a Otello che Desdemona lo abbia tradito con Cassio dopodiché, con l’aiuto dell’inconsapevole Emilia, sua moglie, entra in possesso di un fazzoletto di Desdemona, il primo regalo ricevuto da Otello. Iago nasconde il fazzoletto nella stanza di Cassio, poi gli chiede davanti ad Otello della sua relazione con una prostituta di nome Bianca. Otello crede che Cassio stia parlando di Desdemona, inoltre scopre il fazzoletto e crede che sia un regalo di Desdemona per il malcapitato.

Distrutto dal dolore e dalla gelosia, Otello è determinato ad uccidere la moglie e chiede a Iago di eliminare Cassio. Un messaggio portato Ludovico da parte del Doge richiama Otello in patria e assegna il comando di Cipro a Cassio, ma la gioia di Desdemona per il riscatto dell’amico Cassio e per poter tornare a Venezia con il marito sono interpretati da Otello, ormai folle di gelosia, come ulteriore prova del tradimento, tanto che il generale schiaffeggia e accusa in pubblico la moglie. Dopo una scenata di gelosia di Otello a Desdemona, Iago rassicura la donna sul fatto che il marito è stressato per questioni politiche. Quella sera Desdemona, in preda a un oscuro presagio, fa preparare il letto con le lenzuola nuziali da Emilia.

Iago convince Roderigo a uccidere Cassio, il quale viene ferito da Iago che, grazie alle tenebre, non viene riconosciuto e può quindi fingere di correre in soccorso dell’amico. Iago uccide Roderigo, affinché non parli, poi accusa del tentato delitto Bianca, imprigionandola.

Otello accusa Desdemona di  averlo tradito con Cassio e la inganna dicendole che il suo presunto amante è morto nell’agguato. Desdemona scoppia in lacrime, Otello la soffoca sul letto matrimoniale. All’arrivo di Emilia e degli altri personaggi, Otello confessa di aver ucciso la moglie e adduce come prova il celebre fazzoletto. Emilia comprende la verità ma, nel momento in cui si accinge a svelarla, Iago la uccide, poi fugge. Anche quando viene catturato, Iago si rifiuta di spiegare le ragioni delle sue malefatte, anche se una lettera di Roderigo chiarisce tutti i suoi intrighi. Otello, che ha capito il suo fatale errore, si pugnala a morte e muore sul corpo di Desdemona.

Otello è un moro, con tale termine si appellano varie popolazioni delle coste africane. Il protagonista è circondato da un’aura di ambiguità, infatti non è né bianco né turco: egli è, come i mori, islamico, ma per sposare Desdemona e per essere accettato a Venezia si converte al cristianesimo, infatti alla fine dell’opera sarà consapevole di finire all’inferno per l’assassinio commesso e, in generale, si evince la cristianità del personaggio dal suo linguaggio. Otello viene nominato comandante delle truppe veneziane; ciò dimostra che non c’è una vera e propria barriera razziale a Venezia, anche se il matrimonio con misto non era ben accetto e molto spesso Otello viene discriminato per le proprie origini. Otello è un individuo etnicamente diverso ma non è totalmente un outsider, appartiene ad una categoria intermedia. Non bisogna inoltre dimenticare che Otello è di sangue nobile. L’Inghilterra all’epoca di Shakespeare era alla ricerca di un’identità nazionale che funzionasse secondo un modello binario di opposizione tra bianco e nero: essere inglese doveva significare essere bianco, buono, positivo. Il problema di Otello è che non appartiene né alla categoria dei bianchi positivi, né a quella dei neri “negativi”. I neri sono accusati di praticare la magia: è il caso di Barbantio, che accusa Otello di aver stregato la figlia per indurla a sposarlo. Un tempo il ruolo di Otello veniva interpretato da un bianco dal volto dipinto perché veniva considerato disdicevole che una coppia mista come quella dei protagonisti si scambiasse effusioni in pubblico; oggi invece è considerato razzista attribuire tale ruolo ad una persona che  non sia di colore.

Iago è un personaggio malefico, tale caratteristica è accentuata dal fatto che non vengono specificate le ragioni delle sue malefatte. La sua cattiveria è evidente anche dal linguaggio scurrile che adotta e che contagerà Otello quando questi sarà indotto a credere nel tradimento di Desdemona. Iago è anche un regista: con i suoi intrighi tesse la trama della tragedia e riesce a indurre gli altri personaggi a fare ciò che desidera. Alcuni hanno sospettato che Iago fosse innamorato di Otello, una presunta omosessualità avvalorata anche dal fatto che l’antagonista della vicenda odia e persino insulta le donne. Iago impersona l’oscurità interiore, la malvagità, mentre Otello l’oscurità esteriore, la pelle scura. Su Otello gravano dei pregiudizi falsi perché la sua pelle inganna l’apparenza agli occhi dei razzisti mentre Iago, la vera mente del male, appare innocuo. Ciò dimostra l’infondatezza dei pregiudizi. L’importanza del personaggio di Iago è testimoniata anche dal fatto che nelle compagnie teatrali gli attori maggiori si scambiavano i ruoli di Otello e Iago.

Desdemona è l’ultima dei grandi personaggi ad apparire. Al termine dell’opera è l’unica a  conservare la sua  identità, infatti continuerà a proteggere Otello sino all’ultimo respiro. La differenza d’età tra Otello e Desdemona è notevole, infatti il primo è ormai in età avanzata mentre la seconda è giovane. Iago ha pregiudizi anche verso la città di Venezia e le sue donne: Desdemona sarebbe preda di una passione passeggera, ma per averle ceduto sarebbe corrotta e debole, come tutte le donne veneziane. Desdemona è una donna forte e tiene testa agli insulti che Iago le rivolge. Se Otello è tawny, né bianco né nero, Desdemona è fair; con questa definizione ci si riferisce al fatto che la donna è bionda e bianca, quindi bella esteticamente agli occhi dell’epoca, ma anche giusta; è così la donna ideale nel Seicento a Londra, chiara di pelle e retta nei modi. Desdemona non è la fragile fanciulla travolta per caso dagli eventi, decide consapevolmente di sposare Otello contro il volere del padre e di seguirlo a Cipro. Tuttavia è ancora giovane e inesperta degli uomini, di cui ha una visione idealizzata, cavalleresca. Agisce in buona fede, con innocenza, come quando si dispiace sinceramente per Cassio e il suo buon cuore è demonizzato da Iago e scambiato per amore da Otello. Descritta, chiamata da Otello my fair warrior, è anche donna guerriera. Desdemona incarna l’idea tradizionale di matrimonio e fedeltà.

Emilia è più anziana, ha maggiore esperienza degli uomini e quindi meno fiducia in loro. È una donna forte, conosce il marito, comprende i suoi crimini e riuscirà alla fine a ribellarsi a lui. Iago disprezza le donne e non accetta il sopruso della moglie, così la uccide. Essendo però lei a dare a Iago il fazzoletto di Desdemona, è corresponsabile del dramma, ma si riscatta venendo uccisa. Ha una visione spregiudicata delle donne, infatti stanno cambiando i rapporti tra uomo e donna: in assenza del marito, Emilia si assume gli incarichi sociali, gestisce gli affari

Bianca è una prostituta veneziana innamorata di Cassio, ma non ricambiata. Appare come una peccatrice, opposta a Desdemona, ma non è un personaggio negativo. Paradossalmente, è un’immagine speculare a Desdemona, le due si confondono

Nel 1606 venne emanata la Profanity act, una legge con cui il governo aumentò la censura nelle opere teatrali, ne conseguì che l’opera originaria dovette essere revisionata e in particolare vennero eliminate quasi tutte le bestemmie pronunciate da Iago, un personaggio all’origine estremamente scurrile. Grazie a tale legge venne però offerto più spazio alle figure femminili

E’ possibile effettuare un confronto tra la Londra per cui viene scritta l’opera e la Venezia in cui sono ambientati i fatti. Entrambe le città sono marinare e commerciali. L’Italia è sì il paese della Chiesa, ma di quella corrotta ed è opposta alla riforma protestante e anglicana; inoltre, le donne italiane sono massimo esempio di pessimi costumi in quanto lussuriose e corruttrici. Anche i sistemi di governo sono diversi: a Londra è istituita una monarchia assoluta, Venezia è invece un’oligarchia di nobili.

Nella Londra del primo ‘500 c’era una grande presenza di africani: se la loro pelle era molto scura erano chiamati Blackmores, altrimenti venivano nominati Mores  (mori); questi ultimi appartenevano a popolazioni dell’Africa centrale e della costa settentrionale. I Turchi non compaiono mai in scena, sono una minaccia incombente che non si concretizza mai. L’assenza dei turchi è un escamotage teatrale: si aspetta qualcosa che ci dovrebbe essere ma non arriva, come in Aspettando Godot di Beckett.

Nel 1600-1601 una delegazione del Marocco venne a Londra per trattare con la regina circa un eventuale alleanza contro gli Spagnoli, un evento che non si verificherà. Non è escluso che Shakespeare abbia conosciuto tali ambasciatori e che il  capo della delegazione sia andato al Globe per assistere ad un’oopera del bardo. Forse, subito dopo tale evento Shakespeare ha forse iniziato a scrivere Otello.

Un elemento di opposizione di cui si serve Shakespeare è il contrasto tra giorno e notte. La notte in Otello ha un ruolo fondamentale almeno in tre momenti: l’inizio dell’opera avviene di notte a Venezia; il secondo atto inizia con le tenebre a Cipro, con i festeggiamenti per la dispersione della nave dei Turchi durante una festa pubblica e la consumazione del matrimonio di Desdemona e Otello in una sorta di festa privata; la notte in cui Otello uccide Desdemona e si suicida. La vera tragedia inizia nel secondo atto, a Cipro. Il primo atto è invece comico-grottesco, serve a designare i personaggi.

Otello è un’opera, che è stata soprannominata in modo dispregiativo come la tragedia del fazzoletto in quanto il fulcro dell’azione consisterebbe nel mero ritrovamento dell’oggetto personale di Desdemona, inoltre l’opera è stata criticata per il fatto di trattare della semplice gelosia amorosa. Oggi noi sappiamo invece che si tratta di una tragedia profonda e di notevole spessore, che vi invitiamo caldamente di andare a vedere a teatro.

Fonti: Letteratura inglese del prof. Pagetti, Università degli studi di Milano

Il remake de “La mummia” delude

Articolo pubblicato su Lo sbuffo.

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CONTIENE SPOILER

“A volte ci vuole un mostro per combattere un mostro”

Il remake de La mummia si rivela una fallimento, un insensato miscuglio di antico Egitto, crociati e Dr. Jeckyll & Mr Hyde che, unendo il gotico al fantasy-storico, lascia insoddisfatto lo spettatore. La delusione è resa particolarmente amara dall’intensa campagna promozionale con cui è stato lanciato il film, che aveva lasciato sperare che il prodotto fosse di ben altra qualità.

Protagonista della vicenda è la principessa Ahmanet che, dopo aver ucciso il padre faraone e il fratellastro per ereditare il trono e aver iniziato un rituale demoniaco per riportare il dio del male Seth sulla terra, viene sepolta viva in Irap. Un invecchiato Tom Cruise nei panni di un affascinante tombarolo risveglia la mummia e la sua maledizione, diventando così il prescelto per portare a compimento il rito interrotto: dopo essere stato pugnalato con un’arma maledetta, potrebbe diventare l’invincibile erede di Seth sulla terra e il compagno della principessa egizia. Naturalmente Tom Cruise rinuncerà al male e sconfiggerà la crudele faraona, superando anche le proprie meschinità interiori che lo hanno portato a profanare tombe e a spezzare il cuore della bella bionda co-protagonista.

La trama sarebbe stata avvincente se non fosse stato per l’inserimento di elementi che poco hanno a che vedere con l’antico Egitto e che hanno portato ad un calo di stile rispetto ai primi film della saga. La principessa ha il potere di risvegliare i  morti e di controllare in particolare gli scheletri di alcuni crociati. Le antiche bende della mummificazione però hanno poco a che vedere con le cotte di maglia dei soldati di Cristo, i quali erano anche piuttosto ridicoli in quanto sembravano gli zombie di Thriller di Michael Jackson. E’ inoltre inspiegabile come tali personaggi potessero nuotare nel Tamigi nonostante le pesanti cotte di maglia.

Uno dei personaggi principali della vicenda è il Dr. Jeckyll, il quale suo malgrado è condannato a trasformarsi in Mr. Hyde. L’intrusione di un personaggio del più classico dei romanzi gotici è una stonatura che abbassa la qualità del film in quanto non ha nulla a che vedere con l’antico Egitto. Nello studio del dottore compaiono inoltre teschi di vampiri e altre mostruosità che sacrificano una possibile ambientazione egizia in favore dell’horror fantastico e, come abbiamo già accennato, del gotico. Anche le scenografie erano poco egiziane e molto dark: il colore dorato della sabbia del deserto e delle piramidi è stato sacrificato in nome del grigio e del nero.

Una nota positiva deriva dalla scelta di affidare il ruolo principale della mummia ad una donna anziché ad un uomo. La prescelta nei panni della protagonista è stata Sofia Boutella, una bellissima ballerina algerina che ha incantato il pubblico con un corpo mozzafiato e sofisticate acrobazie, effettuate aggrappandosi alle catene che la imprigionavano in una scena.

Una scena particolarmente accattivante riguarda il disastro aereo causato dalla maledizione della mummia, girato con vivido realismo. Le riprese sono state effettuate in un’area a gravità zero, dopo una preparazione di diversi mesi da parte del cast per poter affrontare l’impresa. La scena è stata girata in un vero aereoplano, chiamato vomit comet, ad altitudini differenti, così da generare periodi di circa venticinque secondi in assenza di gravità. L’impossibilità di poter determinare a priori gli effettivi movimenti degli attori in quel lasso di tempo ha conferito alle riprese un certo grado di improvvisazione e indeterminatezza che il regista Alex Kurtzman ha considerato essenziale nella riuscita delle stesse.

Dieci e lode per quanto riguarda gli effetti speciali, sebbene gli zombie cupi, decomposti e ciondolanti siano apparsi un po’ scontati. Le impetuose tempeste di sabbia, le esplosioni nelle scene d’azione e il make up cadaverico e decomposto della mummia erano estremamente efficaci e hanno reso il film accattivante.

Fonti:

http://www.mymovies.it/film/2017/themummy/

Una piccola sportiva

Questo articolo ha partecipato al concorso letterario “Il racconto nel cassetto” e purtroppo non ha vinto. In un post precedente troverete la prima versione del racconto. E’ dedicato ad un vecchio amico che non ce l’ha fatta, che rimarrà fermo per sempre ai suoi venticinque anni mentre la mia vita proseguirà. Ringrazio il mio ragazzo, che mi sprona sempre a scrivere quello che provo e a sperare di vincere qualche concorso letterario. Non sono orgogliosa di questo articolo perché il ritmo è troppo lento, ma spero che vi piaccia.

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Vittoria camminava a passettini svelti stringendo la mano della mamma e compiacendosi dell’orlo della gonnellina che strusciava contro le proprie gambe. Il vestito estivo non era particolarmente elegante per consentire alla bambina di giocare al parco con l’amica e il fratellino ma, ogni volta che lo indossava, Vittoria si sentiva comunque una principessa. Il vestito inoltre era rosso, il suo colore preferito, e aveva degli adorabili fiocchetti cuciti in vita con cui Vittoria si sentiva bellissima. La mamma appoggiava la mano libera sulla schiena del fratellino Lorenzo, che trasportava faticosamente, con entrambe le braccine, un pallone più grande di lui.

  • – Mamma, posso farti una domanda? – chiese timidamente Vittoria mentre cercava di camminare senza calpestare i bordi delle mattonelle
  • – Dimmi, Vicky
  • – Perché Francesca non può giocare a calcio? –

La mamma sospirò. – Francesca può giocare a calcio, può fare tutti i giochi che desidera. –

  • – Allora perché non la iscrivono a scuola di calcio? – insistette la bambina

La donna restò un attimo in silenzio, trattenendo una smorfia di disappunto e cercando disperatamente di evitare un argomento così fastidioso. Non riuscì a trovare alcuna scusa plausibile, così dovette rispondere suo malgrado la verità. – Perché è una femmina.

Vittoria rise. – Allora perché non la iscrivono a una scuola di calcio femminile?

  • – Di fatto non c’è nulla di male se a una bambina piacciono i giochi da maschio, però la gente la guarderebbe male. Non sta bene: le sue compagne di classe la prederebbero in giro. Un conto è consentirle di giocare con i suoi amichetti a calcio ogni tanto, ma iscriverla a scuola di calcio sarebbe troppo. Potrebbe giocare in una squadra femminile, certo, ma qui intorno non ce ne sono. Sono pochissime le bambine che giocano a calcio.

Francesca sussultò, sinceramente dispiaciuta ed irritata per la risposta della madre. – Ma mamma, a Francesca il calcio piace tantissimo, lei vorrebbe smettere di giocare a basket per iscriversi a scuola di calcio.

  • – La sua mamma non vuole, Vicky, e io sono d’accordo con lei – affermò la mamma spazientita, sperando di concludere la conversazione assumendo un tono autoritario
  • – Ma come?? Se io ti chiedessi di giocare a calcio tu non mi faresti felice?

La mamma non rispose subito, per qualche secondo si sentirono solamente i loro passi sulla ghiaia del vialetto.

  • – Per fortuna tu non sei una bambina come Francesca. A te piacciono le bambole e i vestitini

Vittoria si gonfiò di orgoglio e, felice di fare un dispetto la mamma, disse – Nella mia squadra di pallacanestro ci sono un sacco di maschi. A me piace giocare con il mio fidanzato.

La madre rise di gusto. – Ma certo, a scuola di basket giocano sia i maschi sia le femmine. E io sono felice di avere una figlia scatenata come te, che affronta i ragazzi a testa alta e riesce a giocare con loro senza particolari problemi.

Vittoria non aveva affatto intenzione di arrendersi. – Lo sai che io e Francesca giochiamo a calcio insieme?

La madre si spazientì. – Ascoltami bene. Ti ho iscritta a pallacanestro perché sei alta e grintosa, inoltre quando hai provato a frequentare danza e ginnastica artistica eri terribilmente goffa. Tu non sai giocare a calcio, sei una frana, perciò smettila immediatamente di atteggiarti da maschiaccio.

La donna si arrestò di fornte ad una graziosa villetta con giardino e i bambini si fermarono obbedienti al suo fianco. – Eccoci, siamo arrivati. Aspettiamo Francesca e la sua mamma qui. Smettiamola con questi discorsi, mi raccomando, non è educato.

 

La villa, dall’altro lato della strada rispetto al condominio di Vittoria, era particolarmente elegante e aveva un piccolo giardino con dei cespugli fioriti e ben potati. I bambini si avvicinarono al cancello per cercare i scorgere qualcuno dei numerosi gatti appartenenti ai padroni di casa, ma in quel momento erano tutti altrove.

Francesca e la madre uscirono dopo qualche minuto dal portone della villetta inseguite da un gattino dalla pelliccia scura e raggiunsero i tre sorridendo. Francesca portava con se un pallone ma, non appena vide che Lorenzo ne aveva portato uno con sé, lo gettò in un angolo del prato. La piccola aveva un caschetto biondo e un sorriso simpatico, indossava una maglietta a tinta unita e un paio di jeans adatti al gioco che non celavano il suo disinteresse per fiocchi e vestitini. Vittoria voleva molto bene a Francesca, inoltre era a proprio agio nel frequentare una bambina dai gusti sportivi perché aveva la possibilità di essere la migliore nella cura dell’abbigliamento (un gioco che la appassionava molto, sebbene chiedesse sempre aiuto alla mamma quando doveva scegliere cosa indossare) senza necessariamente far sentire inadeguata la propria amica; tuttavia la bambina non era pienamente consapevole delle proprie emozioni poiché era troppo giovane per comprenderle, tutto ciò che sapeva era che amava trascorrere i pomeriggi con Francesca giocando nel parchetto comunale.

Vittoria e Francesca si conoscevano perché erano vicine di casa e, come tutti i bambini troppo piccoli per gestire le relazioni interpersonali al di fuori della scuola, erano diventate amiche per volontà delle loro mamme, ma avevano stretto uno di quei rapporti sinceri e disinteressati che possono nascere solo durante l’infanzia. Inizialmente le bimbe si erano squadrate con diffidenza poiché avevano interessi differenti, ben presto però scoprirono di essere affascinate dalle reciproche differenze e sbocciò un sentimento bellissimo. Francesca era di un anno e qualche mese più grande, ma Vittoria sembrava una sua coetanea grazie alla statura elevata e ad un’ottima proprietà di linguaggio, perciò era perfettamente in grado di tenerle testa durante il gioco.

Il piccolo Lorenzo si adeguava ai giochi delle bambine più grandi con qualche difficoltà, dovuta alla differenza di età ed alla gelosia che Vittoria provava nei suoi confronti, ma era abituato a seguire ovunque la sorella maggiore e le sue amiche senza protestare. Minuto, dolce e introverso, il suo carattere era differente rispetto a quello delle due bambine, inoltre il piccolo si ostinava di imitare costantemente la sorella maggiore in tutto ciò che faceva, provocando suo malgrado l’irritazione della ragazzina.

 

Non appena il gruppo ebbe raggiunto il parchetto, le signore si sedettero su una panchina all’ombra e i bambini iniziarono a scorrazzare. La prima attività cui si dedicarono fu scalare gli scivoli al contrario, arrampicandosi con le braccia esili ma incredibilmente forzute e allenate per la giovane età, mentre il parco risuonava delle loro risa. Ben presto lo scivolo perse ogni interesse l’attenzione dei bambini fu attirata da un albero possente e nodoso, i cui ampi rami potevano facilmente trasformarsi in una nave pirata.

Nonostante Francesca fosse la più grande e si mostrassse molto paziente e protettiva nei confornti dell’amica, i giochi erano organizzati da Vittoria, i cui sforzi per eguagliare l’amica in agilità e velocità erano notevoli. La bimba era consapevole che per divertirsi insieme a Francesca avrebbe dovuto proporre giochi movimentati così, mossa da sincero affetto per lei, si adeguava ai suoi gusti senza che ciò comportasse chissà quale sacrificio: dopotutto, anche lei amava tali attività. Lorenzo ammirava incondizionatamente la forza e il coraggio delle ragazzine e tentava di attirare la loro attenzione con pericolose acrobazie effettuate dondolandosi dai rami più alti, ma non otteneva alcun risultato.

Non appena le due bimbe trovarono due bastoni di sufficiente grandezza scesero dall’albero e improvvisarono un duello di scherma:Vittoria impersonava una bellissima guerriera di cui seguiva le puntate in televisione, Francesca invece il Power Ranger rosso. Purtroppo le urla delle combattenti attirarono più volte l’attenzione delle mamme, che le richiamarono all’ordine: il nuovo gioco era troppo pericoloso per due femminucce.

  • – Anche Lorenzo sta giocando con un bastone! – protestarono le piccole.

Lorenzo aveva individuato nell’erba alta un grosso bastone e stava tiirando di scherma contro un avversario immaginario, ma le due madri non sembravano preoccupate per l’incolumità del bambino: dopotutto i maschi devono sfogare in qualche modo la propria innata aggressività. Le bambine protestarono, non riuscivano a comprendere come mai fossero state sgridate mentre il medesimo comportamento era tollerato se attuato da Lorenzo.

  • – Ho detto no! – la madre di Vittoria interruppe la figlia – Perché non fate un altro gioco? Guardate, Lorenzino ha portato una palla, potreste giocare a Schiaccia sette.

La sola dei tre cui piaceva la pallavolo era Vittoria, perciò Lorenzo e le bambine iniziarono a giocare a calcio. Vittoria era svantaggiata perché aveva poca dimestichezza con il calcio, ma era una ragazzina molto competitiva e riuscì a resistere alla meglio ad alcune azioni di Francesca. Vittoria era molto orgogliosa e avrebbe preferito essere in grado di sconfiggere l’amica, ma il gioco era troppo divertente per interromperlo con un litigio, così continuò a rincorrere la palla spensierata. La bambina però non accettava di essere sopraffatta dal fratello minore, più esperto di lei nell’arte del pallone, così i due bambini iniziarono a litigare e le mamme dovettero intervenire per ripristinare la pace.

 

  • – Ma perché dovete sempre fare i maschiacci? – chiese la mamma di Francesca, senza aspettarsi alcuna risposta
  • – Vittoria, avvicinati, devo rifarti la coda. Guardati, sei tutta spettinata. – ordinò l’altra donna attirando dolcemente a sé la figlia per un braccio.

Effettivamente sugli occhi di Vittoria ricadevano innumerevoli ciocche arruffate e il misero codino pendeva storto sulla sua nuca. La bambina accettò sbuffando di farsi pettinare, essendo impaziente di tornare a giocare: essere belle era importante, ma talvolta era altrettanto divertente correre libera, senza alcuna limitazione dovuta alla salvaguardia dell’aspetto esteriore. Vestirsi da principessa era appassionante quanto lo sport e quando giocava a calcio o a pallacanestro l’estetica assumeva un’importanza secondaria, eppure non per questo si sentiva meno femminile.

  • – Che bei capelli, Vittoria! – sospirò la mamma di Francesca e l’altra donna cinguettò orgogliosa un ringraziamento mentre armeggiava con i lunghi capelli ricci della figlia.
  • – Francesca, guarda com’è bella la tua amica. Non vorresti avere dei capelli lunghi come i suoi?- domandò ancora la madre

Francesca chinò il capo imbronciata e inarcò le spalle, facendosi piccola sulla panchina e nascondendo gio occhi tristi sotto il caschetto biondo. La madre, pur avendo notato la reazione della piccola, non aveva alcuna intenzione di cambiare argomento.

  • – E guarda che bel vestito rosso indossa! Sembra una bambolina. Stasera ne metti uno anche tu?

Vittoria era confusa. Inizialmente si era sentita onorata per i complimenti ricevuti, ma gli occhi angosciati e offesi dell’amica la inquietavano e la facevano sentire in colpa. Aveva sempre considerato Francesca una ribelle per il suo disinteresse nei confronti dei giochi prediletti dalle bambine, una persona che aveva scelto deliberatamente di opporsi al sistema assumendo alcuni comportamenti da maschio, eppure in certi momenti aveva l’impressione che la sua amica non avesse scelta e che soffrisse per le critiche che riceveva costantemente dagli adulti solamente perché aveva gusti differenti rispetto alle amichette.

Vittoria tuttavia era solo una bambina di sei anni e mezzo perciò non voleva sottrarre del tempo prezioso al gioco con simili riflessioni. Non appena la madre ebbe terminato di pettinarla, prese la mano di Francesca e la guidò verso le altalene, dove iniziarono a giocare a Ce l’hai. Inizialmente Francesca era malinconica per le critiche ricevute, ma presto dimenticò il brutto momento e si dedicò interamente al gioco sino alla fine del pomeriggio.

 

Francesca era una bambina rapida e scattante mentre Vittoria faticava a sostenere il suo passo, così per riuscire a toccarla doveva bloccarla con le spalle contro la rete del parco. Purtroppo, durante la corsa, Vittoria perse l’equilibrio inciampando in una radice e travolse il povero Lorenzino. La bimba si rialzò immediatamente, pronta a ripartire all’inseguimento, mentre il fratellino restò a terra in lacrime. La madre dei due bambini accorse e abbracciò Lorenzino.

  • – Forza, cucciolo, non piangere, sei un ometto! – so voltò poi verso Vittoria e sussultò – Vicky, tesoro, ti sei fatta male?
  • – No, tranquilla, mamma. – la rassicurò serenamente la bambina. La donna la guardò dubbiosa, cercando di scorgere segni di sofferenza nella figlia. – No, mamma, tranquilla, è tutto ok . – insistette la bambina.

Lo sguardo di sua madre si incupì. – Guarda, hai bucato l’orlo della gonnellina! Ti avevo detto di non correre troppo velocemente.

Vittoria era sinceramente dispiaciuta di aver rovinato uno dei suoi vestiti preferiti, tuttavia era anche irritata dal comportamento della madre, che insisteva sempre affinché Vittoria fosse perfettamente in ordine anche durante le attività più movimentate. Vittoria era sicura che la donna avrebbe preferito che la figlia perdesse a Ce l’hai ma restasse impeccabile come una bambola, mentre la bambina avrebbe voluto  sacrificare l’estetica per qualche minuto per divertirsi e competere contro Francesca.

 

La sera giunse in un baleno, così Francesca e Vittoria si salutarono con la promessa di rivedersi  dopo cena per giocare nel giardino della villetta. Attraversando la breve via che conduceva a casa, vittoria chiese alla madre:

  • – Mamma, stasera devo incontrare Francesca per giocare. Me lo ricordi tu?
  • – Si, certo, amore. Ti sei divertita oggi?
  • – Sì. Mi piace molto giocare con Francesca – rispose senza esitazioni la bambina.
  • – Non ti sembra di aver partecipato a giochi troppo … movimentati?
  • – E’ stato bello. –
  • – Non avete fatto altro che scorrazzare tutto il tempo. Tu e Francesca siete peggio di due maschi. Inoltre ti sei comportata malissimo con Lorenzo: hai litigato con lui mentre giocavate a calcio e lo hai fatto cadere verso la fine del pomeriggio.

Vittoria non rispose, accettò il rimprovero in silenzio e continuò a camminare. Non si sentiva un maschio, anzi, era una signorinella convinta, ma non sapeva come spiegare alla madre che per lei non esistevano giochi da maschio o da femmina e che la femminilità è un valore che si porta nel cuore. Nonostante le proprie convinzioni, sentiva di aver commesso un errore, qualcosa di sbagliato e di terribilmente vergognoso, ma non riusciva a comprendere di cosa si trattasse. Per la prima volta in vita sua Violetta sperimentò il disagio e l’inadeguatezza: non ne comprendeva il motivo, ma aveva imparato che le bambine che amavano i giochi da maschio erano cattive, mentre praticare attività femminili rende una bambina, una ragazza o una donna più bella e amata da tutti.

 

Era una piacevole serata estiva e le ore trascorsero serenamente: papà tornò a casa dal lavoro, mamma cucinò un ottimo pranzetto, Vittoria si ritirò in camera sua per giocare con le bambole sino a quando calò il buio. La bambina dimenticò le critiche della madre e i malinconici occhi di Francesca mentre veniva criticata e si dedicò interamente alle sue piccole amiche di plastica, immergendosi in un mondo in cui gli adulti non potevano imporre regole strane e incomprensibili ai bambini, in cui anche le femmine potevano giocare a calcio e i vestitini non si strappavano mai, nemmeno quando si inciampava giocando a Ce l’hai. Improvvisamente dalla finestra aperta si udì un lamento.

  • – Perché Vittoria non è venuta a giocare con me? Avevamo un appuntamento! Io voglio giocare con Vittoria.

Vittoria non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere a chi appartenesse quella voce: le urla di Francesca erano talmente forti da attraversare la strada e giungere alla sua finestra. Vittoria trattenne il respiro per un istante, attanagliata dal senso di colpa, poi corse dalla madre.

  • – Mamma, ho un appuntamento con Francesca, dobbiamo giocare insieme. Sono in ritardo!
  • – Sarà per un’altra volta, amore. – rispose la donna accarezzando il viso imbronciato di Vittoria
  • – Avevi promesso che mi avresti chiamato. – protestò la bambina con le lacrime agli occhi
  • – Eh, mi sono dimenticata.
  • – Domani io e Francesca possiamo giocare insieme?
  • – Vedremo …

Vittoria scoppiò a piangere e la madre, non sapendo cosa rispondere, cercò di abbracciarla, ma la figlia se ne andò in camera sua, chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle. La piccola si gettò sul letto e iniziò a piagnucolare ad alta voce per tentare di commuovere la mamma, ma fu tutto inutile. Intorno a lei c’erano solo il silenzio e gli occhi immobili delle sue bambole.

Vittoria aveva da poco smesso di piangere quando la porta della sua stanza si aprì lentamente e dei passi rapidi e leggeri entrarono nella cameretta.

  • – Vicky, giochi con me con le macchinine? – chiese Lorenzo porgendole un’automobilina.

Vittoria l’afferrò. Era una piccola Ferrari rossa lucente, grande come il palmo della sua mano. Le lamiere di metallo che rivestivano il telaio di plastica erano fredde sulla pelle e le gommine dei copertoni invitavano a fare sfrecciare il piccolo bolide sul palchet della stanza, i cui innumerevoli solchi testimoniavano tutte le volte che i due bambini avevano combinato qualche marachella.

Vittoria scagliò la Ferrari contro la parete della stanza. – No, Lorenzo, è un gioco da maschio, noi non giocheremo mai più insieme alle macchinine – urlò singhiozzando – Vai via, lasciami sola! Violetta pianse nuovamente, questa volta le sue lacrime erano autentiche.

Dopo quel pomeriggio Vittoria e Francesca non avrebbero più giocato insieme. I bambini nei primi anni delle elementari non sono in grado di darsi appuntamento per giocare insieme senza l’intervento delle madri, così Vittoria e Francesca  non si sarebbero mai più riviste, salvo durante rapidi e sporadici incontri casuali. Vittoria avrebbe colmato il vuoto con altre amicizie o inventando nuovi giochi, ma non avrebbe mai dimenticato la spensieratezza e l’affetto che aveva provato giocando con la sua amica Francesca.

 

Vittoria attraversava il chiostro dell’università ancheggiando sui tacchi, mentre chiacchierava con qualche amica e il fidanzato. Il sole di primavera proiettava le ombre oblique delle colonne di marmo sulle antiche mattonelle della pavimentazione e sarebbe stata una giornata spensierata se non fosse stato per gli esami incombenti.

Improvvisamente una voce la chiamò alle sue spalle: – Ciao, Vicky!.

La giovane sì voltò e incontrò lo sguardo di un ragazzino perfettamente sbarbato dall’aria simpatica.

  • – Ci conosciamo? – domandò educatamente la ragazza.
  • – Sì, tanto tempo fa giocavamo insieme – rispose il ragazzo sfiorandosi i capelli biondi ordinatamente spettinati col gel.
  • – Mi spiace ma non ricordo – si scusò Vittoria – per caso hai frequentato le mie stesse scuole medie?
  • – Sì, anche le elementari, ma in classi differenti. Poi mi sono trasferito…
  • – Impossibile, probabilmente ti sbagli perché non mi ricordo affatto di te.

Il ragazzo sorrise malinconico e la guardò dritto negli occhi.

  • – Mi chiamo Francesco.

 

“Casa di bambola”, la prima opera teatrale femminista

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Questo articolo è stato pubblicato su “Lo sbuffo”

Casa di bambola è un’opera teatrale norvegese scritta nel 1879 da Henrik Ibsen, il secondo drammaturgo più rappresentato al mondo dopo Shakespeare. L’opera è stata scritta durante un soggiorno dell’autore ad Amalfi, infatti l’Italia viene menzionata all’interno dell’opera, ed è stata messa in scena per la prima volta il 21 dicembre 1879 a Copenaghen, suscitando scandalo per i temi trattati.

Nora è una casalinga borghese consacrata al focolare domestico e teneramente innamorata del marito, l’avvocato Helmer, da poco nominato direttore di banca. Civettuola, svampita e sperperatrice di denaro, viene trattata dal marito come una bambina o come un animaletto capriccioso, ma l’avvocato ignora gli enormi sforzi fatti da sua moglie per salvargli la vita. Tempo prima l’avvocato era in pericolo e la sua unica possibilità di salvezza era un costoso viaggio in Italia; la donna racimolò il denaro necessario per il viaggio, indebitandosi di nascosto e compiendo grandi sacrifici per restituire la cifra. Nora avrebbe voluto che suo padre facesse da garante, ma per non rattristarlo falsificò la sua firma; purtroppo la data scritta su tale obbligazione era successiva a quella della morte dell’uomo, così Nora rischia la prigione. Il signor Krogstad, colui che ha prestato la somma di denaro a Nora, è stato licenziato da Helmer per alcune firme false e approfitta della fragile situazione della donna per ricattarla.

Nora è disperata, non vuole confessare al marito ciò che ha fatto perché offenderebbe il suo orgoglio maschile, così finge che tutto vada per il meglio preparandosi per una festa in maschera. La situazione si risolve inaspettatamente: la migliore amica di Nora riesce a convincere Krogstad a non procedere con il ricatto. Il marito scopre la situazione di Nora e inizialmente si infuria, ma non appena viene a sapere che tutto si è risolto per il meglio la perdona. Qualcosa tuttavia è cambiato in Nora, la donna non vuole più vivere come una bambola del marito e decide di lasciarlo per diventare adulta, conoscere il mondo, educare se stessa.

Casa di Bambola è stato per anni ed è tutt’ora al centro del dibattito femminista in quanto tratta dell’emancipazione di una donna che da minus habentes alla mercè del padre e poi del marito, decide di trovare la propria strada anche a costo di rinunciare ai figli, sfidando la morale comune. Ma l’opera tratta anche il dramma del’individuo borghese contemporaneo, in cui le gravose convenzioni e sovrastrutture sociali gravano sulla coscienza del singolo impedendogli di essere ciò che desidera. In questo caso l’individuo è una donna e Ibsen è un vero e proprio pioniere nella questione femminile. Scriverà nei suoi appunti durante la stesura dell’opera: “Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”. Il personaggio di Nora fu ispirato a Laura Kieler, una scrittrice amica di Ibsen che fu protagonista all’epoca di uno scandalo non dissimile da quello che riguarda il personaggio dell’opera; tale situazione indica quanto fosse attuale all’epoca il tema dello spettacolo.

Lo stile di vita borghese è sotto accusa. Nora infatti ha sbagliato a falsificare la firma del padre ma lo ha fatto per amore, tutto ciò però è insignificante agli occhi della legge. L’ignoranza di Nora in fatto di diritto è dovuto alla sua condizione di donna soggiogata alla vita domestica, una situazione tipica per la borghesia vittoriana. Il marito di Nora è un borghese meschino e falso, aggrappato alla necessità di rispettare le convenienze esteriori, pronto a sacrificare i legami più autentici per difendere il proprio onore. L’uomo infatti attacca la moglie solo nel momento in cui la propria situazione sociale è compromessa per perdonarla repentinamente quando tutto si risolve e, schiavo della propria mentalità maschilista, non riuscirà mai a comprendere fino in fondo le ragioni dell’allontanamento di Nora. Il signor Krogstad, l’antagonista, è giustificato nel suo agire malvagio dalla triste condizione in cui la società borghese lo ha costretto. Tale situazione non è specificata, ma dalle parole di Krogtad si intuisce che tale personaggio è un crudele ricattatore solo per estrema necessità.

L’opera fu al centro di uno scandalo per i temi trattati, l’autore fu persino costretto a cambiare il finale dell’opera nella rappresentazione tedesca perché l’attrice protagonista rifiutò di recitare una parte che secondo lei rappresentava una madre degenere. Le copie del libro furono esaurite in poco tempo e venne prevista una ristampa, secondo l’autore non per la qualità dell’opera ma per il dilemma morale che poneva agli spettatori.

Molti considerano Casa di bambola un’opera femminista, ma non tutti sono d’accordo. Antonio Gramsci, nel 1917 considerava il gesto di Nora un’elevazione morale da parte della donna a discapito dei ruoli imposti dalla società vittoriana. Secondo altri, come lo psicanalista Georg Groddek, Nora presenta invece alcuni tratti tipici di una bambina viziata e schiava della propria condizione: afferma più volte, mentre chiacchiera con la migliore amica, di essere felice, anche a costo di mettere in imbarazzo l’altra, inoltre è civettuola, frivola, più volte inganna le persone intorno a lei ed è evidente che la situazione viene gestita dai personaggi maschili dell’opera, come il marito, lo strozzino, il dottore amico di famiglia.

E’ un dato di fatto che l’opera abbia sconvolto l’opinione pubblica e che abbia contribuito ad accendere il dibattito sull’emancipazione femminile.

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Casa_di_bambola

http://www.klpteatro.it/objects/testi/Ibsen_CasaDiBambola.pdf

http://www.teatroecritica.net/2017/02/nora-helmer-non-e-una-femminista-una-casa-di-bambola-per-andree-ruth-shammah/

http://www.criticaletteraria.org/2009/10/casa-di-bambola-henrik-ibsen.html

 

Credits:

http://diariovittoriano-blanche.blogspot.it/2012/03/dolls-house-killer-cabinet-inghilterra.html

 

Ci scusiamo per il disagio”, un spettacolo anarco-antropologico sulla stazione ferroviaria di Pistoia

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Lo spettacolo Ci scusiamo per il disagio che si è tenuto il 17 maggio nel Teatro Franco Parenti è il frutto di un esperimento anarco-antropologico ad opera della compagnia Gli Omini. Dopo aver osservato i passanti nella stazione ferroviaria di Pistoia, hanno messo in scena i segreti più reconditi delle persone che hanno incontrato: problemi famigliari, sogni proibiti, gusti sessuali, vizi, errori commessi, difetti caratteriali e molto altro ancora. Tre attori, due uomini e una donna, hanno interpretato una carrellata di personaggi dalle caratteristiche più disparate cambiando continuamente mimica e tono di voce. Inizialmente era difficile comprendere la struttura dello spettacolo, ma non appena fu evidente che gli attori stavano mutando continuamente personaggio, la visione è diventata molto più divertente. Attimi di esilarante comicità erano alternati a momenti di malinconia, rendendo unico e indimenticabile questo spettacolo.

La Sala 3 del Teatro Franco Parenti è molto piccola, può infatti ospitare non più di quaranta persone, perciò il clima era molto intimo e informale. Il palcoscenico non era sopraelevato rispetto alla platea ed era semplicemente contrassegnato da una pavimentazione in parquet; al centro si trovava una panchina, non dissimile da quella su cui i passeggeri attendono l’arrivo del proprio treno, e a lato un altoparlante trasmetteva i tipici messaggi registrati delle stazioni ferroviarie. Si trattava dunque di una scenografia minimal, che lasciava allo spettatore il compito di immaginare la stazione in cui si svolgevano i fatti.

I personaggi rappresentati, quasi tutti privi di nome, erano connotati dalla gestualità e dalla voce ed è stato interessante notare quanti volti possa assumere un attore, trasformando radicalmente se stesso in mille personaggi diversi. I tre artisti hanno anche vestito i panni di camerieri, offrendo durante l’intervallo del  caffè solubile e dei cioccolatini agli spettatori.

Lo spettacolo è estremamente suggestivo e invita a riflettere su quanto sia tragico ma meravigliosamente variegato il genere umano: pur essendo schiavi di vizi, debolezze e sfortune differenti, siamo tutti uguali nella nostra autenticità e lo spettatore è implicitamente portato a domandarsi se ci sia speranza per i passanti della stazione esaminata dagli artisti.

Ciò che può lasciare perplessi  è che dei viaggiatori si siano messi a raccontare gli affari propri nel bel mezzo di una stazione. E’ plausibile che un ubriaco abbia iniziato a parlare con un “lampadone” o che una coppia si sfoghi circa la perdita della patria podestà sulle proprie figlie, ma per quale motivo un omosessuale avrebbe dovuto raccontare il suo primo rapporto orale o il fatto che a letto gli piace essere chiamato Soraya, come la regina di Persia? E perché una donna dovrebbe confidare che a suo marito piace masturbarsi guardandola mentre fa l’amore con altri uomini? Simili confidenze sono un po’ troppo intime per essere rilasciate nel cuore di una stazione e, in generale, raramente una persona parlerebbe di argomenti privati con uno sconosciuto.

E’ tuttavia importante trattare simili tematiche a teatro per ricordare che siamo tutti esseri umani e che ciascuno di noi ha le proprie fragilità; questo spettacolo ci insegna a smettere di giudicare gli altri e ad apprezzare il mondo nella sua varietà, anche se alcuni personaggi possono farci un po’ paura.

Fonti:

http://www.teatrofrancoparenti.it/?p=informazioni-spettacolo&i=1495

Le donne e il calcio

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Il calcio, come la pallacanestro, è uno sport bellissimo, non saprei dire se è più bella la competizione o i suoi giocatori. Questo è un vantaggio per noi donne, infatti i maschi non riescono a godersi tutto il pacchetto a meno che non inizino a seguire la pallavolo femminile o la ginnastica ritmica.

Quando avevo dieci anni tornavo a casa da scuola con due miei compagni e uno di loro mi faceva sempre arrossire, anche se non ne capivo bene il motivo, così decisi di invitarlo a casa di mia nonna a giocare a calcio, pensando che l’unica cosa che avessi da offrire ad una persona come lui fosse il pratone su cui mio fratello giocava a pallone con i suoi amici. Non ero molto brava, ma imparai a difendere senza tirare calci negli stinchi.

Avevo undici anni quando Kakà venne comprato dal Milan e il mio cuore iniziò a battere forte anche per lui. Adoravo accorrere davanti al televisore acceso per assistere ad ogni suo goal, in particolare al momento in cui si toglieva la maglietta per festeggiare, mostrando il suo fisico scolpito. Col tempo però iniziai ad apprezzare anche l’adrenalina che trasmettevano le azioni agonistiche ed a pormi tante domande sul gioco. Come mai, se l’attaccante si trova oltre la linea dei difensori quando gli viene passata la palla, il suo goal viene annullato? A cosa servono le linee bianche tracciate sul campo? Qual è il ruolo del tizio in giallo con le bandierine in mano? Come vengono determinati i minuti di recupero? Mio padre mi spiegava pazientemente tutto, ma il mio interesse per il calcio sfiorì prima ancora di nascere.

Non lo coltivai perché avevo undici anni e mi sentivo diversa perché ero una ragazzina ansiosa, con i capelli crespi, ricci e corti, che giocava a pallacanestro anziché a pallavolo, ascoltava musica rock fuori moda, non sapeva truccarsi e amava le materie umanistiche più del Cioè. Pensavo di essere già troppo strana di mio per sfidare la morale comune e iniziare a seguire il calcio.

Quidici anni dopo mi sedetti in un bar a fianco del ragazzo più importante che avessi mai incontrato, il quale si rifiutò di dare le spalle al televisore per seguire le imprese dell’Inter durante la conversazione. Siccome sono una ragazza strana, anziché offendermi decisi di seguire la partita insieme a lui e mi feci rispiegare le regole che avevo dimenticato. Come dice la sigla di Holly e Benji, nel mio cuore batteva un pallone. Ma un pallone rosso e nero.

Un anno dopo ho incontrato ragazze come me, appassionate di calcio, ma irrimediabilmente gobbe. Poco importa, noi donne calcistiche siamo solidali tra noi. Noi donne amanti del calcio esistiamo, siamo tante e appassionate, ma soprattutto non crediamo mai che l’esperienza in ambito sportivo dipenda dall’apparato riproduttivo che ci si ritrova fra le gambe, come fanno certi ragazzi.