La commedia dell’arte

Anziché recensire uno spettacolo teatrale, in questo numero parleremo della Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere. Il periodo d’oro degli Zanni furono i decenni compresi tra il 1580 e il 1620, ma la Commedia dell’Arte fu una delle principali forme di spettacolo teatrale sino alle innovazioni apportate da Goldoni nel Settecento.

In un’epoca in cui la cultura dominante prevedeva che il teatro si svolgesse all’interno delle corti e fosse riservato ai signori, alcuni attori professionisti itineranti diedero vita ad uno spettacolo basato sull’improvvisazione e che prevedeva come personaggi le maschere che tutti noi conosciamo: gli Zanni, ossia il servo sciocco Arlecchino e il servo furbo Brighella, il vecchio, avaro e scorbutico Pantalone, il dottor Balanzone, Colombina la bella servetta e il Capitano …

La prima traccia accertata di una compagnia della Commedia dell’arte ( detta anche commedia “degli Zanni”, “a soggetto” o “all’improvviso”) è un contratto del 1545, con cui gli artisti della compagnia di ser Maffio Zanini si impegnavano a lavorare insieme per un “anno comico”, vale a dire da fine quaresima al Carnevale dell’anno successivo. La compagnia teatrale era strutturata come una sorta di cooperativa, infatti il profitto veniva ripartito equamente tra i suoi membri.

Gli attori non avevano un Copione, infatti seguivano un Canovaccio, vale a dire una traccia su cui erano abbozzati i tratti generali della storia, e improvvisavano tutto il resto dello spettacolo. Gli artisti recitavano con una maschera di cuoio che lasciava scoperta solamente la mascella e il mento, perciò la recitazione era impostata sulla postura e la mimica anziché sull’espressione del volto. Ogni membro della compagnia si specializzava in una maschera per tutta la vita, imparando e perfezionando nel tempo le battute tipiche, le acrobazie e le gags del personaggio che il pubblico imparava a riconoscere quando un attore diventava famoso.

L’interpretazione a vita di un solo personaggio era possibile per un attore perché le maschere avevano caratteristiche fisse e stereotipate e le trame variavano sempre intorno a pochi temi come la storia d’amore ad intrigo multiplo, l’equivoco, il travestimento e lo scioglimento miracolistico. Nel corso dello spettacolo venivano improvvisati comiche, sberleffi sfacciati e talvolta volgari, gags, mimiche e giochi di parole secondo il repertorio delle maschere in scena.

Essendo eredi di giullari e ciarlatani, i comici erano attori itineranti che si esibivano nelle piazze e nelle fiere su palchi improvvisati. Molti di loro erano letterati e cortigiani transfughi dalla propria corte di origine, pertanto non di rado apparivano in scena artisti acculturati. Siccome vendevano l’arte ad un pubblico anche di bassa estrazione sociale, venivano soprannominati con disprezzo dai dotti teatranti di corte “Commedia degli istrioni mercenari” oppure “Commedia della gazzetta”, che sarebbe il costo del biglietto dello spettacolo.

La Commedia degli Zanni divenne così un teatro irriverente nei confronti della cultura ufficiale e della Chiesa, sebbene si ispirasse sotto molti aspetti alla commedia greca. Un altro fattore di successo fu la presenza delle donne sul palcoscenico, che nonostante gli apprezzamenti del pubblico accrebbe il disappunto della cultura ufficiale e della Chiesa controriformista.

Le maschere sono diventate un’icona culturale del nostro paese e vengono proposti in Italia molti spettacoli al riguardo. Il più famoso di questi è sicuramente “Arlecchino servitore di due padroni”, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e apprezzato in tutto il mondo soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Arlecchino di Ferruccio Soleri.

 

Articolo tratto dal V numero della rivista Eclettica, la voce dei blogger, nella rubrica Avventure da palcoscenico

Il giullare

Oggi torneremo indietro nel tempo sino al Medioevo per raccontare chi era il giullare. Il termine deriva dal provenzale occitano  (vale a dire dalla lingua d’Oc) joglar, a sua volta derivante dal latino iocularis che significa scherzo, gioco, burla.

In un epoca in cui la cultura e il teatro ruotavano intorno alla Chiesa, si sviluppò con una diffusione altrettanto capillare il teatro profano soprattutto ad opera dei giullari, dei professionisti dello spettacolo eredi degli artisti ambulanti dell’Alto Medioevo. Il giullare era infatti un intrattenitore girovago esperto di recitazione, mimica, racconto delle storie, musica, canto di episodi classici o biblici, danza, acrobazie, le arti del saltimbanco, la retorica dei ciarlatani e molto altro ancora.

Il giullare non si esibiva in teatro ma metteva in scena il proprio spettacolo nei luoghi in cui si radunava una gran folla come le piazze, le fiere e le corti dei re durante i banchetti. Non adottava alcuna scenografia salvo, in casi eccezionali, una pedana come palcoscenico e una tenda dotata di aperture come sipario.

Nel Medioevo esistevano codificazioni molto rigide per quanto riguarda l’abbigliamento; si pensi infatti che le prostitute, per essere distinte dalle signore perbene, non potevano coprirsi il capo con un velo e talvolta erano costrette a vestirsi solo di giallo. Il giullare era visto dalla società come un elemento sovversivo e controcorrente da associare al pazzo, all’anormale, al diabolico che rovescia l’ordine comune della società imposto dalla Chiesa. Il suo vestito era dunque altrettanto ghettizzante per essere ben riconoscibile dalla folla: un indumento a strisce verticali bicolore, con campanacci (o l’utilizzo di strumenti a fiato) per preannunciare acusticamente il proprio arrivo come i sonagli dei lebbrosi, anche se in questo caso lo scopo è attirare l’attenzione della folla anziché allontanarla. Spesso indossava un cappello con dei campanelli e portava degli oggetti strani alla cintura; i capelli erano rasati e non portava la barba. Spess effettuava delle manifestazioni di nudità nel corso degli spettacoli.

Gli spettacoli del giullare costituivano il sovvertimento delle leggi sacre dell’ordine sociale, perciò era ritenuto una minaccia dalla Chiesa. Il giullare infatti offriva al suo pubblico un “canale di sfogo” del pensiero, un’opportunità di evasione dalle regole della gerarchia dei re e del potere ecclesiastico. Spesso venivano messe in scena improvvisazioni o pantomime intorno alla vita quotidiana, all’amore, al sesso, al cibo, alla beffa contro la cultura dominante, oppure un carnevalesco “mondo alla rovescia” per sfogare e esorcizzare le fatiche del vivere quotidiano mediante la risata liberatoria.

Talvolta i giullari erano dei dotti, infatti erano in grado di utilizzare forme metriche come l’ottava, lo strabotto e le ballate, si destreggiavano in generi letterari e temi differenti. Tra i temi più diffusi troviamo il contrasto, l’alba (l’addio degli innamorati al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della malmaritata. La loro arte è quasi sempre anonima sia sul piano anagrafico, vale a dire che non si consce la paternità di molti poemi, sia sul piano culturale. Spesso adottavano delle forme convenzionali e ripetitive poiché lo spettacolo si basava essenzialmente sull’invenzione, la battuta ad effetto o la trovata brillante e improvvisa.

Sin dal Basso Medioevo si era soliti distinguere i giullare che lavoravano stabilmente presso una corte di un re, talvolta accompagnando le poesie dei trovatori, e quelli girovaghi, che si esibivano nelle taverne e nelle piazze. Venivano inoltre distinti i giullari che raccontavano in qualità di cantastorie le storie dei santi e dei cristiani virtuosi da quelli adusi alla nudità, al contorsionismo (considerato un peccato in quanto violava le leggi di Dio) e alla volgarità.

Dal XII secolo la figura del giullare assunse anche connotazioni diverse: alcuni di questi artisti si posero stabilmente al servizio di un signore e divennero intrattenitori e musici di corte.

 

‘ITIS Galileo’ di Paolini

2009601 . «L’arte e la scienza dovrebbero sempre essere ribelli rispetto al pensiero dominante del loro tempo».

Un paio d’anni fa il cantastorie Marco Paolini portava nei teatri di tutta Italia lo spettacolo ‘ITISGalileo’, ripercorrendo le tappe della vita dello scienziato e raccontando le sue rivoluzionarie scoperte. La tournée, che ha conseguito uno straordinario successo per ben due stagioni, è terminata, ma fortunatamente esistono delle registrazioni che permettono comunque di assistere allo show.

Molti sostengono che guardare le opere teatrali in televisione sia noioso, ma non è il caso di ‘ITIS Galileo’ poiché è stata realizzata una messa in scena appositamente per registrare lo spettacolo e trasmetterlo su La7, rispettando le esigenze di un pubblico televisivo. Il video completo è disponibile su Youtube in Rewind TiVu – Primo Canale, oppure potete acquistare in libreria Paolini M., ITIS Galileo, Einaudi, Torino 2013, un libro contenente il canovaccio e il DVD dello spettacolo oltre a numerosi scritti degli autori Marco Paolini Francesco Niccolini e del filosofo della scienza Stefano Gattei.

Come location per mettere in scena lo spettacolo sono stati scelti i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Alcuni spettatori assistevano alla proiezione dello spettacolo dall’Aula Fermi, i professori dell’istituto invece assistevano allo spettacolo di Paolini in un teatro improvvisato nelle profondità del Gran Sasso, con 1400 m di roccia sopra di loro e i caschi protettivi. E’ stata un’ottima scelta parlare di Galileo in una delle più importanti sedi dello studio della fisica delle particelle, vengono infatti sottolineati gli sforzi che sono stati compiuti in passato per rivoluzionare il modo di pensare delle persone e l’importanza della scienza nella storia dell’umanità.

Nel titolo compare la parola “ITIS”, che è un inequivocabile omaggio agli istituti professionali. La vicenda di Galileo è un argomento trattato soprattutto nei licei classici e scientifici mentre gli ITIS sono soliti trascurarlo, nonostante Galileo non avrebbe potuto compiere alcuna scoperta senza le conoscenze tecniche apprese come autodidatta. Si tratterebbe inoltre di un espediente per invitare a teatro tutti quanti, non soltanto a coloro che hanno scelto di studiare ma anche i “meccanici”, senza la cui tecnica non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione scientifica. Tale scelta deriva soprattutto dal fatto che Paolini abbia voluto andare nelle scuole per spiegare ai più giovani che essere geniali, in circostanze difficili, può essere un problema.

Paolini è uno dei principali esponenti del Teatro Civile in Italia, un genere di spettacolo teatrale che tratta argomenti riguardanti temi di politica e società, al fine di focalizzare l’attenzione sull’argomento trattato per sensibilizzare l’opinione pubblica. Anche se il tema di Galileo non può certo essere considerato contemporaneo, Paolini è riuscito a realizzare numerosi parallelismi (alcuni anche comici) tra l’Italia del XVI-XVII secolo e quella dei nostri giorni, in modo tale da sfruttare appieno le capacità educative del teatro per insegnare al pubblico come essere rivoluzionari ai nostri giorni. Non è infatti un caso che lo spettacolo abbia inizio con l’invito a “fare un minuto di rivoluzione”

Il teatro civile si sviluppa dal Teatro di Narrazione, di cui Paolini è uno dei massimi esponenti, ed è proprio di questo genere teatrale che sarebbe meglio parlare nel caso di ‘ITIS Galileo’. Guccini racconta così il teatro di narrazione: “alcuni attori-autori iniziano a presentarsi sulla scena senza lo schermo del personaggio, ma con la propria identità per raccontare storie senza rappresentarle”. Si crea così un rapporto più diretto tra palcoscenico e spettatori, i quali spesso sono chiamati ad interagire con gli attori.

Nel suo ultimo spettacolo Paolini non tradisce il proprio stile recitativo. L’opera è infatti un lungo monologo (che talvolta si trasforma in dialogo improvvisato con il pubblico) in cui spesso abbandona la lingua italiana in favore del dialetto veneto. L’attore-regista, calca il palcoscenico con un impiego minimo di costumi di scena e di scenografie e senza interpretare alcun personaggio. Come facevano anticamente i cantastorie e gli “Zanni” (le maschere cinquecentesche di Arlecchino, Pulcinella, Pantalone …), lo spettacolo consiste prevalentemente nell’improvvisazione dell’artista basata su un canovaccio.

Una delle tante magie del teatro consiste proprio nella possibilità di annullare la distanza tra gli attori sul palcoscenico e gli spettatori in platea e Paolini ci riesce proprio grazie all’improvvisazione: per cercare qualcuno iscritto all’ITIS Paolini interroga gli spettatori sulle scuole superiori effettuate, fa un cenno al pubblico televisivo che lo “segue da casa” e invita la platea a togliere il caschetto protettivo per non patire troppo il caldo.

Le scenografie sono minime (se escludiamo l’affascinante tunnel sotterraneo in cui viene realizzato lo spettacolo), infatti sono costituite da una copia ingigantita degli appunti di Galileo sullo sfondo, una campana (una possente, della Pontificia Fonderia Marinelli) e un sfera uncinata contenente una ricostruzione dell’universo sospese mediante delle catene con cui Paolini gioca nel corso dello spettacolo, una piccola cassa di legno sul quale sono appoggiati il Sidereus Nuncius e il Dialogo sopra i massimi sistemi. Per quanto riguarda i costumi, ad un certo punto dello spettacolo Paolini indossa un baschetto nero e un grembiule marrone utilizzato da chi compie attività umili, durante la lettura dell’abiura sostituisce invece il basco con un lungo cappello conico bianco “da somarello”. Anche i caschetti protettivi possono essere considerati dei costumi di scena per l’attore (che ad un certo punto decide di toglierselo) e gli spettatori. Non mancano inoltre le colonne sonore: Mario Brunello esegue al violoncello Suite n. 1, Giugue di Johann Sebastian Bach, Cantique de la promesse di Jacques Sevine, La Bandabardò esegue Circus composta per ‘ITIS Galileo’.

Come spesso accade nel teatro civile, Paolini porta le prove di ciò che racconta: non solo cita accuratamente nomi e date, ma sfoglia sul palcoscenico i due più importanti libri scritti da Galileo, il ‘Sidereus Nuncius’ e il ‘Dialogo sopra i massimi sistemi’. Il primo è un trattato di astronomia pubblicato nel 1610, in cui Galileo espone tutto ciò che ha scoperto grazie al cannocchiale, il secondo invece è un’opera di trattatistica scientifica scritta sotto forma di dialogo e pubblicata nel 1632. Paolini espone con colloquialità e spesso anche comicità le due opere, rendendole accessibili anche profani. Per rendere commestibile il ‘Dialogo’ inscena persino un monologo nello stile degli Zanni, con tanto di mascherina. .

.2010813

 

Articolo tratto dalla mia rubrica ‘Avventure da palcoscenico’ della rivista ‘Eclettica, la voce dei blogger’ n. 4

Recensione di ‘Chisciotte e gli invincibili’

“Il cavaliere dell’eterna giovinezza
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.”

.

‘Chisciotte e gli invincibili’ è uno spettacolo teatrale del 2006 che è stato trasformato in un cofanetto costituito da libricino e dvd. Gli autori sono Polmone, il cui vero nome è Gabriele Mirabassi, uno dei massimi virtuosi odierni al clarinetto a livello internazionale, Trinità, Gianmaria Testa, colui che “le canzoni le canta, le suona e le fa“, e Erri de luca, la mente e la voce narrante di tutto lo spettacolo.

Qui non si mette in scena Chisciotte, si prende Chisciotte come titolo di una figura perfetta di eroe non raggiungibile, ma sotto questo nome solenne andiamo a individuare un po’ di storie affini, di perone che potrebbero iscriversi alla sua discendenza.” Afferma Erri de Luca per descrivere la trama del suo spettacolo e in effetti, più che raccontare le avventure di Don Chisciotte (senza il don, perché per i napoletani risulterebbe equivoco), si tratta di una summa dei suoi personaggi letterari, storici o di attualità preferiti.

La scenografia è un tavolo attorno al quale sono seduti i tre amici, una sedia vuota invece da le spalle alla platea ed è per tutti coloro, uomo o donna, che meritano di essere i Don Chisciotte di oggi. Ogni volta che il pubblico applaude gli artisti si versano un bicchiere di vino, come se fossero in osteria. Erri De Luca al proposito racconta: “ [...] questo tavolo di osteria. Uscire sulla scena senza questa certezza… insomma io vengo qua, da tante serate passate all’osteria a cantare e raccontare, e a sentir cantare. Dunque senza questa solida base sulla quale mi appoggio mi sarebbe difficile affacciarmi su una platea così solenne, davanti alle persone che si spostano da casa per venirmi a sentire. Mi avvalgo della facoltà di essere cliente di questo tavolo da molto tempo, e di avere amato questo modo di passare insieme le serate.

Altri oggetti di scena sono il fantoccio di Don Chisciotte rappresentato da un attaccapanni che brandisce un ombrello e indossa uno scolapasta (che poi diventerà in alcuni punti dello spettacolo anche il copricapo degli artisti); sullo sfondo sono proiettate delle immagini molto suggestive e la luce in scena viene accesa da Erri De Luca azionando simbolicamente una lampada che pende dal soffitto.

Lo spettacolo inizia considerando i primi Don Chisciotte i migranti, sia gli italiani nel passato sia gli africani di oggi, poi gli scalatori e gli amanti. Anche una radice come la patata può essere un Don Chisciotte perché ha salvato molti dalla fame, oppure un personaggio biblico e balbuziente come Mosè o l’intellettuale Izet Sarajlic, che non fuggì da Sarajevo per la convinzione che ogni intellettuale debba restare vicino al suo popolo. I tre artisti aprono poi un paragrafo dedicato alla guerra e in particolare alla poesia di Ungaretti (“Un’intera nottata buttato vicino ad un compagno massacrato” a versi alterni), all’olocausto, agli aviatori italiani morti per nulla e al cantautore francese Boris Vian, reinterpretando in italiano la canzone Il Disertore. Ne proponiamo una versione in italiano di Ivano Fossati.

De Luca parla poi dell’indifferenza, di cui sono affetti gli ipocriti che non sanno distinguere la realtà dalla finzione e si comportano come se fossero gli spettatori di uno spettacolo di fantasia, cui sono chiamati ad applaudire anziché intervenire. Lo stesso Don Chisciotte, in un passo del libro, interverrà in uno spettacolo di marionette. Viene poi cantata la canzone di De Andrè dedicata ai suicidi. Lo spettacolo continua con “Canzone per una prigioniera” e infine un “Elogio ai piedi“, recitata da Testa dopo essersi tolto le scarpe.

Oltre al racconto di storie vere o fantastiche, nel corso dell’opera si ascoltano emozionanti a oli al clarinetto, canzoni e poesie musicate.

 

‘Sugar’, il musical di ‘A qualcuno piace caldo’

2009601

 

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html http://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/ http://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/27/il-racconto-un-po-pagano-di-una-visita-al-duomo-di-pisa/ http://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/25/la-civetta-ha-fatto-il-bis-e-mi-offre-un-pretesto-per-ironizzare-sulla-lingua-latina/ http://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/09/i-filtri-damore-nellantica-roma/ http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/09/owl-prize-5.html

 

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2014/04/owl-prize-9.html

Wizard Service Srl e Atlantide – Teatro Stabile di Verona presenta Sugar (regia di Federico Bellone), un esilarante musical ispirato ad A qualcuno piace caldo (regia di Billy Wilder, 1959), una delle migliori commedie della storia del cinema. Le avventure di Jerry e Joe saranno i grado, dopo aver vinto sul grande schermo un Oscar e tre Golden Globe, di trionfare anche sul palcoscenico?

Il copione del musical (Peter Stone) è stato particolarmente fedele a quello della pellicola cinematografica. Nella Chicago della grande depressione, della mafia e del proibizionismo due musicisti jazz squattrinati, il sassofonista Joe (Pietro Pignatelli) e il contrabbassista Jerry (Christian Ginepro), assistono casualmente alla Strage di San Valentino mentre trasportano degli spartiti in un garage per qualche spicciolo, poiché l’iniziale impiego come musicisti è andato perduto in seguito all’irruzione della polizia nello speakeasy dove lavoravano. Per sfuggire a Ghette Colombo, il temibile sicario di Al Capone, che sta setacciando ogni orchestra d’America alla ricerca dei due scomodi testimoni, Joe e Jerry si travestono da donna e si uniscono ad un complesso jazz di incantevoli fanciulle diretto a Miami per una tournée di due settimane. Si tratta di un’occasione perfetta per sparire dalla circolazione, ma le stupende musiciste sono un’atroce tentazione per Josephine e Daphne (così si chiameranno d’ora in poi i due jazzisti), che rischieranno più volte di tradirsi e rivelare la loro vera identità.

Il problema principale è costituito da Sugar (Zucchero Cantido nel film, interpretata nel musical da Justine Mattera), la sensuale cantante e suonatrice di ukulele con il vizio per l’alcool e una vita sentimentale travagliata: entrambi i fuggitivi sono perdutamente cotti di lei e farebbero di tutto per conquistarla. Ma come corteggiare la bellissima artista, interpretata nel film da Marilyn Monroe, senza fare saltare la copertura? Fingere di essere la sua migliore amica o sedurla nei panni dell’uomo dei suoi sogni, un miliardario occhialuto e sensibile? E cosa accadrebbe se Josephine e Daphne attirassero le lusinghe di ammiratori indesiderati, come il miliardario Osgood Fielding II?

La commedia musicale si è prestata egregiamente alla trasformazione in un musical: ogni canzone del film, tradotta in italiano, è stata egregiamente interpretata da ballerine di tip tap selezionate appositamente per l’occasione, secondo criteri fondati tanto sulle loro abilità artistiche quanto per l’avvenenza fisica. Le scarpette da tip tap sono stata indossate anche da Ghette Colombo, il mafioso ballerino più  simpatico di Chicaco. Le coreografie di Gillian Bruce sono ammiccanti, graffianti, sexy ma soprattutto comiche e perfettamente in linea con i ruggenti anni ’20 in cui è ambientata la commedia. Non dimentichiamoci che il titolo del film si riferisce ad un sottogenere del Jazz, il Jazz Caldo, perciò la musica è un elemento portante del film quanto del musical.

1

Justine Mattera ha dovuto affrontare l’arduo compito di confrontarsi con un’icona del’ cinema d’altri tempi, l’immortale Marilyn Monroe. L’artista ha dimostrato di essere all’altezza della situazione: il suo sensuale accento anglofono a conquistato la platea e le sue movenze ispirate a Marilyn hanno saputo sedurre il pubblico, ma soprattutto la Mattera è stata una fantastica cantante e ballerina, in particolare sulle intramontabili note di I want to be loved by you. Unica pecca … la corporatura troppo secca! Il libretto consegnato agli spettatori vantava la straordinaria somiglianza tra la Mattera e la Monroe e effettivamente le due attrici hanno una fisionomia del viso molto simile; peccato che dal fondo della platea tutto ciò sia ininfluente in quanto l’unico confronto possibile tra le due attrici riguarda la loro corporatura. La pur bellissima Justine Mattera, rispetto alla formosa e procace Marilyn, sembra un manico di scopa!

Un’ovazione meritata per le due simpaticissime drag queen, Pietro Pignatelli e Christian Ginepro, che hanno saputo trasformarsi ora in perfetti musicisti gentiluomini, ora in ridicoli maschioni disperatamente alle prese con rossetti e sottane, ora in eleganti e beneducate signorine. I due artisti hanno dovuto inoltre interpretare rispettivamente in un timido miliardario snob dalla erre moscia e un’abilissima ballerina di tango, con tutte le “sgambettate” del caso. Si tratta insomma di artisti a tutto tondo con una perfetta padronanza del proprio corpo e della propria arte, capaci di soddisfare appieno le esigenze del regista e di incantare il proprio pubblico.

Gli scenografi Roberto e Andrea Comotti hanno voluto illuderci che le scene del film si materializzassero come per magia sul palcoscenico. Alle scenografie realizzate in stile tradizionale, come le cuccette del treno e la hall dell’albergo, si affiancano così le proiezioni di alcune scene in bianco e nero del film su un maxischermo, attraverso il quale gli interpreti possono entrare e uscire a loro piacimento mediante una celebre tecnica illusionistica chiamata Fregoligraph. Essa sfrutta delle luci stroboscopiche per dare l’impressione che gli attori, quando si trovano dietro il maxischermo, non siano più sul palcoscenico ma vivano all’interno della pellicola cinematografica.

Nonostante le scenografie siano in bianco e nero, i costumi (Beatrice Laurora) sono coloratissimi, in omaggio all’iniziale volontà di Wilder e Marilyn Monroe di girare il film a colori. Le stoffe variopinte e luccicanti sono inoltre una prassi nel genere musical e, in generale, nelle coreografie jazz degli anni ’20.

La tournée per Sugar è iniziata a Saronno nel novembre 2013, ma io ho assistito allo spettacolo il 17 gennaio 2014 presso il Teatro Sociale di Como. Ci sono tuttavia ancora molte date in programma nelle principali città italiane, perciò non mi resta che invitarvi a teatro per assistere alla trasformazione di A qualcuno piace caldo in una sensazionale commedia da palcoscenico.

.

Questo articolo è stato pubblicato nella mia rubrica “Avventure da palcoscenico” sulla rivista online “Eclettica – La voce dei blogger” #3

1

L’amore è un cane blu

Paolo Rossi è ritornato sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano per presentare, con la sua voce un po’ rauca e strascicata, L’Amore è un cane blu. E in scena compare veramente il cane blu, il simpatico protagonista di una leggenda carisca innamorato della bora: il comico infatti si è fatto accompagnare in scena da un simpatico bastardino.

amore-e-un-cane-blu-home

L’umorismo di Rossi è come sempre una lama tagliente che non risparmia il marcio della società, ma quest’anno si è velata di malinconia per cantare la perdita del coraggio di una società italiana incapace di continuare a sperare e di rialzarsi. E quando la colpa non è di un uomo solo o di un partito ma dell’intera collettività, un comico come Rossi non può che appellarsi alla tragedia greca, imbastardendola però con il Wester e le leggende del Carso, la sua terra. Gli artisti non possono che rispecchiare la tristezza di questi tempi di crisi ma niente paura, non c’è ragione per rinunciare all’ironia che non solo consola e rallegra, ma svela le contraddizioni della nostra epoca e ci sprona a lottare.

Il filone narrativo conduttore è l’Alcesti, che presto si trasforma in un epico vagare alla ricerca della soluzione per raggiungere gli inferi, ma le parole di Rossi proseguono lungo una strada piena di curve e di bivi, di excursus, frecciatine e battute che spesso rievocavano le produzioni del passato di Rossi e non tradiscono la sua anima giullaresca. Forse è per rivolgersi ad un pubblico moderno che il cantastorie gioca ad indossare i panni del regista, fingendo che lo spettacolo consistesse nelle prove per un film. Vengono dunque proiettati sulla scena dei simpatici titoli di testa e delle diapositive, in perfetto stile Power Point, delle locations carsiche in cui si svolgerebbero le ipotetiche riprese. Nel corso delle prove il pubblico ha potuto interagire con gli attori proprio come nelle altre produzioni del passato (per esempio in data 4 ottobre, serata in cui mi sono recata allo Streheler, una donna ha emesso degli ululati per un minutino abbondante, offrendo a Rossi l’opportunità di divertirci con le sue simpatiche improvvisazioni), ma le modalità con cui è stato chiamato a partecipare allo spettacolo sono state differenti: nel corso dell’intervallo Rossi ha inscenato un simpatico chasting per gli attori del film, invitando tutti a iscriversi in un registro, farsi fotografare insieme a lui e mangiare l’immancabile spaghettata.

La modernità dei contenuti si è fusa con la tradizione attraverso le note dell’orchestra di musiche balcaniche I virtuosi del carso composta da cinque musicisti travestiti da cow boy: Stefano Bembi alla fisarmonica, Denis Beganovic ai fiati e da una contrabbassista e cantante che, con la sua voce calda e suadente, ha accompagnato pubblico e attori nel mondo della poesia. Alla destra di Paolo Rossi l’immancabile Emanuele dell’Aquila, l’eccellente chitarrista e spalla comica che abbiamo incontrato anche in molte altre produzioni del giullare che molti considerano erede di Dario Fo.  

Il marchio Rossi non tradisce mai, come sempre ha dimostrato di essere uno dei più grandi comici italiani e ci dispiace che, tra i numerosi artisti emergenti, siano in pochi quelli in grado di succedergli. Lo show è stato un vero successo.

“L’amore è un cane blu” di Paolo Rossi, qualche barzellettosa anticipazione

Venerdì 4 Ottobre ho assistito allo spettacolo L’amore è un cane blu, l’ultimo show di Paolo Rossi, presso il Teatro Streheler di Milano. La recensione dello spettacolo è già in cantiere, nel frattempo potete gustarvi alcune delle barzellette che più mi hanno fatto sbellicare nel corso della serata.

Le tre barzellette sono state estrapolate dal contesto narrativo dello spettacolo e trasformate da un monologo in stile giullarata (vi ricordate Dario Fo? La giullarata è un monologo in cui l’attore interpreta due o più personaggi differenziandoli l’uno dall’altro mediante il tono della voce, la postura e la direzione in cui volge il suo sguardo) in un dialogo per due. Se non ho riportato fedelmente ogni parola di Paolo Rossi non fate i bacchettoni e gustatevi la barzelletta così come me la ricordo io.

Attenzione: questo post è spoiler allo stato puro perciò, se avete già comprato i biglietti per lo spettacolo e non volete rovinarvi le battute, vi consiglio di Iscrivervi al mio blog e ripassare…

.

La nonnina

Nipote: Ciao nonna, ti accompagno a fare una passeggiata?

Nonna: No, caro, non riesco ad alzarmi.

Nipote: Oh cielo, cos’hai?

Nonna: Mi sento le gambe molli così, quando cammino, mi sembra di galleggiare e mi sento svenire.

Nipote: Chiamo un’ambulanza?

Nonna: Perché? Sto una favola!

Nipote: Nonna, ma cosa stai dicendo? Hai appena detto che ti senti male …

Nonna: Ma va! Mi sono fatta di eroina.

Nipote: Ma sei impazzita??? Ti sembra il caso di drogarti a 87 anni? E’ una follia!

Nonna: A 16 anni è follia, a 87 è geniale. Pirla!

.

Quando papà sposa una giovane rumena

Papà: Figliolo, ho intenzione di sposare Inga, una ragazza rumena di 25 anni.

Figlio: Papà, ma sei fuori?

Papà: E che problema c’è?

Figlio:  Beh, insomma… è giovanissima, ti tradirà!

Papà: Meglio una torta buonissima da dividere con tante persone, che una fetta di pane secco da solo!

.

I due tassisti

Alla stazione centrale di Milano due tassisti si stanno concedendo una breve pausa.

1: Sono distrutto, mi scoppia la testa. Mi sembra che ci sia un martello pneumatico che mi sta fracassando il cranio.

2: Ti capisco, succede anche a me, ma conosco un rimedio infallibile …

1: Ah sì? E quale?

2: Torno a casa e mi faccio fare un pompino da mia moglie. Spettacolare!

1: Oh, sì! Mi ci vorrebbe proprio…. Mi dai il suo numero?

.

.

L’economia italiana spiegata ad un allevamento di mucche

.

Su internet esistono diverse versioni di questo testo e, non essendo in grado di memorizzare un racconto così lungo dopo averlo ascoltato una volta sola, ho preferito crearne uno personale, attingendo alcune frasi dalle numerosi versioni disponibili online e altri da ciò che ricordo sullo spettacolo, creando qualcosa che sia assolutamente soggettivo anche da un punto di vista ideologico. Non so se i blogger che ho scovato sul web hanno copiato il racconto delle due mucche di Paolo Rossi o se è stato invece il comico a rubacchiare da internet alcuni spunti per realizzare il suo show; in ogni caso si tratta di un geniale racconto di satira

.

Lezione di Politica Economica: Hai 2 mucche..

mucca

FEUDALESIMO: Hai 2 mucche.
Il feudatario prende metà del latte e si tromba tua moglie.

SOCIALISMO: Hai 2 mucche.
Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.

COMUNISMO RUSSO: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fornisce il latte secondo quelli che reputa i tuoi bisogni.

COMUNISMO CINESE: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti fa lavorare giorno e notte per mungerle. Fai sciopero e cerchi di comunicarlo via blog alle fabbriche vicine, ma il governo oscura il tuo sito web.

FASCISMO: Hai 2 mucche.
Il governo te le prende e ti vende il latte.

NAZISMO: Hai 2 mucche.
Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.

DITTATURA MILITARE: Hai 2 mucche.
La polizia te le confisca e ti propone una scelta: o ti arruoli nell’esercito o vieni fucilato.

DEMOCRAZIA: Hai 2 mucche.
Si vota per decidere a chi spetta il latte.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA: Hai 2 mucche.
Si vota per chi eleggerà la persona che gestirà le mucche (e regalerà il latte a suo cognato).

DEMOCRAZIA AMERICANA
Lo stato promette di darti due mucche se voti per lui. Dopo le elezioni, il presidente viene messo in stato d’accusa (impeachment) per aver speculato in Borsa con le mucche. La stampa crea l’affare “vaccagate”.

ANARCHIA: Hai 2 mucche.
Lasci che le mucche si organizzino in autogestione. Sorprese dalla DIGOS a mungersi a vicenda nel praticello di un centro sociale, vengono arrestate per atti osceni in luogo pubblico.

BUROCRAZIA
Hai due mucche. All’inizio il governo decide come nutrirle e quando mungerle. Quindi ti paga per NON mungerle. Quindi le prende entrambe, ne uccide una, munge l’altra e scarica il latte nelle fogne. Quindi ti chiede di riempire dei moduli per le due mucche perdute.

CAPITALISMO: Hai 2 mucche.
Fai macellare la prima mucca ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche.
Alla fine licenzi l’operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento e, con i soldi risparmiati, comperi un toro e avvii un allevamento di vitelli.

CAPITALISMO DELLE ISOLE CAYMAN: Hai 2 mucche.
Vendi 3 mucche alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell’operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche.
Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l’opzione d’acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perchè sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio.

BERLUSCONISMO: Hai 2 vacche.
Il presidente se le scopa.

LEGA: Hai 2 mucche.
La mucca bianca, dopo essersi laureata in Albania, si fa fotografare mentre finge di lavorare come contadina, perché lei sì che ce l’ha duro! La mucca nera viene rispedita nel suo paese.

GOVERNO TECNICO: Hai due mucche.
Con il latte della prima mucca pachi l’Imu, con quello prodotto dalla seconda paghi l’Irpef, con quello della terza paghi l’Iva. Se non possiedi una terza mucca, sono cazzi tuoi.

CATTOLICI: Hai due mucche.
E’ contro natura che due mucche convivano nella stessa stalla e allevino vitellini insieme. Se vuoi continuare a produrre latte, una delle due deve assolutamente travestirsi da toro.

PD: Hai 2 mucche.
Le mucche brucano l’erba, promettendoti che presto si faranno mungere.

GRILLO: Hai due mucche.
Con le loro strabilianti abilità oratorie e un blog avvincente, i grillini tentano di convincere il latte a fuoriuscire spontaneamente dalla mammella, senza effettuare alcuna mungitura.

Fantasmi a teatro

teatro lugubre

Il teatro non è come il cinema, ci vuole un preciso stato d’animo per gustarlo appieno, soprattutto perché non è possibile assistere ad una replica dello spettacolo: ogni singola rappresentazione è effimera e irripetibile, comprare un altro biglietto non permette di tornare indietro e assistere alla magia di quella specifica serata.

Venerdì sera non sono riuscita a seguire per tutta la rappresentazione, è stato impossibile concentrarsi sulla trama: ero tormentata da due fantasmi, il ricordo di amici che ho allontanato per colpa del mio caratteraccio e che avrebbero dovuto trovarsi al mio fianco.

Lei avrebbe dovuto assistere allo spettacolo con me e avrebbe apprezzato moltissimo, anche se il teatro non la appassiona particolarmente. Sarebbe rimasta semplicemente incantata dalla protagonista, era veramente il personaggio che avrebbe fatto il caso suo. Mi sarebbe anche piaciuto discutere con lei sullo spettacolo, sapere cosa ne avrebbe pensato … Per un istante ti ho sentito al mio fianco come quella sera di ottobre, stavi respirando assorta e immobile, concentratissima sulla vicenda. Non riuscivo a seguire la vicenda, gli errori, le paranoie e l’egoismo del passato danzavano sul palcoscenico.  Vorrei tornare indietro, quantomeno per ringraziarti della pazienza e della fiducia che ho tradito.

Per quanto riguarda l’altro ragazzo, non è questo il luogo in cui scrivere, ma non basterebbe un romanzo per parlare di quello che combinava il tuo fantasma mentre cercavo di seguire la rappresentazione.

Ragazzi, i vostri spettri erano lì con me ieri sera. Sentivo la loro presenza fisica mentre gli attori boccheggiavano muti sul palcoscenico e il buio della sala mi opprimeva. Non sto scherzando, so che tutto ciò può sembrare troppo Shakespeariano per essere accaduto veramente, ma è andata veramente così. Si chiama rimorso, è la cosa più brutta che esista al mondo.

Avevo intenzione di scrivere una recensione sullo spettacolo, invece mi ritrovo a raccontare dei miei fantasmi personali, due Banquo che continuano a perseguitarmi. Quando smetterò di fare errori?

Macbeth di De Rosa, sangue e follia al Piccolo Teatro di Milano

Una corte di ubriaconi festaioli è lo scenario in cui Andrea De Rosa ambienta il suo Macbeth. Ieri sera ero in prima fila al teatro Strehler per seguire la raccappricciante catena di omicidi di uno dei più sanguinari personaggi Shakespeariani, reinterpretata in chiave moderna e psicoanalitica.

Niente streghe o malefici nella rilettura del regista, le bramosie di potere di Macbeth e consorte sono desideri umani dapprima inconfessabili, poi vengono dichiarati tra l’ebbrezza dell’alcool e le risa sguainate di una brigata in festa e infine si concretizzano in un lago di sangue, che porterà la coppia alla distruzione.

MACBETH-coupon--400x320

da vivimilano.corriere.it/

UN’ALLEGRA COPPIA DI SPOSI ASSASSINI

Una delle tematiche principali della tragedia sono le dinamiche sociopolitiche degli omicidi che hanno sconvolto la corte di Scozia, ma Andrea De Rosa ha preferito soffermarsi sulla psicologia dei coniugi assini, indagando le ragioni inconsce del loro agire.

Scordate innanzi tutto le streghe, poiché le celebri profezie sono pronunciate dalle voci infantili (registrate) di tre bambolotti dal volto devastato da una malattia cutanea, che rappresentano i figli che Macbeth e la moglie non avranno mai e sono il frutto abominevole e perverso della malefica volontà della coppia.

Dal male commesso e premeditato dalla famiglia Macbeth verrà poi generata una numerosa prole di feti morti e insanguinati, che lady Macbeth partorirà nella scena della seconda serie diprofezie. Una simbolica rappresentazione da film horror, con la quale il regista vuole avvertirci che, se ci abbandoniamo ciecamente alle nostre pulsioni più meschine,  genereremo delle mostruosità.

De Rosa si è ispirato a Rosa e Olindo, i noti assassini di Erba per creare i “suoi” coniugi Macbeth, infatti i protagonisti della tragedia sono profondamente innamorati e si spalleggiano l’un l’altro nella folle realizzazione dei loro progetti, proprio come la famiglia artefice del massacro che ha scioccato tutta Italia nel 2007.

Macbeth è interpretato da Giuseppe Battiston, al cui viso bonario e grassoccio vengono solitamente attribuiti ruoli comici, più indicati alla commedia che ad una strage sanguinaria. Ma neanche i vicini di casa di Erba corrispondevano all’identikit dei serial killer, perciò per quale motivo Macbeth non potrebbe avere l’aspetto di un allegro compagno di bevute?

L’avvinazzato Macbeth di De Rosa, considerava inizialmente l’omicidio solo un atto un po’ sgradevole da compiere per ottenere potere, agiatezza e felicità. Purtroppo il signore di Glamis non aveva calcolato che il delitto sarebbe diventato una necessità imprescindibile che lo avrebbe privato di ogni serentià: il rimorso, trasformatosi in ossessione, lo priverà della pace e della spensieratezza necessarie per vivere una vita dignitosa e serena.

Nonostante tutto Macbeth ride e sghignazza per alienarsi, per scacciare l’angoscia, per dimenticare o semplicemente perchè non ha fatto altro per tutta la vita e non riesce ad assumere un atteggiamento meno insensato; la sua isterica e grottesca risata lo accompagnerà sino alla tragica conclusione dell’opera. Anche Rosa e Olindo sorridevano e scherzavano dietro le sbarre, perciò forse De Rosa non ha torto nel rappresentare un Macbeth così orribilmente allegro: non esiste nulla di più malvagio e perverso di una risata.

Lady Macbeth, interpretata da Frédérique Loliée, è una nevrotica prima donna in tacco dodici, coda di cavallo, accento francese e comodo pigiamone da casa. La sanguinaria regina è molto più presente sulla scena di quanto Shakespeare aveva immaginato: non si limita a spronare il marito al delitto, ma complotta e regna al suo fianco per tutto il corso della rappresentazione. Macbeth e signora agiscono in copia, così la Lady non è meno protagonista del marito. Una piccola rivincità per il personaggio Shakespeariano, che avrebbe voluto essere uomo per non dover dipendere dal marito nella realizzazione dei propri desideri: nella moderna tragedia di De Rosa le donne sono protagoniste e colpevoli tanto quanto i mariti.

UN SALOTTINO INSANGUINATO

La follia famigliare dei coniugi Macbeth è ambientata in un ordinato salottino borghese, nel quale la coppia è solita organizzare allegre festicciole a base di alcool e charleston; un angolo del palcoscenico è stato destinato alla culla dei malefici bambolotti partoriti da Lady Macbeth. La scena è dunque dominata da un ambiente domestico, così come la tragedia si svolge in un contesto familiare anzichè in una corte scozzese.

Esiste inoltre un secondo spazio del palcoscenico, seminascosto allo spettatore da una parete trasparente, in cui viene rappresentato tutto ciò che accade nel mondo esterno o che viene attraversato dagli attori per raggingere uno spazio esterno all’intimità domestica, in cui accadono gli eventi che non vengono rappresentati. La festa della scena iniziale, l’assassinio del re, il massacro di Banquo e la scena del bosco i Biranam si svolgono (o vengono solamente evocati dagli attori) dietro questa sorta di abside, di cui possiamo avere solo una visione parziale.

TENBRE E SANGUE

Il sangue, uno dei temi chiave della tragedia, è un elemento ricorrente sulla scena e viene rappresentato in modo estremamente realistico attraverso una sostanza putrida e melmosa dal gusto “pulp”. Le mani di Macbeth dopo l’omicidio di re Duncan, gli ingredienti della pozione nella seconda scena delle streghe, i feti deformi partoriti da Lady Macbeth e il corpo del re dopo il duello con Macduff erano infatti insozzati da tale sostanza, che colava sul palco in modo vivido e raccappricciante.

Non tutti hanno apprezzato le crude scenografie di Bovey e nel silenzio della sala sono risuonati i commenti di disappunto soprattto delle scolaresche. Non mi aspetto che tutti possano apprezzare i feti sangunolenti e sospesi che hanno rappresentato il bosco di Birmingam o un assassino ubriaco e insanguinato, ma non dobbiamo dimenticarci che l’intento del regista era probabilmente quello di scandalizzarci e inorridirci, proprio come se stessimo assistendo ad un film dell’orrore. Non comprendo dunque il disappunto degli scolari: stiamo parlando di una tragedia di spietati assassini, perciò è comprensible che appaiano sulla scena degli elementi macabri e spaventosi!

Altro elemento fondamentale è il binomio luce-ombra, presente anche nel testo originario. Nel celebre monologo del pugnale insanguinato Macbeth spegne e accende ripetutamente la luce del palcoscenico sino a intraprendere il buio come scelta di vita, con un teatrale ed enfatico gesto da prestigiatore.

Lo spegnimento delle luci o l’apparizione dalle tenebre di elementi inaspettati creano dei colpi di scena che sbalordiscono e spaventano lo spettatore, inoltre inoltre la luce al neon e dei sinistri bagliori consentono di ricreare la giusta atmosfera dark e di rappresentare il confitto tra bene e male, verià e inganno, vita e morte.

UN AMLETICO EREDE AL TRONO E GLI ALTRI PERSONAGGI

Il male non dovrebbe esistere, ma è insito in ciascuno di noi e spesso lo manifestiamo con innocente spontaneità. Ne è consapevole Malcolm, il figlio di re Duncan, interpretato da Stefano Scandaletti come un amletico inetto che si domanda ossessivamente che cosa sia un uomo e rigetta continuamente sul palco (si tratta di un vomito molto realistico e “schifoso”, coerente con il gusto pulp dell’opera): poco dopo l’omicidio del padre, il principe sembra infatti fuggire in Inghilterra più per vigliaccheria che per un razionale timore nei confronti dell’assassino e, non accettando le proprie naturali pulsioni umane di avidità e insaziabile desiderio sessuale, accetta contro voglia il titolo di re.

Il timore del giovane principe non sono del tutto ingiustificate: perché accettare il titolo di re dopo il raccapricciante esempio di Macbeth? Come potrebbe una persona come lui, non meno umana del signore di Glamis, evitare di commettere gli stessi errori? La risposta, secondo me, si trova in una celebre frase che pronunciata dal protaonista: “io oso tutto ciò che può essere adatto ad un uomo; chi osa di più,non è un uomo”.

L’attore ha commesso un simpatico erroruccio: è inciampato proprio mentre stava per chiedere al pubblico se sarebbe stato un buon re. Fortunatamente l’errore si è rivelato una fortuna per la riuscita dello spettacolo, poichè ha espresso involontariamente la debolezza del personaggio e ha indotto il pubblico ad interagire con gli attori.

Un voto negativo per il personaggio Bancquo, un bel figaccione (complimenti a Paolo Mazzarelli per la prestanza fisica) dal carattere poco delineato, un applauso invece per il nobile Mcduff dalla calda voce di diaframma, all’elegante Lady Mcduff interpretata da Valentina Diana e al Ross di Marco Vergani.

Un ovazione invece a Gennaro di Colandrea per Seyton, il fedele servo di Macbeth appassionato di Hardcore che, cappuccio sul capo e smartfone alla mano, non esita a trasformasi in un lupesco sicario per soddisfare il proprio padrone.

GIUDIZIO FINALE

L’opera ha saputo appassionarmi e ho seguito lo spettacolo con il fiato sospeso, quindi il mio giudizio non può che essere positivo. Il regista ha chiaramente preferito sacrificare la fedeltà al testo per esprimere la propria interpretazione personale, che non ho alcuna intenzione di contestare poiché ritengo che non esistano riletture “giuste”o “sbagliate” di un’opera e che tutte le opinioni siano valide. Sconsiglio però questo spettacolo ai puristi di Shakespeare, perché potrebbero non apprezzare le singolari scelte del regista.

Cari lettori, vi aspetto tra qualche mese per la recensione di “Un amore di Swann”.

[ATTENZIONE: la recensione abbonda di pareri personali che non necssariamente combaciano con il reale messaggio degli autori.]

Il mio diario di viaggio

Durante i miei viaggi e le mie esplorazioni mi capita spesso di raccogliere biglietti, bigliettini, scontrini, depliant e ogni sorta di souvenir, pescato per caso nel corso di una giornata indimenticabile e sopravvissuto quasi per errore nelle tasche di un giaccone. All’inizio possono sembrare dei piccoli tesori ma, quando la quantità dei piccoli reperti archeologici inizia ad aumentare, possono trasformarsi in un problema: si accumulano nei cassetti, si nascondono sotto il letto e si perdono tra le pagine di un libro o tra gli scaffali della mia libreria, per poi ricomparire settimane dopo negli angoli della mia stanza, creando un’atmosfera di disordine.

Ma come trovare la forza di buttarli? Sono i ricordi di viaggi all’estero, esplorazioni tra le vie di Milano o altre città italiane, trofei di indimenticabili spettacoli teatrali o cartine di cioccolatini con misteriose scritte in cirillico … spesso si tratta di ricordi dei momenti più magici della mia vita, non possono finire nel cestino della spazzatura!

La soluzione si è presentata due anni fa, quando ho dato vita al primo diario di viaggio. Mi piace chiamarlo così, come se non facessi altro che vagabondare per il mondo, invece posso ritenermi fortunata se riesco ad attraversare la frontiera una volta all’anno. Realizzare un diario non è difficile, basta comprare un album di foto o semplicemente riciclare una vecchia agendina ricevuta in regalo dalla banca e attaccare i vostri preziosi cimeli cartacei con lo scotch; gli unici consigli che vi posso dare è di utilizzare un volume solido e resistente, (infatti le rilegature potrebbero cedere per l’ingente quantità di bigliettini che dovrà ospitare) e evitare di usare la colla, pena la trasformazione delle pagine del vostro album in cartacce appiccicaticce e la perdita di molti cartoncini che, inevitabilmente, inizieranno a staccarsi.

Ecco le pagine più curiose del mio diario di viaggio:

2012-12-14 01.39.35

Siena, Firenze, Grosseto e Pisa, ogni giorno una diversa città della Toscana in completa solitudine. Un’esperienza indimenticabile per festeggiare la fine delle superiori. Nella foto sono visibili:

  • I biglietti d’ingresso per i monumenti del Campo dei Miracoli di Pisa, il Museo Archeologico di Grosseto,il Museo Civico di Siena, il Duomo di Siena e la celebre fonte battesimale;
  • Il depliant del Museo Archeologico di Grosseto;
  • L’elaborato sacchettino che ha contenuto una graziosa collanina che ho acquistato a Firenze;
  • I biglietti di Trenitalia Rapallo-Grosseto e Pisa Centrale-Milano
  • Un ventaglio di biglietti del bus utilizzati nel corso della vacanza
  • Il promemoria degligli orari del treno, realizzato da una madre molto premurosa;
  • Cartoline dalla Fiera del Fumetto tenutasi presso un’abazzia del monte Amiata (ops! Non mi ricordo il nome della città);
  • La mappa della città di Pisa
  • Il volantino di una festa rock a cui non ho potuto partecipare, che mi ha consegnato un ragazzo fighissimo scambiandomi per una studentessa dell’università di Siena. Il bel giovane si è anche trattenuto a chiacchierare con me per un quarto d’ora buono…

2012-12-14 01.41.44

Biglietti d’ingresso e depliant della città di Verona, raccolti durante una “fuga di un solo giorno” per fuggire dal noioso paese in cui vivo. Qui trovate tutti i monumenti principali: la Casa di Giulietta, il Museo degli Affreschi, la cartolina di un vernissage, la Torre dei Lamberti e le chiese principali della città.

2012-12-14 01.35.41

Questa è la prima pagina del diario, infatti contiene dei cimeli antichissimi:

  • Il biglietto del cinema usato per andare a vedere “Il discorso del re” con la mia compagnia di teatro;
  • Un colorato biglietto del tram della città di Napoli;
  • L’immagine della testa di Medusa ritagliata da chissà quale giornale;
  • Una cartolina realizzata dal Teatro della Scala;
  • Biglietto e depliant di una mostra realizzata tempo fa presso Villa Olmo a Como

Non sono la sola ad avere la mania di conservare bizzarri tesori cartacei, tempo fa ho conociuto una ragazza che conserva simili cimeli nello Scatolone dei Ricordi che conserva in fondo al suo armadio, lontano dalle nevrotiche mani della madre che vorrebbe rifilare il prezioso contenitore alla discarica comunale; una mia amica invece li ripone tra le pagine dei dizionari, oppure li ricicla come segnalibri. E voi, cari lettori, avete anche voi un diario di viaggio o un simile espediente per conservare i vostri ricordini?