“Divine Parole” al Piccolo Teatro di Milano

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Lunedì 27 aprile ho assistito al Teatro Studio Melato di Milano a Divine parole, un’opera dell’autore spagnolo Ramòn Maria del Valle-Inclàn e portata in scena al Piccolo Teatro di Milano dal regista Damiano Michieletto.

Valle-Inclàn è un autore cardine del teatro spagnolo ma è ignorato in Italia, così Michieletto, che lo ha conosciuto attraverso alcuni amici spagnoli, ha deciso di portarlo in scena a Milano per la prima volta nella storia del Piccolo Teatro.

Divine parole racconta le liti di due famiglie che si contendono per motivi economici un carrozzino contenente un bambino deforme: il piccolo infatti consentirebbe di commuovere i passanti, permettendo di ottenere cospicui guadagni in elemosina. Vegliato dallo spirito della madre morta in un universo di ubriaconi e prostitute, il bambino viene infine sfruttato dalla zia Mari Gaila (Federica Di Martino), che tradisce il marito sacrestano Pedro Gailo (Fausto Russo Alesi) con Séptimo Miau (Marco Foschi), un fuorilegge fuggito di prigione che può essere considerato l’incarnazione del male. Nel corso dello spettacolo i personaggi sprofondano gradualmente nel peccato sino a toccare la depravazione più nera nel finale. La storia racconta un mondo senza Dio in cui la crudeltà e l’orrore sono ovunque ma proprio per questo viene rappresentato un forte bisogno di spiritualità e redenzione, in una perfetta dicotomia tra bene e male.

Il Teatro Studio Melato è privo di palcoscenico e la scena è interamente cosparsa di fango, una melma marrone che imbratta la pelle e i vestiti dei personaggi nel corso della recitazione. Michieletto racconta: “Il fango è come l’immondo, l’oscuro, l’osceno, incarnato poi dal personaggio di Séptimo Miau. E ancora come la terra, la tomba, la madre, la sessualità”. Pedro Gailo inizialmente cerca di non venire a contatto col fango camminando su assi e mattoni e pulendosi con un fazzoletto ma, quando il suo personaggio inizia a corrompersi, smetterà di preoccuparsi dello sporco. Contrapposto al fango della pavimentazione, troviamo un palchetto bianco su cui è affisso un santino di Cristo, che rappresenterebbe l’altare di Pedro Gailo. In alto a sinistra è appesa un’imponente campana di ferro e il sipario è una grossa lamiera metallica.

Lo  spettacolo è sconsigliato ai minori perché sono rappresentate scene molto crude: sesso, violenze sessuali, molestie, torture, incesti e lapidazioni. Nei film la violenza è spaventosa perché ciò che viene rappresentato oltre lo schermo sembra reale, in teatro invece la finzione è evidente perché attori e spettatori si trovano nello stesso spazio; ne consegue che le raccapriccianti scene di crudeltà di Divine Parole non provocano paura, ma inducono un senso di angoscia e squallore che hanno talvolta reso poco piacevole lo spettacolo. Gli attori meritano i più sentiti complimenti per aver interpretato tali scene in modo realistico e con professionalità, inoltre sarebbe interessante sapere quali sensazioni hanno provato in quei momenti e come hanno fatto a rappresentare
situazioni così delicate.
Si potrebbe aprire un dibattito su quanto sia giusto proporre scene di raccapricciante violenza a teatro, anche se in questo caso erano funzionali alla vicenda narrata e al messaggio che il regista voleva trasmettere. Acqua e limone è favorevole al teatro d’avanguardia e allo sperimentalismo, ma molti potrebbero non apprezzare tali scelte e preferire spettacoli più tradizionali.

Uno dei temi cardini dello spettacolo è la religione, infatti la rivista Famiglia Cristiana ha dedicato un articolo a Divine Parole (non sono affatto credente, ma leggere l’articolo è stato interrssante per ascoltare punto di vista diverso). L’azione si svolge in una società degradata in cui l’uomo ha perso ogni morale e “la religione è vista in maniera misteriosa, folcloristica, pagana e sempre in dialogo continuo con la morte”, infatti l’opera “racconta l’assenza di Dio ma al tempo stesso la necessità di recuperare una tensione spirituale e di dare voce a qualcosa che vada oltre la miseria della propria condizione umana.“ 

Per creare un’atmosfera spirituale in contrasto con lo squallore dei fatti narrati, il regista ha scelto delle colonne sonore religiose cantate in latino: la Missa Syllabica di Arvo Part, il Miserere di Allegri e quello di Gòrecki, Agnus Dei di Samuel Barber, In Paradisum dal Requiem di Fauré. Tali brani hanno lo scopo di precedere la sentenza latina finale: “qui sine peccatus est vestrum, primus in illam lapidem mittat” (chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei), la frase biblica cui si riferiscono le “divine parole” del titolo. A questo proposito il regista ci rivela: “Per me divine parole sono tutte le esperienze della vita (quindi anche l’arte) nelle quali esista la percezione di qualcosa che aiuti ad elevarsi, non secondo un misticismo fine a se stesso, ma per restituire valore alle cose, per interrogare la propria coscienza.”

I costumi di Carla Teti sono semplici e funzionali alle personalità dei personaggi: pantaloni e gilet grigi per Pedro Gailo, un semplice vestito rosso per la bella e passionale Mari Gaila, un candido vestitino per l’innocente figlia della coppia Simonina (Petra Valentini), un giubbotto di pelle marrone per il crudele Séptimo Miau, stracci per Juana la Reina (Sara Zoia), la madre del bambino deforme. Sono abiti poveri e semplici come i personaggi che gli indossano, e nel corso della manifestazione diventano ancora più miseri per il fango che li imbratta. Durante alcune scene di nudo, gli indumenti vengono gettati a terra e si sporcano come se fossero stracci.

Intervista a giovani modelle

74473 Il mondo della moda è frequentato non solo da celebrities, ma anche da giovani modelle sconosciute che praticano questo affascinante mestiere come seconda professione o semplicemente per hobby. Si tratta di un lavoro che può essere anche molto faticoso, perché le ragazze sono tenute a “stare in piedi molte ore sui tacchi e sorridere sempre”, ma anche molto gratificante, infatti può offrire l’occasione di “fare viaggi molto belli, per esempio in Grecia o in Marocco.

Ci svelano i segreti del mestiere Elisa Mogicato, una ragazza di 23 anni laureata in Scienze della Comunicazione occasionalmente hostess, e Veronica, una ventottenne con Diploma perito aziendale che lavora come hostess e fotomodella. Gloria, di anni 25 e laureata in Scienze dell’organizzazione e management, ci racconta invece il punto di vista di chi seleziona le ragazze per le serate.

Elisa ci spiega come entrare in contatto con le agenzie di moda: “Per diventare Hostess o modella bisogna trovare le agenzie che se ne occupano, via internet o tramite conoscenze. Molte di queste chiedono di vederti dal vivo prima di assumerti, per valutare se il tuo aspetto è lo stesso delle fotografie. Io non ho un contratto a lungo termine, infatti ogni volta che vengo chiamata firmo un contratto diverso.” Veronica conferma: “Per fare la modella bisogna inviare il proprio curriculum e le proprie foto alle agenzie e in seguito sostenere dei casting per le varie attività. I contratti sono occasionali, vengono stipulati esclusivamente per il lavoro per la quale ti hanno scelta.”

Farsi conoscere dalle agenzie può essere piuttosto difficoltoso, infatti solo “quando capiscono che sei affidabile ti chiamano molto spesso”, ci informa Elisa e Veronica aggiunge: “La concorrenza è tanta e ogni servizio ha bisogno di canoni e requisiti fisici diversi”.

Vogliamo sapere quante ore lavorano al mese le ragazze, ma Elisa non sa fornirci informazioni: “E’ difficile quantificare le ore lavorative o i giorni di lavoro in quanto dipende dal periodo dell’anno.” Veronica invece è più precisa, infatti ci informa: “Siccome faccio questo lavoro da tanto tempo, riesco a lavorare circa 20 giorni al mese circa. Le ore variano in base alla tipologia del servizio da svolgere.” Ci rivela dati precisi anche per quanto riguarda i pagamenti: “In media sono 100€ al giorno, ma non si può stabilire un compenso medio. Dipende dal cliente e dal tipo di mansioni svolte.

Entrambe sono d’accordo sul fatto che l’aspetto più faticoso della loro professione è calzare tacchi vertiginosi per ore e apparire sorridenti e disponibili nonostante la stanchezza, inoltre Veronica ci rivela che “l’aspetto più “difficile” è relazionarsi ogni giorno con persone diverse, che può essere anche un lato positivo.

Siccome l’età avanza e il requisito fondamentale per fare la modella è la giovinezza, Elisa ci confida che preferirebbe dedicarsi “ad altro perché è un lavoro che puoi praticare solo fino a quando sei giovane” e Veronica conferma le parole della collega.

Vogliamo capire come mai lavorare nella moda è il sogno di molte ragazzine. Veronica ci rivela che “sono molti i momenti gratificanti: vedere un servizio fotografico riuscito bene o addirittura il semplice fatto di essere richiamata dallo stesso cliente perché è piaciuto il tuo modo di lavorare.

Dietro la promessa di grandi soddisfazioni possono celarsi dei pericoli, infatti Elisa ci avverte: “alcune vengono raggirate perché si affidano ad agenzie fasulle, che chiedono alle ragazze di pagare onerosi book fotografici per poter lavorare con la suddetta agenzia.” Veronica invece nega: “Che io sappia, no. Ma può capitare, come può capitare a qualunque ragazza in qualsiasi professione.

Gloria ha 25 anni, una laurea economica in tasca e seleziona le ragazze per i vari servizi. Le chiediamo di spiegarci in che cosa consiste la sua professione: “Le mie mansioni sono varie, io lavoro per un ufficio che si occupa di eventi e serate, dove ho il compito di scegliere e gestire diverse modelle e ragazze immagine per le serate e spiegargli il lavoro da fare. Questo lo definisco il mio lavoro principale, ma non avendo l’obbligo di presenziare in ufficio continuo parallelamente il mio lavoro da modella con i clienti con cui ho lavorato in passato, visto che sono ancora giovane e posso sfruttare questo lavoro fin quando posso.” Ci racconta poi brevemente come ha iniziato questa professione: “Un’amica, una modella e hostess che lavora sempre seriamente, mi ha contattata per questa posizione.

Il primo passo è rintracciare le modelle: “Principalmente contatto io le più valide tramite Facebook o contatti di conoscenza; talvolta può accadere che molte mi contattino perché interessate, allora tramite casting le conosco e le seleziono.

La “scuderia” di Gloria è molto numerosa, infatti le sue ragazze sono “in totale una cinquantina, dipende dai periodi”. Gloria è molto esigente: “Oltre ad avere bella e impeccabile presenza, le ragazze devono essere affidabili, solari e dinamiche.

Abbiamo chiesto a Gloria se le è mai successo di non avere a disposizione abbastanza ragazze per una serata. Ecco la sua risposta: “Può capitare, soprattutto con le ragazze nuove appena inserite, che non prendendo seriamente l’impiego e disdicono all’ultimo; questo mi causa improvvise chiamate e e-mail per cercare di rimpiazzarle, coprendo sempre i buchi, perché il mio lavoro consiste anche in questo!

L’attività di Gloria presenta molte difficoltà, per esempio “essere sempre impeccabile e a disposizione per tutte le richieste fatte dai miei capi, ad esempio più ragazze per la serata, outfit particolari a tema o sostituzioni per quelle che non lavorano bene ma, soprattutto, avere ‘la patata bollente’ di comunicarlo alle ragazze.

Il suo lavoro però può dare molte soddisfazioni: “Quando un evento viene particolarmente bene e tutto funziona alla perfezione, il merito è delle ragazze ma anche mio.

Vogliamo poi sapere quanto tempo dedica a questa attività: “Lavoriamo molto, generalmente 6 gg la settimana, ma la mia presenza non sempre è necessaria”.

E’ nelle mani dei ‘filosofi del tornio’ la ripresa italiana, parola di Antonio Calabrò

Il segreto per la ripresa è costituito da industrie all’avanguardia gestite da imprenditori, manager e ingegneri di cultura, dei ‘filosofi del tornio‘ consapevoli dell’importanza dell’impresa nella vita sociale della collettività. E’ su questo concetto che si sviluppa il saggioLa morale del tornio, pubblicato da Egea, di Antonio Calabrò -Senior Advisor Cultura di Pirelli & C. e Responsabile del gruppo Cultura di Confindustria. Le imprese italiane sono, secondo l’Autore, forti e degne di essere apprezzate dai mercati internazionali, grazie alla secolare cultura del bello e della qualità radicata nel territorio italiano.

L’Expo è la riprova insieme del peggio dell’Italia e del meglio dell’Italia. Una straordinaria capacità realizzativa“, la nostra sfida èuna sfida culturale“. Calabrò ci accoglie così, nell’elegante sede di Via Bicocca degli Arcimboldi della Pirelli, per questa lunga chiacchierata sulla cultura alla radice della ripresa. […]

http://www.lindro.it/0-cultura/2015-04-14/173642-il-tornio-ci-salvera

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C’erano una volta le marionette

Gli spettacoli di marionette e burattini vengono spesso considerati opere rivolte ai bambini, invece pochi sanno che il teatro d’animazione è un’arte nobile e antichissima, che recentemente è approdata anche nei teatri più prestigiosi d’Italia (non dimentichiamo che al Piccolo Teatro di Milano dal 27 dicembre al 8 gennaio è andato in scena il Pifferaio magico della compagnia Carlo Colla & Figli).

La lingua italiana è una delle poche al mondo ad adottare più termini per indicare i pupazzi del teatro d’animazione: marionetta, burattino e pupo sono termini propri dell’italiano standard relativi ai tre tipi di teatro d’animazione nati in Italia, ma esistono anche numerosi sostantivi regionali. Tale ricchezza lessicale ha tuttavia generato una certa confusione tra i termini, come nel caso di Le avventure di Pinocchio. In Toscana il termine utilizzato per gli attori del il teatro di figura è burattino ed è con tale termine che Collodi definisce Pinocchio anche se quest’ultimo, dotato di gambe e di un corpo interamente di legno, è in realtà una marionetta. Lo stesso vale per le marionette di Mangiafuoco, realizzate in legno e animate mediante dei fili. Il romanzo fu un vero e proprio best-seller dell’epoca e ciò contribuì a far sì che marionetta e burattino diventassero sinonimi ma marionette, burattini e pupi sono invece tre fantocci completamente differenti.

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Le marionette sono pupazzi di legno di cirmolo a figura intera con braccia di stoffa imbottite di segatura e mani di legno; sono mossi dall’alto tramite fili collegati a una croce di legno chiamata bilancino. La scultura della testa è molto importante per attribuire “carattere” alla marionetta. Gli occhi sono di cristallo o vetro affinché siano più “vivi”, il volto è dipinto con colori ad olio senza fissatori, affinché le carnagioni siano caratterizzate dall’”unto” della pelle vera. Sotto ai piedi viene aggiunto un contrappeso per rendere facilmente manovrabile la marionetta. Una marionetta è alta circa 80 cm e pesa 8 kg, 25 kg con l’armatura.

I burattini (dal panno buratto o burattino col quale erano vestiti) sono invece fantocci dal corpo costituito da un guanto di stoffa, in cui il burattinaio infila una mano per manovrarlo, oppure da bacchette, come spesso avviene nel caso dei burattini femminili; le mani e la testa sono di legno scolpito. La testa non è proporzionata con il resto del corpo nel Nord Italia ed è invece quasi proporzionata al sud; essa racchiude in sé il “carattere” del burattino e deve essere molto robusta per prendere le consuete legnate, immancabili in una rappresentazione che si rispetti.

I pupi possono essere siciliani (suddivisi in palermitani e catanesi) o napoletani. La testa è scolpita, mentre il resto del corpo è solamente abbozzato poiché viene ricoperto dall’armatura. Vengono manovrati dall’alto o di lato mediante bacchette di ferro e corde.

Essendo un’arte minore abbiamo poche informazioni sull’arte del teatro di figura, così è molto difficile scrivere la storia dell’arte delle marionette.

Le origini delle marionette risalgono alla Preistoria e alle statue idolo che l’uomo ha animato per scopi religiosi. Il primo fantoccio a fili nacque circa venti secoli fa come trasformazione delle maschere articolate usate dagli sciamani durante i rituali. Secondo una leggenda, la prima rudimentale marionetta fu un teschio di mucca dalla bocca articolata utilizzato dagli stregoni durante le cerimonie primitive. Successivamente le marionette furono animate da un bastone, poi dai fili.

Le prime marionette a filo furono utilizzate dagli indiani del Nord America durante le rappresentazioni nella “casa grande”, la residenza dei clan: i fili attraversavano il tetto su cui si trovavano i marionettisti, che animavano i fantocci a ritmo di canti.

Nella Grecia classica Ateneo di Naucrati cita nei Deipnosophistai l’esistenza di un marionettista chiamato Potino, mentre Diodoro Siculo descrive il principe Antioco di Cizico come un collezionista di marionette riccamente decorate. Nel teatro latino venivano invece impiegate lignolae figurae, marionette danzanti utilizzate a scopi comici  realizzate in legno, terracotta, osso e avorio. Non sempre erano dotati di arti mobili, ma avevano alla sommità del capo una fune che consentiva il movimento della marionetta. Quinto Flacco Orazio nelle Satire chiama le marionette “mobile lignum”, le quali inoltre vengono citate nella Cena di Trimalchione di Petronio. 

Con l’ascesa del Cristianesimo, sebbene i padri della Chiesa non la disapprovassero come il teatro di attori in carne e ossa, l’arte delle marionette subì un triste declino dovuto alla lotta contro l’iconoclastia pagana, ma certamente sopravvisse all’interno delle mura domestiche per il divertimento di adulti e bambini. Ci sono stati pervenuti delle miniature di marionette con intento moralistico e impiegate in presepi meccanici o in drammi sacri. Nel Medioevo la Chiesa mise dapprima in scena spettacoli sacri di marionette durante i Misteri, in seguito invece l’arte di animazione venne considerata profana e oscena e sopravvisse nelle piazze, nelle taverne e nelle fiere.

Nel 944 alcune giovani spose veneziane rapite dai Saraceni vennero portate in salvo e, per festeggiare l’avvenimento, ogni anno da quel giorno vennero portate in processione alcune fanciulle, cui veniva donata una dote. Presto le giovani in carne ed ossa vennero sostituite con delle statue in legno per questioni economiche chiamate “Marie di legno”. Presto si diffuse l’usanza di vendere delle piccole riproduzioni delle Marie, i primi fantocci della storia ad essere chiamati col nome di marionette. Più probabilmente il sostantivo marionetta deriva dal francese Mariotte, il nome del fantoccio medioevale che rappresentava la Vergine in processione.

Alla fine del Medioevo in tutta Europa era presente l’arte marionettistica, i cui repertori attingevano alle storie bibliche e ai cicli cavallereschi di re Artù; la letteratura tedesca e francese influenzarono maggiormente la produzione marionettistica.

Intorno al XVI secolo nacque il vero e proprio teatro delle marionette con un repertorio stabile, affidato ai marionettisti ambulanti. In questo periodo il teatro d’animazione, apprezzato maggiormente dai ceti più umili, porta in scena il repertorio della Commedia dell’Arte, approda nel repertorio musicale del teatro d’opera ed ha uno sviluppo parallelo al teatro d’ombre. Nel XVII secolo sappiamo che venivano allestiti spettacoli in case di nobili a scopo di intrattenimento. A Parigi la famiglia Nicolet possedeva un teatro in boulevard du Temple, dove gli spettacoli erano ingegnosamente arricchiti grazie ai prodigi della tecnica coeva.

Nel XVIII Goldoni si appassionò al teatro scrivendo piccole commedie per marionette e burattini, mentre Haydn e Gluck scrissero operine appositamente per i fantocci. Probabilmente il Flauto Magico di Mozart venne inizialmente pensato per le marionette.

Nel 1870 il marionettista inglese Holden preferì le marionette a fili a quelle governate da bacchette, affermando di ottenere i suoi stupefacenti risultati con l’aiuto della meccanica e dell’elettricità. In questo periodo molti marionettisti attraversarono l’oceano e conquistano il pubblico americano.

Nel XIX secolo raggiunse il suo massimo sviluppo grazie a personalità illustri come il marionettista inglese Thomas Golden, la famiglia Colla a Milano e i Lupi a Torino; il Romanticismo consentì di arricchire i repertori. In questo periodo le marionette riuscirono a conquistare il pubblico borghese e nacquero dei teatri stabili di marionette, anche se le occasioni privilegiate in cui inscenare gli spettacoli erano e saranno sempre le fiere e le festività.

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Nel Novecento il teatro d’animazione influenzò le Avanguardie Artistiche, come nel caso delle marionette futuriste di Trampolini e Depero e gli artisti del Bauhaus. Verso la metà del Novecento la televisione sostituì il teatro così il pubblico cessò di affluire agli spettacoli di marionette e molte compagnie furono costrette a chiudere o a mettere in scena solamente copioni per bambini. Il teatro di figura tuttavia non scomparve: il Teatro dei piccoli di Vittorio Podrecca per esempio divenne celebre in tutto il mondo e arrivò a contare fino a mille marionette.

Oggi il teatro delle marionette sta vivendo in Italia un periodo di declino e viene considerato una sorta di arte minore, forse proprio a causa del fatto che viene rivolto solamente ad un pubblico di bambini. All’estero invece è considerato al pari di un qualsiasi spettacolo di prosa. Speriamo che la marionettistica fiorisca di nuovo e le antiche storie siano apprezzate nuovamente.

Scritto da me per la rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista “Eclettica- la voce dei blogger” N.8

Pasqua, pagana

E’ un immensa emozione per me annunciarvi che è uscito il mio primo articolo di giornale. Dopo tanti sforzi, finalmente il mio sogno si è avverato! Speriamo che questo scritto sia il primo di una lunga serie e che mi aspetti una lunga carriera da giornalista. Ho intenzione di lottare per raggiungere i miei obiettivi: come ho scritto sulla mia pagina in L’Indro, il giornale digitale per cui scrivo, Homo faber fortunae suae.

Ecco l’incipit dell’articolo e il link dove potete trovare il testo completo:

Numerosi popoli antichi celebravano l’equinozio e il risveglio della natura in primavera. Quando il Cristianesimo soppresse ogni altra religione mediterranea, molte caratteristiche delle festività primaverili furono adottate dalla Pasqua cristiana e sopravvivono ancora oggi nell’ignoranza dei fedeli che, credendo di onorare delle usanze cristiane, mantengono invece viva l’eredità di antiche celebrazioni politeiste.

Il termine Pasqua deriva dal latino pascha e dall’ebraico pesah che significano “passaggio” e “liberazione”, infatti tale festività per gli ebrei consiste nella celebrazione della liberazione del loro popolo dalla schiavitù in Egitto. Ben più interessante è il termine inglese Easter e il tedesco Ostern che derivano dal nome di Eostre, l’antica dea pagana nordica che ha dato vita a molte tradizioni pasquali attuali …”

http://www.lindro.it/0-cultura/2015-04-03/173003-pasqua-pagana

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L’amica geniale

valivi:

Una mia amica ha appena aperto un blog e ho deciso di ribloggare il suo primo post perché è semplicemente fantastico. Prevedo per lei una brillante carriera da blogger, spero di leggere presto dei nuovi articoli sul suo blog.

Originally posted on tempo rubato al dovere:

l'amica geniale

Ho deciso di scegliere per il mio primo articolo il romanzo L’amica geniale di Elena Ferrante. Molti di voi l’avranno letto anni fa, fresco di stampa, sull’onda del successo crescente dell’autrice. Io no. Come spesso mi accade, scopro una moda quando è giunta ormai agli ultimi strascichi o, nel caso della Ferrante, si è ormai consolidata col riconoscimento della sua qualità letteraria.

Anche solo il fatto che non sappiamo chi si nasconda dietro questo pseudonimo, crea un’aura di mistero e di fascino attorno alla scrittrice, la quale parteciperà anche al prossimo Premio Strega. Al toto nomi sembra vincere la coppia di coniugi Domenico Starnone e Anita Raja, ma a noi poco importa. Quello che bisogna dire, invece, è che la Ferrante ha una capacità narrativa, un’abilità nel tessere le fila del racconto davvero singolari. Ama spiazzare il lettore non con colpi di scena, ma con la profondità e l’esattezza delle introspezioni…

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Un sogno che si avvera: sono diventata collaboratrice di un giornale

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E’ con grande gioia che vi annuncio che sono stata accettata come collaboratrice presso il quotidiano online L’Indro. Dopo due anni trascorsi “giocando” a fare la blogger su WordPress, finalmente si è presentata l’occasione che aspettavo per entrare a far parte del mondo del giornalismo.

Tutto è cominciato quando il coordinatore della sezione blogger di L’Indro mi ha chiesto di aprire un blog presso il loro sito ed io ho accettato con entusiasmo. La redazione del giornale ha apprezzato i miei pezzi e, venerdì pomeriggio, mi è stata offerta l’opportunità di entrare a far parte del loro team. Quando la direttrice del giornale ha avanzato tale proposta avevo gli occhi lucidi per l’emozione (e io non sono una ragazza che piange facilmente) perché non mi sarei mai aspettata un’opportunità simile.

Siccome tutto ciò è accaduto solamente un paio di giorni fa, non ho ancora pubblicato nulla sul quotidiano, ma presto condividerò con voi i link i miei articoli su queste pagine. Continuate dunque a seguire il mio blog, sarete costantemente aggiornati sui miei progressi nel campo del giornalismo. Il primo articolo dovrebbe uscire venerdì su http://www.lindro.it/, nell’attesa potete rileggere i post che ho scritto nella sezione blog del sito (http://www.lindro.it/author/valeria-vite?u_id=929).

Sebbene scrivere per un giornale sia un’attività molto impegnativa, non ho intenzione di abbandonare il mio blog Acqua e limone e Eclettica, la rivista realizzata da blogger in cui mi occupo di una rubrica dedicata al teatro. Sono determinata a conservare dei piccoli spazi in cui pubblicare in rete le idee che non hanno i requisiti necessari per essere accettate dalla redazione, anche se probabilmente si tratterà di pubblicazioni saltuarie perché il basket, il lavoro e l’università non mi lasciano molto tempo a disposizione.

Ringrazio i parenti e gli amici che mi hanno sempre sostenuto nella mia passione e i lettori che mi hanno seguito in questi due anni, senza di loro non avrei mai raggiunto un simile traguardo. Questa grande opportunità che mi è capitata è la dimostrazione che, anche se nella vita capitano un sacco di cose brutte che ci fanno perdere la speranza (non lo scrivo per mera retorica, è stato un anno molto difficile per me), dobbiamo sempre continuare a combattere per realizzare i nostri sogni e camminare tra le stelle. Per aspera ad astra.