L’educazione religiosa nei bambini

Articolo pubblicato dalla casa editrice Tlon attraverso il giornale online Lo Sbuffo.

Se cercate informazioni in rete sull’educazione religiosa resterete delusi, perché la Chiesa raramente diffonde informazioni tecniche sull’argomento: al più troverete titoli di manuali di argomento religioso difficili da reperire, ma sono pochi gli articoli divulgativi al riguardo. Abbondano invece i testi scritti nel sermo humilis con cui il clero si rivolge ai fedeli, in cui si invitano i genitori e le istituzioni ad insegnare ai bambini i basilari valori della Chiesa, l’amore e l’amicizia, oltre naturalmente la fede in Dio. Si tratta di raccomandazioni generiche e lapalissiane. Un argomento di grande interesse è invece il dibattito sull’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole. La rete, come la popolazione italiana, è suddivisa in favorevoli e contrari, in ragazzi che partecipano alle lezioni e altri che abbandono l’aula, con o senza l’appoggio delle famiglie.

Per conoscere il punto di vista della Chiesa, analizzeremo un articolo pubblicato il 9 gennaio 2017 da Orsola Vetri su Famiglia Cristiana: Ora di religione, cinque buoni motivi per non perderla. L’articolo insiste sul fatto che le lezioni non tratterebbero solo la religione cattolica, ma anche cultura e orientamento, necessari a fedeli e non credenti per comprendere il senso della vita. Si lamenta poi la scarsa frequentazione dei ragazzi dell’ora di religione, che viene considerata un momento formativo e di riflessione.

Vengono poi citate le parole del Cardinal Angelo Bagnasco, pronunciate durante la Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’ora di religione: l’insegnamento viene presentato come un elisir contro la fragilità e lo smarrimento interiore, un espediente per imparare a “fare sintesi” e per rendere il giovane non un’enciclopedia, ma una persona matura; anche per il suo valore culturale, l’ora di religione è un momento di chiarificazione e equilibrio, utile per comprendere il tempo e la società che abitiamo e per dialogare con tutti.

Angelo Bertolone, professore di religione e autore di un blog che tratta dell’argomento, afferma che la sua materia affronta la ricerca del senso della vita e elenca cinque motivi per cui i ragazzi non dovrebbero abbandonare le sue lezioni. Innanzi tutto difende il diritto dell’ora di religione di essere una materia scolastica citando la legislazione: “La  Repubblica  Italiana,  riconoscendo  il  valore  della  cultura  religiosa  e  tenendo  conto  che  i  principi  del  cattolicesimo  fanno  parte  del  patrimonio  storico  del  popolo  italiano,  continuerà  ad  assicurare,  nel  quadro  delle  finalità  della  scuola,  l’insegnamento  della  religione  cattolica  nelle  scuole  pubbliche  non  universitarie  di  ogni  ordine  e  grado”. Forse per ragioni di sintesi, non si sofferma sulla storia dell’ora di religione, sullo stimolo ricevuto sotto il fascismo.

Il secondo motivo riprende il tema del dialogo menzionato dal Cardinale, in quanto sostiene che per essere aperti al confronto con tutti è bene conoscere le tradizioni, la religione e la cultura in cui l’Italia affonda le proprie radici; per tale ragione l’IRC non si occupa solo del Cattolicesimo, ma di tutte le religioni, stringendo anche collaborazioni con le comunità religiose non cristiane del territorio italiano. Il decalogo non specifica però che gli insegnanti di religione non sono approvati dalle guide spirituali di tali religioni ma dalla diocesi, pertanto il punto di vista con cui ci si approccia alle realtà non cristiane è sempre cattolico.

Come terzo punto viene sottolineata la preparazione e la competenza degli insegnanti, che seguono corsi di aggiornamento presso università accreditate dal MIUR  e i corsi del Servizio IRC della diocesi. Insegnanti e professori sono competenti non solo nel campo dell’istruzione, ma anche dell’educazione. L’intervento della Chiesa in un compito pubblico come l’istruzione viene dunque presentato come una garanzia di qualità.

La penultima ragione riguarda il fatto che, durante l’ora di religione, si trattano le domande esistenziali, aiutando i giovani ad affrontare più serenamente i momenti di crescita, ad avere uno scopo della vita, a comprendere che l’esistenza è un cammino di ricerca e ad apprezzare lo studio, la cultura e soprattutto la vita. L’autore riconosce dunque implicitamente che l’ora di religione cattolica educa ad essere religiosi e a credere nei valori del Cristianesimo.

Il quinto e ultimo punto apprezza il fatto che l’IRC è l’unica materia che si può scegliere (un’affermazione valida soltanto per gli studenti più giovani), inoltre si ribadisce che non è necessario essere credenti per frequentare le lezioni.

Come controparte abbiamo deciso di analizzare quanto ha affermato l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), che sul suo sito ha dedicato un’intera pagina all’IRC. L’associazione analizza ogni aspetto tecnico dell’ora di religione riportando dati e statistiche e, naturalmente, inserendo la propria opinione in brevi ma incisivi commenti.

L’associazione tratta brevemente la storia dell’IRC, precisando che nella Italia postunitaria gli studenti seguivano l’ora di religione solo durante le scuole elementari, mentre nel 1923 il primo governo fascista lo rese obbligatorio e nel 1929 l’IRC fu esteso alle scuole medie e superiori.

Un protocollo addizionale del concordato afferma che “l’IRC […] è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”, pertanto l’UAAR ritiene che l’ora di religione serva alla Chiesa per educare secondo la il Cattolicesimo, cosa che dovrebbe fare solo nelle parrocchie. Durante la lezione possono essere illustrate anche altre religioni, ma secondo un punto di vista cattolico e ciò è estremamente riduttivo.

Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Con ciò si sostiene che lo stato non ha il controllo di tale insegnamento, a prova di tale mancanza si cita il fatto che Berlinguer, in un’intervista a Famiglia Cristiana, ha affermato di non sapere cosa si insegni durante le lezioni.

L’articolo tratta inoltre le possibili opzioni per uno studente che non vuole avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: partecipare ad attività didattiche e formative, studiare altre materie, uscire dalla scuola. Quest’ultima opzione non è praticabile per le famiglie che non possono curare i bambini durante le ore di lezione, inoltre la Chiesa si è opposta a collocare la materia a inizio o fine lezioni, una soluzione che potrebbe agevolare gli studenti che non vogliono recarsi a scuola durante l’ora di religione e dunque favorirebbe l’abbandono dell’IRC.

Apprendiamo inoltre che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa offrono un credito scolastico, utile nel punteggio di ammissione all’esame di stato delle scuole superiori. Per tale ragione hanno fatto ricorso la chiesa valdese e le chiese evangeliche, ma hanno fallito perché i ricorrenti “non hanno notificato le controparti”, impresa impossibile dato che si tratterebbe di tutti gli studenti che frequentano l’ora di religione.

Il numero degli studenti che si avvalgono dell’IRC diminuisce proporzionalmente all’aumento della loro età, in coincidenza con la possibilità di scegliere autonomamente se partecipare, dunque è evidente quanto sia influente il condizionamento famigliare. Le regioni centro-settentrionali sono le più laiche, mentre al sud frequentano quasi tutti. In una metropoli come Milano il numero dei partecipanti precipita e quasi duecento classi sono del tutto prive di IRC.

L’articolo evidenzia il fatto che gli insegnanti sono scelti dalla curia e che lo Stato che paga il loro stipendio non ha alcun controllo su di loro; tutto ciò è in contraddizione con la laicità dello Stato. Ogni dodici mesi gli insegnanti devono chiedere il nulla osta alla diocesi, che può anche revocare il permesso di esercitare per motivi come una “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”. Una professoressa in stato di gravidanza non approvata dalla diocesi è stata licenziata, la donna ha tentato di riottenere il posto per vie legali, ma invano. Non è dato sapere il costo dell’IRC per lo stato perché i siti ministeriali non ne fanno cenno. L’articolo azzarda un calcolo approssimativo di tale spesa, si tenga presente che, quando in una classe un solo studente si avvale dell’insegnamento della religione Cattolica, gli viene assegnato un insegnante per sé anziché inserirlo in un’altra classe, così lo spreco è notevole. La Chiesa si è opposta alla riduzione di tale spesa, lamentando una riduzione occupazionale.

Per concludere, Famiglia Cristiana difende soprattutto la qualità dei contenuti dell’ora di religione, che sarebbero poi le caratteristiche del Cattolicesimo, invece l’UAAR espone con criterio il funzionamento dell’IRC e ne critica molteplici aspetti, non propone apertamente una soluzione ma implicitamente non solo dissuade i ragazzi dal partecipare alle lezioni, ma consiglia anche di abolire l’insegnamento stesso. E’ un dato di fatto che i ragazzi, non appena sono abbastanza grandi da scegliere autonomamente se partecipare alle lezioni, abbandonano i banchi per dedicarsi ad un’ora di studio o, più comunemente, divertirsi fuori dall’istituto.

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“Hurricane” di Bob Dylan

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

Il 30 giugno 1975 Bob Dylan scrisse a quattro mani con Jacques Levy il singolo Hurricane, una canzone sull’incarcerazione di Rubin “Hurricane” Carter, traccia di apertura e cavallo di battaglia dell’album Desire. Il brano venne anche inciso su un 45 giri, diviso sulle due facciate.

Il pugile afroamericano peso medio Rubin Carter, noto a tutti come Hurricane per la propria aggressività sul ring, diventò pugile professionista nel 1961, dopo un passato trascorso tra riformatorio, problemi con la giustizia e l’arruolamento nell’esercito, dal quale fu congedato perché ritenuto inadatto. Fu incarcerato ingiustamente, nonostante molte incongruenze durante il processo, per un triplice omicidio verificatosi durante una sparatoria al Lafayett Bar il 17 giugno 1966, nel New Jersey.

Venne fermato il pugile, la cui automobile sembrava coincidere con una avvistata nei pressi del bar, inoltre la pistola che al momento portava con sé Carter era dello stesso modello di quella che aveva sparato i proiettili. Il criminale Alfred Bello continuava a cambiare la propria versione e a depistare le indagini, inoltre l’omicidio di Hazel Tanis, avvenuto un mese dopo, complicò la dinamica dei fatti. Il pugile scrisse la propria autobiografia The Sixteenth Round (1974) e la inviò a Dylan sapendo che il cantautore si occupava di diritti civili; l’artista venne così a conoscenza dell’accaduto e decise di denunciare il fatto con una canzone per aiutare Carter e fare giustizia.

Bob Dylan tenne numerosi concerti di beneficenza, tra cui uno al Madison Square Garden e un altro in particolare si tenne alla Clinton State Prison, durante il quale Carter salì sul palco per indurre la stampa a parlare del suo caso. Nel 1985 il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin dichiarò che il processo non era stato equo, ma anzi si era basato su motivazioni razziali. Il 26 febbraio 1988 cadde definitivamente ogni accusa. Carter trascorse in totale diciannove anni in prigione senza aver commesso alcun crimine. Dopo la scarcerazione, Dylan non eseguì più il brano dal vivo.

A Rare Smile

La canzone è composta da una ventina di strofe, compresi i ritornelli. I versi sono scritti nell’inglese dello slang poliziesco e sono piuttosto difficili da tradurre per chi non ha dimestichezza con il gergo. Il testo racconta nel dettaglio tutto ciò che è accaduto durante la sparatoria e gli eventi successivi. Inizialmente la canzone riportava i nomi e i cognomi degli attori della vicenda, ma gli avvocati della Columbia Records convinsero il cantautore a realizzare una seconda versione priva dei riferimenti a persone realmente esistenti. Gli strumenti possono variare a seconda del live, ma generalmente sono chitarra, armonica e violino. Il ritmo è allegro, ma il testo è lungo e tagliente proprio perché sono molte le questioni da affrontare in questa canzone di denuncia.

La storia di Carter ha ispirato il film Hurricane, Il grido dell’innocenza, di cui il brano di Bob Dylan è naturalmente la colonna sonora.

La poesia nell’attivismo

Articolo proposto alla casa editrice Tlon in collaborazione con il giornale online Lo Sbuffo.

Quando l’uomo concepisce un pensiero politico, sente la necessità di comunicarlo alla propria comunità per confrontarsi, persuadere i propri simili e tentare di migliorare la società in cui vive. La poesia, come ogni forma d’arte, può essere una forma di attivismo; non è un atto politico che provoca direttamente un cambiamento, ha però il potere di scuotere gli animi e diffondere le opinioni. Ma quando scrivere una poesia diventa attivismo politico? E’ sufficiente scrivere la propria opinione politica in un’opera d’arte in versi, con l’intento di diffondere un’idea.

Si avvalgono continuamente delle norme della poesia negli slogan politici i partiti (ma anche i manifestanti che inventano frasi ad effetto per i propri striscioni o gli anonimi writers di strada), si tratta però di una forma di comunicazione analoga alla pubblicità e alla comunicazione di massa, che non merita certo di essere considerata letteratura. Questo articolo propone una panoramica dei principali poeti italiani e stranieri che hanno scritto poesie su tematiche politiche, realizzando delle vere e proprie opere letterarie.

E’ singolare notare come in questi testi poetici compaiano termini propri del linguaggio settoriale della politica (rivoluzione, partito, comunismo, borghesia…), che raramente in altre circostanze avrebbero a che fare con la poesia. I poeti tendono a privilegiare i versi liberi e le rime sono rare, ma forse ciò è dovuto al fatto che l’articolo propone solo autori del Novecento.

Vladimir Majakovskil (1983-1930) è il principale poeta della Rivoluzione d’Ottobre. Nato in Georgia, si trasferì a Mosca alla morte del padre, dove studiò al ginnasio sino a quando si dedicò all’attività rivoluzionaria, venendo più volte arrestato dalla polizia zarista. Si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura, ma il suo destino erano la poesia e la drammaturgia. Aderì al cubofuturismo russo, firmando insieme ad altri il relativo manifesto; siglò inoltre il manifesto “Schiaffo al gusto corrente”.  Allo scoppio della rivoluzione bolscevica si impegnò per “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”, creando un’arte nuova, priva delle convenzioni borghesi e fruibile da parte dei proletari, per capovolgere i valori e l’ideologia del passato e propagandare la rivoluzione. Anziché di guerra e fascismo come in Italia, il futurismo russo parlava di pace e libertà. L’adesione alla Rivoluzione d’Ottobre rese il poeta ancor più popolare e amato. Si uccise con un colpo di pistola al cuore per motivi non del tutto chiariti, probabilmente una delusione amorosa o il disappunto per le l’esito politico della rivoluzione. Tra le principali poesie di argomento politico, citiamo “Ottobre” (Aderire o non aderire? / La questione non si pone per me / E’ la mia rivoluzione) e Il Partito, in cui viene propagandata una fede nel Partito estrema, in quando solo in gruppo si riuscirebbe ad essere forti e sconfiggere il male.

Bertolt Brecht (1898-1956) è il principale drammaturgo tedesco e proprio per questo motivo è più conosciuto per il teatro, su cui non ci soffermeremo, che per le poesie. Noto per aver aderito all’ideologia marxista, dovette lasciare la Germania quando Hitler salì al potere, ma nel 1948 fondò un teatro a Berlino Est. Nonostante le sue idee politiche, fu spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’Est. Le sue opere sono state raccolte in Poesie politiche, a cura di Enrico Ganni, Einaudi. La lingua di Brecht non indulge mai a vuoti artifici retorici, ma è asservita al fine pratico della conoscenza, inoltre con i suoi versi lotta e persuade in nome della libertà e della democrazia. L’opera è una lezione morale in cui si effettua uno slancio polemico contro l’arroganza e la violenza del potere.

Non sarebbe sufficiente un articolo per trattare tutti i poeti attivisti politici del mondo, pertanto ci soffermeremo sugli autori italiani.

 

Pierpaolo Pasolini (1922-1975) esordisce molto giovane come poeta, componendo versi in friulano. Il dialetto rappresenta un espediente per privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse e vuole essere anche un approfondimento culturale anche per la sinistra. Si iscrive al PCI, ma è in contrasto con gli intellettuali del partito per ragioni linguistiche: i suoi colleghi scrivono servendosi della lingua del novecento, Pasolini invece adotta la lingua del popolo, senza trattare argomenti politici; le sue scelte vengono interpretate come disinteresse per il realismo socialista, cosmopolitismo e eccessiva focalizzazione sulla cultura borghese. Viene accusato di corruzione di minore, diventando così un bersaglio ideale per la sinistra tanto quanto per la DC; viene espulso dal PCI e perde l’impiego da insegnante. Trasferitosi a Roma, scrive poesie in dialetto romano e nasce in lui il mito del sottoproletariato romano. Per quanto riguarda la contestazione studentesca, assume una posizione originale: appoggia le idee degli studenti ma, siccome questi sono dei borghesi, sono destinati secondo lui a fallire nella rivoluzione. Viene ucciso in circostanze misteriose. Tra le poesie politiche ricordiamo Alla bandiera rossa, Alla mia nazione, Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano. E’ celebre Il PCI ai giovani!!, in cui afferma che gli studenti negli scontri contro i poliziotti avevano torto perché, pur avendo delle idee positive, erano economicamente agiati, mentre i poliziotti erano figli di contadini. Pasolini fonda con i compagni di scuola Leonetti e Roversi la rivista Officina; anche questi ultimi scrivono poesie di attivismo politico.

 

Franco Fortini (1917-1994) si laurea in giurisprudenza e storia dell’arte, durante il periodo universitario collabora con numerose riviste, comprese alcune testate fasciste, ma col tempo assume posizioni antifasciste, al punto che viene espulso dal Gruppo Universitari Fascisti; viene inoltre battezzato presso la chiesa valdese. Nel 1941 si arruola, ma diserta per rifugiarsi in Svizzera. In questo periodo si iscrive al Partito Socialista. Nel 1944 partecipa alla resistenza in Val d’Ossola e scrive Canto degli ultimi partigiani, quattro strofe che raccontano gli orrori dei resti dei partigiani impiccati e fucilati. Questo articolo non considera le poesie di guerra attivismo politico perché rientrerebbero in una sottocategoria particolare del genere, tuttavia abbiamo voluto nominare questa poesia perché si tratta di una denuncia nei confronti dei crimini subiti dai partigiani. Ha un forte connotato politico soprattutto il verso conclusivo: Ma noi s’è letta negli occhi dei morti /e sulla terra faremo libertà/Ma l’hanno stretta i pugni dei morti/La giustizia che si farà.

 

Nanni Balestrini (1935-…) è uno degli esponenti della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Nuovissimi, fondatori del Gruppo 63. E’ autore di poesie sperimentali e romanzi politicamente impegnati circa le lotte degli anni Sessanta e gli anni di Piombo. Quando dal 7 aprile del 79 molti vengono arrestati con l’accusa di essere a capo di organizzazioni sovversive, è costretto a rifugiarsi in Francia.

 

L’elenco di autori potrebbe essere molto più lungo e probabilmente non tutti avrebbero privilegiato i poeti presentati in questo articolo. Concludiamo con quanto ha affermato il filosofo Adorno: “La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”; secondo Adorno, dopo Auschwitz “tutta la cultura (…) compresa l’urgente critica a essa, è spazzatura”;  “Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica”. Ciò significa che la storia e la politica possono influenzare l’arte e determinare la sorte della poesia, infatti Auschwitz è la realizzazione dell’inferno in terra, perciò dopo i campi di concentramento non ha più senso comporre opere in versi.

La strage del teatro Diana

Articolo proposto per conto de Lo Sbuffo alla casa editrice Tlon.

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Il Cimitero Monumentale di Milano ospita antiche tombe di famiglia ottocentesche e settecentesche, che celebrano la ricchezza delle più illustri famiglie milanesi. Il ricordo dei defunti è celebrato non solo dalle fotografie sbiadite, ma anche da brevi frasi che ricordano alcune loro caratteristiche. Noi dello Sbuffo siamo rimasti colpiti da un ragazzo di circa vent’anni sepolto in un’imponente quanto antica tomba monumentale, poche lettere riportavano: “morto nell’eccidio del Teatro Diana”. Abbiamo deciso di scoprire di più sulla sua sorte.

Erano gli anni del Biennio rosso (1919-1920), l’Italia era teatro non solo di occupazioni di fabbriche e di terreni agricoli da parte di contadini e operai e dei conseguenti atti di repressione da parte della borghesia e dello stato, ma anche di veri e propri scontri violenti e attentati, soprattutto nel centro-nord. In questi anni nacquero a Milano i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini e il Partito Comunista a Livorno, si crearono due fazioni che diedero vita ad una lotta fratricida. In tale allarmante scenario agivano anche numerosi movimenti anarchici, determinati a frenare lo squadrismo nato a Piazza San Sepolcro e a lottare per realizzare le proprie idee politiche. Dodici anarchici, tra cui Malatesta, Borghi e Quaglino, erano detenuti in carcerazione preventiva senza che si istituisse un processo o un capo d’accusa, pertanto Borghi, Quaglino e Malatesta iniziarono uno sciopero della fame. Malatesta, ultrasettantenne, si ritrovò in punto di morte e ciò provocò manifestazioni e atti di protesta tra gli anarchici, compreso un atto terroristico.

Per la notte del 23 marzo 1921 furono organizzati tre diversi attentati che, secondo i mandanti e gli organizzatori, non avrebbero dovuto causare vittime. Il primo attentato prevedeva l’esplosione di una bomba presso la centrale elettrica di Via Gadio e il secondo nella sede del quotidiano Avanti!; entrambe le esplosioni si sarebbero svolte di notte, in assenza di personale all’interno, pertanto non ci sarebbero state vittime; entrambe tali iniziative fallirono. Il terzo attentato si sarebbe svolto presso l’Hotel Diana, adiacente all’omonimo teatro, dimora abituale del Questore Giovanni Gasti, fondatore della Polizia Scientifica Italiana, bersaglio degli organizzatori in quanto rappresentante, e dunque complice secondo gli anarchici, di quello Stato che deteneva in carcere senza prove Errico Malatesta ed altri anarchici. Nessuno aveva intenzione di colpire il teatro, ma l’edificio era diviso dall’hotel da una semplice parete. Inizialmente il bersaglio era la Questura centrale di Piazza San Fedele, ma l’obiettivo venne sostituito con l’hotel Diana per sopraggiunte difficoltà. Mariani, uno dei colpevoli, racconterà nella propria autobiografia: “[…] si è accreditata la “solita” storia dello anarchico che, spalancata la porta di un teatro, dissemina la morte ed il terrore, coscientemente e volontariamente. Quella sera il carico di esplosivo fu depositato al di fuori del teatro, con l’intenzione di colpire non il teatro quanto il soprastante albergo – che, secondo informazioni allora in possesso degli attentatori, serviva regolarmente da luogo di incontro tra Benito Mussolini ed il questore di Milano Gasti, entrambi acerrimi nemici degli anarchici e da questi ultimi odiati, in particolare, si credeva che proprio quella sera Gasti si dovesse trovare in quell’albergo.”

Furono nascosti al primo piano dello stabile 160 candelotti di gelatina di dinamite in una cesta coperta di paglia, che esplosero alle 22.40, poco dopo che a teatro ebbero preso posto gli spettatori della quindicesima e ultima replica de La mazurca blu di Franz Lehar. Quel giorno lo spettacolo iniziò con un forte ritardo in seguito ad uno sciopero per il licenziamento di un membro dell’orchestra. In sala erano presenti un centinaio di esponenti della migliore borghesia milanese, che erano soliti riunirsi presso il teatro. Il gruppo di anarchici voleva lasciare la dinamite all’interno dell’hotel ma, al sopraggiungere di altre persone, Mariani la lasciò dietro una porta che immetteva nella platea del teatro e, poco dopo aver innescato la miccia, scappò insieme al complice Aguggini verso Boldrini, che stava poco distante e negherà sempre la partecipazione all’attentato. La detonazione sventrò il muro esterno, investì le prime file e l’orchestra diretta dal Maestro Giuseppe Berrettoni, cui la compagnia Darclèe intendeva dedicare gli applausi finali. La Stampa descrisse l’episodio con toni agghiaccianti: “miseri brandelli di resti umani, teste staccate, tronchi, braccia e gambe. C’è nei pressi del teatro una folla di persone sanguinanti che non decide di farsi curare, instupidita”. Inizialmente i morti furono diciassette, ma salirono a ventuno nei giorni seguenti, mentre i feriti furono circa ottanta secondo alcune fonti, per altre cinquanta o sessanta. Le vittime erano per la maggior parte membri dell’orchestra e giovani ragazzi sui vent’anni che volevano semplicemente divertirsi la sera a teatro, luogo abituale di ritrovo e di svago in quegli anni.

 

Il Questore Gasti, nonostante fosse presente allo spettacolo, prese in mano le indagini e diresse i soccorsi, riuscendo a catturare, poco distante, l’anarchico Antonio Petropaolo, sorpreso mentre stava tentando di fuggire su una carrozza contenente delle pistole e delle bombe a mano. Il 9 maggio 1922 si aprì il processo e vennero condannati all’ergastolo gli anarchici Ettore Aguggini (meccanico) di Bergamo, i mantovani Giuseppe Mariani (frenatore delle ferrovie) e Giuseppe Boldrini (operaio). Del gruppo faceva parte anche Elena Melli, che nella vicenda ebbe però un ruolo marginale, inoltre a molti altri, anche innocenti, vennero invece inflitti dai quattro ai vent’anni di carcere; alcuni anarchici riuscirono a scampare all’arresto fuggendo all’estero.

Subito dopo l’esplosione, una squadra fascista, che si trovava nei pressi del teatro, accorse sul posto e decise di compiere un’azione di rappresaglia contro il giornale socialista Avanti! e il quotidiano anarchico Umanità Nova. Ancora oggi siti internet come mussolinibenito.it sostengono che l’attentato “contribuì a creare l’idea, largamente diffusa, secondo la quale era indispensabile in Italia trovare un uomo ed un partito forte in grado di rimettere ordine ad uno stato in completo sfacelo. L’unico partito in grado di assicurare quest’azione di forza e d’ordine sembrò essere il partito fascista, che continuò a diffondersi ed a diventare partito di massa.” Mussolini sul “Popolo d’Italia” Del 24 marzo scriveva : “è un gesto che riabilita le più selvagge tribù del deserto… L’eccidio di ieri sera solleverà una formidabile ondata di sdegno e di odio. L’attentato è stato non solo barbarico e crudelissimo, ma inutile e stupido” E’ evidente che i fascisti considerano tuttora l’attentato una prova della crisi in corso e l’ascesa del Fascismo l’unico rimedio possibile. E’ un dato di fatto che l’eccidio favorì l’ascesa del Fascismo e che i fascisti stessi ne approfittarono per reprimere i movimenti popolari e assumere il ruolo di protagonisti nelle manifestazioni di cordoglio (alle esequie partecipò tutta Milano, ma Mussolini e i fascisti marciarono in testa al corteo inquadrati militarmente), inoltre gli anarchici vennero isolati dal governo e dai mezzi di informazione borghesi e il difficile rapporto tra anarchici e socialismo si inasprì notevolmente. Tra le tante ipotesi, si suppose che il mandante fosse la polizia per appoggiare i fascisti, ma non ci furono mai prove a sostegno di tale tesi.

Secondo anarcopedia.org, l’attentato fu strumentalizzato dalle istituzioni, per giustificare la repressione e la criminalizzazione di tutto ciò che era anche solo vagamente di sinistra. L’attentato non provocò nessun atto di solidarietà per i tre anarchici incarcerati, ma scatenò solo orrore e disapprovazione. L’evento venne condannato anche dagli stessi anarchici milanesi, infatti Enrico Malatesta, interruppe lo sciopero della fame ed espresse “il suo sdegno per il delitto esecrando che giova solo a chi opprime i lavoratori e perseguita il nostro movimento”. L’8 settembre 1921 su Umanità Nova Malatesta scrisse un articolo intitolato Guerra civile: “Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell’umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti”.

Malatesta, che il 25 marzo 1921 era stato processato insieme a Borghi, Quaglino ed altre decine di anarchici, sempre condannò il gesto ma non gli artefici, che definì “compagni nostri, buoni compagni nostri, pronti sempre al sacrificio per il bene degli altri”; gente che “nel compiere il loro tragico ed infausto gesto intendevano fare opera di sacrificio e di devozione.” “Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana”� furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano (…)”.

Sirianni canta De Andrè al Carroponte e ai concerti di paese

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Venerdì 27 luglio il paesino di Novedrate in provincia di Como ha ospitato il pluripremiato cantautore genovese Federico Sirianni, che ha cantato De Andrè in occasione dello spettacolo La mia prima volta con Fabrizio De Andrè. La scaletta e gli interventi dell’artista sono stati gli stessi del concerto Si chiamava Faber che Sirianni ha tenuto il 15 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni, perciò vogliamo confrontare i due eventi non solo per conoscere meglio l’interprete, ma anche per paragonare i grandi show di Milano ai modesti spettacoli di paese del comasco.

La struttura dello spettacolo era molto semplice: l’esecuzione dei grandi classici di De Andrè erano  intervallati da lunghe pause di monologo, in cui Sirianni ha raccontato il suo personale rapporto con il maestro al pubblico. Genovese di nascita e cantautore di professione proprio come il Faber, Sirianni ha conosciuto il suo idolo quando il proprio padre giornalista organizzava nella propria abitazione delle serate con artisti e intellettuali. Sirianni racconta il complicato rapporto tra il Faber e Genova, il rapimento del cantautore, la villa in Sardegna e spiega il significato di alcune canzoni. Mentre parla al pubblico, si ha l’impressione che persino le pause e gli intercalari siano gli stessi in entrambi gli spettacoli, come se il cantautore avesse imparato a memoria le battute. L’artista ha eseguito poco prima del bis un brano proprio, dimostrando di essere un abile e creativo cantautore, sebbene abbia lui stesso ammesso di non essere un genio come De Andrè. E’ inoltre singolare notare che, ad entrambi i concerti, Sirianni indossava una camicia blu e dei pantaloni scuri.

E’ invece completamente differente il contesto. Il prato laterale del Carroponte che ha accolto il pubblico era immenso, si ascoltava la musica in piedi affollati sotto il palco di cemento o seduti sull’erba. A Novedrate invece lo spettacolo si svolgeva nel cortile di una corte, gli artisti suonavano su una salita erbosa mentre la platea si sedeva su alcune sedie pieghevoli poco più in basso, su un muretto o restava in piedi sul ciglio della strada. A Milano si respirava l’atmosfera di un grande concerto, in provincia di Como invece tutti tra il pubblico si conoscevano e si scambiavano un saluto prima dell’inizio dello spettacolo, perciò il clima era il medesimo di una festa di paese.  Il concerto di Novedrate è persino stato interrotto da un padre che doveva attraversare il “palco” per ritornare a casa propria portando il figlioletto in braccio. A vantaggio dei comaschi, alle spalle degli artisti brillava una romantica eclissi di luna.

A Milano i musicisti erano due, se escludiamo il cantante che suona la chitarra acustica; si trattava per la precisione di una fisarmonica e di un basso. Spesso Sirianni veniva lasciato solo sul palco per eseguire i brani con il semplice ausilio di una chitarra. A Novedrate invece il cantautore era accompagnato da una violinista, una contrabbassista e un batterista, che sono rimasti in scena per tutto il concerto, eventualmente cessando di suonare quando non era richiesto il loro intervento. Il volantino che pubblica l’evento afferma che si trattava dei Sulutumana ma la foto degli artisti, in cui spicca un uomo che suona la fisarmonica, mostra persone e strumenti differenti da quelli presenti al concerto. Non sappiamo quale disguido si sia verificato, ciò che conta è che lo spettacolo sia riuscito anche sostituendo gli interpreti, nonostante una piccola steccata della violinista che il pubblico ha saputo perdonare. La scelta degli strumenti ha reso, soprattutto grazie alla batteria e al violino, il concerto di Novedrate più vivace e invogliava il pubblico a cantare, invece a Milano il clima era più tranquillo e meditativo, i fan di De Andrè erano maggiormente indotti a riflettere sul testo.

La differenza lampante tra i due spettacoli riguarda il suono: l’acustica del Carroponte era perfetta e il suono di ogni strumento era ben bilanciato; il volume del concerto dei concorrenti comaschi era invece troppo alto, la batteria non si sentiva e il mixer del microfono distorceva completamente la voce del cantante rendendola più bassa, al punto che le canzoni di Milano e Novedrate sembrerebbero eseguite da due cantanti differenti.

Sirianni è un artista eccellente, la sua voce profonda e abile a trasformarsi per conferire colore all’esecuzione dei brani è capace di intrattenere il pubblico su ogni palco. I due concerti sono tuttavia la prova che il contesto in cui si svolge un evento è determinante nel ricreare un’atmosfera.

Francesco De Gregori al Carroponte

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Sabato 21 luglio si è esibito al Carroponte di Sesto San Giovanni Francesco De Gregori, che quest’estate porterà in tutta Italia il Tour 2018.

Sul palcoscenico il cantautore era accompagnato dai musicisti che lo scorso autunno lo hanno accompagnato nel suo tour in Europa e negli Stati Uniti: Guido Guglielminetti al basso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte; inoltre la penultima canzone, una cover di Anema e core di Roberto Murolo, è stata cantata da Francesco De Gregori e da sua moglie Chicca. I musicisti cambiavano spesso strumento musicale, infatti sono stati suonati anche una fisarmonica, una tastiera e un mandolino. De Gregori ha inoltre cantato una canzone da solista, accompagnato semplicemente dalla propria chitarra.
Fatta eccezione per due legnetti durante Buonanotte fiorellino, grandi assenti le percussioni, per conferire al concerto un’atmosfera più rilassata e adatta all’ascolto delle parole che allo scatenarsi a ritmo di musica. In passato tuttavia De Gregori ha proposto dei live più movimentati, in una parola rock. Per conferire al concerto un clima pacato anche le luci erano particolarmente sobrie e la macchina del fumo è stata utilizzata con moderazione. Le dolci note del pianoforte hanno fatto sognare il pubblico, ricreando il giusto pathos per l’ascolto del testo.
De Gregori porta eccellentemente i suoi 67 anni: i semplici indumenti neri che indossava lasciavano intravedere un fisico alto e asciutto mentre un cappello grigio gli conferiva un aspetto simpatico. Ha scherzato con il pubblico chiedendo un “applauso al pubblico pagante” durante La donna cannone e ha presentato la propria moglie Chicca agli spettatori con parole affettuose e ironiche, dimostrando di saper ancora intrattenere i propri fan nonostante i numerosi anni di carriera.
La scaletta presenta brani variegati. All’inizio sono stati eseguiti pezzi poco trasmessi alla radio o mai eseguiti nei live come la canzone di apertura, Numeri da scaricare, che il pubblico non ha saputo cantare ma ha comunque ascoltato con curiosità e attenzione. «Mi fa piacere quando il pubblico riconosce un pezzo dalle prime note – ha affermato De Gregori – ma mi piace anche quel silenzio un po’ stupito che accoglie le canzoni meno conosciute. La bellezza del live è anche questa, la scaletta non deve essere scontata, bisogna mischiare le carte». Sono state eseguite anche canzoni più conosciute ma che stranamente il pubblico non ha cantato, forse perché sono state proposte con un ritmo lento e senza un arrangiamento che invogliasse a cantare a squarciagola per privilegiare la riflessione sul testo; è il caso di Vai in Africa, Celestino. Non sono mancati verso la fine i cavalli di battaglia e i tormentoni come La leva calcistica del ’68, Generale, Santa Lucia, Buonanotte Fiorellino, La donna cannone, Titanic e, per concludere, l’indimenticabile Rimmel, così il pubblico ha potuto dare sfogo alle proprie doti canore sulle note delle proprie canzoni preferite. De Gregori ha anche voluto omaggiare il suo grande amico Lucio Dalla, cantando Santa Lucia e 4 marzo 1943.

Ribellione e anarchia ne “La locomotiva” di Guccini

Articolo pubblicato su Lo Sbuffo.

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Per affrontare il tema della ribellione rispolvereremo il significato di una canzone simbolo della lotta anarchica, La Locomotiva di Francesco Guccini, pubblicata nell’album Radici del 1972. Timbro basso e inconfondibile erre moscia, fisico imponente e immancabile barbone, Guccini è uno dei massimi esponenti italiani di quel genere musicale in cui il testo ricco e elaborato quanto una poesia è la colonna portante dell’opera, la musica dei cantautori. Tredici strofe da cantare con il pugno alzato al termine di ogni concerto prima che Guccini si ritirasse dalle scene, anche se tale usanza si interruppe per un breve periodo durante il terrorismo delle Brigate Rosse.

La canzone narra un fatto realmente accaduto, anche se Guccini si è concesso qualche licenza poetica sin dalla prima strofa: “Non so che viso avesse / e neppure come si chiamava”. I dati anagrafici del protagonista sono invece ben noti, si trattava infatti del fuochista Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi. Il testo sostiene che i fatti si svolsero nei “primi anni del secolo” ma, considerando che la canzone è stata scritta nel Novecento, ciò non è possibile, perché i fatti si verificarono poco prima delle cinque del pomeriggio del 20 luglio 1893. Guccini tuttavia descrive un’epoca storica che sembra essere la fine dell’Ottocento, infatti i suoi versi accennano al positivismo e alla locomotiva “simbolo di progresso” che “l’uomo domina con il pensiero e con la mano“. Si tratta di un secolo di profonda ingiustizia sociale nel settore ferroviario, perchè i ricchi viaggiavano in carrozze lussuose in prima classe e i poveri in ambienti scomodi e fatiscenti, inoltre le condizioni in cui lavoravano gli operai ferroviari erano molto dure. Il protagonista si ribellò a tutto ciò grazie all’anarchia, si impossessò di una locomotiva sganciata da un treno merci presso la stazione di Poggio Renatico a si diresse all’allora incredibile velocità di 50 km/h verso la stazione di Bologna. Guccini non cita nomi di luoghi e velocità per creare un’atmosfera mitica e fiabesca, fatta eccezione per una delle città in cui ha vissuto, Bologna. La locomotiva fu deviata su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in corsa non nominati nella canzone. La frase “lo raccolsero che ancora respirava” è l’unica informazione che abbiamo sulla sorte dell’anarchico Rigosi nel testo del cantautore, in verità sappiamo che gli venne amputata una gamba e che rimase sfigurato in viso. Dopo due mesi venne dimesso dall’ospedale e esonerato dal lavoro per ovvi motivi di salute.
L’eroe di Guccini sembra semplicemente infuocato da ideali di giustizia sociale e lotta proletaria, nella realtà i fatti sono più complessi. Non conosciamo il movente del gesto del fuochista romagnolo, sappiamo solo che era profondamente anarchico e che dopo il ricovero in ospedale affermò: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” e ciò bastò a convincere l’opinione pubblica che si trattò di un atto politico. I quotidiani dell’epoca invece dichiararono che l’uomo era un semplice pazzo e ciò condannò l’episodio di cronaca all’oblio, sino a quando Guccini resuscitò dalla damnatio memoriae l’evento mentre consultava dei documenti relativi a degli operai dell’Ottocento; colpito dalla testimonianza, il cantautore modenese decise di trasformare Rigosi in un simbolo della lotta di classe.
E’ notevole pensare che un testo così complesso è stato scritto in una ventina di minuti; nel 2017 è stata inserita al 71° posto nella classifica delle più belle 250 canzoni del nostro paese.
Indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno, la canzone ci induce a riflettere sulla grave disparità sociale del passato e alla disperazione che può provocare ma, soprattutto, su fino a che punto siamo disposti a spingerci e sia giusto spingersi nella lotta politica.