‘Cyrano de Bergerac’ al Carcano

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Domenica 26 ottobre 2014 si sono concluse le rappresentazioni al Carcano di Milano di Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, regia di Carlo Sciaccaluga e Matteo Alfonso della Compagnia Gank/Teatro de Gli Incamminati. Accompagnata dalla mia carissima amica Michela, ho assistito allo spettacolo mercoledì 22 ottobre e ne sono rimasta piuttosto soddisfatta.

La commedia in cinque atti narra la storia di Cyrano de Bergerac, un guascone abile con le rime quanto con la spada, che duella contro i suoi numerosi nemici (si tratta di un protagonista dal carattere tremendamente irascibile) e segretamente innamorato di sua cugina Rossana. Non ritenendosi all’altezza della fanciulla a causa del suo orrendo naso, aiuta il giovanotto di bell’aspetto Cristiano de Neuvillette a far breccia nel cuore di Rossana suggerendogli parole d’amore.

Ho avuto qualche difficoltà a seguire lo spettacolo a causa della complessità del linguaggio del testo, perciò invito coloro che vorranno assistere a questa o a qualunque altra messa in scena di Cyrano del Bergerac di leggere la trama prima di recarsi a teatro o, qualora trovassero appassionante l’argomento, di leggere il testo integrale della commedia su LiberLiber al seguente link: http://www.liberliber.it/mediateca/libri/r/rostand/cirano_di_bergerac/pdf/cirano_p.pdf
Io non mi sono documentata prima di assistere allo spettacolo e me ne sono pentita amaramente perché ho perso diversi passaggi essenziali dello sviluppo dei eventi. L’opera poi è di straordinaria bellezza, si tratta infatti di una commedia in versi che ha fatto la storia del teatro e di cui ora citeremo qualche verso:

Cantare, ridere, sognare, essere indipendente, libero, guardare in faccia la gente e parlare come mi pare, mettermi, se ne ho voglia, il cappello di traverso, battermi per un sì per un no o fare un verso. Lavorare senza curarsi della gloria e della fortuna alla cronaca di un viaggio cui si pensa da tempo, magari nella luna!
Non scrivere mai nulla che non sia nato davvero dentro di te!
Appagarsi soltanto dei frutti, dei fiori e delle foglie che si sono colte nel proprio giardino con le proprie stesse mani!
Poi, se per caso ti arriva anche il successo, non dovere nulla a Cesare, prendere tutto il merito per te solo e, disprezzando l’edera, salire, anche senza essere né una quercia né un tiglio, salire, magari poco, ma salire da solo!

Gli attori si sono dimostrati degli ottimi interpreti, ho particolarmente apprezzato il fatto che gli spettatori sono stati avvicinati alla scena in quanto gli artisti hanno più volte attraversato la platea per raggiungere il palcoscenico.
La scenografia era ridotta ai minimi termini, infatti era costituita da una pedana inclinata posta sul palcoscenico sulla quale gli attori potevano salire nel corso della recitazione. Sul piano della pedana si aprivano diverse botole da cui era possibile affacciarsi permettendogli attori di realizzare degli interessanti giochi di prossemica. Attraverso un interessante gioco di meccanica, una delle botole è stata trasformata nel balconcino da cui si è affacciata Rossana per incontrare Cristiano. Lo sfondo era un neutro collage di tela grezza su bianco.

Non ho apprezzato invece i costumi, dei meri travestimenti a basso prezzo che non rendevano giustizia alla bravura gli attori. Lo “stile minimal” delle dame, che avrebbero meritato maggiori fronzoli secondo lo stile seicentesco, è stato veramente deludente.

E’ importante l’opinione di un blogger?

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Alcune compagne di università mi hanno confidato di non apprezzare i miei post perché “sembrano copiati da Wikipedia”, sarebbe infatti totalmente assente il mio punto di vista e il mio lavoro consisterebbe in una mera copiatura di nozioni da altri siti web.

Confesso di aver volutamente evitato di esprimere la mia opinione nei post poiché ho sempre ritenuto che il web si disinteressasse del parere personale di una ragazzina come me, priva delle qualifiche necessarie per giudicare gli argomenti culturali di cui scrivo.
Ho inoltre omesso qualunque altro genere di informazione relativa alle mie esperienze personali (per esempio resoconti di visite in un museo, aneddoti sui miei interessi, descrizioni dei luoghi che frequento abitualmente) per questioni di privacy: è già abbastanza fastidioso rivelare certe verità su Facebook, raccontarle in un blog è di cattivo gusto oltre che pericoloso.
Nonostante ciò, non è affatto vero che non esprimo opinioni personali, infatti un attento lettore del mio blog ricorderà senza difficoltà degli articoli in cui esprimo pareri soggettiviLee Krasner, un’artista incompresa” e “Analisi di ’Agora’, un film di Alejandro Amenàbar”. Se così non fosse, l’atto stesso di scegliere di scrivere di un opera d’arte è un apprezzamento nei suoi confronti  ed è dunque l’espressione di un’opinione personale.

Mi spiace molto sapere che il mio lavoro viene paragonato al copia e incolla di certi siti, perché i miei post sono il prodotto di una selettiva ricerca di informazioni, riorganizzate meticolosamente in saggi brevi inediti e originali rispetto a quelli già presenti in rete. Il tono nozionistico e distaccato non è infine l’eco di Wikipedia o di altri siti, ma vorrebbe essere lo stile di una giornalista che enuncia dei fatti a scopo divulgativo. Tutto ciò che scrivo è farina del mio sacco al cento per cento, senza copiature di alcun genere.

Quando ho espresso queste argomentazioni in università, le mie amiche hanno risposto che lo scopo di un blog è proprio quello di esprimere un’opinione. Ho dovuto così riesaminare la mia attività di blogger… E’ vero che il blog consente a tutti di pubblicare democraticamente la propria opinione in rete, ma in giro circola tanta spazzatura che io mi chiedo quale sia il valore delle mie opinioni. Se io esprimessi quello che penso scriverei un blog spazzatura?
Non sono inoltre di secondaria importanza le esigenze del pubblico. Cosa vuole il popolo di Internet, seguire le avventure di una giovane studentessa di lettere nel mondo dell’arte o apprendere qualcosa di nuovo leggendo dei saggi brevi, confrontarsi con le opinioni di una ragazzina o apprendere informazioni di qualità?
E ancora, è meglio porsi tutte queste domande per assecondare il pubblico, o seguire l’istinto e scrivere come viene, “senza prendersi troppo sul serio”?

 

Si accettano commenti, cosa ne pensate?

‘Questa sera si recita Molière’ di Paolo Rossi

Questa sera si recita Molière” è uno spettacolo di Paolo Rossi e la sua compagnia Teatro di rianimazione. Sebbene lo spettacolo sia di qualche anno fa, è ancora possibile vederne il filmato su Youtube cliccando su questo link (https://www.youtube.com/watch?v=lscSzmjgxmo); la messa in scena in questione è del 7 dicembre 2002 ed è stata realizzata al Teatro Smeraldo di Milano ma, nonostante sia un po’ vecchiotta, la sua capacità di coinvolgere il pubblico non è stata scalfita dal tempo.

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Si tratta di un dramma da ridere in due atti, un happening nato dalla fusione de “Il malato immaginario” e “Il medico per forza” di Molière in cui non mancano interventi personali dell’artista, critiche alla società contemporanea e il coinvolgimento del pubblico nella rappresentazione. Gli elementi tipici del teatro di Molière vengono dunque stravolti nel moderno canovaccio di Paolo Rossi: così come Molière in Francia attinse numerosi elementi dalla commedia dell’arte italiana, Paolo Rossi a sua volta dichiara di aver “rubato” qualche idea a Molière per realizzare il suo spettacolo.

Paolo Rossi mette in scena la storia del Dottor Sganarelli, un ciarlatano che vende un olio che dovrebbe guarire qualunque male; il protagonista diventa presto l’emblema dei politici ciarlatani di oggi, su cui l’autore fa non poche battute di satira. Il Dottor Sganarelli si trova in un bell’impiccio: Leandro, un suo dipendente extracomunitario, si è innamorato di Lucinda e minaccia il Dottor Sganarelli di vendicarsi se non lo aiuta a ricongiungersi con l’amata. Purtroppo Lucinda è figlia di Geronte, il finanziatore del dottor Sganarelli, un milanese che detesta gli extracomunitari ma anche un credulone, che si sottopone ad ogni assurda e comica cura ideata dal ciarlatano per mali inesistenti.

L’opera è uno spettacolo in costume, ma gli indumenti del ‘600 spesso vengono sostituiti da costumi contemporanei per sottolineare la fusione tra i giorni nostri e l’epoca di Molière che avviene nel corso dello spettacolo. In onore a Molière verranno recitate alcune battute in Francese ma, come introduzione allo spettacolo, verrà trasmesso Bob Marley. L’opera è anche un occasione per vedere in azione due attori diventati famosi grazie a Camera Cafè: Debora Villa, conosciuta come la Patti, e Carlo Giuseppe Gabardini, nei panni di Olmo.

Come spesso succede negli spettacoli di Paolo Rossi, il pubblico è direttamente coinvolto nella rappresentazione teatrale non solo perché l’artista si rivolge continuamente alla platea o conversa con qualche spettatore, ma anche perché invita alcuni volontari a salire sul palcoscenico e recitare insieme alla compagnia. Paolo Rossi immagina che la platea sia una sala d’attesa e che il pubblico sia composto dai pazienti del dottore ciarlatano. Tre spettatori si improvvisano attori e si trasformano nei malati accorsi alla clinica del Dottor Sganarelli in cerca di cure, diventando protagonisti di brevi gag comiche in cui viene somministrato loro l’olio miracoloso. Uno spettatore in particolare chiederà al Dottor Sganarelli di apprendere l’arte di truffare e diventerà a sua volta vittima del ciarlatano, che inventerà per lui un corso fasullo su come diventare medico.

Durante lo spettacolo la medicina diventerà metafora del potere e verrà gestita da truffatori, ipocriti, ladri e falsi medici sempre alla ricerca di un modo per derubare il prossimo. Tale opera viene messa in scena in un momento storico in cui i ciarlatani la fanno da padroni: l’Italia è un paese di furbi che si ritengono migliori degli altri e vengono ammirati e imitati, il testo di Molière smaschera questi subdoli personaggi inoltre, nella reinterpretazione di Rossi, un medico smaschera la figura dei ciarlatani per “curare” l’Italia.

Le battute riferite alla politica sono di difficile comprensione perché è trascorso troppo tempo dall’epoca della rappresentazione in teatro, ma il messaggio politico di Rossi è ancora vivido; si pensi che, nel lontano 2005, l’opera ha spaventato a tal punto i nostri politici da ottenere una censura televisiva. L’8 gennaio 2005 la trasmissione teatrale Palcoscenico di RaiDue mandò in onda la prima parte dello spettacolo e fu un successone: sebbene la trasmissione fosse in fascia notturna, vennero contati un milione di telespettatori. La seconda parte dello spettacolo avrebbe dovuto essere trasmessa il 15 gennaio 2005, ma venne soppressa con la seguente giustificazione: il programma “è risultato fuori dalle linee editoriali della rete, per problemi di linguaggio e non certo di contenuti”, curiosamente il comunicato precisa che “non si tratta di censura politica, ma di rispetto per il pubblico della rete”; il direttore di Rai2 Massimo Ferrario specificò poi che si tratta di “pulizia linguistica”, avendo nel secondo atto “contato ben dieci parolacce”.  In molti ambienti appare evidente però che si tratta di censura politica, dovuta alla scomoda metafora che mostra i potenti “ciarlatani”, specializzati nel prendere in giro il popolo raccontandogli bugie e promettendogli cose che non manterranno mai, al solo scopo di arricchirsi. Per seguire lo sviluppo della vicenda cliccate sul seguente link: http://www.difesadellinformazione.com/17/la-censura-a-paolo-rossi/ .

Articolo tratto dalla rubrica “Avventure da palcoscenico” della rivista “Eclettica, la voce dei blogger” N. 6

Ritratto di Lucrezia Panciatichi, di Agnolo Bronzino

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Ritratto di Lucrezia Panciatichi” è un dipinto olio su tavola (104×84 cm) realizzato nel 1541 da Agnolo Bronzino e conservato agli Uffizi di Firenze insieme al ritratto del marito della giovane donna Bartolomeo Panciatichi, realizzato dallo stesso artista. Probabilmente il quadro è stato commissionato quando Bartolomeo Panciatichi venne ammesso nell’Accademia Fiorentina. I ritratti dei coniugi si trovarono a palazzo Panciatichi sino al 1634, anno della morte di Carlo Panciatichi o forse dell’estinzione del suo ramo famigliare, dopodichè vennero trasferiti nel palazzo del ramo fiorentino della famiglia e successivamente nelle Gallerie fiorentine.

La fanciulla, dalla carnagione eburnea, l’incantevole sguardo e il collo lungo ed elegante, è seduta su un sedile di legno leggermente di tre quarti; sulla mano sinistra appoggiata sul bracciolo intagliato spicca la fede nuziale, la mano destra invece è appoggiata su un libro di preghiere aperto, del quale è possibile leggere alcune righe.

Il sontuoso vestito rosso è ornato da pizzi e da una cintura con pietre preziose montate in oro. Le maniche hanno un pregevole sbuffo arricciato e terminano con maniche aderenti estraibili, fissate al vestito da lacci. I monili preziosi confermano non solo l’appartenenza della fanciulla ad un’elevata classe sociale ma raccontano anche alcuni aspetti della sua personalità, attraverso la simbologia delle gemme e la frase “Amour dure sans fin”, incisa in smalto nero sull’ampia catena d’oro. La frase sarebbe essere un riferimento all’amore coniugale o all’amore di Dio per gli uomini. Lucrezia è seduta in una nicchia scura tra due colonne ioniche, simbolo di bellezza e castità.

Il ritratto di Lucrezia è una delle icone della ritrattistica cinquecentesca. Vasari lodò i ritratti dei coniugi Panciatichi dicendo che sono “tanto naturali che paiono vivi veramente, e che non manchi loro se non lo spirito”.

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Fonti:

 

Appunti di storia micenea

Oggi condividerò con voi i miei appunti di storia greca perciò sarà un po’ come se vi portassi in università con me. Il tema del giorno è storia micenea…

La civiltà micenea divenne la più potente della Grecia quando nel 1380 a.C. crollò la civiltà minoica, ma i primi inediamenti si formarono intorno al 1600 a.C.. Le principali città micenee si trovavano nel Peloponneso, le più celebri erano Micene, Pilo, Tirinto e la capitale Tebe, di cui non sappiamo se dominasse le altre città o se fosse semplicemente la città-stato più potente. Secondo alcuni studiosi i micenei erano popoli provenienti dal Nord mentre secondo altri (ed è questa l’ipotesi più probabile) derivarono da popolazioni locali che avevano gradualmente accumulato ricchezze.

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Maschera funeraria

I micenei erano un élite guerriera che viveva arroccata in città fortificate; i ritrovamenti archeologici ci rivelano che erano un popolo molto ricco. Si dedicarono al commercio, per il quale viaggiarono per tutto il Mediterraneo sino al Baltico; importavano ambra, metalli preziosi e oggetti di lusso.
I micenei controllavano regioni molto lontane dal Peloponneso come l’Argolide, la Tessaglia e la Beozia.

Il re di una città stato micenea, chiamato Wanax, aveva poteri religiosi, politici e giudiziari; regnava dal Megaron, una sala suddivisa in tre parti al cui centro si trovava il trono. Il Lawaghetas era invece il comandante militare e i Basileis erano i capi di gruppi più ristretti di persone. Era molto importante anche la Gherusia, il consiglio degli anziani.

Riguardo alla religione, molti degli dei in cui credevano i Micenei compaiono anche nel pantheon dei greci, come Zeus e Dioniso.

Per quanto riguarda invece la scrittura, i micenei utilizzavano la lineare A adattata alla loro lingua. Scrivevano su tavolette di varie dimensioni in argilla cruda, incidendole con uno stilo. Gli archeologi hanno ritrovato tavolette in vari colori in quanto i vari incendi che si sono susseguiti nel tempo ne hanno cotte alcune rendendole in terracotta. Le tavolette, di funzione amministrativa, erano per lo più elenchi e registrazioni annuali di alimentari, armi, carri, uomini, tele, ecc…, suddivisi da linee orizzontali o verticali. Sulle tavolette troviamo inscritti nomi di persona, ideogrammi, termini di scrittura sillabica (l’alfabeto sillabico miceneo annoverava circa novanta sillabe) e numerali. Aggiungendo ad un’ideogramma un termine determinativo si specificava il genere e il numero dell’oggetto indicato.
Talvolta i micenei scrivevano anche sui vasi per indicare il nome del proprietario, il contenuto o la provenienza.

Micene fu riportata alla luce da Schliemann leggendo i poemi omerici, lo stesso metodo che utilizzò per ritrovare Troia. Le tombe più antiche, risalenti al 1650-1550 a.C., vennero rinvenute entro le mura e furono chiamate “tombe a fossa del circolo A“, un nome che deriva dal fatto che furono le prime ad essere riportate alla luce; nelle tombe a fossa talvolta vennero rinvenuti anche più defunti contemporaneamente. Sono più recenti delle “tombe a fossa del circolo B“, ritrovate all’esterno delle mura. I defunti micenei venivano seppelliti con un ricchissimo corredo: vestiti di lino e lamine d’oro, gioielli e maschere funerarie d’oro, produzione artigianale raffinata e prodotti di altri popoli, soprattutto cretesi o provenienti dalle isole Cicladi.

Porta dei Leoni.

Porta dei Leoni

A Micene furono ritrovati i resti di tre cinta murarie: le prime, del 1350 a.C., difendevano il palazzo; le seconde, risalenti al 1250 a.C. e comprendenti la celebre Porta dei Leoni, inglobano alcune tombe monumentali risalenti ad un secolo prima; le terze, del 1200 a.C. (epoca di grandi pericoli, in cui si avvicinava la fine della civiltà micenea), racchiudono una sorgente d’acqua per poter fare rifornimento in caso di assedio.

I palazzi vennero distrutti non contemporaneamente, ma all’incirca nello stesso periodo storico. Non si sa bene per quale motivo finì la civiltà micenea ma sono state formulate varie ipotesi: l’invasione dei Dori, dei terremoti, siccità e carestie, lotte interne, l’invasione dei popoli del mare. Il tramonto di questa affascinante civiltà segnò la fine dell’età del bronzo e l’inizio dei Dark Ages, in Italia chiamati Secoli Bui.

Abbracciati per l’eternità: romantici ritrovamenti archeologici

Nella Cappella di St Morrell a Hallaton in Gran Bretagna gli archeologi hanno scoperto recentemente una tomba bisoma (vale a dire con due corpi seppelliti insieme) in cui due scheletri si tengono romanticamente per mano. Siccome tale fenomeno si è verificato altre volte nella storia dell’archeologia e ha riscosso un notevole interesse popolare, abbiamo svolto una ricerca in rete per ripercorrere le tappe di questo affascinante fenomeno archeologico.

Purtroppo la qualità delle fonti non è soddisfacente: nel mare magnum della rete sono presente numerosi articoli di giornale che esaltano la scoperta delle tombe bisome, ma le informazioni sono generiche e per nulla indicate ad un pubblico di appassionati o di specialisti. E’ inoltre evidente che i giornalisti si sono interessati alla scoperta quando si trattava di una notizia fresca di stampa ma non hanno seguito lo sviluppo degli scavi ed elle analisi, così i dati a nostra disposizione sono lacunosi e risalenti solo ad uno studio preliminare dei ritrovamenti.
Speriamo che, nonostante tutto, l’articolo vi sia gradito e di non aver tralasciato alcun ritrovamento.

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Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C. Lui aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe preistoriche disotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Gli studiosi escludono che si tratti di un sacrificio umano, ma è impossibile sapere come morirono i due innamorati. Dalle analisi del sito archeologico sappiamo che i due appartenevano ad una società che, pur essendo preistorica, era molto evoluta e non di tipo nomadico.

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Gli amanti di Valdaro abbracciati per l’eternità. Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana.

I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico).

Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia divenne molto popolare.

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Gli amanti di Modena, mano nella mano. Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni.

L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus. ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. E’ evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente.

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Gli etruschi abbracciati. Nella Tusccia nel 2013 sono stati scoperti due scheletri abbracciati: uno supino con accanto, ancora accovacciato, lo scheletro di un in individuo più giovane e minuto che posa una mano sul ventre del compagno. La scoperta è avvenuta nella necropoli etrusca di Vigna la Piazza, a Grotte di Castro, all’interno di una tomba a fossa.

Entrambi i defunti indossano anelli di bronzo, ma nella loro tomba, a differenza delle altre nella necropoli, non è stato rinvenuto alcun corredo funebre. Ad un’analisi preliminare (le mie fonti risalgono ad ottobre 2013), i due scheletri potrebbero appartenere ad una madre ed un figlio.

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Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel 2013 gli scheletri di un uomo e di una donna che si tengono per mano. I resti si trovavano in un cimitero in Romania, nei pressi di Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

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Mano nella mano in Gran Bretagna. Dopo quattro anni di scavi, nella Cappella di St Morrell a Hallaton sono stati riportati alla luce due amanti, sepolti mano nella mano per sette secoli nell’antico luogo di pellegrinaggio costruito su un sito di epoca romana. Ai corpi potrebbe essere stata rifiutata la sepoltura nella chiesa principale, forse perché erano criminali, stranieri o malati. La notizia risale a pochi giorni fa, perciò attendiamo lo sviluppo della vicenda.

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Fonti:

‘Un fantasma, le tenebre’ poesia di Baudelaire

Les ténèbres

Dans les caveaux d’insondable tristesse
Où le Destin m’a déjà relégué ;
Où jamais n’entre un rayon rose et gai ;
Où, seul avec la Nuit, maussade hôtesse,

Je suis comme un peintre qu’un Dieu moqueur
Condamne à peindre, hélas ! sur les ténèbres ;
Où, cuisinier aux appétits funèbres,
Je fais bouillir et je mange mon coeur,

Par instants brille, et s’allonge, et s’étale
Un spectre fait de grâce et de splendeur.
A sa rêveuse allure orientale,

Quand il atteint sa totale grandeur,
Je reconnais ma belle visiteuse :
C’est Elle ! noire et pourtant lumineuse.

(ATTENZIONE: traduzione maccheronica di una che non studia francese da anni. Se doveste scoprire degli errori vi prego di avvertirmi)

Nelle cripte di abissale tristezza
Dove il Destino mi ha già sepolto (letteralmente: relegato);
Dove mai è entrato un raggio rosa (?) e allegro;
Dove, solo con la notte, scontrosa megera  (letteralmente: padrona);

Sono come un pittore che un Dio beffardo
condanna a dipingere, ahimè! sulle tenebre;
Dove, cuoco dai funebri appetiti,
Faccio bollire e mangio il mio cuore,

A tratti luccica, e si accresce (letteralmente: allunga), e si espande
Uno spettro fatto di grazia e di splendore.
Dal suo sognante fascino orientale,

Quando raggiunge la sua totale grandezza,
Io riconosco la mia bella visitatrice:
E’ lei! Nera eppure luminosa