Recensione di ‘Chisciotte e gli invincibili’

“Il cavaliere dell’eterna giovinezza
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.”

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‘Chisciotte e gli invincibili’ è uno spettacolo teatrale del 2006 che è stato trasformato in un cofanetto costituito da libricino e dvd. Gli autori sono Polmone, il cui vero nome è Gabriele Mirabassi, uno dei massimi virtuosi odierni al clarinetto a livello internazionale, Trinità, Gianmaria Testa, colui che “le canzoni le canta, le suona e le fa“, e Erri de luca, la mente e la voce narrante di tutto lo spettacolo.

Qui non si mette in scena Chisciotte, si prende Chisciotte come titolo di una figura perfetta di eroe non raggiungibile, ma sotto questo nome solenne andiamo a individuare un po’ di storie affini, di perone che potrebbero iscriversi alla sua discendenza.” Afferma Erri de Luca per descrivere la trama del suo spettacolo e in effetti, più che raccontare le avventure di Don Chisciotte (senza il don, perché per i napoletani risulterebbe equivoco), si tratta di una summa dei suoi personaggi letterari, storici o di attualità preferiti.

La scenografia è un tavolo attorno al quale sono seduti i tre amici, una sedia vuota invece da le spalle alla platea ed è per tutti coloro, uomo o donna, che meritano di essere i Don Chisciotte di oggi. Ogni volta che il pubblico applaude gli artisti si versano un bicchiere di vino, come se fossero in osteria. Erri De Luca al proposito racconta: “ [...] questo tavolo di osteria. Uscire sulla scena senza questa certezza… insomma io vengo qua, da tante serate passate all’osteria a cantare e raccontare, e a sentir cantare. Dunque senza questa solida base sulla quale mi appoggio mi sarebbe difficile affacciarmi su una platea così solenne, davanti alle persone che si spostano da casa per venirmi a sentire. Mi avvalgo della facoltà di essere cliente di questo tavolo da molto tempo, e di avere amato questo modo di passare insieme le serate.

Altri oggetti di scena sono il fantoccio di Don Chisciotte rappresentato da un attaccapanni che brandisce un ombrello e indossa uno scolapasta (che poi diventerà in alcuni punti dello spettacolo anche il copricapo degli artisti); sullo sfondo sono proiettate delle immagini molto suggestive e la luce in scena viene accesa da Erri De Luca azionando simbolicamente una lampada che pende dal soffitto.

Lo spettacolo inizia considerando i primi Don Chisciotte i migranti, sia gli italiani nel passato sia gli africani di oggi, poi gli scalatori e gli amanti. Anche una radice come la patata può essere un Don Chisciotte perché ha salvato molti dalla fame, oppure un personaggio biblico e balbuziente come Mosè o l’intellettuale Izet Sarajlic, che non fuggì da Sarajevo per la convinzione che ogni intellettuale debba restare vicino al suo popolo. I tre artisti aprono poi un paragrafo dedicato alla guerra e in particolare alla poesia di Ungaretti (“Un’intera nottata buttato vicino ad un compagno massacrato” a versi alterni), all’olocausto, agli aviatori italiani morti per nulla e al cantautore francese Boris Vian, reinterpretando in italiano la canzone Il Disertore. Ne proponiamo una versione in italiano di Ivano Fossati.

De Luca parla poi dell’indifferenza, di cui sono affetti gli ipocriti che non sanno distinguere la realtà dalla finzione e si comportano come se fossero gli spettatori di uno spettacolo di fantasia, cui sono chiamati ad applaudire anziché intervenire. Lo stesso Don Chisciotte, in un passo del libro, interverrà in uno spettacolo di marionette. Viene poi cantata la canzone di De Andrè dedicata ai suicidi. Lo spettacolo continua con “Canzone per una prigioniera” e infine un “Elogio ai piedi“, recitata da Testa dopo essersi tolto le scarpe.

Oltre al racconto di storie vere o fantastiche, nel corso dell’opera si ascoltano emozionanti a oli al clarinetto, canzoni e poesie musicate.

 

I bomabardamenti della Seconda Guerra Mondiale: saggio e testimonianze

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 Galleria Vittorio Emanuele bombardata a Milano

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Le ultime generazioni non conoscono l’orrore della guerra e possono solamente appellarsi alle cronache del passato e ai ricordi dei testimoni diretti per apprendere cosa è accaduto dal 1939 al 1945. E’ necessario precisare che, per quanto riguarda le testimonianze dirette, i combattenti in vita sono ormai sempre e meno, mentre sopravvivono ancora e si lasciano intervistare coloro che hanno vissuto la guerra da bambini. E’ anche attraverso i ricordi di tali ragazzi diventati ormai nonni che riscopriremo come la grande storia abbia influenzato la piccola storia, come la guerra abbia devastato la vita quotidiana pur senza privarli dell’incessante voglia di giocare tipica di quell’età. I bambini non conoscevano la guerriglia poiché erano chiaramente troppo piccoli per imbracciare un fucile ed unirsi alla resistenza, però hanno conosciuto la devastazione dei bombardamenti.

 

Bombardamenti strategici e bombardamenti a tappeto.

Esistono due tipologie di bombardamenti, quelli strategici e quelli a tappeto. Un bombardamento aereo viene considerato strategico quando non è direttamente collegato ai combattimenti a terra e mira essenzialmente a a colpire la potenza militare avversaria, distruggendo un obiettivo preciso che può essere per esempio il magazzino dei mezzi materiali necessari ai militari, un centro di comando o altri obiettivi militari

Il bombardamento a tappeto, detto anche d’area o di saturazione, è una tecnica di bombardamento aereo che non mira ad obiettivi precisi, ma colpice in modo indiscriminato vaste aree urbane nemiche, in modo tale da abbattere il morale della popolazione, fiaccarne la resistenza e distruggere le loro risorse (impianti industriali, linee di comunicazione, infrastrutture, centri logistici …). Tale tecnica di combattimento è stata adottata soprattutto dai tedeschi, ma anche da inglesi e americani. Durante i bombardamenti a tappetto grosse squadre di bombardieri riveravano bombe a caduta libera sul territorio nemico, spesso con un elevato rapporto di ordigni incendiari come termite, napalm o fosforo bianco. Spesso venivano lanciate bombe ritardate o a tempo, con lo scopo di uccidere i pompieri impegnati nei soccorsi o che spegnevano gli incendi. Un tempo il bombardamento a tappeto richiedeva l’impiego di centinaia di bombardieri, oggi invece un solo missile può produrre il medesimo effetto distruttivo, lo stesso vale per un bombardiere pesante, che pul rilasciare numerose bombe piccole e leggere.

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Il bombardamento di Milano

Nel 1940 Milano era ritenuta dagli Inglesi un importante obiettivo militare poiché era una delle più importanti città industriali a livello europeo e uno dei vertici del triangolo industriale con Torino e Genova. Prima ancora dello scoppio del conflitto, il servizio di informazioni industriali inglese aveva cercato notizie dettagliate e segnato i punti strategici più importanti sulle mappe di Milano e della Brianza. Gli obiettivi degli inglesi erano per lo più di tipo industriale: la Alfa Romeo, la Edoardo Bianchi, le Officine Galileo, la Magneti Marelli, le officine Borletti, la Tecnomasio Italiana Brown Boveri, la Pirelli, la Isotta Fraschini, la Breda, la Caproni, l’Ansaldo e, ma non ultima, la Falk acciaierie. La città era inoltre un importante nodo ferroviario con numerosi scali merci.

Per quanto riguarda i bombardamenti a tappeto, avevano tracciato dei centri concentrici su una mappa, al centro dei quali si trovavano i navigli, la zona di Milano più vulnerabile in caso di intenso attacco aereo non solo poiché era il più intensamente abitato, ma anche perché le costruzioni erano molto vicine l’una all’altra e le strade erano molto strette: le condizioni erano propizie per lo scoppio e il propagarsi di un incendio. I rapporti spionistici però avvertivano che il materiale impiegato per la costruzione degli edifici, mattone e cemento, ostacolavano lo scopiio di un incendio; non si videro mai infatti in Italia i grandi incendi che distrussero le case tedesche costruite con materiali in legno.

La difesa di Milano era inizialmente nelle mani della quinta legione della “La Viscontea), della Milizia Di.ca.t (Difesa contraerea territoriale, composta in totale da 9000 uomini dislocati ia in città ia nelle campagne circostanti. Il loro compito era quello di mitragliare gli aerei nemici da postazioni strategiche, come per esempio sul tetto di una fabbrica di grandi dimensioni, sul quale erano state montate delle batterie antiaeree. Il loro ruolo fu un disastro, così vennero impiegati nel 1942 i Flakartillerie, dipendenti della Luftwaffe

Dopo l’ottobre 1942 affluirono in Italia alcuni reparti della Flakartillerie tedesca, dipendenti dalla Luftwaffe, per dar man forte alla Dicat, la cui abilità nel difendere i cieli si era rivelata assai scarsa, tanto da non essere quasi temuta dai bombardieri. Le batterie tedesche furono situate nei pressi di quelle italiane, al fine di sfruttarne i già stabiliti collegamenti per le comunicazioni. Dopo l’armistizio, essendo stata sciolta la Dicat, la difesa dei cieli spettò esclusivamente alla Flak tedesca, che venne potenziata per l’occasione sfruttando il personale italiano della Repubblica Sociale Italiana. Oltre alla difesa organizzata da terra, erano sempre pronti a staccarsi in volo i caccia della Regia Aeronautica.
Gli uomini della UNPA (unione nazionale protezione antiaerea) e i Capifabbricato erano l’ultimo anello dell’organizzazione difensiva: avendo attribuito un’unità per ogni palazzo, garantivano l’efficacia dei rifugi antiaerei, delle uscite di sicurezza, degli idranti, dell’oscuramento dei palazzi e dei mezzi di trasporto. Ai cittadini era infatti richiesto ricoprire i vetri delle finestre con carta azzurra per impedire che gli aerei potessero vedere le luci utilizzate all’interno. Anche i mezzi di trasporto pubblici e privati avevano i parafanghi tinti di bianco fatta eccezione per una piccola fessura per la proiezione della luce.

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ALcuni ciclisti osservano un palazzo milanese distrutto.

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L’organizzazione dell’attacco

Degli aerei detti “pathfinder”, segnatrada in inglese, lanciavano dei luminosissimi bengala (dispositivi d’illuminazione d’acciaio con il paracadute) per mostrare la rotta e gli obiettivi ai bombardieri, che colpivano di solito a mezzanotte. I bombardieri inglesi che hanno colpito Milano infatti decollavano dalle loro basi nel sud dell’Inghilterra verso l’ora di cena, attraversavano la Francia occupata dai Nazisti e le Alpi per raggiungere i loro obiettivi.

Dal 1993 gli aerei dell’USAAF attaccavano invece durante le ore di luce per colpire più facilmente gli obiettivi e nonostante corressero maggiori rischi di venire abbattuti. Tali aerei decollavano dalla Puglia, dal mar Adriarico e dalla Romagna. Sganciate le bombe, durante il ritorno potevano sfruttare l’agilità per colpire liberamente tutto ciò che poteva essere un bersaglio utile da distruggere, come un treno in corsa.

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La popolazione bombardata

La popolazione veniva avvertita del bombardamento incombente mediante il suono di una sirena con circa trenta minuti di anticipo sull’attacco, cui seguiva un secondo allarme pochi minuti prima dello sgancio delle prime bombe. Solitamente i cittadini avevano dunque il tempo per raggiungere le cantine rifugio o i rifugi collettivi più vicini. I portinai degli stabili avevano inoltre il compito, durante gli attacchi, di spalancare i portoni, per permettere ai passati sorpresi dall’incursione di ripararsi dentro gli androni.

 

Le testimonianze

Il nostro passato non è costituito soltanto dai fatti della Grande Storia, ma anche dalle esperienze quotidiane delle singole persone. Per descrivere quegli anni di sofferenza ho deciso di intervistare i miei nonni materni e paterni, che all’epoca dei combattimenti erano poco più che bambini.

Mia nonna materna non ha nulla da raccontare: è cresciuta in un paesino della Brianza troppo piccolo per rientrare tra gli obiettivi dei bombardieri, può soltanto descrivere il terrore che prova quando lei e la sua famiglia avvistavano gli aerei diretti su Milano e le preghiere recitate per chiedere al Signore di far procedere gli aerei verso un’altra direzione. Gli anni della guerra sono stati un periodo di povertà e di fame (vi era una grande carenza di generi alimentari), ma la sofferenza più dura è stata patita dai miei nonni paterni, che vivevano ad Alessandria.

I miei nonni paterni vivevano ad Alessandria, capoluogo di provincia piemontese, che era un obiettivo sensibile e pertanto più volte colpito dai bombardamenti, hanno invece rilasciato una breve intervista.

Valivi: Nonno, potresti parlarmi di ciò che ti ricordi della Seconda Guerra Mondiale?

Nonno: Certamente.

Valivi: Sono stati anni duri, vero?

Nonno: Nel periodo dal 1944 all’aprile del 1945 la popolazione civile era atterrita da grandi pericoli e penose privazioni, generi alimentari in particolare.

Valivi: Hai vissuto anche tu l’oscuramento?

Nonno: Sì. Nessuna luce illuminava i vicoli, le vie, le piazze. Durante l’inverno alle tenebre spesso si aggiungeva pure una fitta nebbia. [...] Buio totale, assoluto, ovunque.

Valivi: Cosa accadeva quando suonava l’allarme?

Nonno: Le sirene suonavano di notte e di giorno anche più volte durante l’intera giornata, era un suono lugubre e prolungato. [...] Tutti correvano nei rifugi, purtroppo insicuri perchesi trattava, di solito, delle cantine delle stesse case.

Valivi: Come si svolgeva la vostra fuga?

Nonno: Di notte, soprattutto d’inverno, era molto penoso essere brutalmente svegliati, in fretta e furia infagottati nelle coperte e di corsa, affannosamente, condotti nei gelidi sotterranei. [...] Ma non sempre arrivavano gli aereoplani, oppure i veicoli si limitavano a transitare.

Valivi: E tu, nonna, dov’eri in quel periodo?

Nonna: io e i miei famigliari vivevamo in una cascina situata su un’alta collina, in un villaggio denominato San Salvatore Monferrato.

Valivi: come mai?

Nonna: Eravamo stati sfollati per sfuggire ai bombardamenti aerei che colpivano Alessandria.

Valivi: anche voi fuggivate al suono della sirena?

Nonna: Nel paese non risuonavano le sirene d’allarme, spesso però sentivo, di giorno e di notte, i cupi e grevi rombi degli aerei, sempre numerosi, che passavano. [...] Dopo i bombardamenti di Alessandria scorgevo, invece, con terrore, le molte colonne di fumo, ora nero, ora biancastro, alzarsi dalla cit: provenivano dagli edifici distrutti dalle bombe.

Valivi: Ma prendevate comunque qualche precauzione?

Nonna: Sì, ci riparavamo nei rifugi, per lo più delle cantine, o nella stanza che appariva più oscurata.

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Abitazioni milanesi distrutte dai bombardamenti

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Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_strategici_durante_la_seconda_guerra_mondiale

http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamento_a_tappeto#Bombardamento_di_Coventry

http://www.storiadimilano.it/Repertori/bombardamenti.htm

La tradizione del pesce d’aprile

Le origini

Anche se siamo in ritardo di una decina di giorni, non è mai troppo tardi per parlare delle origini del pesce d’aprile, quella simpatica tradizione che consiste nel tormentare giocosamente gli amici con burle e scherzetti, che nella maggior parte dei casi consistono nell’appiccicare sulle loro schiene un piccolo pesciolino di carta.

Non sappiamo con certezza come sia nata la simpatica usanza, tuttavia sono state formulate al riguardo diverse teorie. Prima della riforma del calendario gregoriano il capodanno era festeggiato dal 25 marzo al 1 aprile e coloro che non si abituarono al cambiamento e continuarono a festeggiare il capodanno in questa data furono chiamati gli “sciocchi d’aprile”. Nel calendario giuliano (introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.) il primo di aprile indicava infatti l’inizio del solstizio di primavera e l’inizio dell’anno.

Secondo alcuni l’origine della festa è dovuta all’usanza pagana di fare coincidere il capodanno con il solstizio di primavera, propiziando gli dei con doni, sacrifici e festeggiamenti. La fine dell’inverno era accolta con scherzi e burla, perciò il primo d’aprile era considerato un giorno particolarmente “pazzo” (April’s fool day). In Francia in questo periodo era usanza donare dei pacchi regalo vuoti e la strana usanza era soprannominata Poisson d’Avril, che significa per l’apppunto Pesce d’Aprile.

Siccome l’usanza non è tipicamente francese ma è diffusa in tutta Europa, alcuni studiosi sostengono che l’origine della festa debba risalire all’età classica, in relazione al mito di Proserpina. La fanciulla, rapita da Plutone, era cercata invano dalla madre, che fu ingannata da una ninfa. Altri invece sospettano una correlazione con la festa pagana di Venere Verticordia.

Siccome per il calendario Gregoriano la morte di Gesù sarebbe avvenuta il primo aprile del ’33, i nemici del cristianesimo avrebbero trasformato questa data in una giornata di burla per schernire coloro che credevano in Cristo. Il pesce infatti era uno dei simboli segreti con cui i Cristiani si riconoscevano tra loro ai tempi della persecuzione; pesce in greco si diceva ICHTHYS, acrostico di “Gesù figlio di Dio Salvatore”.

Ciò che è certo è che i festeggiamenti diventarono usanza in tutta Europa intorno alla fine del ‘500, sotto la Francia di Carlo IX e la Germania degli Asburgo, per poi essere seguiti dagli altri Paesi, compresa l’Italia.

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Scherzi famosi

Lo scherzo più antico mai documentatoè la burla che il maestro Buoncompagno da Firenze fece al popolo bolognee nel XIII ecolo. Egli annunciò infatti che il primo di aprile avrebbe sorvolato la città con un macchinario di sua invenzione. La città si riunì s monte di Santa Maria per assistere allo spettacolo ma Buoncompagno sipresentò all’appuntamento indossando delle ali enormi e giustificandosi dicendo che un improvviso vento sfavorevole gli impediva di spiccare il volo.

Per il 1 aprile 1938 Orson Welles progettò uno speciale programma radiofonico intitolato ‘La guerra dei mondi’, una radiocronaca raccappricciante sullo sbarco dei marziani sulla terra ma, a causa di problemi tecnici, però, non fu possibile mandarlo in onda. Lo scherzo fu rimandato al 30 ottobre. Tra la popolazione corse subito un panico generalizzato: i centralini delle stazioni di polizia e dei giornali furono invasi da centinaia di telefonate, qualcuno indosò la maschera antigas, le strade si svuotarono e le chiese si riempirono. Si verificarono persino delle segnalazioni di avvistamento dei marziani.

La BBC i è particolarmente divertita girando un documentario in cui viene rivelata una nuova razza di pinguini e annunciando la nascita di un nuovo walkman che, grazie ad un particolare microcip, avrebbe potuto contenere centinaia di canzoni (era ancora lontana la nascita dell’iPod).

Fonti:

‘My mad fat diary’ Recensione

‘My mad fat diary’ avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere un telefilm interessante.

Rae, la protagonista, ha 16 anni e pesa 105 kg, ciò significa che questo telefilm affronta con estremo realismo tematiche come l’obesità, la bulimia, l’autolesionismo, gli attacchi di panico, il ricovero in ospedale psichiatrico e molto altro ancora. Rae però sta cercando di costruirsi una nuova vita tra scuola, amici e ragazzi, mostrando ai giovani telespettatori che è possibile uscire anche dalle situazioni più difficili.
L’intera vicenda è ambientata nel lontano 1996 perciò la musica è rigorosamente di quel periodo, i cellulari sono una rarità e l’abbigliamento è molto grunge. Come si deduce dal titolo, Rae ha un diario segreto, la stesura del quale funge da collante tra le puntate. Il diario e la colonna sonora iniziale sono decorati con schizzi e collage in stile Riot Grrrls. Quando la voce narrante di Rae commenta la scena spesso vengono introdotti degli simpatici schizzi nello stesso stile.
Ciò che più vi colpirà è il sarcasmo e la simpatia di Rae, che affronterà ogni difficoltà sempre con uno stoico sense of humour.

Terminato l’elenco delle caratteristiche positive, è giunto il momento di bacchettare i creatori perché non hanno prestato abbastanza attenzione a certi particolari tutt’altro che trascurabili.
Innanzi tutto manca l’elemento comico. In ogni telefilm che si rispetti c’è un pazzo che fa sganasciare dalle risate che sia Barney di ‘How I met your mother’, Steve di ‘Otto sotto un tetto’, l’inrviente di ‘Scrubs’ o Joy di ‘Friends’… soltanto in Inghilterra potevano fare telefilm senza personaggi comici!
Il ritmo del racconto inoltre è troppo lento non solo perché Rae rimugina troppo,  ma anche perché la lentezza è proprio un difetto del regista.

Il mio parere personale è che questi telefilm da sedicenni non sono degni di una 22enne come me, ma vi pubblico ugualmente il link qui sotto:

http://www.filmpertutti.eu/my-mad-fat-diary/

Diario Segreto Online

Immagine tratta da ilmondodipatty.it

Anche se 22 anni sono tanti, spesso scopro di avere ancora molte cose da confessare al mio diario segreto. Non si tratta di testi coerenti e ben curati come quelli pubblicati questo blog o su altre piattaforme online perché mi piace sguinzagliare il mio flusso di pensieri. Il risultato non è certo un testo alla Joyce o alla Woolf perché il loro “flusso” non era reale ma inventato a tavolino, però mi piace conservare le mie baggianate.

Oggi però non mi interessa raccontarvi cosa scrivo nel mio diario segreto (altrimenti che diario segreto sarebbe???), ma per consigliarvi alcune piattaforme online idonee alla conservazione dei vostri segreti più reconditi.

  1. Un blog privato. Aprite un blog su una qualunque piattaforma blog (le più popolari in rete sono WordPress, quella che sto usando in questo momento, e Blogspot) e impostate la funzione Blog privato, che nasconderà i vostri scritti al popolo del web. Per “privatizzare” WordPress leggete qui, per fare lo stesso con Blogspot leggete invece qui.
    L’aspetto positivo di questa soluzione è che potrete personalizzare non soltanto i vostri testi, ma l’intera pagina web; l’aspetto negativo è che potreste non aver impostato correttamente la privacy o che il sistema vi alteri i parametri, rendendo pubblico tutto ciò che avete confidato al diario.
  2. Diario segreto  E’ un sito web interamente in italiano e dedicata alla funzione diario segreto. Con questo sito la vostra privacy è al sicuro e, a meno che non spifferiate ai quattro venti la password, nessun genitore potrà mai violare la vostra intimità. Si tratta di un progetto realizzato per le femminucce, infatti il colore prevalente è il rosa e compaiono un sacco di immaginette carine e “pucciose”, a prova di adolescente in piena tempesta ormonale. E’ molto carina l’impaginazione “libresca” che attiva automaticamente per i vostri file salvati, rende davvero piacevole la lettura.
    C’è un solo piccolo problema: il sito è ancora in fase di allestimento, perciò non è possibile sapere come si trasformerà il diario nel corso del tempo e, soprattutto, se resisterà negli anni e non verrà chiuso.
  3. 280daily  è un diario francese con una grafica degna di un pubblico adulto ma è fortemente sconsigliato ai grafomani poiché consente di scrivere soltanto 280 caratteri al giorno. Più che un diario segreto, può essere un’ottima agenda per annotazioni di vario genere.
  4. Penzu è il diario perfetto per gli adulti e per me. Il sito è interamente in inglese ma è facilmente comprensibile, la grafica è sobria e adeguata ad un pubblico adulto (ma, se avete soldi da buttare via, potete acquistare il servizio “penzu pro” e modificarla come vi pare). E’ possibile dare un titolo al vostro diario e creare più diari, inoltre potete aggiungere le fotografie sia come allegato sia applicandola sulla pagina che state scrivendo. Per quanto riguarda la funzione di scrittura sono presenti quasi tutte le funzionalità di Word, dal cambio-colore alle sottolineature, dal correttore ortografico in qualunque lingua voi preferiate alla scelta del carattere. Infine, se il diario vi stufa, potete esportare i contenuti o inviarli sul vostro indirizzo e-mail, così come potete importare dei file esterni.

 

Spero che questa breve guida vi sia d’aiuto nella scelta del diario segreto più adatto a voi. Buona scrittura!

Immagine tratta da silmarillion.it

Analisi del romanzo “Cent’anni di solitudine”

Cent’anni di solitudine, il cui titolo originale in spagnolo è Cien años de soledad, è uno dei capolavori letterari più significativi del Novecento; essendo stato tradotto in più di venti milioni di copie, dal 2007 viene considerato l’opera in lingua spagnola più importante dopo Don Chisciotte della Mancia. e può essere considerato un simbolo del boom latino americano degli anni ’60 e ’70. Il romanzo è stato scritto nel 1967 dal Premio Nobel Gabriel Garcia Màrquez, l’autore sudamericano più letto al mondo.

ATTENZIONE, SPOILER!

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Large flowering sensitive plant, l’immagine di copertina del romanzo

 

L’Edizione tascabile

In tutte le librerie è disponibile l’edizione tascabile dell’opera dei Classici Moderni Di Oscar Mondatori, inconfondibile grazie alla bellissima opera utilizzata per l’immagine di copertina: Large flowering sensitive plant, un’illustrazione tratta da The temple of flora di Robert Thornton. L’opera rappresenta un albero esotico (probabilmente una palma, un albero del cocco o del cacao) verso la quale si dirigono in volo due uccellini in un paesaggio collinare.

L’albero è una figura ricorrente nella storia della famiglia Buendìa: il capostipite e fondatore di Macondo Josè Arcadio uendìa, per esempio, venne legato ad un castagno quando venne creduto pazzo e il suo fantasma resistette in quella posizione anche dopo la sua morte, la pianta richiama inoltre l’albero genealogico e la famiglia, i banani piantati dalla compagnia bananiera o semplicemente un elemento del paesaggio della Columbia. Persino nella profezia di Melquidades viene menzionato un albero, sempre in relazione alla triste storia del fondatore di Macondo: -Il primo della stirpe è legato a un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche.-

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La trama

“Il migliore amico è quello che è appena morto”

Il romanzo racconta le solitarie vite dei membri della famiglia Buendìa, dal capostipite all’ultimo ramo dell’albero genealogico; nel corso dello svolgimento dei fatti, i protagonisti vivono, muoiono, si riproducono e compiono imprese memorabili. L’opera tratta inoltre la storia di Macondo, fondato da Josè Arcadio Buendìa e sua moglie Ursula, i capostipiti della famiglia, che si è modificato nel corso degli anni varie bonificazioni, l’avvento degli zingari, la guerra e ogni sorta di piccolo ma inesorabile cambiamento provocato dallo scorrere del tempo sino alla fine, quando una catastrofe naturale distruggerà Macondo e tutti i Buendìa delle ultime generazioni. La conclusione della storia di Macondo arriverà sotto forma di punizione divina proprio quando le pergamene di Melquiades, uno zingaro conosciuto da Jose Arcadio Buendia, verranno tradotte dall’ultimo discendente della famiglia.

Seguire la vicenda della famiglia può essere un po’ complicato poiché molti personaggi hanno gli stessi nomi, dunque può essere utile consultare nel corso della lettura un albero genealogico come questo, proveniente da Wikipedia:

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La morale del romanzo

“Un atmosfera di destino imperscrutabile e di fatalità, storie di desolazione e di solitudine in cui la mancanza di amore alimenta i deliri del potere.” (Prefazione)

 

La morale del romanzo viene svelata solamente verso la fine dell’opera: inizialmente attraverso gli indizi individuabili nelle parole del narratore onnisciente, in seguito da ciò che Aureliano scopre nelle pergamene di Melquiades. Cent’anni di solitudine racconta come ciascun essere umano sia condannato a vivere, lottare e soffrire in solitudine, senza mai essere pienamente compreso dalle persone che lo circondano. La solitudine viene presentata come un ingrediente indispensabile seppur doloroso nella vita umana, è il sentimento principale provato da tutti i personaggi della storia ed è provocata dall’incapacità di amare e di offrire solidarietà al prossimo. Anche i morti patiscono questa condizione di solitudine quando ritornano sulla terra e, paradossalmente finiscono per stringere amicizia con coloro che furono nemici in vita.

“Il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine”

Nell’opera viene inoltre presentata una concezione della storia circolare, comparabile quasi ad un eterno presente, infatti di generazione in generazione gli eventi sono destinati a ripetersi, senza che si verifichi alcun progresso per i cittadini di Macondo. E’ il caso della ribellione dei liberali contro i conservatori, durante la quale il colonnello Aureliano divenne eroe di guerra. Non molto tempo dopo la conquista dei conservatori gli operai della compagnia bananiera attuano una lunga serie di scioperi, in cui viene coinvolto come sindacalista Josè Arcadio Secondo, che vengono brutalmente repressi dall’esercito provocando la morte di tremila scioperanti. José Arcadio sarà il solo sopravvissuto oltre a un bambino d’identità ignota: fuggirà dal treno diretto al mare per eliminare i cadaveri della strage e ritornerà a Macondo. Solo la decifrazione della profezia di Melquiades potrà spezzarel’eterno presente in cui vive cristallizzata la città di Macondo e permettere al tempo di seguire un corso lineare.

Un romanzo totale che, in uno scenario biblico di decadimento, riesce a dare spessore e solidità mistica alla realtà.

“Un romanzo totale che, in uno scenario biblico di decadimento, riesce a dare spessore e solidità mistica alla realtà.” (Prefazione)

 

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Uno rivoluzionario scrittore

Gabriel Garcìa Marquez, Gabo, per gli amici ha inserito nel romanzo molti elementi della propria vita vissuta. Nato ad Aracataca nella Columbia atlantica, il suo anno di nascita è avvolto nel mistero: secondo alcuni venne alla luce nel 1928, ma la versione più credibile festeggia il suo compleanno il 6 marzo 1927. Primogenito di sedici figli, nacque dal telegrafista Gabriel Eligio Garcìa e dalla chiaroveggente Luisa Màrquez Iguaràn. In Cent’anni di solitudine figurano delle zingare chiaroveggenti e che Pilar Ternera, l’amante dei fratelli Aureliano e Josè Arcadio era in grado di predire il futuro con le carte proprio come la madre dello scrittore.

I genitori si trasferirono a Barranquilla affidando il bambino ai nonni materni. Nicolàs Ricardo Màrquez Mejìa, il nonno dell’autore, era un vecchio colonnello di fede liberale come Aureliano ed accompagnò realmente il nipotino in uno stabilimento della multinazionale United Fruit per vedere il ghiaccio. La nonna Tranquilina Iguaràn Cotes trascorse gran parte della sua vita vestita a lutto come Ursula e Amarante, sostenne di essere una confidente dei morti (e spesso a Macondo i fantasmi interagiscono con i vivi), e fu una straordinaria narratrice di storie mirabolanti o magiche, analoghe a quelle che compaiono nel romanzo. Il villaggio in cui il futoro scrittore visse la sua infanzia fu messo in ginocchio dal boom bananiero, in quel periodo si verificarono eventi non dissimili da quelli narrati nel romanzo.

Nel 1936 il nonno morì e Màrquez raggiunge i genitori a Sucre dove, grazie ad una borsa di studio, riuscì a frequentare le scuole a Barranquilla e poi a Zipaquirà. Diplomatosi nel 1946, iniziò a studiare legge all’Universidad Nacional di Bogotà; in questi anni scrisse i primi racconti per El Espectador, per dimostrare ad un amico che la propria generazione era ancora capace di produrre scrittori. Nel 1948 però in Columbia dilagava la violenza politica perciò le università vennero chiuse e allo scrittore non restò che abbandonare gli studi, ritirarsi sulla costa a Cartagena e dedicarsi al giornalismo. L’autore lavorò per due anni come redattore di El Universal, dopodiché si trasferì a Barranquilla, dove collaborò con Hel Heraldo e si unì ad un gruppo letterario di giornalisti e scrittori che fu molto importante per la sua formazione.

In una rubrica di commenti in libertà chiamata La Jirafa, firmandosi con lo pseudonimo Septimus, lo scrittore tracciò i profili di alcuni personaggi che sarebbero comparsi in seguito nelle sue opere. Fu l’inizio di un florido periodo di produzione artistica che durò quasi quarant’anni, durante il quale Màrquez scriverà praticamente un unico grande libro sul tema della solitudine. Nel 1951 terminò Foglie morte ma non riuscì a farlo pubblicare; ebbe invece successo il racconto L’inverno, poi ribattezzato Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo, che è ambientato in un universo incantato e terribile di un villaggio caraibico molto simile a Macondo di Cent’anni di solitudine ed è intriso del medesimo senso di solitudine. Nel 1953 per mantenersi divenne rappresentante di libri, poi tornò a Bogotà per riprendersi il posto di redattore di El Espectador.

Nel 1955 riuscì finalmente a pubblicare Foglie morte (in cui compare nuovamente il personaggio di un colonnello) inoltre uscì Racconto di un naufragio, un reportage sul naufragio del marinaio Velasco. In altri racconti di questo periodo si ritrovano alcune tracce di Cent’anni di solitudine: ritroviamo infatti le pasquinate che devastano la vita di un villaggio soffocato dal caldo e le peripezie di un colonnello cui nessuno scrive mai e che alleva galli da combattimento.

Lo scrittore, che in questo periodo si era occupato anche di cinematografia, venne poi inviato in Europa, dove frequentò per alcune settimane un corso al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, quindi si stabilì a Parigi, dove affrontò una dura situazione economica in quanto la dittatura colombiana di Rojas Pinilla aveva sospeso la pubblicazione dei giornali indipendenti.

Nel 1957 raggiunse Caracas e nel 1958 si trasferì a Barranquilla, dove si sposò con Mercedes Barcha. Dopo la rivoluzione si trasferì a Cuba per lavorare a Prensa Latin, l’agenzia giornalistica fondata da Fidel Castro. Fino al 1960 ne fu il corrispondente da Bogotà, poi venne trasferito a New York ma perse il posto in seguito a manovre di potere, perciò si trasferì in Messico, dove nacquero i suoi due figli Rodrigo e Gonzalo.

Nel 1967, dopo aver riflettuto sul progetto per una quindicina d’anni, iniziò a scrivere Cent’anni di solitudine (che nel 1982 gli permetterà di vincere il Nobel) che terminò dopo soli diciotto mesi, riscuotendo un successo straordinario, che gli permise di trasferirsi a Barcellona, dove visse sino al 1975. Nel 1972 gli vinse il prestigioso premio Ròmulo Gallegos e destinò la somma ottenuta ad un gruppo rivoluzionario venezuelano. Nel 1975 cerca disperatamente un nuovo linguaggio con Autunno del patriarca, un musicale poema in prosa in cui si riconosce ancora vividamente l’impronta di Cent’anni di solitudine.

Nel 1976 dichiarò inoltre di abbandonare la letteratura per protesta contro il regime cileno di Pinochet, successivamente iniziò a girare il mondo come giornalista, impegnandosi in favore dei popoli oppressi. Un comportamento degno del colonnello Aureliano Buendia!

Nel 1981 Cronaca di una morte annunciata racconta un fatto realmente accaduto, che affronta il dramma della responsabilità collettiva nel microcosmo sociale caraibico. Nel 1982 ottenne il premio Nobel per la Letteratura e nel 1985, anno in cui morì suo padre, venne pubblicato L’amore ai tempi del colera.

Negli ultimi anni di occupò inoltre di discorsi, molti dei quali sono stati raccolti ne Non sono venuto a far discorsi (2010), e di reportage. Collaborò a diverse produzioni televisive e, 1992, firmò con altri intellettuali connazionali una petizione per la fine della guerra nel suo paese, cambiando dunque posizione politica. Nel 1997 abbandonò il paese a seguito di una situazione che definirà “invivibile e insicura”. Dieci anni dopo venne invitato a pronunciare un discorso davanti ai membri dell’Accademia della Lingua spagnola e ai reali di Spagna in occasione del suo ottantesimo compleanno.

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Macondo, immagine tratta da statoquotidiano.it

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Un libro che merita il Nobel

Cent’anni di solitudine ebbe un successo così strepitoso da diventare il termine di paragone delle altre opere di Gabriel Garcìa Marquez, che a loro volta vengono tutt’ora lette come un’anticipazione o un prolungamento del capolavoro; l’opera permise inoltre a Gabriel Garcìa Màrquez di diventare non solo uno scrittore di successo, ma di partecipare al boom letterario latinoamericano insieme ai romanzieri Mario Vargas Liosa, Julio Cortàzar e Carlos Fuentes. Garcia giustifica con questa frase l’incapacità dei libri precedenti di ottenere un’analoga fortuna: -Ho sempre creduto che il cinema, con il suo tremendo potere visivo, fosse il mezzo di espressione perfetto. Tutti i miei libri precedenti a Cent’anni di solitudine sono come intorpiditi da questa certezza.- Nonostante lo straordinario ed immediato successo del romanzo, il Nobel per la letteratura arrivò decenni più tardi, nel 1982.

Il libro di Màrquez riesce a scardinarsi da ogni sorta di folclore, testimonianza naturalistica di maniera e dalla denuncia politica fine a se stessa per raccogliere in un solo romanzo i valori e l’immaginario della Colombia e dell’intero continente sudamericano, in cui il suo popolo e le nazioni vicine potessero riconoscersi e con cui fosse possibile raccontare il Sudamerica al resto del mondo.

Il 1967, anno di pubblicazione del romanzo, fu un periodo particolarmente fortuito per pubblicare un opera politicamente impegnata. Il ’68 era infatti alle porte, così la nuova generazione di rivoluzionari e la società in subbuglio non aspettavano altro che trovare un’opera letteraria in cui specchiarsi. Garcìa Marquez era un attivo sostenitore del regime cubano e fu per lunghi anni sostenitore del sistema sovietico e il suo libro venne letto in chiave politica da molti. L’autore risponderà: “Credo che il dovere rivoluzionario dello scrittore sia scrivere bene […] Il romanzo ideale è un romanzo assolutamente libero, che non solo inquieta per il suo contenuto politico e sociale, ma anche per il suo potere di penetrazione nella realtà; e meglio ancora se è capace di rivoltare la realtà per mostrarne il rovescio”.

Luis Borges scriverà del romanzo: “Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati”, ma è evidente che Gabriel Garcia Marquez si lasciò influenzare da Faulkner, Kafka, Juan Rulfo, Virginia Woolf, Hemingway, Greene e Sofocle. L’opera viene inquadrata nel Modernismo e nel movimento letterario legato alla rivista cubana Vanguardia.

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Un libro di storia e politica

“E’ più facile iniziare una guerra che finirla”

Parallelamente alle vite dei membri della famiglia Buendìa avviene l’evoluzione della cittadina di Macondo, che può essere considerata una metafora della storia della Colombia, anche se i fatti non sono narrati in ordine cronologico ma seguendo gli sbalzi temporali voluti dall’autore. I saccheggi dei corsari inglesi lungo la costa spagnola del XVII secolo sono rappresentate nel libro dagli assalti di Francis Dake a Riohacha, che provocarono la fuga degli antenati dei Buendia. La fondazione di Macondo e alcuni eventi successivi come l’arrivo degli zingari, la costruzione della chiesa e l’entrata in scena del “correggitore” governativo conservatore, fanno riferimento alla colonizzazione della Colimbia (1830 circa), dopo la dissoluzione della Grande Colombia di Simòn Bolivar.

La guerra dei mille giorni (1899-1901), combattute dal colonnello Aureliano, si è conclusa realmente con la resa dei liberali, che hanno firmato la pace nella compagnia bananiera di Neerlandia il 24 ottobre 1902, stipulando un accordo che venne successivamente ratificato a novembre su una nave statunitense. Nei primi del XX secolo si verificò la venuta della tecnologia, che si manifesta nel romanzo attraverso la comparsa di tanti piccoli oggetti simbolo di modernità, e della multinazionale nordamericana United Fuit Company, rappresentata dalla compagnia bananiera di Mr. Brown e nominata anche nella prolessi iniziale.

L’omicidio dei 17 figli del colonnello Aureliano rappresentano i primi omicidi politici nella Colombia degli anni ’20, in un periodo chiamato La Violencia. Una strage dei lavoratori bananieri in sciopero da parte dell’esercito come quella vissuta da Josè Arcadio secondo si è veramente verificata a Santa Marta nell’ottobre del 1928. Anche i cicloni tropicali e le alluvioni sono una metafora del clima ambientale ella foresta amazzonica distrutta per seminare banani, con conseguenze disastrose per una regione sottoposta a piogge abbondanti. La depressione economica dei villaggi bananieri è un omaggio a Aracataca, il paese d’origine dell’autore. Pur trattandosi di avvenimenti accaduti in Colombia, il nome del paese non viene mai menzionato, forse perché nell’Ottocento, epoca in cui si svolgono buona parte dei fatti narrati, lo stato della Colombia non esisteva ancora.

Anche se Macondo è un luogo mitico, l’autore gli ha conferito una collocazione ben precisa: la cittadina sorge infatti nella foresta pluviale colombiana nella penisola della Guajira, non lontano dal Mar dei Caraibi. Considerando che i fondatori hanno viaggiato per due anni partendo da Riohacha prima di fondare Macondo, è probabile che la cittadina si trovi diverse centinaia a sud della stessa: nei dintorni della Sierra Nevada de Santa Marta, vicino ad Aracataca, città natia dello scrittore. Makond era il nome di uno dei villaggi bananieri abitati dai grignos vicino ad Aracataca, davanti al quale passava il piccolo Garcia Màrquez quando si recava con la madre a trovare alcuni parenti. Makond era un vilaggio cinto dal filo spinato, oltre il quale era possibile intravedere il ricco universo dei nordamericani, popolato da belle donne eleganti, case maestose, leggi e stili di vita completamente diversi per il quale il piccolo futuro scrittore iniziò a considerare Makond la città ideale.

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La stazione ferroviaria di Macondo

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Temi dell’opera

Lo stile della scrittura è semplice e favolistico, la narrazione veloce e ricca di avvenimenti. Ispirandosi alla tecnica dello scrittore argentino Jeorge Louisorges, che scrisse Il giardino dei sentieri che si biforcano, l’autore non narra i fatti in ordine cronologico ma inserisce numerose cornici temporali, analessi e prolessi, come il celebre incipit: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.” Tale scelta stilistica rende il tempo del racconto estremamente remoto, quasi epico.

Un altro elemento che accomuna Cent’anni di solitudine al boom latinoamericano degli anni ’60 e ’70 è il realismo magico, un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto realistico in cui non mancano eventi storici e scene appartenenti alla sfera quotidiana, senza suscitare scandalo o scetticismo nei personaggi. Le vicende sovrannaturali accadute ai membri della famiglia Buendìa permisero all’autore di inserire nel racconto alcuni miti e leggende locali. Tra i numerosi eventi magici ricordiamo l’apparizione del fantasma del defunto Prudencio Aguilar, la levitazione di padre Nicanor Reyna, la preveggenza del colonnello Aureliano, il fantasma di Melaquiades, l’ascensione al cielo di Remedios La Bella, l’apparizione dell’Ebreo Errante, il diluvio della durata di quattro anni. E’ molto probabile che queste storie furono ispirate ai racconti fantastici della nonna dell’autore.

L’artista è un abile prestigiatore nell’alternare elementi fantastici al quotidiano, così i personaggi della storia agiscono sullo stesso palcoscenico dei fantasmi e degli incantesimi e interagiscono tra l’oro in un’atmosfera che rasenta la mitologia. Quando i personaggi entrano in contatto con il divino, anziché soprendersi o spaventarsi, interagiscono in tutta calma, sentendosi perfettamente a proprio agio.

E’ curioso notare come molti personaggi di Cent’anni di solitudine portino i nomi di amici e famigliari dell’autore, è il caso di Màrquez, Gabriel (nipote del colonnello liberale Nicolàs Màrquez Mejia, proprio come il personaggio fittizio Gabriel è nipote del colonnello Gerineldo Màrquez), Iguàran e Cotes. La madre di Marquez ispirò inoltre il personaggio di Ursula. La malattia dell’insonnia che annulla i ricordi, oltre ad essere una critica all’America Latina che ha dimenticato il proprio passato, è un riferirmento all’Alzheimer, una malattia purtroppo molto diffusa nella famiglia Màrquez.

Nell’opera sono presenti numerosi riferimenti all’alchimia e all’esoterismo, un gioco letterario strutturalista di significati e numerose tematiche psicoanalitiche, come quella dell’incesto. Quest’ultima non sarebbe soltanto un evidente riferimento al complesso d’Edipo, ma anche una causa della distruzione della stirpe inevitabile per una famiglia e un paese rinchiuso in se stesso. Sono stati inoltre rilevati degli archetipi antropologici junghiani e dei simboli di amore e di morte.

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Giudizio finale

Si tratta di un’opera veramente particolare per l’ambientazione, i fatti narrati e lo stile adottato dall’autore. Il ritmo del racconto tuttavia è estremamente lento perciò ho impiegato mesi per terminarlo, inoltre è molto difficile seguire lo svolgimento dei fatti senza confondere i personaggi, chiamati quasi tutti allo stesso modo. Ho apprezzato invece moltissimo l’ambientazione magico-realistica, infatti spero presto di leggere altri libri dell’autore.

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Scorcio di Macondo, immagine tratta da iriscroll.com

Analisi e recensione de ‘Il piccolo principe’

1 Talvolta le fiabe per bambini appassionano anche gli adulti perché la loro trama semplice e fantastica nasconde un messaggio profondo che può appassionare i lettori di ogni età. Le petit prince è un sottile libricino di nemmeno una centinaia di pagine scritto da Antoine de Saint-Exupéry in francese e in inglese. La Reynal & Hitchcock scelse di pubblicare prima la versione anglofona il 6 aprile 1943, l’uscita dell’opera in francese avvenne invece qualche giorno dopo.

La breve storia (se non ricordate la trama cliccate qui) dell’amicizia tra un aviatore precipitato nel deserto e un biondo principino proveniente da un asteroide lontano fu un successo editoriale in ogni angolo del globo.

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Un pilota scrittore

Antoine de Saint-Exupéry nasce del 1900 a Lione in una famiglia di nobili origini e, oltre ad essere uno scrittore di successo, è soprattutto un aviatore per professione quanto per passione. Fu infatti uno dei pionieri della compagnia aerea Aeropostale e, scoppiata la Seconda guerra Mondiale si arruolò nell’aeronautica militare francese; dopo l’armistizio del 1940, scappò negli Stati Uniti per combattere al fianco degli Alleati.

Il 31 luglio 1944 non fece ritorno da una missione di ricognizione sul Mediterraneo e di lui non si seppe più nulla sino al 2004, quando il relitto del suo aereo venne rinvenuto nella costa marsigliese. Dalle indagini fu evidente che Saint-Exupéry fu abbattuto da un pilota tedesco della Luftwaffe.

Saint-Exupéry considerò il mestiere di aviatore uno strumento d’investigazione della condizione umana e del senso di esistenza, com’è evidente in molte delle sue opere letterarie come Corriere del Sud, Volo di notte, Terra di uomini, L’aviatore e lo stesso Le petit prince. Sebbene il suo capolavoro sia proprio Il piccolo principe, l’autore vinse numerosi premi letterari nel corso della sua vita anche per molte altre opere, sia in Francia sia all’estero.

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La nascita di un capolavoro

Nessuno conosce con esattezza le ragioni che indussero Saint-Exupéry a scrivere Le petit prince, esistono infatti tre differenti versioni al riguardo.

Secondo l’aneddoto più fiabesco, dopo l’armistizio francese del 1940 l’autore sarebbe fuggito in esilio negli stati uniti, dove viene ricoverato in ospedale a causa delle conseguenze dei numerosi incidenti subiti proprio nel corso della stesura di Pilota di Guerra. Mentre un’amica, l’attrice Annabella, gli legge La sirenetta di Andersen per intrattenerlo, Saint-Exupéry decide di scrivere una fiaba comparabile. Nello stesso periodo ricevette in regalo dall’amico René Clair degli acquerelli, con i quali illustrò la vicenda. Si racconta tuttavia che l’aviatore realizzasse già da anni degli schizzi di un personaggio efebico che successivamente sarebbe diventato il Piccolo Principe.

Una seconda versione narra che il personaggio del Piccolo Principe nacque nel corso di una cena tra l’autore e il proprio editore americano Eugene Reynal. Si trattava di un periodo nero per Saint-Exupéry, poiché non amava particolarmente gli Stati Uniti in cui era fuggito in esilio e in quanto il suo ultimo libro, Pilota di Guerra, non era stato particolarmente apprezzato. Il fantasioso aviatore iniziò a disegnare sulla tovaglia dei personaggi di sua invenzione, tra i quali il biondo principino conquistò l’editore. Su suggerimento della moglie, desiderosa di tirare su il morale dell’amico francese, Eugene Reynal propose a Saint-Exupéry di scrivere un libro per bambini da pubblicare a Natale, dando inizio alla creazione de Le petit prince.

Secondo altre fonti invece l’autore progettava di scrivere una favola avente come protagonista un bambino da almeno sette anni. Si racconta che l’ispirazione sarebbe dovuta, alla morte prematura dell’amato fratello François, che nei giochi d’infanzia Saint-Exupéry soprannominava “il Re Sole”. 1 .

Un lungo lavoro notturno

Su consiglio dell’amico Paul-Émile Victor, l’autore acquista gli acquerelli e si trasferisce in una casetta a Long Island, dove lavorerà al piccolo principe per tutta l’estate e gran parte dell’autunno. La stesura della favola procede di notte, tra un’incessante susseguirsi di sigarette e svariate tazze di caffè o lunghe telefonate notturne agli amici per domandare il loro parere; non di rado l’esausto scrittore si appisolava sulla scrivania. Talvolta gli amici posano per Saint-Exupéry come il figlio del filosofo De Konnick, che ha fatto da modello per alcune pose del Piccolo Principe, il boxer di Sylvia Reinhardt è invece servito per dipingere la tigre e il barboncino di un altro amico dell’aviatore ha posato come pecora.

Al termine del 1942 il manoscritto viene consegnato ad Eugene Reynal che, dopo averne ordinato la traduzione, lo pubblicherà il 6 aprile 1943 in inglese e, qualche giorno dopo, in francese. Proprio in questo periodo Saint-Exupéry lasciava gli Stati Uniti per unirsi alle Forze Francesi libere di stanza in Algeria.

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Un successo mondiale

Le petit prince è tra le opere letterarie più celebri del XX secolo ed è uno dei best seller più venduti della storia, infatti è stato tradotto in più di 220 lingue e ne sono state stampate oltre 134 milioni di copie nel mondo. Inizialmente l’opera è stata tradotta nelle lingue più diffuse nel mondo, successivamente sono state realizzate delle versioni in dialetti e parlate locali come il corso, il bretone, l’aragonese, il gallurese, l’esperanto e il guarani. La favola è stata inoltre tradotta in alcuni dialetti italiani, come il milanese e il friulano, e persino in toba, una lingua del nord dell’Argentina, con il nome di So Shiyaxauolec Nta’a e sembra essere il primo libro ad avere una traduzione nella suddetta lingua dopo il Nuovo Testamento.

La favola di Saint-Exupéry ha contagiato anche altre forme d’arte oltre alla scrittura: sono stati infatti realizzati cartoni animati, canzoni e spettacoli televisivi. Le petit prince ha conquistato il pubblico soprattutto a teatro, infatti sono stati realizzati innumerevoli spettacoli teatrali e musical che hanno commosso la platea affidando il ruolo del piccolo protagonista a biondi ed angelici bambini. Dopo il primo adattamento teatrale del 1964, diretto dal regista Raymond Jerome presso il Mathurins di Parigi, la fiaba del biondo principino è andato in scena in ogni angolo del mondo, riscuotendo ovunque uno straordinario successo.

Oggi Le petit prince è diventato un marchio  di proprietà degli eredi di Saint-Exupéry che realizza oggetti di vario genere  dedicati al Piccolo Principe dalle magliette agli orologi, dagli articoli di cartoleria alle trapunte; il negozio principale si trova a Parigi e il suo sito internet, scritto anche in italiano, offre un sacco di informazioni utili e di curiosità sull’opera e sull’autore. Il marchio del Piccolo Principe sembrerebbe andare a gonfie vele, considerando che quest’estate aprirà persino un parco dei divertimenti a tema.

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Una favola del Novecento

Il racconto de Le petit prince presenta tutte le caratteristiche del genere letterario della favola: i luoghi (un punto imprecisato del deserto del Shara) e i tempi (il primo giorno… il terzo giorno…) sono piuttosto imprecisati, i fatti narrati sono inverosimili, l’intera vicenda è intrisa di un forte senso della morale ed ha un evidente scopo didattico, gli eventi sono scanditi da una certa ripetitività, e il linguaggio e lo stile sono estremamente semplici proprio per essere compresi dai bambini.

La fiaba però si discosta dal racconto popolare in quanto presenta numerosi elementi tipicamente novecenteschi. L’aviatore in primis può comparire solamente tra i personaggi di un’opera del Novecento, proprio perché nei secoli precedenti non esistevano gli aerei. I vari personaggi incontrati dal Piccolo Principe possono essere inoltre identificati come delle allegorie o degli stereotipi del “mondo degli adulti”, vale a dire la società contemporanea; alcuni personaggi sono dei diretti richiami alla modernità pur essendo dei soggetti “classici” come il re e il lampionaio, ma altri sono dei veri e propri elementi del Novecento come l’uomo d’affari e il geografo.

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Una fiaba per adulti

L’opera inizia con una lunga dedica, che termina con: “À Léon Werth, quand il était petit garçon“. Léon Werth era un amico dell’autore e la sua dedica annuncia implicitamente al lettore che l’opera, pur essendo scritta rispettando la struttura e lo stile di una fiaba, affronta delle tematiche interessanti anche per un pubblico adulto.

Il tema centrale dell’opera è proprio la contrapposizione tra le assurdità del “mondo degli adulti” e l’universo dell’infanzia, in cui è possibile godere appieno dell’amicizia e della semplicità e della bellezza di tutto ciò che ci circonda. L’autore stesso dichiarò di rimpiangere di non essere rimasto bambino: “C’è una cosa che mi rattristerà sempre, ed è di essere diventato grande”. Il personaggio dell’aviatore del resto è una sorta di alter ego di Saint-Exupéry non soltanto per la propria professione, ma anche perché rimpiange l’età dell’infanzia.

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Leggere in francese

La brevità e la semplicità con cui è stato scritto il racconto rendono Le petit prince un’ottima lettura per studenti di francese alle prime armi. Essendo uno dei libri più letti al mondo, non è nemmeno difficile reperirlo in lingua originale in libreria. I più intuitivi potrebbero persino fare a meno del dizionario perché il lessico adottato da Saint-Exupéry è estremamente semplice.

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Fonti: