“Fedra” al Piccolo

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Dal 14 al 26 febbraio 2017 è in scena presso il Teatro Grassi del Piccolo Teatro di Milano Fedra di Andrea De Rosa, tratto dalla Phaedra di Lucio Anneo Seneca.

Ippolito, il giovane figlio di Teseo e di un’amazzone, è disinteressato all’amore e si dedica interamente alla caccia, scatenando così l’ira di Venere, la quale vorrebbe che tutti la onorassero dedicandosi all’arte amatoria. Non si tratta della bellissima e seducente dea Afrodite cui ci ha abituato la statuaria greca: Venere è una donna vecchia, ingrigita, androgina, vestita con un comodo tailleur rosso acceso. La dea si vendica della castità del ragazzo facendo innamorare Fedra, la moglie di Teseo, proprio del povero Ippolito, mentre l’antico vincitore del Minotauro e del labirinto di Knosso è sceso negli inferi per rapire Persefone, la regina del regno dei morti. Fedra è in preda di una vera e propria follia d’amore, cui cede dichiarandosi al figliastro. Ippolito la respinge, così Fedra si vendica raccontando a Teseo, dopo che questi fu tornato vincitore, di essere stata violata dal figliastro. Teseo si vendica a sua volta facendo uccidere in modo orribile il proprio figlio; Fedra, attanagliata dal rimorso, si suicida dopo aver confessato al marito la verità. Teseo vorrebbe scendere negli inferi, questa volta per morire come ogni altro mortale, invece organizza i funerali del figlio. Lo spettacolo si chiude con un magistrale monologo di Venere circa la presenza di un dio dentro ciascuno di noi e l’inesistenza degli dei greci.

Sebbene la trama sia identica a quella della Phaedra di Seneca, il testo ha subito qualche variazione e sono presenti estratti dall’Ippolito di Euripide e dalle Lettere di Seneca. La traduzione dal latino ha prediletto uno stile agevole da seguire per lo spettatore e ha riportato fedelmente i lunghi affascinanti monologhi. Le scene impossibili da rappresentare sul palcoscenico, come l’uccisione di Ippolito, sono state affidate alla narrazione degli attori in scena, come in ogni altra tragedia di Seneca. Tali opere teatrali erano destinate alla lettura anziché alla recitazione a causa della decadenza del teatro in tale periodo e, anche per questo, le scene troppo crude erano affidate all’enunciazione a voce anziché alla rappresentazione sul palco.

Le opere di Seneca sono le uniche tragedie latine pervenute sino ai nostri giorni in maniera non frammentaria, pertanto sono di straordinaria importanza per lo studio del teatro latino e, in generale, della letteratura di tale civiltà. Sono aperti ancora diversi dubbi su quali tragedie abbiano ispirato l’opera.  Secondo alcuni il modello principale èl’Ippolito coronato di Euripide e la sua prima versione, Ippolito velato; altri invece sostengono che Seneca si sia ispirato alla perduta Fedra di Sofocle.

La scenografia prevede la presenza di un secondo palcoscenico al centro del palco, una sorta di claustrofobico cubo dalle pareti di vetro all’interno del quale avvengono le scene più importanti, separando o congiungendo tra loro i vari personaggi. I cinque attori che interpretano i personaggi (Fedra, Ippolito, Teseo, Venere, una serva) sono sempre in scena e, quando non sono chiamati a recitare, si aggirano silenziosamente sul palco o siedono su alcune sedie poste sul fondo del palcoscenico. Teseo e Ippolito, quando sono in viaggio rispettivamente per sfidare il regno degli inferi o per scampare alla morte, si nascondono dietro due maschere neutre sul lato destro del palco, respirando affannosamente. La dea Venere apre lo spettacolo parlando sul lato sinistro del palco, ove si trovano uno scranno e diversi microfoni.

Un ruolo importante è rivestito dalla rumoristica, infatti le varie scene sono continuamente accompagnate da suoni sinistri. Le voci degli attori sono sapientemente distorte, soprattutto per creare degli echi suggestivi e drammatici.

Lo spettacolo è stato un successo: gli attori hanno saputo coinvolgere il pubblico e hanno interpretato le rispettive parti con maestria, l’unione tra l’intramontabile fascino delle tragedie classiche e la spettacolaritá della tecnologia odierna è un valido esempio di quanto il teatro possa essere magico. Il pubblico è composto sia da adolescenti, soprattutto scolaresche che hanno affrontato lo studio delle tragedie latine tra i banchi di scuola, sia da giovani e anziani: un gruppo eterogeneo ma ugualmente appassionato della. genialità di Seneca.

“Una fuga d’amore” di Anderson

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Una fuga d’amore, il cui titolo originale è Moonrise Kingdom, è un film del 2012 di Wes Anderson, ambientato in un’isola fittizia del New England nel 1965.

Sam (Jared Gilman) e Suzy (Kara Hayward) sono due emarginati di dodici anni: il primo, un orfano ritenuto psicologicamente instabile e pericoloso, è il membro più impopolare della propria truppa di Scout; la seconda è una cleptomane (si diverte a rubare i libri della biblioteca della scuola), violenta e associale, che appartiene ad una famiglia problematica nonostante la patina di perfetta famigliola borghese. I due si sono innamorati nel corso di una recita parrocchiale in cui venne rappresentata l’opera di Britten Noye’s Fludde, Sam faceva parte del pubblico con la sua truppa di Scout e Suzy interpretava il ruolo del corvo. Dopo essersi scambiati lettere per un anno, i giovani innamorati decidono di fuggire lungo un antico percorso indiano. La fuga è resa possibile in quanto Sam, esperto scoutista, sa come sopravvivere nella natura selvaggia, ma ben presto la coppia verrà scoperta dall’intera truppa Scout di Sam, che si è lanciata all’inseguimento del compagno, i genitori di Suzy e il comandante Sharp.

Dopo quest’ultima bravata, i genitori affidatari di Sam hanno deciso di restituire il ragazzo agli assistenti sociali, i quali hanno già inviato un loro rappresentante (di cui ignoriamo il nome, il regista ha deciso di chiamarlo semplicemente con il minaccioso appellativo di Assistenti sociali) per ritirarlo e trasferirlo in una sorta di orfanotrofio, in cui il ragazzo potrebbe ricevere trattamenti psichiatrici invasivi come l’elettroshock. Sam e Suzy decidono dunque di fuggire ancora, questa volta con l’aiuto della truppa di Scout.

Come colonna sonora è stata effettuata una scelta raffinata: Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell di Benjamin Britten. All’inizio del film vengono ripresi i tre fratellini di Suzy all’interno di una scenetta famigliare mentre ascoltano un vinile che propone un ascolto guidato del brano musicale. Come suggerisce il titolo, il pezzo è costituito da una parte in cui l’intera orchestra suona il tema di Purcell e delle brevi variazioni effettuate dalle varie sezioni dell’orchestra. Tali variazioni compariranno come colonne sonore nel corso dell’opera. Non è la prima volta che Purcell viene scelto come colonna sonora di un film: Music for the funeral of queen Mary the Second è infatti diventata il celeberrimo motivo di Arancia Meccanica di Kubrik.

La presentazione dell’ambientazione non viene affidata soltanto alla cinepresa, infatti compare un personaggio secondario dell’opera, un cartografo che partecipa al ritrovamento dei due fuggiaschi, che pronuncia due brevi discorsi introduttivi. Tutto ciò provoca un effetto di straniamento nello spettatore e l’intervento del regista nella realizzazione del film diventa più evidente.

L’atmosfera del film è fortemente vintage per l’ambientazione negli anni Sessanta e favolistica per le presentazioni del cartografo e per la presenza di scene fortemente teatrali, che rendono la trama piuttosto irreale. Non mancano inoltre situazioni buffe e surreali che rallegrano le varie scene del film: lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi.

Il film si conclude con un classico happy end: Suzy ritorna a casa con la famiglia, Sam viene adottato dal comandante Sharp. Si tratta di una conclusione sviluppata in modo poco approfondito, in quanto l’analisi psicologica del poliziotto è piuttosto debole e si può dire altrettanto del suo rapporto con il ragazzino. Nonostante ciò si tratta di un ottimo e insolito film, che tratta l’amore adolescenziale con ironia e rispetto.

“La locandiera” al Teatro Carcano

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La compagnia Proxima Res ha portato in scena a gennaio presso il Teatro Carcano di Milano La locandiera, il capolavoro di Goldoni del 1753.

Si tratta di una commedia in tre atti che narra la storia di Mirandolina, un’intraprendente ostessa che, rimasta orfana, gestisce l’attività di famiglia con il supporto di Fabrizio, segretamente innamorato di lei. Presso la sua locanda alloggiano lo squattrinato ma influente Marchese di Forlipopoli e il ricco Conte d’Albafiorita, i quali si contendono la sua mano. Per non perdere i clienti, Mirandolina inganna entrambi flirtando con loro, ma senza concedersi a nessuno. L’equilibrio viene interrotto dall’arrivo alla locanda del cinico e misogino Cavaliere di Ripafratta, che rifiuta ogni donna; per Mirandolina conquistarlo diventa una questione di principio, ma la bella locandiera non ha tenuto conto dell’imprevedibilità dei sentimenti umani, compresi i propri.

Mirandolina è un “Don Giovanni in gonnella” (il regista ha espressamente consigliato all’attrice di considerarsi tale durante la recitazione), in quanto sfrutta il proprio fascino per sedurre e prendersi gioco degli uomini. Il personaggio si ispira alla figura della servetta scaltra, un topos nella letteratura del settecento, nato in un periodo in cui le donne stavano lentamente iniziando ad emanciparsi svolgendo attività lavorative come quella della domestica. Il personaggio della locandiera è l’evoluzione di Colombina, la servetta scaltra per antonomasia della Commedia dell’arte; rappresenta inoltre la piccola borghesia emergente, che sgomitava per farsi strada nell’economia europea in questo periodo storico. Il personaggio di Mirandolina è inoltre coerente con l’autodeterminazione dell’individuo illuminista. Nonostante si riveli disonesta nei confronti dei personaggi maschili, è evidente che la locandiera sia nelle grazie di Goldoni, infatti non può essere considerato un personaggio negativo nonostante sia disonesta nei confronti del sesso maschile.

Il marchese e il conte erano, all’epoca di Goldoni, due figure di straordinaria attualità in quanto il primo rappresenta la nobiltà, che non aveva ancora perso il proprio prestigio ma si era ormai ridotta sul lastrico ed era diventata una parassita della società, il secondo è invece un esponente della ricca borghesia che tutto può con il denaro ma ancora invidia i titoli nobiliari dell’antica aristocrazia, in quanto ha ereditato da poco il titolo di conte e non ha particolare rilievo in società. L’antagonismo tra i due personaggi per la mano di Mirandolina rappresenta lo scontro tra due classi sociali che ha segnato un periodo storico.

La locandiera è stata una rivoluzione nella storia del teatro. Inizialmente Goldoni scriveva commedie appartenenti al genere della Commedia dell’arte, in cui i personaggi erano maschere stereotipate. Con la commedia di Mirandolina gli attori cessano di indossare delle maschere e possono recitare anche con l’ausilio delle espressioni facciali, inoltre i personaggi hanno una psicologia complessa e sono più simili a uomini appartenenti al quotidiano, anziché essere delle prevedibili macchiette. La trama nella Commedia dell’arte era affidata ad un canovaccio (una sorta di bozza, che lasciava ampio spazio all’improvvisazione), mentre Goldoni realizza un testo teatrale ben strutturato, che limita l’inventiva degli attori ma garantisce una trama profonda e complessa.

Nello spettacolo proposto dal Carcano domina il colore bianco sulla scena e le scenografie e i costumi sono ridotti all’indispensabile: degli appendiabiti contenenti dei costumi disposti ai lati del palco, che consentono agli attori di trasformarsi sulla scena ogni volta che devono cambiare personaggio e un lungo tavolo, attorno il quale si svolge la scena. Il tavolo è un elemento portante della rappresentazione in quanto l’azione può svolgersi anche al di sopra o al di sotto di esso. Gli oggetti di scena sono riposti sotto il tavolo in attesa di essere utilizzati, sul quale vengono continuamente poste delle piccole bamboline che rappresentano i vari personaggi.

I costumi sono per lo più bianchi e sono costituiti dal minimo essenziale per caratterizzare un personaggio. Sono singolari i costumi delle signore, strutturati quanto basta per evocare le ampie gonne settecentesche senza essere altrettanto ingombranti. La struttura  leggera e comoda delle gonne serve soprattutto per consentire alle attrici di corre, saltare, salire sul tavolo o, più semplicemente, muoversi in tutta comodità durante la recitazione, senza l’impaccio di un bellissimo ma assai poco pratico costume storico.

Il testo di Goldoni è immortale: sopravvive allo scorrere dei secoli senza perdere la propria comicità e il suo profondo messaggio. Gli attori hanno saputo intrattenere il pubblico egregiamente, scatenando fragorose risate e attribuendo ad un testo di trecento anni un respiro attuale. Per gli appassionati, su internet sono disponibili le interviste di alcuni degli attori e il testo completo della commedia.

The Game (Il Gioco)

 

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Se avete deciso di leggere questo articolo ormai è troppo tardi, siete destinati a partecipare al Gioco sino alla fine dei vostri giorni. In verità state giocando dall’epoca del vostro primo vagito, solo che non lo sapevate. Forse vi state chiedendo cosa sia il Gioco. Sarete subito accontentati, in modo tale da contribuire anche voi alla diffusione di quello che è stato definito un virus mentale.

 

Le origine del Gioco sono ignote, ma è certo che era già presente in Inghilterra vent’anni fa, nel lontano 1996. The Game, chiamato in italiano Il Gioco, è un passatempo per nerd incalliti (come me, come voi, come tutti i lettori di questo blog) il cui scopo è evitare di ricordarsi del gioco stesso. E’ molto più difficile di quanto possa sembrare in quanto, più si cerca di dimenticarsi di qualcosa, più tale concetto si imprime nella nostra mente. WIkipedia, per spiegare il concetto, ha scelto di tirarsela citando Dostoevskij: “cerca di non pensare ad un orso bianco e questo continuerà a venirti in mente”.

 

Il Gioco funziona in modo molto semplice:

 

·         L’intera umanità sta partecipando al gioco;

 

·         Non tutti sono consapevoli di stare giocando (si tratta di coloro che non sono venuti a conoscenza dell’esistenza del Gioco);

 

·         Se si pensa al Gioco, si perde;

 

·         Non è possibile vincere al Gioco, al massimo si può evitare di perdere non pensando ad esso;

 

·         Se si perde, bisogna informare di tale avvenimento un’altra persona, che perderà a sua volta. Per fare ciò è sufficiente affermare di avere perso, oppure di aver appena fatto perdere il vostro interlocutore. In questo modo, anche il vostro compagno perderà; 

 

·         Dopo aver perso, un giocatore può pensare al Gioco senza perdere nella mezz’ora successiva, in quanto non è possibile smettere di pensare volutamente a qualcosa, si può solo attendere che il flusso dei pensieri si allontani spontaneamente da quell’argomento;

 

·         Lo scopo è informare l’intera umanità dell’esistenza del Gioco.

 

Esistono altre varianti del gioco che personalmente non conosco. Secondo la nostra cara WIkipedia, il gioco finirà quando il primo ministro britannico annuncerà pubblicamente “The Game is up”, che significa “Il Gioco è finito”. Una petizione mondiale ha tentato di convincere i politici a porre fine ad un gioco che è stato definito un virus mentale, ma invano. E’ stata realizzata una seconda petizione per far entrare Il Gioco nella legge inglese, obbligando l’intero stato a rispettarne le regole, ma è stata rifiutata in quanto “umoristica e di nessuna rilevanza per le attività statali”.

 

Ora che sapete anche voi in che cosa consiste Il Gioco, andate nel mondo e diffondete il verbo. Prima di leggere questo articolo non avevate alcuna possibilità di perdere in quanto non eravate a conoscenza dell’esistenza del Gioco, ma da questo momento siete destinati a perdere, di tanto in tanto, quanto vi ricorderete di questo articolo e dell’esistenza del Gioco.

 

A proposito, AVETE PERSO!

 

“Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie

 

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Grazie ad uno dei video di Cimdrp ho scoperto Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane e brillante femminista nigeriana. Si tratta del testo di una conferenza del 2012, successivamente trasformato in libro nel 2014, in cui la speacker racconta la sua esperienza di femminista africana sintetizzando i concetti chiave di femminismo e femminilità applicati alla nostra epoca. Il testo è stato campionato nella canzone Flawless di Beyoncé.

Chimamanda è molto giovane, infatti è nata nel 1977 e, oltre ad essere una bella ragazza dalla pelle color ebano, è anche un medico e un’intellettuale femminista. I suoi libri sono stati tradotti in trenta lingue e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Il blog Hai da spicciare? Ha pubblicato sia il video sia il testo della conferenza. Personalmente ho preferito la conferenza in quanto consente di conoscere il volto e la voce dell’autrice, i vivaci colori del suo abbigliamento africano e la reazione del suo pubblico, un po’ incomprensibile a mio parere in quanto spesso ride senza alcuna ragione. La conferenza non è molto lunga, dura solo mezz’ora, e non è particolarmente impegnativa, di conseguenza il libro è lungo solamente quaranta pagine.

Le parole di Chimamanda sono sintetiche e immediate, trasmettono messaggi forti con esempi semplici, tratti dal suo vissuto personale. La donna non tratta soltanto la condizione femminile in Africa, le sue parole riguardano la parità di genere nel mondo. Ecco uno dei passi che più mi è piaciuto:

Ma la cosa di gran lunga peggiore che facciamo ai maschi, facendo intendere che devono essere duri, è che li lasciamo con degli ego molto fragili. Più un uomo sente di dover essere un “uomo duro”, più è debole il suo ego. E poi facciamo un lavoro anche peggior con le ragazze, perché le educhiamo a soddisfare i fragili ego degli uomini. Insegniamo alle ragazze come farsi da parte, come farsi più piccole. Diciamo alle ragazze, “Puoi avere ambizione, ma non troppa. Dovresti puntare ad avere successo, ma non troppo successo, altrimenti potresti minacciare l’uomo.” Se in una relazione con un uomo sei tu a portare il pane a casa, devi far finta che non sia così. Soprattutto in pubblico. Altrimenti lo stai castrando. Ma se mettessimo in discussione la premessa stessa? Perché il successo di una donna deve essere una minaccia per un uomo? Che cosa succede se decidiamo di sbarazzarci semplicemente di quella parola, e non credo ci sia una parola inglese che mi piaccia meno di “castrazione”.

La conferenza è piaciuta molto anche oltreoceano a Beyonce, che ha inserito alcune frasi pronunciate da Chimamanda nella propria canzone Flawless, che Cimdrp suona e commenta in questo video. Si tratta di una canzone grintosa e personale, in cui la cantante mostra tutta la propria forza interiore e sprona le ragazze a fare altrettanto, senza lasciarsi chiacciare dalle convenzioni sociali maschiliste. Ma possiamo considerare Beyonce una femminista? A mio parere esistono centinaia di donne che meritano maggiormente tale titolo, tuttavia è importante che i media parlino di femminismo ed è lodevole che la cantante abbia attirato l’attenzione sulla questione.

Questo testo, per la sua semplicità, è indicato per tutti coloro che non hanno molta dimestichezza con il femminismo (come me!), oppure desiderano intraprendere una lettura (o la visione di una conferenza) leggera ma significativa.

Per concludere, ecco il link della canzone Flawless di Beyonce, sperando che vi piaccia:

 

 

Chimamanda Ngozi Adichie

 


 

“Il misantropo” di Molière

 

Il misantropo è uno dei capolavori di Molière, si tratta di una commedia in cinque atti messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1666.  E’ possibile affrontare un testo teatrale semplicemente leggendolo sulla carta, senza assistere ad una rappresentazione in scena. Può essere un po’ faticoso perché l’opera è composta prevalentemente dalle battute dei personaggi e affida alla nostra immaginazione le descrizioni, le scenografie e, soprattutto, i volti degli attori e la loro gestualità. La comicità del testo purtroppo è meno evidente quando non esplode con tutta la sua energia sul palcoscenico, soprattutto in un’opera come Il misantropo, in cui malinconia e pessimismo compaiono tra gli ingredienti principali. Sicuramente si tratta tuttavia di una commedia geniale, che sul palcoscenico è in grado di intrattenere lo spettatore inducendolo a riflettere sulla condizione umana.

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E’ consigliabile la lettura dell’edizione della Giunti a cura di Patrizia Valduga, un cofanetto sottile rivolto ai professionisti della letteratura, ma online è disponibile il copione gratuitamente. Fortunatamente la traduzione di cui mi sono servita rende giustizia agli esilaranti versi in rima di Molière, le cui agilità e immediatezza, caratteristiche necessarie per rendere efficace una scena teatrale, sono sopravvissute attraverso i secoli e sono facilmente leggibili anche per coloro che non hanno dimestichezza con la lingua francese.

 

Molière scriveva le proprie commedie per la corte francese e i suoi personaggi appartengono proprio a tale classe sociale, perciò il commediografo metteva in scena le contraddizioni della corte, consentendo al proprio pubblico di ridere circa questioni che lo riguardavano. Anche il protagonista Alceste è un cortigiano, come tutti i personaggi della commedia, ed è un misantropo in quanto, volendo vivere senza le ipocrisie, le convenzioni e i compromessi tipici dell’aristocrazia parigina, è incapace di adattarsi alla vita di corte ed alle sue consuetudini sociali. La sorte ha voluto che si innamorasse di Célimène, una giovane civettuola e amante della vita mondana che Alceste vorrebbe sottrarre alla corte e condurre nella propria vita solitaria. Riuscirà Alceste a conquistare una donna così diversa da lui? Unico amico di Alceste è Filinte, il quale non condivide le sue opinioni e sostiene che per sopravvivere nel mondo è necessario adattarsi; costui tenterà di convincere Alceste a mutare il proprio comportamento. La commedia vuole essere una critica rivolta non solo alla corte parigina, ma all’intera società umana e pone in risalto alcuni limiti e difetti dell’animo umano.

 

Per Il misantropo Molière ha tratto ispirazione dalla propria vita privata, dall’abbandono della moglie e dall’iniziale crisi di Don Giovanni e Il Tartuffo, due opere dell’artista che furono censurate. Proprio per questo motivo il misantropo è privo della comicità dirompente che contraddistingue la poetica dell’artista. Non è la prima opera a portare il titolo di misantropo, infatti anche il greco Menandro ha composto un’omonima opera che è stata messa in scena per la prima volta nel 317 a.C. La commedia si contraddistingue dalle comuni farse dell’epoca in quanto presenta personaggi dinamici e a tutto tondo, infatti Alceste e Célimène hanno una psicologia complessa e articolata, non certo come le personalità piatte create dai satiri per criticare la propria società. Si tratta inoltre di un’opera atipica rispetto alle altre composte da Molière perché non si sofferma sull’evoluzione e le sfumature dei personaggi ma sulla trama. Il misantropo è considerato uno dei capolavori di Molière sebbene non riscosse un immediato successo quando venne presentato al pubblico per la prima volta.

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Chi non volesse affrontare una lettura troppo impegnativa può attendere che l’opera sia portata in scena in uno dei teatri della propria città oppure gustarsi Molière in bicicletta, un simpatico film del 2013 di Le Guay che narra il tentavo di Serge e del suo amico Gauthier Valence di mettere in scena proprio Il misantropo.

 

Serge è un anziano attore cinematografico che, dopo un’amara delusione, ha deciso di abbandonare le scene e ritirarsi a vita privata in una spartana casetta sull’isola di La Ré ereditata da un parente. Anche l’ex attore è un misantropo, infatti ha ridotto al minimo i contatti umani per dedicarsi alle proprie passioni, pittura e lettura, in particolare delle opere di Molière. La sua solitudine viene interrotta dall’amio e collega Gauthier Valence, diventato famoso per aver interpretato un personaggio di una telenovela, che lo invita a recitare ne Il misantropo. I due attori recitano a turno il ruolo di Alceste, interrompendo le prove per dedicarsi a piacevoli pedalate in bicicletta sull’isola o intrattenendosi con la bella Francesca, di cui Serge ben presto si innamora.

 

Il misantropo del film è molto diverso da quello dell’opera teatrale in quanto viene considerato tale per il suo desiderio di ritirarsi dal mondo dopo essere stato deluso dalla vita anziché per la sua incapacità di adeguarsi ad essa. Durante la visione è però possibile assistere ad alcuni dialoghi tratti dalla commedia di Molière.

 

I ritratti di Sissi

Negli appartamenti dell’Hofburg, il palazzo reale di Vienna, è stato allestito il museo di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nota al mondo come la principessa Sissi, in cui sono stati esposti più di trecento oggetti personali dell’imperatrice.

Non è opportuno presentare un museo di oggettica in una rivista d’arte, ma i curiosi possono apprendere ulteriori informazioni al riguardo cliccando sul seguente link: http://www.hofburg-wien.at/it/informazioni-interessanti/museo-di-sisi.html . Nelle sale del museo abbondavano ritratti e fotografie dell’imperatrice realizzati nelle situazioni più svariate e in età molto diverse della regina. Alcuni dipinti sono noti in tutto il mondo, come quello in cui l’imperatrice è ritratta di spalle e mostra la sua splendida chioma castana, lunga quasi sino a terra, che pettinava per circa tre ore al giorno in quanto era ossessionata dalla bellezza e che raccoglieva in elaborate acconciature ottocentesche; altri ritratti sono invece sconosciuti e mostrano un’immagine poco nota dell’aristocratica fanciulla, ma altrettanto affascinante.

Non ho la possibilità di ricordare e menzionare i quadri e le fotografie più belli in esposizione al museo, mi accontenterò di scrivere questo articolo servendomi delle immagini disponibili in rete.

Non è un caso che un’imperatrice sia stata ritratta così tante volte: si trattava di un preciso progetto di propaganda, il popolo infatti aveva la possibilità di conoscere i propri reali soprattutto attraverso quelle immagini. Veniva proposta un’immagine di Sissi felice, armoniosa e innamorata del proprio marito. La sposa perfetta, insomma. Ma Sissi non era affatto questo genere di donna e la rigida etichetta di corte, le incomprensioni con il marito e l’ostilità della suocera la rendevano profondamente infelice e chiusa in se stessa. I sudditi percepivano l’inadeguatezza dell’imperatrice nei confronti del proprio ruolo e non la amavano particolarmente. In questa incisione vediamo Sissi e Francesco Giuseppe giovanissimi, che passeggiano a braccetto all’aria aperta in una splendida, idilliaca bugia propagandistica.

Le seguenti due foto testimoniano l’infelicità di Elisabetta a corte. Si tratta di due fotografie ufficiali, scattate quando la regina aveva solo sedici anni e si era sposata da poco. Il fotografo si era sforzato di farla sorridere ma Elisabetta restò seria, infatti in quel periodo era profondamente stressata per gli impegni di corte che si erano susseguiti dopo il matrimonio, l’assenza di vita privata, l’invadenza della suocera, la solitudine e le incomprensioni con il marito.

Il dipinto più famoso di Elisabetta è stato realizzato nel 1865 da Franz Xaver Winterhalter. L’imperatrice indossa uno splendido abito bianco da gran galà e tra i suoi capelli intrecciati sono fissate delle preziosissime stelle di diamanti, che sono entrati nella storia dell’oreficeria (per saperne di più, leggete questo articolo: http://www.il-mondo-delle-gemme.juwelo.it/sissi-e-la-leggendaria-stella-di-diamanti/ ). In questo periodo Sissi aveva ventisette anni ed era al massimo del suo splendore. Il quadro è abbastanza fedele anche se l’espressione dell’imperatrice è un po’ troppo sdolcinata; per conoscere il vero volto Elisabetta e le reali espressioni del suo viso, dobbiamo affidarci alle fotografie.

Passano gli anni ed Elisabetta non è più una ragazzina, ma una donna forte e decisa, conscia del proprio potere a corte e decisa a far valere la propria volontà contro la suocera, il marito e le convenzioni sociali, anche a costo di essere considerata stravagante. Nelle fotografie appare come una donna orgogliosa, leggermente maliziosa, raramente sorridente e talvolta dura. Conscia della propria bellezza dalla quale era ossessionata, spesso l’imperatrice non cela una certa vanità.

Dopo i trent’anni Elisabetta smise di farsi ritrarre, nonostante avesse una maniacale cura del corpo ai limiti dell’anoressia; i segni dell’età infatti iniziavano a diventare evidenti e l’imperatrice faticava ad accettare il proprio aspetto. Quando Sissi aveva cinquantasette anni, il pittore Armin Horowitz realizzò uno straordinario falso che divenne piuttosto famoso: pur non avendo mai incontrato la regina, dipinse un suo ritratto mediante un abito nero che Sissi era solita indossare e un dipinto del suo volto, realizzato quando la donna aveva 25-30 anni. L’effetto è straordinario: l’imperatrice cinquantenne appare giovane e fresca come una ragazza nel fiore degli anni.

Siccome anche nell’Ottocento i vips erano paparazzati, Elisabetta non usciva mai senza ventaglio o ombrellino per nascondere il suo volto dall’obiettivo degli invadenti fotografi. In alcune fotografie in cui è riuscita a proteggersi, la regina risulta irriconoscibile.

In altre situazioni i fotografi hanno avuto la meglio e sono riusciti ad immortalare, anche se solo parzialmente, il volto di Elisabetta. Nelle due fotografie che vi abbiamo proposto, Elisabetta compare prima nel corso di una silenziosa passeggiata con il marito, poi in compagnia di una dama di corte.

Abbiamo a disposizione una sola fotografia di Sissi in età matura, scattata quando la regina aveva cinquantaquattro anni. Si tratta di una fotografia privata, realizzata nel Natale del 1891, che fu scoperta in una collezione privata del 1986. Proprio a causa dell’unicità di questo reperto, molti sospettano che si tratti di un falso, ma la sala e la sedia su cui è seduta l’imperatrice coincidono con la realtà e la donna che dovrebbe essere Sissi è straordinariamente somigliante con le immagini che abbiamo dell’Elisabetta più giovane.

 

Informaizoni tratte da: