‘Questa sera si recita Molière’ di Paolo Rossi

Questa sera si recita Molière” è uno spettacolo di Paolo Rossi e la sua compagnia Teatro di rianimazione. Sebbene lo spettacolo sia di qualche anno fa, è ancora possibile vederne il filmato su Youtube cliccando su questo link (https://www.youtube.com/watch?v=lscSzmjgxmo); la messa in scena in questione è del 7 dicembre 2002 ed è stata realizzata al Teatro Smeraldo di Milano ma, nonostante sia un po’ vecchiotta, la sua capacità di coinvolgere il pubblico non è stata scalfita dal tempo.

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Si tratta di un dramma da ridere in due atti, un happening nato dalla fusione de “Il malato immaginario” e “Il medico per forza” di Molière in cui non mancano interventi personali dell’artista, critiche alla società contemporanea e il coinvolgimento del pubblico nella rappresentazione. Gli elementi tipici del teatro di Molière vengono dunque stravolti nel moderno canovaccio di Paolo Rossi: così come Molière in Francia attinse numerosi elementi dalla commedia dell’arte italiana, Paolo Rossi a sua volta dichiara di aver “rubato” qualche idea a Molière per realizzare il suo spettacolo.

Paolo Rossi mette in scena la storia del Dottor Sganarelli, un ciarlatano che vende un olio che dovrebbe guarire qualunque male; il protagonista diventa presto l’emblema dei politici ciarlatani di oggi, su cui l’autore fa non poche battute di satira. Il Dottor Sganarelli si trova in un bell’impiccio: Leandro, un suo dipendente extracomunitario, si è innamorato di Lucinda e minaccia il Dottor Sganarelli di vendicarsi se non lo aiuta a ricongiungersi con l’amata. Purtroppo Lucinda è figlia di Geronte, il finanziatore del dottor Sganarelli, un milanese che detesta gli extracomunitari ma anche un credulone, che si sottopone ad ogni assurda e comica cura ideata dal ciarlatano per mali inesistenti.

L’opera è uno spettacolo in costume, ma gli indumenti del ‘600 spesso vengono sostituiti da costumi contemporanei per sottolineare la fusione tra i giorni nostri e l’epoca di Molière che avviene nel corso dello spettacolo. In onore a Molière verranno recitate alcune battute in Francese ma, come introduzione allo spettacolo, verrà trasmesso Bob Marley. L’opera è anche un occasione per vedere in azione due attori diventati famosi grazie a Camera Cafè: Debora Villa, conosciuta come la Patti, e Carlo Giuseppe Gabardini, nei panni di Olmo.

Come spesso succede negli spettacoli di Paolo Rossi, il pubblico è direttamente coinvolto nella rappresentazione teatrale non solo perché l’artista si rivolge continuamente alla platea o conversa con qualche spettatore, ma anche perché invita alcuni volontari a salire sul palcoscenico e recitare insieme alla compagnia. Paolo Rossi immagina che la platea sia una sala d’attesa e che il pubblico sia composto dai pazienti del dottore ciarlatano. Tre spettatori si improvvisano attori e si trasformano nei malati accorsi alla clinica del Dottor Sganarelli in cerca di cure, diventando protagonisti di brevi gag comiche in cui viene somministrato loro l’olio miracoloso. Uno spettatore in particolare chiederà al Dottor Sganarelli di apprendere l’arte di truffare e diventerà a sua volta vittima del ciarlatano, che inventerà per lui un corso fasullo su come diventare medico.

Durante lo spettacolo la medicina diventerà metafora del potere e verrà gestita da truffatori, ipocriti, ladri e falsi medici sempre alla ricerca di un modo per derubare il prossimo. Tale opera viene messa in scena in un momento storico in cui i ciarlatani la fanno da padroni: l’Italia è un paese di furbi che si ritengono migliori degli altri e vengono ammirati e imitati, il testo di Molière smaschera questi subdoli personaggi inoltre, nella reinterpretazione di Rossi, un medico smaschera la figura dei ciarlatani per “curare” l’Italia.

Le battute riferite alla politica sono di difficile comprensione perché è trascorso troppo tempo dall’epoca della rappresentazione in teatro, ma il messaggio politico di Rossi è ancora vivido; si pensi che, nel lontano 2005, l’opera ha spaventato a tal punto i nostri politici da ottenere una censura televisiva. L’8 gennaio 2005 la trasmissione teatrale Palcoscenico di RaiDue mandò in onda la prima parte dello spettacolo e fu un successone: sebbene la trasmissione fosse in fascia notturna, vennero contati un milione di telespettatori. La seconda parte dello spettacolo avrebbe dovuto essere trasmessa il 15 gennaio 2005, ma venne soppressa con la seguente giustificazione: il programma “è risultato fuori dalle linee editoriali della rete, per problemi di linguaggio e non certo di contenuti”, curiosamente il comunicato precisa che “non si tratta di censura politica, ma di rispetto per il pubblico della rete”; il direttore di Rai2 Massimo Ferrario specificò poi che si tratta di “pulizia linguistica”, avendo nel secondo atto “contato ben dieci parolacce”.  In molti ambienti appare evidente però che si tratta di censura politica, dovuta alla scomoda metafora che mostra i potenti “ciarlatani”, specializzati nel prendere in giro il popolo raccontandogli bugie e promettendogli cose che non manterranno mai, al solo scopo di arricchirsi. Per seguire lo sviluppo della vicenda cliccate sul seguente link: http://www.difesadellinformazione.com/17/la-censura-a-paolo-rossi/ .

Articolo tratto dalla rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista “Eclettica, la voce dei blogger” N. 6

La commedia dell’arte

Anziché recensire uno spettacolo teatrale, in questo numero parleremo della Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere. Il periodo d’oro degli Zanni furono i decenni compresi tra il 1580 e il 1620, ma la Commedia dell’Arte fu una delle principali forme di spettacolo teatrale sino alle innovazioni apportate da Goldoni nel Settecento.

In un’epoca in cui la cultura dominante prevedeva che il teatro si svolgesse all’interno delle corti e fosse riservato ai signori, alcuni attori professionisti itineranti diedero vita ad uno spettacolo basato sull’improvvisazione e che prevedeva come personaggi le maschere che tutti noi conosciamo: gli Zanni, ossia il servo sciocco Arlecchino e il servo furbo Brighella, il vecchio, avaro e scorbutico Pantalone, il dottor Balanzone, Colombina la bella servetta e il Capitano …

La prima traccia accertata di una compagnia della Commedia dell’arte ( detta anche commedia “degli Zanni”, “a soggetto” o “all’improvviso”) è un contratto del 1545, con cui gli artisti della compagnia di ser Maffio Zanini si impegnavano a lavorare insieme per un “anno comico”, vale a dire da fine quaresima al Carnevale dell’anno successivo. La compagnia teatrale era strutturata come una sorta di cooperativa, infatti il profitto veniva ripartito equamente tra i suoi membri.

Gli attori non avevano un Copione, infatti seguivano un Canovaccio, vale a dire una traccia su cui erano abbozzati i tratti generali della storia, e improvvisavano tutto il resto dello spettacolo. Gli artisti recitavano con una maschera di cuoio che lasciava scoperta solamente la mascella e il mento, perciò la recitazione era impostata sulla postura e la mimica anziché sull’espressione del volto. Ogni membro della compagnia si specializzava in una maschera per tutta la vita, imparando e perfezionando nel tempo le battute tipiche, le acrobazie e le gags del personaggio che il pubblico imparava a riconoscere quando un attore diventava famoso.

L’interpretazione a vita di un solo personaggio era possibile per un attore perché le maschere avevano caratteristiche fisse e stereotipate e le trame variavano sempre intorno a pochi temi come la storia d’amore ad intrigo multiplo, l’equivoco, il travestimento e lo scioglimento miracolistico. Nel corso dello spettacolo venivano improvvisati comiche, sberleffi sfacciati e talvolta volgari, gags, mimiche e giochi di parole secondo il repertorio delle maschere in scena.

Essendo eredi di giullari e ciarlatani, i comici erano attori itineranti che si esibivano nelle piazze e nelle fiere su palchi improvvisati. Molti di loro erano letterati e cortigiani transfughi dalla propria corte di origine, pertanto non di rado apparivano in scena artisti acculturati. Siccome vendevano l’arte ad un pubblico anche di bassa estrazione sociale, venivano soprannominati con disprezzo dai dotti teatranti di corte “Commedia degli istrioni mercenari” oppure “Commedia della gazzetta”, che sarebbe il costo del biglietto dello spettacolo.

La Commedia degli Zanni divenne così un teatro irriverente nei confronti della cultura ufficiale e della Chiesa, sebbene si ispirasse sotto molti aspetti alla commedia greca. Un altro fattore di successo fu la presenza delle donne sul palcoscenico, che nonostante gli apprezzamenti del pubblico accrebbe il disappunto della cultura ufficiale e della Chiesa controriformista.

Le maschere sono diventate un’icona culturale del nostro paese e vengono proposti in Italia molti spettacoli al riguardo. Il più famoso di questi è sicuramente “Arlecchino servitore di due padroni”, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e apprezzato in tutto il mondo soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Arlecchino di Ferruccio Soleri.

 

Articolo tratto dal V numero della rivista Eclettica, la voce dei blogger, nella rubrica Avventure da palcoscenico

Il giullare

Oggi torneremo indietro nel tempo sino al Medioevo per raccontare chi era il giullare. Il termine deriva dal provenzale occitano  (vale a dire dalla lingua d’Oc) joglar, a sua volta derivante dal latino iocularis che significa scherzo, gioco, burla.

In un epoca in cui la cultura e il teatro ruotavano intorno alla Chiesa, si sviluppò con una diffusione altrettanto capillare il teatro profano soprattutto ad opera dei giullari, dei professionisti dello spettacolo eredi degli artisti ambulanti dell’Alto Medioevo. Il giullare era infatti un intrattenitore girovago esperto di recitazione, mimica, racconto delle storie, musica, canto di episodi classici o biblici, danza, acrobazie, le arti del saltimbanco, la retorica dei ciarlatani e molto altro ancora.

Il giullare non si esibiva in teatro ma metteva in scena il proprio spettacolo nei luoghi in cui si radunava una gran folla come le piazze, le fiere e le corti dei re durante i banchetti. Non adottava alcuna scenografia salvo, in casi eccezionali, una pedana come palcoscenico e una tenda dotata di aperture come sipario.

Nel Medioevo esistevano codificazioni molto rigide per quanto riguarda l’abbigliamento; si pensi infatti che le prostitute, per essere distinte dalle signore perbene, non potevano coprirsi il capo con un velo e talvolta erano costrette a vestirsi solo di giallo. Il giullare era visto dalla società come un elemento sovversivo e controcorrente da associare al pazzo, all’anormale, al diabolico che rovescia l’ordine comune della società imposto dalla Chiesa. Il suo vestito era dunque altrettanto ghettizzante per essere ben riconoscibile dalla folla: un indumento a strisce verticali bicolore, con campanacci (o l’utilizzo di strumenti a fiato) per preannunciare acusticamente il proprio arrivo come i sonagli dei lebbrosi, anche se in questo caso lo scopo è attirare l’attenzione della folla anziché allontanarla. Spesso indossava un cappello con dei campanelli e portava degli oggetti strani alla cintura; i capelli erano rasati e non portava la barba. Spess effettuava delle manifestazioni di nudità nel corso degli spettacoli.

Gli spettacoli del giullare costituivano il sovvertimento delle leggi sacre dell’ordine sociale, perciò era ritenuto una minaccia dalla Chiesa. Il giullare infatti offriva al suo pubblico un “canale di sfogo” del pensiero, un’opportunità di evasione dalle regole della gerarchia dei re e del potere ecclesiastico. Spesso venivano messe in scena improvvisazioni o pantomime intorno alla vita quotidiana, all’amore, al sesso, al cibo, alla beffa contro la cultura dominante, oppure un carnevalesco “mondo alla rovescia” per sfogare e esorcizzare le fatiche del vivere quotidiano mediante la risata liberatoria.

Talvolta i giullari erano dei dotti, infatti erano in grado di utilizzare forme metriche come l’ottava, lo strabotto e le ballate, si destreggiavano in generi letterari e temi differenti. Tra i temi più diffusi troviamo il contrasto, l’alba (l’addio degli innamorati al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della malmaritata. La loro arte è quasi sempre anonima sia sul piano anagrafico, vale a dire che non si consce la paternità di molti poemi, sia sul piano culturale. Spesso adottavano delle forme convenzionali e ripetitive poiché lo spettacolo si basava essenzialmente sull’invenzione, la battuta ad effetto o la trovata brillante e improvvisa.

Sin dal Basso Medioevo si era soliti distinguere i giullare che lavoravano stabilmente presso una corte di un re, talvolta accompagnando le poesie dei trovatori, e quelli girovaghi, che si esibivano nelle taverne e nelle piazze. Venivano inoltre distinti i giullari che raccontavano in qualità di cantastorie le storie dei santi e dei cristiani virtuosi da quelli adusi alla nudità, al contorsionismo (considerato un peccato in quanto violava le leggi di Dio) e alla volgarità.

Dal XII secolo la figura del giullare assunse anche connotazioni diverse: alcuni di questi artisti si posero stabilmente al servizio di un signore e divennero intrattenitori e musici di corte.

 

‘ITIS Galileo’ di Paolini

2009601 . «L’arte e la scienza dovrebbero sempre essere ribelli rispetto al pensiero dominante del loro tempo».

Un paio d’anni fa il cantastorie Marco Paolini portava nei teatri di tutta Italia lo spettacolo ‘ITISGalileo’, ripercorrendo le tappe della vita dello scienziato e raccontando le sue rivoluzionarie scoperte. La tournée, che ha conseguito uno straordinario successo per ben due stagioni, è terminata, ma fortunatamente esistono delle registrazioni che permettono comunque di assistere allo show.

Molti sostengono che guardare le opere teatrali in televisione sia noioso, ma non è il caso di ‘ITIS Galileo’ poiché è stata realizzata una messa in scena appositamente per registrare lo spettacolo e trasmetterlo su La7, rispettando le esigenze di un pubblico televisivo. Il video completo è disponibile su Youtube in Rewind TiVu – Primo Canale, oppure potete acquistare in libreria Paolini M., ITIS Galileo, Einaudi, Torino 2013, un libro contenente il canovaccio e il DVD dello spettacolo oltre a numerosi scritti degli autori Marco Paolini Francesco Niccolini e del filosofo della scienza Stefano Gattei.

Come location per mettere in scena lo spettacolo sono stati scelti i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Alcuni spettatori assistevano alla proiezione dello spettacolo dall’Aula Fermi, i professori dell’istituto invece assistevano allo spettacolo di Paolini in un teatro improvvisato nelle profondità del Gran Sasso, con 1400 m di roccia sopra di loro e i caschi protettivi. E’ stata un’ottima scelta parlare di Galileo in una delle più importanti sedi dello studio della fisica delle particelle, vengono infatti sottolineati gli sforzi che sono stati compiuti in passato per rivoluzionare il modo di pensare delle persone e l’importanza della scienza nella storia dell’umanità.

Nel titolo compare la parola “ITIS”, che è un inequivocabile omaggio agli istituti professionali. La vicenda di Galileo è un argomento trattato soprattutto nei licei classici e scientifici mentre gli ITIS sono soliti trascurarlo, nonostante Galileo non avrebbe potuto compiere alcuna scoperta senza le conoscenze tecniche apprese come autodidatta. Si tratterebbe inoltre di un espediente per invitare a teatro tutti quanti, non soltanto a coloro che hanno scelto di studiare ma anche i “meccanici”, senza la cui tecnica non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione scientifica. Tale scelta deriva soprattutto dal fatto che Paolini abbia voluto andare nelle scuole per spiegare ai più giovani che essere geniali, in circostanze difficili, può essere un problema.

Paolini è uno dei principali esponenti del Teatro Civile in Italia, un genere di spettacolo teatrale che tratta argomenti riguardanti temi di politica e società, al fine di focalizzare l’attenzione sull’argomento trattato per sensibilizzare l’opinione pubblica. Anche se il tema di Galileo non può certo essere considerato contemporaneo, Paolini è riuscito a realizzare numerosi parallelismi (alcuni anche comici) tra l’Italia del XVI-XVII secolo e quella dei nostri giorni, in modo tale da sfruttare appieno le capacità educative del teatro per insegnare al pubblico come essere rivoluzionari ai nostri giorni. Non è infatti un caso che lo spettacolo abbia inizio con l’invito a “fare un minuto di rivoluzione”

Il teatro civile si sviluppa dal Teatro di Narrazione, di cui Paolini è uno dei massimi esponenti, ed è proprio di questo genere teatrale che sarebbe meglio parlare nel caso di ‘ITIS Galileo’. Guccini racconta così il teatro di narrazione: “alcuni attori-autori iniziano a presentarsi sulla scena senza lo schermo del personaggio, ma con la propria identità per raccontare storie senza rappresentarle”. Si crea così un rapporto più diretto tra palcoscenico e spettatori, i quali spesso sono chiamati ad interagire con gli attori.

Nel suo ultimo spettacolo Paolini non tradisce il proprio stile recitativo. L’opera è infatti un lungo monologo (che talvolta si trasforma in dialogo improvvisato con il pubblico) in cui spesso abbandona la lingua italiana in favore del dialetto veneto. L’attore-regista, calca il palcoscenico con un impiego minimo di costumi di scena e di scenografie e senza interpretare alcun personaggio. Come facevano anticamente i cantastorie e gli “Zanni” (le maschere cinquecentesche di Arlecchino, Pulcinella, Pantalone …), lo spettacolo consiste prevalentemente nell’improvvisazione dell’artista basata su un canovaccio.

Una delle tante magie del teatro consiste proprio nella possibilità di annullare la distanza tra gli attori sul palcoscenico e gli spettatori in platea e Paolini ci riesce proprio grazie all’improvvisazione: per cercare qualcuno iscritto all’ITIS Paolini interroga gli spettatori sulle scuole superiori effettuate, fa un cenno al pubblico televisivo che lo “segue da casa” e invita la platea a togliere il caschetto protettivo per non patire troppo il caldo.

Le scenografie sono minime (se escludiamo l’affascinante tunnel sotterraneo in cui viene realizzato lo spettacolo), infatti sono costituite da una copia ingigantita degli appunti di Galileo sullo sfondo, una campana (una possente, della Pontificia Fonderia Marinelli) e un sfera uncinata contenente una ricostruzione dell’universo sospese mediante delle catene con cui Paolini gioca nel corso dello spettacolo, una piccola cassa di legno sul quale sono appoggiati il Sidereus Nuncius e il Dialogo sopra i massimi sistemi. Per quanto riguarda i costumi, ad un certo punto dello spettacolo Paolini indossa un baschetto nero e un grembiule marrone utilizzato da chi compie attività umili, durante la lettura dell’abiura sostituisce invece il basco con un lungo cappello conico bianco “da somarello”. Anche i caschetti protettivi possono essere considerati dei costumi di scena per l’attore (che ad un certo punto decide di toglierselo) e gli spettatori. Non mancano inoltre le colonne sonore: Mario Brunello esegue al violoncello Suite n. 1, Giugue di Johann Sebastian Bach, Cantique de la promesse di Jacques Sevine, La Bandabardò esegue Circus composta per ‘ITIS Galileo’.

Come spesso accade nel teatro civile, Paolini porta le prove di ciò che racconta: non solo cita accuratamente nomi e date, ma sfoglia sul palcoscenico i due più importanti libri scritti da Galileo, il ‘Sidereus Nuncius’ e il ‘Dialogo sopra i massimi sistemi’. Il primo è un trattato di astronomia pubblicato nel 1610, in cui Galileo espone tutto ciò che ha scoperto grazie al cannocchiale, il secondo invece è un’opera di trattatistica scientifica scritta sotto forma di dialogo e pubblicata nel 1632. Paolini espone con colloquialità e spesso anche comicità le due opere, rendendole accessibili anche profani. Per rendere commestibile il ‘Dialogo’ inscena persino un monologo nello stile degli Zanni, con tanto di mascherina. .

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Articolo tratto dalla mia rubrica ‘Avventure da palcoscenico’ della rivista ‘Eclettica, la voce dei blogger’ n. 4

Recensione di ‘Chisciotte e gli invincibili’

“Il cavaliere dell’eterna giovinezza
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.”

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‘Chisciotte e gli invincibili’ è uno spettacolo teatrale del 2006 che è stato trasformato in un cofanetto costituito da libricino e dvd. Gli autori sono Polmone, il cui vero nome è Gabriele Mirabassi, uno dei massimi virtuosi odierni al clarinetto a livello internazionale, Trinità, Gianmaria Testa, colui che “le canzoni le canta, le suona e le fa“, e Erri de luca, la mente e la voce narrante di tutto lo spettacolo.

Qui non si mette in scena Chisciotte, si prende Chisciotte come titolo di una figura perfetta di eroe non raggiungibile, ma sotto questo nome solenne andiamo a individuare un po’ di storie affini, di perone che potrebbero iscriversi alla sua discendenza.” Afferma Erri de Luca per descrivere la trama del suo spettacolo e in effetti, più che raccontare le avventure di Don Chisciotte (senza il don, perché per i napoletani risulterebbe equivoco), si tratta di una summa dei suoi personaggi letterari, storici o di attualità preferiti.

La scenografia è un tavolo attorno al quale sono seduti i tre amici, una sedia vuota invece da le spalle alla platea ed è per tutti coloro, uomo o donna, che meritano di essere i Don Chisciotte di oggi. Ogni volta che il pubblico applaude gli artisti si versano un bicchiere di vino, come se fossero in osteria. Erri De Luca al proposito racconta: “ [...] questo tavolo di osteria. Uscire sulla scena senza questa certezza… insomma io vengo qua, da tante serate passate all’osteria a cantare e raccontare, e a sentir cantare. Dunque senza questa solida base sulla quale mi appoggio mi sarebbe difficile affacciarmi su una platea così solenne, davanti alle persone che si spostano da casa per venirmi a sentire. Mi avvalgo della facoltà di essere cliente di questo tavolo da molto tempo, e di avere amato questo modo di passare insieme le serate.

Altri oggetti di scena sono il fantoccio di Don Chisciotte rappresentato da un attaccapanni che brandisce un ombrello e indossa uno scolapasta (che poi diventerà in alcuni punti dello spettacolo anche il copricapo degli artisti); sullo sfondo sono proiettate delle immagini molto suggestive e la luce in scena viene accesa da Erri De Luca azionando simbolicamente una lampada che pende dal soffitto.

Lo spettacolo inizia considerando i primi Don Chisciotte i migranti, sia gli italiani nel passato sia gli africani di oggi, poi gli scalatori e gli amanti. Anche una radice come la patata può essere un Don Chisciotte perché ha salvato molti dalla fame, oppure un personaggio biblico e balbuziente come Mosè o l’intellettuale Izet Sarajlic, che non fuggì da Sarajevo per la convinzione che ogni intellettuale debba restare vicino al suo popolo. I tre artisti aprono poi un paragrafo dedicato alla guerra e in particolare alla poesia di Ungaretti (“Un’intera nottata buttato vicino ad un compagno massacrato” a versi alterni), all’olocausto, agli aviatori italiani morti per nulla e al cantautore francese Boris Vian, reinterpretando in italiano la canzone Il Disertore. Ne proponiamo una versione in italiano di Ivano Fossati.

De Luca parla poi dell’indifferenza, di cui sono affetti gli ipocriti che non sanno distinguere la realtà dalla finzione e si comportano come se fossero gli spettatori di uno spettacolo di fantasia, cui sono chiamati ad applaudire anziché intervenire. Lo stesso Don Chisciotte, in un passo del libro, interverrà in uno spettacolo di marionette. Viene poi cantata la canzone di De Andrè dedicata ai suicidi. Lo spettacolo continua con “Canzone per una prigioniera” e infine un “Elogio ai piedi“, recitata da Testa dopo essersi tolto le scarpe.

Oltre al racconto di storie vere o fantastiche, nel corso dell’opera si ascoltano emozionanti a oli al clarinetto, canzoni e poesie musicate.

 

‘Sugar’, il musical di ‘A qualcuno piace caldo’

2009601

 

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/07/owl-prize-2.html http://centauraumanista.wordpress.com/2013/07/07/owl-prize-quando-un-articolo-merita-un-premio/ http://centauraumanista.wordpress.com/2013/06/27/il-racconto-un-po-pagano-di-una-visita-al-duomo-di-pisa/ http://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/25/la-civetta-ha-fatto-il-bis-e-mi-offre-un-pretesto-per-ironizzare-sulla-lingua-latina/ http://centauraumanista.wordpress.com/2013/09/09/i-filtri-damore-nellantica-roma/ http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2013/09/owl-prize-5.html

 

http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2014/04/owl-prize-9.html

Wizard Service Srl e Atlantide – Teatro Stabile di Verona presenta Sugar (regia di Federico Bellone), un esilarante musical ispirato ad A qualcuno piace caldo (regia di Billy Wilder, 1959), una delle migliori commedie della storia del cinema. Le avventure di Jerry e Joe saranno i grado, dopo aver vinto sul grande schermo un Oscar e tre Golden Globe, di trionfare anche sul palcoscenico?

Il copione del musical (Peter Stone) è stato particolarmente fedele a quello della pellicola cinematografica. Nella Chicago della grande depressione, della mafia e del proibizionismo due musicisti jazz squattrinati, il sassofonista Joe (Pietro Pignatelli) e il contrabbassista Jerry (Christian Ginepro), assistono casualmente alla Strage di San Valentino mentre trasportano degli spartiti in un garage per qualche spicciolo, poiché l’iniziale impiego come musicisti è andato perduto in seguito all’irruzione della polizia nello speakeasy dove lavoravano. Per sfuggire a Ghette Colombo, il temibile sicario di Al Capone, che sta setacciando ogni orchestra d’America alla ricerca dei due scomodi testimoni, Joe e Jerry si travestono da donna e si uniscono ad un complesso jazz di incantevoli fanciulle diretto a Miami per una tournée di due settimane. Si tratta di un’occasione perfetta per sparire dalla circolazione, ma le stupende musiciste sono un’atroce tentazione per Josephine e Daphne (così si chiameranno d’ora in poi i due jazzisti), che rischieranno più volte di tradirsi e rivelare la loro vera identità.

Il problema principale è costituito da Sugar (Zucchero Cantido nel film, interpretata nel musical da Justine Mattera), la sensuale cantante e suonatrice di ukulele con il vizio per l’alcool e una vita sentimentale travagliata: entrambi i fuggitivi sono perdutamente cotti di lei e farebbero di tutto per conquistarla. Ma come corteggiare la bellissima artista, interpretata nel film da Marilyn Monroe, senza fare saltare la copertura? Fingere di essere la sua migliore amica o sedurla nei panni dell’uomo dei suoi sogni, un miliardario occhialuto e sensibile? E cosa accadrebbe se Josephine e Daphne attirassero le lusinghe di ammiratori indesiderati, come il miliardario Osgood Fielding II?

La commedia musicale si è prestata egregiamente alla trasformazione in un musical: ogni canzone del film, tradotta in italiano, è stata egregiamente interpretata da ballerine di tip tap selezionate appositamente per l’occasione, secondo criteri fondati tanto sulle loro abilità artistiche quanto per l’avvenenza fisica. Le scarpette da tip tap sono stata indossate anche da Ghette Colombo, il mafioso ballerino più  simpatico di Chicaco. Le coreografie di Gillian Bruce sono ammiccanti, graffianti, sexy ma soprattutto comiche e perfettamente in linea con i ruggenti anni ’20 in cui è ambientata la commedia. Non dimentichiamoci che il titolo del film si riferisce ad un sottogenere del Jazz, il Jazz Caldo, perciò la musica è un elemento portante del film quanto del musical.

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Justine Mattera ha dovuto affrontare l’arduo compito di confrontarsi con un’icona del’ cinema d’altri tempi, l’immortale Marilyn Monroe. L’artista ha dimostrato di essere all’altezza della situazione: il suo sensuale accento anglofono a conquistato la platea e le sue movenze ispirate a Marilyn hanno saputo sedurre il pubblico, ma soprattutto la Mattera è stata una fantastica cantante e ballerina, in particolare sulle intramontabili note di I want to be loved by you. Unica pecca … la corporatura troppo secca! Il libretto consegnato agli spettatori vantava la straordinaria somiglianza tra la Mattera e la Monroe e effettivamente le due attrici hanno una fisionomia del viso molto simile; peccato che dal fondo della platea tutto ciò sia ininfluente in quanto l’unico confronto possibile tra le due attrici riguarda la loro corporatura. La pur bellissima Justine Mattera, rispetto alla formosa e procace Marilyn, sembra un manico di scopa!

Un’ovazione meritata per le due simpaticissime drag queen, Pietro Pignatelli e Christian Ginepro, che hanno saputo trasformarsi ora in perfetti musicisti gentiluomini, ora in ridicoli maschioni disperatamente alle prese con rossetti e sottane, ora in eleganti e beneducate signorine. I due artisti hanno dovuto inoltre interpretare rispettivamente in un timido miliardario snob dalla erre moscia e un’abilissima ballerina di tango, con tutte le “sgambettate” del caso. Si tratta insomma di artisti a tutto tondo con una perfetta padronanza del proprio corpo e della propria arte, capaci di soddisfare appieno le esigenze del regista e di incantare il proprio pubblico.

Gli scenografi Roberto e Andrea Comotti hanno voluto illuderci che le scene del film si materializzassero come per magia sul palcoscenico. Alle scenografie realizzate in stile tradizionale, come le cuccette del treno e la hall dell’albergo, si affiancano così le proiezioni di alcune scene in bianco e nero del film su un maxischermo, attraverso il quale gli interpreti possono entrare e uscire a loro piacimento mediante una celebre tecnica illusionistica chiamata Fregoligraph. Essa sfrutta delle luci stroboscopiche per dare l’impressione che gli attori, quando si trovano dietro il maxischermo, non siano più sul palcoscenico ma vivano all’interno della pellicola cinematografica.

Nonostante le scenografie siano in bianco e nero, i costumi (Beatrice Laurora) sono coloratissimi, in omaggio all’iniziale volontà di Wilder e Marilyn Monroe di girare il film a colori. Le stoffe variopinte e luccicanti sono inoltre una prassi nel genere musical e, in generale, nelle coreografie jazz degli anni ’20.

La tournée per Sugar è iniziata a Saronno nel novembre 2013, ma io ho assistito allo spettacolo il 17 gennaio 2014 presso il Teatro Sociale di Como. Ci sono tuttavia ancora molte date in programma nelle principali città italiane, perciò non mi resta che invitarvi a teatro per assistere alla trasformazione di A qualcuno piace caldo in una sensazionale commedia da palcoscenico.

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Questo articolo è stato pubblicato nella mia rubrica “Avventure da palcoscenico” sulla rivista online “Eclettica – La voce dei blogger” #3

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L’amore è un cane blu

Paolo Rossi è ritornato sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano per presentare, con la sua voce un po’ rauca e strascicata, L’Amore è un cane blu. E in scena compare veramente il cane blu, il simpatico protagonista di una leggenda carisca innamorato della bora: il comico infatti si è fatto accompagnare in scena da un simpatico bastardino.

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L’umorismo di Rossi è come sempre una lama tagliente che non risparmia il marcio della società, ma quest’anno si è velata di malinconia per cantare la perdita del coraggio di una società italiana incapace di continuare a sperare e di rialzarsi. E quando la colpa non è di un uomo solo o di un partito ma dell’intera collettività, un comico come Rossi non può che appellarsi alla tragedia greca, imbastardendola però con il Wester e le leggende del Carso, la sua terra. Gli artisti non possono che rispecchiare la tristezza di questi tempi di crisi ma niente paura, non c’è ragione per rinunciare all’ironia che non solo consola e rallegra, ma svela le contraddizioni della nostra epoca e ci sprona a lottare.

Il filone narrativo conduttore è l’Alcesti, che presto si trasforma in un epico vagare alla ricerca della soluzione per raggiungere gli inferi, ma le parole di Rossi proseguono lungo una strada piena di curve e di bivi, di excursus, frecciatine e battute che spesso rievocavano le produzioni del passato di Rossi e non tradiscono la sua anima giullaresca. Forse è per rivolgersi ad un pubblico moderno che il cantastorie gioca ad indossare i panni del regista, fingendo che lo spettacolo consistesse nelle prove per un film. Vengono dunque proiettati sulla scena dei simpatici titoli di testa e delle diapositive, in perfetto stile Power Point, delle locations carsiche in cui si svolgerebbero le ipotetiche riprese. Nel corso delle prove il pubblico ha potuto interagire con gli attori proprio come nelle altre produzioni del passato (per esempio in data 4 ottobre, serata in cui mi sono recata allo Streheler, una donna ha emesso degli ululati per un minutino abbondante, offrendo a Rossi l’opportunità di divertirci con le sue simpatiche improvvisazioni), ma le modalità con cui è stato chiamato a partecipare allo spettacolo sono state differenti: nel corso dell’intervallo Rossi ha inscenato un simpatico chasting per gli attori del film, invitando tutti a iscriversi in un registro, farsi fotografare insieme a lui e mangiare l’immancabile spaghettata.

La modernità dei contenuti si è fusa con la tradizione attraverso le note dell’orchestra di musiche balcaniche I virtuosi del carso composta da cinque musicisti travestiti da cow boy: Stefano Bembi alla fisarmonica, Denis Beganovic ai fiati e da una contrabbassista e cantante che, con la sua voce calda e suadente, ha accompagnato pubblico e attori nel mondo della poesia. Alla destra di Paolo Rossi l’immancabile Emanuele dell’Aquila, l’eccellente chitarrista e spalla comica che abbiamo incontrato anche in molte altre produzioni del giullare che molti considerano erede di Dario Fo.  

Il marchio Rossi non tradisce mai, come sempre ha dimostrato di essere uno dei più grandi comici italiani e ci dispiace che, tra i numerosi artisti emergenti, siano in pochi quelli in grado di succedergli. Lo show è stato un vero successo.