Eccoci qui, dieci racconti di Dorothy Parker

Eccoci qui è una raccolta dei racconti dell’autrice americana Dorothy Parker, selezionati tra i più graffianti dei suoi scritti, che rivelano spietatamente le contraddizioni della borghesia americana degli anni ’20 e ’30.

Il primo racconto è Composizione in bianco e nero e riguarda l’incontro di una donna con un artista afroamericano. Pur non ritenendosi razzista, la protagonista dimostrerà di avere molto pregiudizi e di essere vittima di luoghi comuni.
Il secondo, Consigli alla piccola Peyton, racconta l’approccio alla vita sentimentale di una donna che non lesina critiche e consigli ad un’adolescente.
Il terzo, intitolato Il meraviglioso vecchio signore, illustra invece la conversazione che avviene tra i parenti di un moribondo in un salotto borghese mentre si attende che, nella sua camera al piano superiore, l’anziano signore esali l’ultimo respiro.
Mr Durant è il racconto di un aborto clandestino di una coppia di amanti costituita da un padre di famiglia e uomo in carriera e una segretaria ventenne.
Una bella bionda è considerato il capolavoro della Parker ed è il riassunto della vita di una bella signora bionda che, terminati gli anni delle sfilate di moda ed abbandonata dal marito alcolizzato, si ritrova a vivere facendosi mantenere da ricchi signori e bevendo nei locali clandestini per il proibizionismo. La protagonista, disperata, tenterà il suicidio proprio come l’autrice.
Che bel quadretto è la storia di una famiglia borghese composta da madre, padre e bambina. Il quadretto famigliare è apparentemente perfetto se non fosse che il padre ha altre idee per la testa.
Il piccolo Curtis racconta i disagi di una ricca famiglia snob che, non riuscendo ad avere degli eredi, ha adottato un bambino che non riesce ad adeguarsi al loro stile di vita.
Che peccato è la storia di un divorzio di una coppia che ha deciso di separarsi perché non ha niente da dirsi.
Cavallina racconta la permanenza di un infermiera mal sopportata dai suoi datori di lavoro a causa della sua faccia da cavalla.
Eccoci qui racconta invece il bisticcio tra due sposini in luna di miele, dovuto al caratteraccio della sposa.

Il narratore dei racconti è onnisciente e si astiene da ogni sorta di giudizio sugli eventi narrati ma il punto di vista dell’autrice, critico nei confronti dell’alta borghesia di cui ella stessa fa parte, trapela dalla scelta degli avvenimenti di cui parlano i racconti. Dorothy Parker è chiaramente contraria all’ipocrita perbenismo della sua società, alla condizione della donna confinata entro le mura domestiche e ai matrimoni tra persone che non si amano più. Alla penna di Dorothy Parker non sfugge nulla e colpisce a fondo con dei racconti che non si dimenticano.

Ho scoperto Dorothy Parker grazie ad un articolo di un giornale femminista che mi ha indotto a correre in biblioteca a prenotare uno dei suoi libri. Come rivela la giornalista all’inizio dell’articolo è molto difficile scrivere una biografia di Dorothy Parker, perciò mi affiderò a chi è riuscito in tale impresa ed eviterò di affrontare l’argomento. Oltre all’articolo di cui vi ho parlato, potete trovare informazioni sul libro e sulla vita di Dorothy Parker qui.

Il prossimo libro che leggerò dell’autrice americana è Uomini che non ho sposato, perciò tenetevi pronti ad una nuova recensione.

 

 

La commedia dell’arte

Anziché recensire uno spettacolo teatrale, in questo numero parleremo della Commedia dell’Arte, il teatro delle maschere. Il periodo d’oro degli Zanni furono i decenni compresi tra il 1580 e il 1620, ma la Commedia dell’Arte fu una delle principali forme di spettacolo teatrale sino alle innovazioni apportate da Goldoni nel Settecento.

In un’epoca in cui la cultura dominante prevedeva che il teatro si svolgesse all’interno delle corti e fosse riservato ai signori, alcuni attori professionisti itineranti diedero vita ad uno spettacolo basato sull’improvvisazione e che prevedeva come personaggi le maschere che tutti noi conosciamo: gli Zanni, ossia il servo sciocco Arlecchino e il servo furbo Brighella, il vecchio, avaro e scorbutico Pantalone, il dottor Balanzone, Colombina la bella servetta e il Capitano …

La prima traccia accertata di una compagnia della Commedia dell’arte ( detta anche commedia “degli Zanni”, “a soggetto” o “all’improvviso”) è un contratto del 1545, con cui gli artisti della compagnia di ser Maffio Zanini si impegnavano a lavorare insieme per un “anno comico”, vale a dire da fine quaresima al Carnevale dell’anno successivo. La compagnia teatrale era strutturata come una sorta di cooperativa, infatti il profitto veniva ripartito equamente tra i suoi membri.

Gli attori non avevano un Copione, infatti seguivano un Canovaccio, vale a dire una traccia su cui erano abbozzati i tratti generali della storia, e improvvisavano tutto il resto dello spettacolo. Gli artisti recitavano con una maschera di cuoio che lasciava scoperta solamente la mascella e il mento, perciò la recitazione era impostata sulla postura e la mimica anziché sull’espressione del volto. Ogni membro della compagnia si specializzava in una maschera per tutta la vita, imparando e perfezionando nel tempo le battute tipiche, le acrobazie e le gags del personaggio che il pubblico imparava a riconoscere quando un attore diventava famoso.

L’interpretazione a vita di un solo personaggio era possibile per un attore perché le maschere avevano caratteristiche fisse e stereotipate e le trame variavano sempre intorno a pochi temi come la storia d’amore ad intrigo multiplo, l’equivoco, il travestimento e lo scioglimento miracolistico. Nel corso dello spettacolo venivano improvvisati comiche, sberleffi sfacciati e talvolta volgari, gags, mimiche e giochi di parole secondo il repertorio delle maschere in scena.

Essendo eredi di giullari e ciarlatani, i comici erano attori itineranti che si esibivano nelle piazze e nelle fiere su palchi improvvisati. Molti di loro erano letterati e cortigiani transfughi dalla propria corte di origine, pertanto non di rado apparivano in scena artisti acculturati. Siccome vendevano l’arte ad un pubblico anche di bassa estrazione sociale, venivano soprannominati con disprezzo dai dotti teatranti di corte “Commedia degli istrioni mercenari” oppure “Commedia della gazzetta”, che sarebbe il costo del biglietto dello spettacolo.

La Commedia degli Zanni divenne così un teatro irriverente nei confronti della cultura ufficiale e della Chiesa, sebbene si ispirasse sotto molti aspetti alla commedia greca. Un altro fattore di successo fu la presenza delle donne sul palcoscenico, che nonostante gli apprezzamenti del pubblico accrebbe il disappunto della cultura ufficiale e della Chiesa controriformista.

Le maschere sono diventate un’icona culturale del nostro paese e vengono proposti in Italia molti spettacoli al riguardo. Il più famoso di questi è sicuramente “Arlecchino servitore di due padroni”, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e apprezzato in tutto il mondo soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Arlecchino di Ferruccio Soleri.

 

Articolo tratto dal V numero della rivista Eclettica, la voce dei blogger, nella rubrica Avventure da palcoscenico

Porta Torre di Como

 

Porta torrePorta torre è un’imponente fortezza medioevale che sovrasta Piazza Vittoria a Como, le cui mura cingono la città vecchia. Alta 40 metri, la torre è stata edificata nel 1192 su iniziativa del podestà Uberto de’Olevano per proteggere l’ingresso più importante della città di como.

Anticamente la città era cinta da mura romane, che furono abbattute dai milanesi nella guerra dei dieci anni (1118-1127). Nel 1154 Federico Barbarossa giunse in Italia per combatere contro i milanesi e i comaschi, divenuti suoi alleati, ricostruiscono le mura della città. Più tardi verranno costruite anche la torre di Porta Nuova a ovest e la torre di San Vitale ad est. Verso la fine del ‘700 la città non ebbe più bisogno della protezione delle mura, che vennero parzialmente demolite o fagocitate da giardini signorili.

Porta Torre è uno straordinario esempio di architettura militare di tradizione romanica. Il lato rivolto verso piazza Vittoria ha un aspetto massiccio e impenetrabile, quello rivolto verso la città vecchia invece presenta quattro ordini di arcate che corrispondono ai piani interni, le cui pavimentazioni sono andate distrutte. Sulla sommità delle arcate si trova una piccola finestrella a forma di arco a tutto sesto, oltre la quale si trovava la campana che veniva suonata in caso di pericolo per allertare i cittadini.

Canone inverso, un romanzo di musica

Canone inverso è il secondo romanzo di Paolo Maurensig ed è stato pubblicato nel 1996 da Arnoldo Mondatori Editore. Io ho letto un’edizione economica della Oscar mondatori, sulla cui copertina è riportata una bellissima foto di Paolo Gallo, raffigurante un violino appoggiato ad una parete.

Un musicofilo che ha appena vinto ad un’asta un antico violino Stainer del ’600 riceve la visita di un individuo disposto a sborsare qualsiasi cifra per lo strumento. Essendogli richieste spiegazioni, il visitatore , un romanziere e musicista, racconta di aver incontrato casualmente un violinista di strada dallo straordinario talento musicale, un artista che avrebbe meritato di essere un concertista di alto livello anziché suonare per pochi spiccioli. Il violinista accetta di raccontare la sua storia e… non dico altro per non spoilerarvi il romanzo e rovinarvi la lettura!

Regina del romanzo è chiaramente la musica e, nel corso della lettura, è possibile scoprire delle citazioni di brani indimenticabili, come per esempio:

  • i Concerti branderburghesi di Bach;
  • la Suite in si minore di Bach;
  • il Concerto per violino e orchestra in mi maggiore di Bach;
  • la Ciaccona di Bach;
  • Scherzo di Paganini;
  • Capriccio di Paganini.

Il titolo del romanzo deriva da un passo del romanzo: “Senza che me ne avvedessi, ciò che aveva trovato il suo supremo compimento nella folgorazione niziale, aveva già cominciato da tempo la sua corsa retrograda, il suo conto alla rovescia, o, se vogliamo usare un termine musicale: il suo canone inverso.”
La struttura dell’opera è molto complessa, infatti sono presenti tre narratori: il musicofilo che acquista il violino racconta di aver incontrato il romanziere e dilettante musicista, il quale a sua volta narra il dialogo con il violinista di strada, durante il quale quest’ultimo racconta la propria storia.

I temi del romanzo sono molteplici, tra i quali citiamo la necessità di conoscere le proprie origini, il nazismo, l’universo degli strumenti a corda, l’amore per una donna, l’adolescenza e la giovinezza.

Il finale a sorpresa sbalordisce il lettore con un esito inaspettato. Maurensig a disseminato nel romanzo numerosi indizi al riguardo, che il lettore può divertirsi a ricercare nel corso di un’eventuale rilettura.

Bisanzio di Francesco Guccini, il significato di questa bellissima canzone

Bisanzio è la prima traccia del Concept-album di Francesco Guccini Metropolis del 1981,che affronta diversi temi seguendo il filo conduttore della “Citta”.

Segue un’analisi del testo della canzone, realizzata dalla sottoscritta (assumo dunque ogni responsabilità per eventuali cialtronerie).

Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,
Vespero* non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago**?

*Vespero: il pianeta Venere appare due volte nel cielo, dopo il tramonto e nel primo mattino. Gli antichi tuttavia ritenevano che si trattasse di due stelle distinte: Vespero era la stella del tramonto e Lucifero quella del mattino. Pitagora identificò per primo in Vespero e Lucifero il pianeta Venere.

**Mago: i sapienti, soprattutto se in grado di occuparsi di oroscopi, venivano talvolta considerati nell’antichità dei maghi.

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Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest’oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio*.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando…

*Ho sottovalutato questo nuovo dio: si riferisce al Cristianesimo.

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Me ne andavo l’altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto a Bosphoreion* là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?**

*Bosphoreion: il nome dello stretto…

** azzurro o verde: i tifosi dell’ippodromo di Costantinopoli erano suddivisi in Verdi e Azzurri. Tale verso si riferisce inoltre al fatto che il mare è infinito e insondabile.

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Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto…
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate dove siete andati…
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto*

*Alamanno e in Goto: la popolazione sta diventando sempre più eterogenea con la venuta di barbari. In questo verso, in particolare, si riferisce ai popoli barbari degli Alamanni e degli Ostrogoti.

 

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Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana*,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità**,
di filosofi e di etère***, sospesa tra due mondi, e tra due ere…
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma…

*Imperatore sposo di puttana: si riferisce a Giustiniano, che sposò Teodora. La donna originariamente era un’attrice ed era consuetudine considerare tale professione alla stregua della prostituzione.

**Verità: cioè che l’Impero Romano è destinato a crollare e il mondo è destinato a cambiare.

***Etere: (in greco antico ἑταίραι) nella società greca antica erano cortigiane e prostitute sofisticate, che oltre a prestazioni sessuali offrivano compagnia e intrattenimento.

 

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Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’altra notte è andata,
Lucifero* è già sorto, e si alza un po’ di vento,
c’è freddo sulla torre o è l’età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata…
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento…

*Lucifero: (vedi prima nota in alto)

Il giullare

Oggi torneremo indietro nel tempo sino al Medioevo per raccontare chi era il giullare. Il termine deriva dal provenzale occitano  (vale a dire dalla lingua d’Oc) joglar, a sua volta derivante dal latino iocularis che significa scherzo, gioco, burla.

In un epoca in cui la cultura e il teatro ruotavano intorno alla Chiesa, si sviluppò con una diffusione altrettanto capillare il teatro profano soprattutto ad opera dei giullari, dei professionisti dello spettacolo eredi degli artisti ambulanti dell’Alto Medioevo. Il giullare era infatti un intrattenitore girovago esperto di recitazione, mimica, racconto delle storie, musica, canto di episodi classici o biblici, danza, acrobazie, le arti del saltimbanco, la retorica dei ciarlatani e molto altro ancora.

Il giullare non si esibiva in teatro ma metteva in scena il proprio spettacolo nei luoghi in cui si radunava una gran folla come le piazze, le fiere e le corti dei re durante i banchetti. Non adottava alcuna scenografia salvo, in casi eccezionali, una pedana come palcoscenico e una tenda dotata di aperture come sipario.

Nel Medioevo esistevano codificazioni molto rigide per quanto riguarda l’abbigliamento; si pensi infatti che le prostitute, per essere distinte dalle signore perbene, non potevano coprirsi il capo con un velo e talvolta erano costrette a vestirsi solo di giallo. Il giullare era visto dalla società come un elemento sovversivo e controcorrente da associare al pazzo, all’anormale, al diabolico che rovescia l’ordine comune della società imposto dalla Chiesa. Il suo vestito era dunque altrettanto ghettizzante per essere ben riconoscibile dalla folla: un indumento a strisce verticali bicolore, con campanacci (o l’utilizzo di strumenti a fiato) per preannunciare acusticamente il proprio arrivo come i sonagli dei lebbrosi, anche se in questo caso lo scopo è attirare l’attenzione della folla anziché allontanarla. Spesso indossava un cappello con dei campanelli e portava degli oggetti strani alla cintura; i capelli erano rasati e non portava la barba. Spess effettuava delle manifestazioni di nudità nel corso degli spettacoli.

Gli spettacoli del giullare costituivano il sovvertimento delle leggi sacre dell’ordine sociale, perciò era ritenuto una minaccia dalla Chiesa. Il giullare infatti offriva al suo pubblico un “canale di sfogo” del pensiero, un’opportunità di evasione dalle regole della gerarchia dei re e del potere ecclesiastico. Spesso venivano messe in scena improvvisazioni o pantomime intorno alla vita quotidiana, all’amore, al sesso, al cibo, alla beffa contro la cultura dominante, oppure un carnevalesco “mondo alla rovescia” per sfogare e esorcizzare le fatiche del vivere quotidiano mediante la risata liberatoria.

Talvolta i giullari erano dei dotti, infatti erano in grado di utilizzare forme metriche come l’ottava, lo strabotto e le ballate, si destreggiavano in generi letterari e temi differenti. Tra i temi più diffusi troviamo il contrasto, l’alba (l’addio degli innamorati al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della malmaritata. La loro arte è quasi sempre anonima sia sul piano anagrafico, vale a dire che non si consce la paternità di molti poemi, sia sul piano culturale. Spesso adottavano delle forme convenzionali e ripetitive poiché lo spettacolo si basava essenzialmente sull’invenzione, la battuta ad effetto o la trovata brillante e improvvisa.

Sin dal Basso Medioevo si era soliti distinguere i giullare che lavoravano stabilmente presso una corte di un re, talvolta accompagnando le poesie dei trovatori, e quelli girovaghi, che si esibivano nelle taverne e nelle piazze. Venivano inoltre distinti i giullari che raccontavano in qualità di cantastorie le storie dei santi e dei cristiani virtuosi da quelli adusi alla nudità, al contorsionismo (considerato un peccato in quanto violava le leggi di Dio) e alla volgarità.

Dal XII secolo la figura del giullare assunse anche connotazioni diverse: alcuni di questi artisti si posero stabilmente al servizio di un signore e divennero intrattenitori e musici di corte.

 

‘ITIS Galileo’ di Paolini

2009601 . «L’arte e la scienza dovrebbero sempre essere ribelli rispetto al pensiero dominante del loro tempo».

Un paio d’anni fa il cantastorie Marco Paolini portava nei teatri di tutta Italia lo spettacolo ‘ITISGalileo’, ripercorrendo le tappe della vita dello scienziato e raccontando le sue rivoluzionarie scoperte. La tournée, che ha conseguito uno straordinario successo per ben due stagioni, è terminata, ma fortunatamente esistono delle registrazioni che permettono comunque di assistere allo show.

Molti sostengono che guardare le opere teatrali in televisione sia noioso, ma non è il caso di ‘ITIS Galileo’ poiché è stata realizzata una messa in scena appositamente per registrare lo spettacolo e trasmetterlo su La7, rispettando le esigenze di un pubblico televisivo. Il video completo è disponibile su Youtube in Rewind TiVu – Primo Canale, oppure potete acquistare in libreria Paolini M., ITIS Galileo, Einaudi, Torino 2013, un libro contenente il canovaccio e il DVD dello spettacolo oltre a numerosi scritti degli autori Marco Paolini Francesco Niccolini e del filosofo della scienza Stefano Gattei.

Come location per mettere in scena lo spettacolo sono stati scelti i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Alcuni spettatori assistevano alla proiezione dello spettacolo dall’Aula Fermi, i professori dell’istituto invece assistevano allo spettacolo di Paolini in un teatro improvvisato nelle profondità del Gran Sasso, con 1400 m di roccia sopra di loro e i caschi protettivi. E’ stata un’ottima scelta parlare di Galileo in una delle più importanti sedi dello studio della fisica delle particelle, vengono infatti sottolineati gli sforzi che sono stati compiuti in passato per rivoluzionare il modo di pensare delle persone e l’importanza della scienza nella storia dell’umanità.

Nel titolo compare la parola “ITIS”, che è un inequivocabile omaggio agli istituti professionali. La vicenda di Galileo è un argomento trattato soprattutto nei licei classici e scientifici mentre gli ITIS sono soliti trascurarlo, nonostante Galileo non avrebbe potuto compiere alcuna scoperta senza le conoscenze tecniche apprese come autodidatta. Si tratterebbe inoltre di un espediente per invitare a teatro tutti quanti, non soltanto a coloro che hanno scelto di studiare ma anche i “meccanici”, senza la cui tecnica non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione scientifica. Tale scelta deriva soprattutto dal fatto che Paolini abbia voluto andare nelle scuole per spiegare ai più giovani che essere geniali, in circostanze difficili, può essere un problema.

Paolini è uno dei principali esponenti del Teatro Civile in Italia, un genere di spettacolo teatrale che tratta argomenti riguardanti temi di politica e società, al fine di focalizzare l’attenzione sull’argomento trattato per sensibilizzare l’opinione pubblica. Anche se il tema di Galileo non può certo essere considerato contemporaneo, Paolini è riuscito a realizzare numerosi parallelismi (alcuni anche comici) tra l’Italia del XVI-XVII secolo e quella dei nostri giorni, in modo tale da sfruttare appieno le capacità educative del teatro per insegnare al pubblico come essere rivoluzionari ai nostri giorni. Non è infatti un caso che lo spettacolo abbia inizio con l’invito a “fare un minuto di rivoluzione”

Il teatro civile si sviluppa dal Teatro di Narrazione, di cui Paolini è uno dei massimi esponenti, ed è proprio di questo genere teatrale che sarebbe meglio parlare nel caso di ‘ITIS Galileo’. Guccini racconta così il teatro di narrazione: “alcuni attori-autori iniziano a presentarsi sulla scena senza lo schermo del personaggio, ma con la propria identità per raccontare storie senza rappresentarle”. Si crea così un rapporto più diretto tra palcoscenico e spettatori, i quali spesso sono chiamati ad interagire con gli attori.

Nel suo ultimo spettacolo Paolini non tradisce il proprio stile recitativo. L’opera è infatti un lungo monologo (che talvolta si trasforma in dialogo improvvisato con il pubblico) in cui spesso abbandona la lingua italiana in favore del dialetto veneto. L’attore-regista, calca il palcoscenico con un impiego minimo di costumi di scena e di scenografie e senza interpretare alcun personaggio. Come facevano anticamente i cantastorie e gli “Zanni” (le maschere cinquecentesche di Arlecchino, Pulcinella, Pantalone …), lo spettacolo consiste prevalentemente nell’improvvisazione dell’artista basata su un canovaccio.

Una delle tante magie del teatro consiste proprio nella possibilità di annullare la distanza tra gli attori sul palcoscenico e gli spettatori in platea e Paolini ci riesce proprio grazie all’improvvisazione: per cercare qualcuno iscritto all’ITIS Paolini interroga gli spettatori sulle scuole superiori effettuate, fa un cenno al pubblico televisivo che lo “segue da casa” e invita la platea a togliere il caschetto protettivo per non patire troppo il caldo.

Le scenografie sono minime (se escludiamo l’affascinante tunnel sotterraneo in cui viene realizzato lo spettacolo), infatti sono costituite da una copia ingigantita degli appunti di Galileo sullo sfondo, una campana (una possente, della Pontificia Fonderia Marinelli) e un sfera uncinata contenente una ricostruzione dell’universo sospese mediante delle catene con cui Paolini gioca nel corso dello spettacolo, una piccola cassa di legno sul quale sono appoggiati il Sidereus Nuncius e il Dialogo sopra i massimi sistemi. Per quanto riguarda i costumi, ad un certo punto dello spettacolo Paolini indossa un baschetto nero e un grembiule marrone utilizzato da chi compie attività umili, durante la lettura dell’abiura sostituisce invece il basco con un lungo cappello conico bianco “da somarello”. Anche i caschetti protettivi possono essere considerati dei costumi di scena per l’attore (che ad un certo punto decide di toglierselo) e gli spettatori. Non mancano inoltre le colonne sonore: Mario Brunello esegue al violoncello Suite n. 1, Giugue di Johann Sebastian Bach, Cantique de la promesse di Jacques Sevine, La Bandabardò esegue Circus composta per ‘ITIS Galileo’.

Come spesso accade nel teatro civile, Paolini porta le prove di ciò che racconta: non solo cita accuratamente nomi e date, ma sfoglia sul palcoscenico i due più importanti libri scritti da Galileo, il ‘Sidereus Nuncius’ e il ‘Dialogo sopra i massimi sistemi’. Il primo è un trattato di astronomia pubblicato nel 1610, in cui Galileo espone tutto ciò che ha scoperto grazie al cannocchiale, il secondo invece è un’opera di trattatistica scientifica scritta sotto forma di dialogo e pubblicata nel 1632. Paolini espone con colloquialità e spesso anche comicità le due opere, rendendole accessibili anche profani. Per rendere commestibile il ‘Dialogo’ inscena persino un monologo nello stile degli Zanni, con tanto di mascherina. .

.2010813

 

Articolo tratto dalla mia rubrica ‘Avventure da palcoscenico’ della rivista ‘Eclettica, la voce dei blogger’ n. 4