USA, quando le carceri sono popolate soprattutto da neri

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

Cosa sappiamo noi Italiani del funzionamento del sistema carcerario americano? Pochissimo, se escludiamo quanto ci mostra il telefilm Orange is the new black, che racconta i dissidi tra le prigioniere di un carcere femminile e l’azienda privata che gestisce l’istituto penitenziario. E’ tuttavia difficile distinguere la realtà dalla finzione, soprattutto perché molte delle avventure affrontate da Piper e le sue amiche sono alquanto improbabili.
La realtà che ci mostra il documentario Netflix 13th è molto più cruda e drammatica: gli Stati Uniti sono abitati dal 6% della popolazione mondiale e comprendono il 25% dei detenuti del pianeta, quasi tutti afroamericani. Il documentario è scandito dalle tappe di una lunga linea del tempo che inizia con la fine della schiavitù e arriva sino ai nostri giorni, mostrando come il numero dei carcerati aumenta vertiginosamente di anno in anno. Gli episodi sono intervallati dai ritornelli di alcune canzoni rap che raccontano la tragica condizione degli afroamericani ingiustamente incarcerati, le storie sono raccontate attraverso interviste di esperti e video storici dei telegiornali o film d’epoca.
Con la fine della schiavitù afroamericana, l’economia del paese, sino a poco prima fondata sullo sfruttamento dei neri, andava ricostruita. Siccome il tredicesimo emendamento della costituzione proibiva ogni forma di schiavitù eccetto quella cui possono essere sottoposti i criminali, si è pensato di trovare un astuto escamotage per incatenare la popolazione nera: la prigione. Complice il Ku Klux Klan quanto le istituzioni, si è diffuso lo stereotipo del negro stupratore, avido, violento e criminale, da temere, perseguire penalmente e rinchiudere. Era l’epoca della segregazione, dei pestaggi, dei linciaggi per strada ma anche delle esecuzioni sommarie da parte di una folla inferocita. Alcuni video agghiaccianti mostrano una realtà che turba profondamente lo spettatore, proponendo scene di violenza che sembrano appartenere ad un mondo lontanissimo, eppure tutto ciò accadeva solo pochi decenni fa.
L’epoca di Nixon diventa più infida: non si parla apertamente di razzismo o di incarcerazione dei neri, però si parla di necessità di sicurezza e di lotta contro la droga, tutto ciò porta inevitabilmente ad un incremento dell’incarcerazione degli afroamericani e dei difensori dei loro diritti civili. Si consolida l’immagine del nero pericoloso, uno stereotipo che si diffonde anche presso la stessa comunità afroamericana. Le immagini ora sono a colori, tratte da vecchi telegiornali e meno violente, ma non per questo meno angoscianti: giovani neri ammanettati caricati sui furgoni della polizia, in attesa di lunghi anni di carcere per reati che non hanno commesso o per crimini minori. Sotto Regan, si diffonde la crak, una droga molto diffusa tra i neri. Il semplice possesso di questa sostanza è punito molto più severamente rispetto a quello della cocaina, ciò comporta un’incarcerazione di massa degli afroamericani.
“Tre colpi e sei fuori” significa che, dopo tre reati gravi, scatta autonomamente l’ergastolo; è questa la nuova politica statunitense. Si garantisce inoltre che un detenuto sconti sempre almeno l’85% della pena, senza ricevere premi per buona condotta o altro. Tutto ciò ha comportato un sovrappopolamento delle carceri americane, famiglie divise e padri che non hanno visto crescere i loro figli, anche per aver commesso un semplice reato minore.
Dopo Nixon e Regan in America è diventato quasi impossibile candidarsi alla presidenza senza proporre un giro di vite nei confronti dei criminali, un giovane nero su tre è destinato a finire in prigione almeno una volta nella sua vita e le percentuali non sono affatto migliorate perché il sistema carcerario è diventato un business gestito da aziende private, alle quali conviene che gli istituti penitenziari siano pieni. Lo scenario di Orange is the new black, in cui una compagnia cinica e spietata gioca con le vite delle detenute per trarne profitto, non è più una finzione drammatica ma la realtà dei fatti, con la sola distinzione che la popolazione carceraria non è equamente suddivisa tra tutte le etnie che vivono negli Stati Uniti, ma c’è una netta maggioranza di neri ed ispanici.
Dimenticatevi soprattutto le romantiche, bellissime e acculturate Piper ed Alex delle classi più agiate nel ruolo delle protagoniste, perché in America chi è ricco può facilmente uscire di prigione pagando la cauzione; sarebbe stato più corretto attribuire il ruolo di prima donna dietro le sbarre ad una sorella del ghetto. Un’altra violazione dei diritti umani è costituita dal patteggiamento: ai criminali colti in flagrante viene offerto di patteggiare ammettendo le proprie colpe, chi si rifiuta e accetta di essere processato rischia un inasprimento della pena; ne consegue che gli arrestati accettano di essere incriminati anche per i reati che non hanno commesso. Un giovane ragazzo ha rifiutato il patteggiamento perché era innocente e ha atteso il processo in prigione; si è tolto la vita qualche anno dopo aver ottenuto la libertà. Un altro grave problema è il reinserimento degli ex detenuti nella società, in quanto sarà molto difficile per loro trovare lavoro, affittare una casa e, in generale, muoversi liberamente negli Stati Uniti con la fedina penale sporca.
Il documentario richiede una certa dose di attenzione perché tratta argomenti seri e complessi, inoltre turba profondamente lo spettatore per la crudezza dei temi trattati. Nonostante ciò, merita di essere visto perché tutti dovrebbero conoscere la tragica violazione dei diritti umani che è in corso negli Stati Uniti attraverso quella che può essere considerata una nuova forma di schiavitù.

Annunci

Il movimento Me Too

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

63d0a068-e725-46a6-ba40-2c447e27eba4_w1200_r1_s

Aristotele disse che “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli“. Ne consegue che anche i personaggi che maggiormente possiedono successo e potere nella nostra società, come le star del cinema e del mondo dello spettacolo in generale, possono non avere una dignità, nonostante i molteplici riconoscimenti sociali. Le vicende che circondano il movimento Me Too hanno messo in discussione la dignità di molti artisti e personaggi dello show business, oltre ad aver posto l’accento sulla tematica della violenza sulle donne, in particolare nel mondo del lavoro.

Ma partiamo dal principio. Il movimento Me Too è una campagna femminista finalizzata alla denuncia delle violenze subite dalle donne, in particolare sul posto di lavoro. Tutto è cominciato dopo la pubblicazione delle inchieste giornalistiche sugli abusi sessuali commessi dal produttore statunitense Harvey Weinstein, focalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto ci sia di torbido dietro le quinte dello show business. L’uomo, un potente impunito, è stato accusato da diverse artiste, che sono state credute pur senza processi e prove, un dato non scontato perchè, sino a pochi decenni fa, una donna veniva considerata priva di dignità se subiva un abuso e non sempre veniva creduta. Harvwy Weinstein è stato denunciato da diverse artiste, tra cui  Asia Argento, Salma Hayek, Rose McGowan, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Rosanna Arquette e Lea Seydoux.

Nell’ottobre 2017 il movimento ha avuto una diffusione virale nel mondo dei social grazie ad un hastag avente la funzione di dimostrare quanto sia alta la frequenza delle molestie sessuali subite dalle donne, raccontando la drammatica storia delle vittime. L’hastag era il nome del movimento che significa “anch’io”, perchè la denuncia di una donna induceva una compagna a prendere la parola e a raccontare un episodio di violenza capitato a lei.

Sempre nel 2017, il movimento Me Too è stato scelto come persone dell’anno dal Time e, sulla copertina del celebre giornale, sono state immortalate, vestite di nero, cinque donne fiere e determinate: Ashley Judd, tra le prime cinque star ad accusare Wensttein; Taylor Swift, che ha vinto una causa per molestie sessuali contro il dj David Muller; Adama Iwu, che ha creato il sito We said enough per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica; Susan Fowler, ex ingegnere informatico di Uber che, con una denuncia per molestie sessuali, ha portato al licenziamento il Ceo e altri venti dipendenti; Isabel Pascual, una raccoglitrice di fragole messicana che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato gli abusi.

L’italiana che ha maggiormente contribuito al movimento è Asia Argento, che ha parlato pubblicamente dello stupro che ha subito da parte di Weinstein a Cannes nel 1997, quando l’attrice aveva 21 anni. Il suo contribuito è stato fondamentale per la crescita del Me Too, anche se da molti è stata contestata in quanto risulterebbe sospetto denunciare uno stupro a distanza di anni. A ciò altri hanno ribattuto che molte vittime di violenza non trovano la forza per denunciare, contribuendo così a coprire il proprio aggressore, oppure ci riescono solo dopo anni, una volta superato il trauma.

Asia Argento era dunque un’eroina quando Jimmy Bennet, oggi ventiduenne, ha rivelato di aver subito un’aggressione sessuale da parte della star quando l’attore e musicista aveva diciassette anni. L’attrice lo avrebbe risarcito con 380 mila dollari, ma l’esperienza traumatica avrebbe comportato per Bennet un crollo emotivo talmente potente da averlo condizionato sul set. Asia Argento è stata accusata in seguito agli sms divulgati da Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, nei quali la figlia del regista di film horror confessa di aver avuto un rapporto sessuale con Bennet, all’epoca minorenne.

Harvey Weinstein ha colto l’occasione al volo per tentare di riscattare la propria immagine e affossare il movimento Me Too infatti, in una dichiarazione a Fox News, il suo avvocato Benjamin Rafman ha accusato l’attrice italiana di “un incredibile livello di ipocrisia”, infatti l’episodio di violenza sul ragazzo “dovrebbe dimostrare a tutti quanto malamente le accuse contro Weinstein siano state effettivamente crollate”. L’episodio potrebbe avere gravi ripercussioni sulla carriera di Asia, infatti persino Sky si è pronunciato al riguardo sostenendo che, se i fatti saranno confermati, la star non parteciperà al programma X Factor.

L’attrice è stata allontanata dal movimento proprio da Rose McGowan, un’artista che l’aveva sostenuta con ardore nelle sue battaglie: la donna non solo ha preso le distanze da lei, ma l’ha paragonata a Weinstein, allontanandola dal Me Too con una lettera facilmente rintracciabile in Internet.

L’episodio ha scatenato un acceso dibattito e ha sollevato opinioni contrastanti. Non è escluso che una vittima possa essere anche un carnefice, pertanto una persona può essere stata violentata in un episodio e aver violentato in un altro; ne consegue che il movimento Me Too non è ipocrita come è stato affermato da Weinstein, soprattutto perché ha avuto degli effetti positivi nello smascherare le molestie nel mondo dello spettacolo e nella difesa delle donne in generale. Ciò non toglie che, se Asia ha veramente commesso uno stupro, merita di essere punita ed è evidente che la donna ha calpestato la propria dignità macchiandosi di una colpa gravissima e, come ha detto il produttore, anche di ipocrisia. Molti sostengono che Asia sia stata incastrata per risollevare l’immagine di Weinstein; anche se non ci sono prove concrete al riguardo, bisogna tenere in considerazione tale ipotesi.

Ma una donna può stuprare? La questione è controversa, perché sicuramente le violenze subite dalle donne sono un fenomeno molto più diffuso e grave, però anche le vittime maschili meritano considerazione. Secondo il giornale online Bossy, anche gli uomini vengono stuprati, nelle stesse dinamiche in cui le vittime sono le donne. Gli uomini però hanno problemi ben maggiori rispetto alle donne perché non esistono centri di accoglienza, numeri verde o sportelli per supportarli inoltre, quando sporgono denuncia, spesso il loro caso viene trattato con sufficienza. L’uomo violentato inoltre si vede privato della propria virilità e accusato di omosessualità da una società omofoba (specie se lo stupratore è un uomo, ma anche se l’aggressore è una donna), pertanto la vittima tenderà a nascondere l’accaduto, coprendo il proprio carnefice.

Il fenomeno Me Too ci mostra come, dietro i lustrini e i riflettori, il mondo dello spettacolo possa anche essere privo di dignità e quanto sia allarmante il fenomeno delle violenze sessuali sul lavoro.

Il teatro in Africa

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

teatro-africa04

Anche in Africa esiste il teatro, le tradizioni al riguardo nel continente nero sono ricche e preziose. Per approfondire tali tematiche, ci soffermeremo su quanto racconta Ryszard Kapuscinski nel romanzo In viaggio con Erodoto, nel quale sono descritti i viaggi dell’autore intorno al mondo, alternati con un’analisi romanzata delle Storie di Erodoto. L’autore bielorusso rivela alcune interessanti informazioni sul teatro africano in due pagine in prossimità della conclusione dell’opera, in cui racconta le sue avventure in tale terra. Leggendo il romanzo è difficile distinguere l’autore implicito dal narratore omodiegetico e dalla reale persona di Kapucinski, tuttavia le informazioni fornite sembrano essere piuttosto affidabili, perché le vicende trattate sembrano coincidere con la biografia dell’autore e in quanto lo scrittore si presenta come un reporter, una persona che descrive realisticamente i paesi che visita e dunque degna di fiducia.

Secondo Kapucinski, il teatro africano non è costituito da regole rigide come quello Europeo. Nel corso di un festival sulla cultura africana cui partecipa il narratore, gruppi casuali di persone si riuniscono in luoghi qualsiasi della città per creare rappresentazioni dal nulla, senza basarsi su un testo ma improvvisando. Gli argomenti trattati sono umili e l’autore ne menziona alcuni come esempio: una banda di ladri arrestata dalla polizia, i mercanti che protestano contro la decisione di estrometterli dalla piazza del mercato, due mogli che si contendono un marito innamorato di una terza donna. E’ essenziale che la trama sia semplice e il linguaggio accessibile a tutti. Per diventare regista è sufficiente avere un’idea, dopodiché si distribuiscono le parti tra gli attori e si da inizio allo spettacolo.

Il luogo della rappresentazione può essere una strada, una piazza o un cortile, presso cui si raduna il pubblico improvvisato dei passanti, che possono restare se trovano lo spettacolo interessante o andarsene qualora subentrasse la noia. Talvolta l’opera di improvvisazione si interrompe se la meccanica dello spettacolo non funziona, ne consegue che i teatranti si disperdono, lasciando il posto ad altri artisti che partecipano al festival.

Può capitare che la rappresentazione in prosa si interrompa per lasciare spazio ad una danza rituale, cui partecipano anche gli spettatori. L’autore definisce tali balli “gai e spensierati”, ma racconta che può capitare che i danzatori si muovano con serietà e concentrazione, rendendo il rito collettivo grave e importante. Terminata la danza e la trance iniziatica, il dialogo recitativo viene ripreso.

Svolge un ruolo essenziale nella rappresentazione la maschera, che gli attori portano sempre sul volto o, se il caldo non lo consente, sottobraccio. La maschera è un simbolo, un’allusione ad un altro mondo di cui essa è segno, marchio e messaggio. Essa cerca di evocare emozioni, suscitare sentimenti e “sottomettere lo spettatore a sé”. La maschera svolge una funzione molto importante nella religione e nella cultura africana, il suo utilizzo nel teatro è solo una delle molteplici funzioni che assume.

Chiaramente la descrizione del reporter bielorusso è filtrata dalla sua appartenenza al mondo Occidentale, ma sarebbe interessante esaminare anche il punto di vista di un nativo africano. Le informazioni a nostra disposizione sul teatro africano sono state scritte prevalentemente da occidentali, ne consegue che è difficile guardare l’Africa con gli occhi di un suo abitante e lo stesso si può dire del teatro.

Altre fonti ci raccontano dati molto più precisi e puntuali del testo del romanzo, anche se certamente il loro stile è meno piacevole, in quanto non sono caratterizzate dalla leggerezza di un romanzo. In Africa il teatro è molto diverso da quello Occidentale, infatti può essere paragonato ad una festa, una cerimonia o un rituale con richiami evocativi. Lo spazio in cui si muove l’attore non è un palcoscenico ma la piazza di un villaggio, oppure l’ambiente in cui si riuniscono gli anziani della comunità, dunque l’arte drammatica non viene praticata solo in festival come quelli descritti dal reporter bielorusso. Attori e pubblico inoltre non sono completamente distinti, infatti può capitare che gli spettatori, conquistati dal dramma, partecipino attivamente alla rappresentazione, spesso fungendo da coro. La danza e la musica citate dal narratore del romanzo si associano alla coralità del teatro africano, inoltre l’autore del romanzo racconta che il teatro si fonda sull’improvvisazione, ma studiando altre fonti si scopre che sono molto importanti anche le tradizioni tramandate oralmente. Il reporter menziona soltanto i temi ispirati al quotidiano, mentre le opere africane trattano anche di religione, tradizioni, la vita del villaggio, le iniziazioni, il rapporto con la natura e il ciclo delle stagioni. Gli africani non hanno scuole di teatro, la loro abilità è genetica o, al più, viene appresa dai più anziani. Presso alcuni popoli è molto importante anche il mimo, in particolare si imitano i versi degli animali, la curvatura delle piante o la caccia dell’elefante.

Nel Cinquecento compaiono le prime testimonianze di compagnie teatrali africane: presso gli Yoruba, in Nigeria, era per esempio popolare un gruppo di artisti esperti, gli Alarinjo. I drammi religiosi a fondo mitologico erano la loro specialità. Quando aumentarono i contatti con gli occidentali, il teatro africano venne contaminato da nuovi elementi: argomenti biblici vennero trattati negli spettacoli locali e i dialoghi assunsero maggior rilievo rispetto alla danza.

Possiamo concludere che le arti non hanno necessariamente le caratteristiche che assumono in Occidente, infatti ogni popolo ha trovato il proprio modo originalissimo di esprimere la propria creatività. Ciò che accomuna tutti gli uomini è la voglia di condividere esperienze, di fare cultura insieme e di dare libero sfogo alla fantasia.

Fantascienza e psicologia in “Maniac”

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

maniac-netflix-990x557

Avete presente i vecchi film di fantascienza anni Ottanta che ci fanno esclamare, ridendo sotto i baffi: “Ma allora è così che i nostri genitori si immaginavano il futuro?” Dal 21 settembre 2018 Netflix propone una nuova serie tv, Maniac, che racconta la complicata relazione di amicizia e forse d’amore di due malati psichici, che si sottopongono ad un esperimento per risolvere i propri problemi. La regia di Cary Fukunaga e la scrittura di Patrick Somerville hanno sfornato un piccolo capolavoro.

L’ambientazione è un non tempo in cui le macchine e i costumi sono creati secondo la moda di quarant’anni fa e la tecnologia prevede hardware mastodontici e cavi al posto del wi-fi, ma la scienza offre miracoli che nemmeno ai nostri giorni possiamo immaginare: computer che provano emozioni e droghe in fase di sperimentazione che consentono di rielaborare i traumi. Il futuro immaginato dagli sceneggiatori prevede amicizie in affitto e una diffusa difficoltà nello stringere rapporti personali, rendendo il mondo di Maniac più simile ad una distopia. Le scenografie del laboratorio in cui si svolgono i test, con luci al neon, ambienti claustrofobici privi di finestre e effetti speciali anni Ottanta, sembrano un omaggio a Kubrick e sono determinanti nella creazione di un’atmosfera fantascientifica della vecchia scuola.

Ma Maniac è anche la storia di una relazione. I due protagonisti, Owen Milgrim (Jonah Hill) ed Annie Landsberg (Emma Stone), sono rispettivamente uno schizofrenico paranoico e una borderline, che si incontrano ad un esperimento per testare un nuovo farmaco sugli esseri umani. Lui vorrebbe guarire dalla sua difficoltà a scindere realtà e allucinazioni e salvarsi da una vita mediocre, lei cerca solo la droga da cui è dipendente, la prima delle tre pastiglie dell’esperimento, che le consente di rivivere il trauma in cui è morta sua sorella. Le pastiglie somministrate durante i test consentono di vivere dei sogni terapeutici per rielaborare i traumi, ma i sogni dei due giovani sono collegati perché i due si amano, anche se nel corso della prima stagione non lo hanno ancora capito e pensano di essere solo amici.

Svolge un ruolo portante il tema della psicologia, non soltanto perché i due protagonisti sono affetti da due patologie, dipinte egregiamente dalla recitazione dei due artisti. La serie tv parla anche di rapporti interpersonali, della rielaborazione del lutto da parte di un computer che prova sentimenti e di un disturbo sessuale dovuto ad un malsano rapporto con i genitori, che si potrebbe ricollegare al complesso edipico freudiano. Unica pecca, la facoltà di un farmaco che consente di rielaborare i traumi di guarire anche disturbi, come la schizofrenia paranoica e il disturbo borderline. Un disturbo può affliggere anche una persona che ha avuto una vita serena e non ha esperienze negative da rielaborare e può essere controllato con le terapie ma non superato, per questo motivo la serie è inesatta e trasmette un messaggio errato sulle malattie mentali. Anche la protagonista di Ragazze interrotte era borderline e, come in quel caso, l’opera non analizza a fondo le caratteristiche della malattia: tale disturbo non consiste semplicemente in maleducazione e rispondere male alle persone, è una realtà molto più complessa. La schizofrenia del personaggio principale maschile ricorda invece Beautiful mind: anche Owen combatte per distinguere realtà e finzione e la serie trasmette il sottointeso messaggio che la mente umana è bella perchè varia e articolata, inoltre ciascuno di noi è pazzo a modo suo. Owen si comporta come se fosse rintontito dai farmaci, invece afferma più volte di non assumere sostanze; si tratta di una grave pecca, perchè ancora una volta si raffigurano in modo errato le malattie psichiche.

La continua alternanza tra vita reale e dimensione onirica ricorda molto Inception. Come nel celebre film, il finale è aperto: non sarà una trottola a stabilire se i protagonisti si trovano in un sogno, ma la presenza di due animali che solitamente appaiono durante il sonno indotto dai farmaci. Sarà un caso o una citazione voluta?

Siccome nei sogni i disturbi psichici svaniscono e le personalità dei personaggi diventano più carismatiche e vincenti, la recitazione degli attori muta radicalmente a seconda del contesto, consentendoci di osservare come può cambiare il volto di un attore in base del ruolo. I dialoghi svolgono una funzione predominante nella struttura della serie, lasciando ampio margine di azione agli attori per mostrare le loro capacità.

E’ interessante soffermarsi anche sulla struttura del telefilm. La prima puntata è dedicata interamente a Owen, la seconda ad Annie, dalla terza invece i protagonisti assumono lo stesso rilievo. Il complicato rapporto tra i due scienziati che conducono l’esperimento è una storia parallela: il genio problematico e la sua saggia e matura compagna nonché braccio destro sono un duo perfetto

“Chiamatemi Anna”, in attesa della terza stagione

Questo articolo è stato pubblicato su Lo Sbuffo.

19455

Chiamatemi Anna è una serie tv firmata Netflix che si ispira al celeberrimo romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, dato alle stampe nel 1908. La prima stagione di sette episodi è uscita nel 2017, la seconda di dieci puntate risale al 2018 e i fan sono attualmente in attesa della terza, per la quale è confermata la realizzazione di dieci episodi. L’adattamento è un’opera di Moira Walley-Beckett.

La protagonista è Anna, una ragazzina dai capelli rossi non particolarmente carina ma carismatica, intelligente, logorroica, accanita lettrice, romantica e con una fervida immaginazione. La piccola è orfana ed ha vissuto una serie di esperienze traumatiche sia in orfanotrofio sia presso le famiglie che l’anno adottata o l’hanno ingaggiata per badare ai figli naturali. Anna verrà adottata da una coppia di fratelli non sposati in età avanzata, Marilla e Matthew Cuthbert; inizialmente la coppia avrebbe voluto un maschio e non accettano la ragazzina giunta per un errore dell’orfanotrofio, ma presto impareranno ad amare Anna. In seguito ad una serie di fraintendimenti e al suo carattere esuberante, Anna faticherà non poco a farsi accettare dai compaesani e dalla famiglia. La prima stagione è particolarmente tragica e si sofferma sul faticoso inserimento di Anna nella nuova famiglia tra traumi, abbandoni e incomprensioni, la seconda invece assume tinte più spensierate in quanto racconta la vita della protagonista ad integrazione già avvenuta nel villaggio.

L’attrice che interpreta Anna non è una ragazzina graziosa, conformemente al personaggio, ma ha un volto molto caratteristico, difficile da dimenticare e straordinariamente espressivo. Le doti recitative di Amybeth McNulty, questo è il nome della giovane artista, sono precoci e sapientemente coltivate, perciò ci auguriamo per lei una straordinaria carriera.

La protagonista e molti dei personaggi principali sono bambini alla soglia della pubertà, tuttavia la serie tv non è rivolta solo agli adolescenti in quanto affronta tematiche molto serie come la condizione femminile nei primi del Novecento, il lavoro minorile, la povertà, l’analfabetismo dilagante, la discriminazione degli afroamericani, l’omosessualità, il corretto modo in cui un insegnante deve approcciarsi ai ragazzi, l’educazione dei figli, il bullismo, l’obsoleta mentalità dei primi del Novecento e molto altro ancora. Solitamente i personaggi si approcciano a tali tematiche secondo il seguente schema narrativo: in un primo momento si mantengono ancorati alla mentalità ottocentesca, che allo spettatore appare antiquata e controproducente, ma grazie alla riflessione e all’empatia maturano il proprio personale ed evoluto punto di vista adottando un approccio moderno, novecentesco se non addirittura del terzo millennio. Nel villaggio si diffonde pace e armonia grazie alla maturazione culturale, ne consegue che si crea una situazione quasi anacronistica, perchè la mentalità moderna sconfigge quella dell’epoca in cui è ambientato il racconto.

Talvolta trionfa il regresso, come quando i due truffatori fanno cadere il villaggio in preda alla febbre dell’oro. Il villaggio era accecato dalla sete di ricchezza e dall’ottusità, salvo pochi personaggi con cui lo spettatore si schierava, provando un senso di sdegno e ingiustizia. Anche quando il villaggio non mostra di avere un atteggiamento moderno, il telefilm trasmette un messaggio in favore del progresso e della mentalità del pubblico.

Conformemente a quanto crediamo noi spettatori del terzo millennio, ciascuno dei personaggi del telefilm appare simpatico e intrigante nella sua unicità, perchè essere diversi è un valore a scapito del conformismo. Ne consegue che Anna si differenzia dal gruppo dei suoi amichetti per la passione per la letteratura, la sua dolce amica Diana risalta per il suo talento come pianista, Gilbert è un brillante studente, Cole è uno straordinario artista e Ruby è molto romantica.

E’ doveroso menzionare i costumi di scena, finalizzati ad identificare immediatamente la classe sociale del personaggio per rappresentare la disparità sociale che piagava l’epoca di Anna. Ma i costumi rappresentano anche la mentalità e la personalità dei personaggi: Marilla ha un atteggiamento molto puritano e non sopporta le donne e le ragazze troppo eleganti, di conseguenza gli abiti della figlia adottiva Anna sono molto più sobri di quelli delle compagne; Diana è di famiglia benestante, pertanto i suoi vestitini saranno raffinatissimi; gli indumenti del bracciante Jerry sono umili e anonimi; la maestra tanto amata da Anna è invece una ribelle senza corsetto e, talvolta, indossa i pantaloni.

L’azione si svolge in Canada – il telefilm è dopotutto una produzione Canadese- nei primi del Novecento, ciò è evidente dal clima freddo, dalla fauna boscosa e dai continui riferimenti spazio-temporali. Le scene sono state girate in Ontario, anche se parte delle riprese si svolsero sull’Isola del Principe Edoardo, in cui è ambientato il romanzo.  Gilbert nei suoi viaggi approda ai tropici, ravvivando l’atmosfera introducendo un paesaggio completamente differente da quello in cui si svolge la vicenda di Anna.

Nonostante il telefilm abbia ottenuto successo e sia un prodotto di qualità, merita una nota negativa la sigla, che ritrae Anna ed alcuni animaletti in una folta vegetazione; le immagini ricordano un’illustrazione d’epoca, la colonna sonora assomiglia ad un brano country. Il breve video è stato realizzato al computer in modo molto poco realistico e lo zampino di qualche programma di videomaking risulta troppo evidente, pertanto si è guadagnato una bocciatura.

 

“Una bestia sulla luna” al Teatro Elfo Puccini

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il genocidio armeno è una delle pagine più buie del Novecento e la storia dei sopravvissuti merita di essere raccontata tanto quanto quella delle vittime. Si occupa di un argomento così delicato Una bestia sulla luna, proposto dal Teatro Elfo Puccini di Milano, ove è in scena dal 16 al 21 ottobre 2018. Lo Spettacolo è di Richard Kalinoski, la traduzione di Beppe Chierici, la regia di Andrea Chiodi.
Aram Tomasian è l’unico sopravvissuto della sua famiglia al genocidio armeno, si trasferisce in America per ricostruirsi una nuova vita con la quindicenne Seta, orfana a causa dell’orrore commesso dai turchi e da lui sposata per procura. Lo spettacolo racconta il difficile fardello di essere scampati ad uno sterminio e l’impossibilità di determinare le proprie esistenze in seguito ai casi che il destino sceglie per ciascuno. Nell’ordinaria esistenza della coppia comparirà Vincenzo, un esuberante orfanello italiano bisognoso di cure e di affetto. La storia d’amore e gli scontri tra Aram e Seta sono narrati da un anziano signore, che svolge l’apparente funzione di narratore extradiegetico, ma successivamente lo spettatore lo identificherà come un personaggio della vicenda.
La scelta del cast è alquanto singolare: se gli attori che interpretano Aram (Fulvio Pepe) e il narratore (Alberto Mancioppi) hanno un aspetto simile a quello dei propri personaggi, i ruoli di Seta e Vincenzo sono stati invece affidati ad artisti molto diversi dal profilo che lo spettatore si immagina ascoltando le battute. Seta dovrebbe essere una ragazzina di quindici anni all’inizio dello spettacolo e poco più vecchia al termine della rappresentazione, ma viene interpretata da Elisabetta Pozzi, una cinquantenne, creando un effetto straniante. Considerando che Seta è prima una bambina costretta a vivere la vita di una signora sposata e successivamente una giovane adulta con la consapevolezza di una donna vissuta, tale effetto di spaesamento conferisce spessore allo spettacolo ed è decisamente appropriato. L’attrice è inoltre la star dello spettacolo sia per la magistrale interpretazione sia per la propria fama presso il pubblico. Il piccolo Vincenzo (Luigi Bignone) infine è interpretato da un ragazzo molto basso e dalla fisionomia pulita da bambino, ma i segni della barba sulle sue guance erano evidenti. Il ruolo dell’orfanello è molto complesso e probabilmente è stato scelto un artista adulto perché un bambino non avrebbe mai avuto l’esperienza necessaria per affrontare una simile sfida.
La scenografia (Matteo Patrucco) è essenziale ma efficace, semplice come sarebbe apparsa la casa dei due armeni: un tavolo, alcune sedie, pannelli scorrevoli per consentire di entrare ed uscire di scena. Svolgono una funzione molto importante i numerosi oggetti di scena che caratterizzano lo spazio molto più delle scenografie, ricordiamo per esempio un ferro da stiro, una carrozzina per neonati, torte realmente commestibili, una macchina fotografica, pacchi regalo, cappotti, uno specchio, una bambola e una foto che raffigura soggetti privi di teste. I costumi (Ilaria Ariemme) sono realistici, umili, non dissimili da quelli che avrebbero potuto indossare degli immigrati americani nel primo Novecento; i personaggi si cambiano d’abito spesso nel corso della rappresentazione, in alcuni casi gli indumenti sono diventati veri e propri oggetti di scena funzionali alla trama. Le luci sono di Cesare Agoni e le musiche di Daniele D’Angelo.


Le fotografie rivestono un ruolo primario nella rappresentazione perché sono l’emblema del ricordo sia della tragedia degli armeni, sia del futuro che Aram e Seta vogliono costruire insieme. Sullo sfondo vengono proiettate fotografie del genocidio, fornite dall’Archivio Wegner, e finte immagini d’epoca che ritraggono gli attori. Questa seconda categoria di fotografie vengono scattate, nella finzione teatrale, da Aram per documentare gli eventi più importanti della sua nuova vita in America durante lo svolgimento della storia, il suo gesto simboleggia la volontà e la necessità di ricostruire una storia famigliare stravolta dal massacro. Le vicende dello sterminio non compaiono mai sulla scena, ma vengono evocate dalle parole dei personaggi; persino le fotografie autentiche non ritraggono mai l’orrore dello sterminio.
Il ritmo della narrazione è molto lento perché la struttura del racconto è fondata sui dialoghi, che devono essere seguiti con attenzione per gustare appieno la rappresentazione. La recitazione è realistica e mira ad emozionare lo spettatore. Non abbiamo compreso la scelta del titolo, pertanto ci chiediamo a cosa si riferisca o chi sia la bestia sulla luna.

Libertà, non emancipazione. Intervista a Rosaria Guacci della Libreria delle donne

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso Lo Sbuffo.

195633651-c70c24e8-f82e-4e11-9a68-20e70eb26ca2

Possono le donne perseguire i propri obiettivi in assoluta libertà e aiutandosi a vicenda? Rosaria Guacci è un’energica e carismatica colonna portante della Libreria delle donne, storica cooperativa femminista di Milano. Nata come editor, è stata insegnante, pubblicista e scrittrice, inoltre si è dedicata all’attività di collaboratrice alla radio per trent’anni, per il programma Ciao Belle che si occupava di libri scritti da donne. Rosaria ci accoglie calorosamente nella sede della libreria per rispondere ad alcune nostre domande.

Cos’è la Libreria delle donne e com’è organizzata?

La Libreria delle donne è una cooperativa che si occupa di diversi progetti, ha intenti politici ed è stata fondata nel ‘75 per la libertà delle donne. Abbiamo solo due dipendenti stipendiate al mattino, le restanti sono tutte volontarie. Io ho due turni e, avendo esperienza nel ramo della letteratura, mi occupo di letteratura italiana e autrici donne. Nello specifico mi dedico a presentazioni di libri e di letteratura italiana proprio perché ho curato e scritto opere su scrittrici italiane. Di tutte le organizzazioni che nacquero intorno al 1975, resistettero soltanto la Libreria delle donne e la casa editrice La Tartaruga, che ora è una collana ma che all’epoca pubblicò Le tre ghinee di Virginia Woolf. Le altre librerie delle donne, comprese alcune case editrici al femminile, chiusero. Una importante era Le edizioni delle donne di Roma.

Chi sono i membri della Libreria?

Tra le fondatrici della libreria menzioniamo Lia Cigarini, Luisa Muraro, Giordana Masotto e Silvia Mott. Io ho fondato a Parma la Biblioteca delle donne e mi sono unita successivamente alla Libreria delle donne di Milano, perciò non appartengo alle fondatrici. Sono arrivata a Milano nel 1983, la mia presenza era discontinua perché volevo partecipare alle attività politiche e letterarie della città. La libreria accoglie inoltre altre donne, che si dedicano a turni volontari presso la sede e partecipano alle discussioni. Il gruppo Estia, infine, si dedica alla cucina.

Rosaria Guacci ci offre poi un foglio politico, distribuito dalla Libreria. Lo sfogliamo con curiosità.

Si chiama Sottosopra, è nato come foglio di movimento negli anni Settanta e viene pubblicato ancora oggi, quando la libreria deve prendere posizione e affermare il proprio pensiero. Nell’ultimo numero per esempio Lia Cigarini si occupa del movimento Me Too, Luisa Muraro della Gpa (Gestazione per altri), Giordana Masotto scrive di lavoro e Alessandra Bocchetti si schiera contro la legalizzazione della prostituzione.

Cos’è il femminismo secondo la Libreria?

Il femminismo permette alle donne di essere libere, non emancipate. Emancipazione significa per esempio fare carriera, la libertà è invece la facoltà di scegliere a quale attività dedicarsi. Un altro concetto importante è la relazione tra le donne, è molto importante “fare squadra” per vincere grazie all’aiuto delle altre nei campi ai quali una donna vuole dedicarsi in ogni aspetto della sua esistenza. Relazioni al femminile e libertà sono due punti cardini del femminismo.

Com’è percepito il femminismo in Italia?

Ci sono stati molti cambiamenti e attualmente non esiste un femminismo solo. Milano si distingue come centro teorico italiano ed europeo. La differenza sessuale è un’idea portante per la libreria, noi approviamo quello che sostiene la francese Luce Irigaray in Speculum. L’altra donna. In Italia la fondatrice di tale teoria è Luisa Muraro. Per quanto riguarda la differenza sessuale, ma non tutte le femministe sono d’accordo. Per quanto riguarda la gestazione per altri, la libreria è contraria, mentre la posizione di alcune donne di Roma è più mediata. Non esiste un femminismo unitario in Italia ma più femminismi, ci sono delle discordanze anziché unitarietà. La libreria delle donne è tuttavia la guida più potente ed importante.

Com’è cambiato il femminismo negli ultimi decenni?

Noi rifiutiamo il concetto di ondate di femminismo, a questo proposito si è tenuta una riunione in via Dogana. Lia Cigarini e le altre pensano ad una maturazione del femminismo meno schematica e più fluida.

Qual è il vostro rapporto con i Millennials?

Ti espongo il mio parere personale, ma sarebbe interessante ascoltare anche ciò che pensano le altre. I ragazzi di oggi o ci ignorano o sono interessati alle femministe fondative, qui in libreria potrebbero trovare molte informazioni al riguardo. Lia Cigarini proviene da Demau, Demistificazione autorità patriarcale e ha collaborato con Daniela Pellegrini. Carla Lonzi di Rivolta infine era una critica d’arte che, ad un certo punto della sua carriera, decise di smettere di fare l’ancella del maschile. E’ colei che ha fondato l’autocoscienza, vale a dire il concetto per cui bisogna partire da sé per fare politica. Fu la compagna dello scultore Pietro Consagra, ma ad un certo punto decise di non volere dedicarsi al pensiero degli uomini occupandosi di critica d’arte, fondò così un gruppo di donne di ogni estrazione sociale per interrogarsi non sul mondo degli uomini, ma su chi sono veramente le donne.

Che progetti ha la Libreria per il futuro?

La libreria vorrebbe avvicinare le giovani donne perché sono necessarie delle eredi. Attualmente le donne che si occupano del sito internet, delle cinquantenni, sono le nostre ereditiere. E’ necessario tenere duro sui punti forti politici e creare una generazione che in fondo esiste già. Mentre si sta svolgendo questa intervista, per esempio, la nostra sede sta accogliendo un gruppo femminista del liceo.

In che rapporto siete con gli uomini?

Ammettiamo la relazione con gli uomini, infatti non siamo separatiste. Gli uomini secondo noi possono essere femministi, ma altri gruppi, come le Rad Fem di impronta americana, contestano che si possa parlare con gli uomini. La libreria ha organizzato due riunioni sugli uomini e crede che si possa comunicare con loro.

In effetti, nella sede della libreria è presente anche un uomo, che ci saluta cordialmente.  Le chiedo cosa ne pensa la Libreria dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Il femminismo non è uguaglianza tra uomo e donna perché la mente e il corpo di maschi e femmine sono diversi. La libreria si concentra sul concetto di libertà, ma la differenza è dentro di noi. Diventare uguali agli uomini sarebbe un traguardo tipico dell’emancipazione, un valore che non approviamo perché noi vogliamo vincere le sfide della vita, con le altre, nella diversità.

E i trans e le trans dove si inseriscono in questo dibattito?

Noi dialoghiamo molto con le donne trans, ma interloquiamo senza sostituirci a loro. Per approfondire la questione, ti consiglio di analizzare il dibattito tra la Gandini e la Gramolini di Arcilesbica.

E come si fa a vincere insieme alle altre?

Si può vincere seguendo la teoria dell’affidamento, chiedendo aiuto ad una donna più brava per realizzarsi attraverso un rapporto di scambio. E’ un’idea nata tra le donne, che tuttavia hanno dovuto imparare tale concetto, mentre gli uomini lo praticano da sempre. Il patriarcato ha diviso le donne che ora si sono unite per vincere, ma la loro unione è il risultato di lotte.

Quali letture consiglieresti per approfondire le vostre teorie?

Le madri di tutte noi è un catalogo giallo sulle scrittrici considerate le nostre madri politiche, inoltre ti consiglio di leggere assolutamente Non credere di avere dei diritti,dell’autore collettivo Libreria delle donne. E’ molto importante infine L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro. Nel libro si sostiene che è la madre che ti da la vita,  perciò è giusto scegliere di imporre il suo ordine al mondo. Luisa Muraro ha teorizzato tutto ciò non da sola, ma il libro naturalmente è firmato da lei. Non si tratta di matriarcato, ma di fare squadra, di vivere seguendo criteri materni. Noi non vogliamo il matriarcato perché si tratterebbe di imporre un contropotere e noi non siamo in lotta con gli uomini. Non si vogliono né morti nè feriti, si dialoga rimanendo vivi. Ma oggi, nonostante il patriarcato soggettivamente (in altre parole, dentro di noi) sia morto, sentiamo fortissimi i suoi colpi di coda. L’ordine dei padri stenta a venire meno.

In che direzione stanno andando le donne? Qual è il nostro futuro?

E’ duro. Noi pensavamo di stare vincendo. Ad esempio la Lombardia era una regione con più donne al lavoro degli uomini, le lavoratrici erano pagate tanto quanto i colleghi maschi. Ora i tempi sono bui. Noi personalmente siamo contrarie alla legge Pillon, per cui le donne che hanno subito violenza devono sopportare il marito. I bambini sono affidati sia alla madre sia al padre violento e tutto ciò è lesivo sia per le donne sia per i bambini. La libertà delle donne è sotto attacco e noi abbiamo bisogno delle donne giovani per risollevarci.

Certamente è impossibile riassumere il femminismo in poche domande, pertanto questa intervista vorrebbe essere un invito ad approfondire tali tematiche per avere una solida opinione personale al riguardo. Abbiamo salutato Rosaria Guacci con più dubbi che risposte perché il femminismo è una realtà veramente complessa e, come l’intervistata stessa ha affermato, la Libreria delle donne è la voce più autorevole del femminismo italiano, ma naturalmente non l’unica.